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Social network e etica del risentimento

social media 350 260 mindi Fausto Pellecchia da L’Inchiesta del 10 agosto 2017 - Frequentando i social network, attraverso il piccolo “campione” di contatti che si è scelto di condividere, si ha l’impressione (o l’illusione) di tastare quotidianamente il polso politico-culturale del paese. E’ questo il principale motivo di interesse che mi spinge a visitare le pagine di FB. Ma la soddisfazione che ne ricava la mia quasi compulsiva curiosità è almeno pari al disappunto e all’irritazione determinati da alcuni, troppi, interventi che non esiterei a definire propriamente “volgari”.
Se “per carità di patria” si escludono i post esplicitamente orientati in chiave xenofoba e razzista, o ispirati da ideologie neo-fasciste, quelli più nocivi per il mio fisiologico metabolismo politico sono indubbiamente di due tipi.

Un primo tipo di irritazione

Il primo, il più diffuso, è dettato dal risentimento anti-politico nel quale si esprime un certo populismo di maniera. In questi post, ci si compiace dell’opposizione intransigente tra “noi” (cioè il POPOLO, che è naturalmente sempre innocente, quando non è ingannato, frustrato, deluso, tartassato e oppresso dalla trama dei poteri) e “loro” (i POLITICI, i manager, i banchieri ecc., tutti insieme riuniti nel clan degli sfruttatori, con stipendi e vitalizi d’oro, autentici parassiti incollati ai loro privilegi e ad una endemica corruzione).
In essi risulta sistematicamente rimosso un piccolo particolare, che non viene mai interrogato: non sarà forse l’indifferenza e la passiva condiscendenza che domina ampiamente gli stessi strati popolari a permettere e a favorire l’arroganza dei potenti? In una celebre opera - non proprio recente (scritta nel 1549) - Discorso sulla servitù volontaria, l’autore, Étienne de La Boétie, sostiene che qualunque tiranno detiene il potere fintanto che i suoi sudditi glielo concedono.
La libertà originaria che l'uomo detiene per natura sarebbe stata abbandonata dalla società, che una volta corrotta dall'abitudine, avrebbe poi preferito la servitù del cortigiano alla condizione dell'uomo libero.

 

Che cosa avrebbe aggiunto il povero La Boétie se si fosse trovato ad analizzare le nostre democrazie liberali, in cui formalmente non ci sono più “cortigiani”, ma soltanto liberi cittadini che eleggono i loro rappresentanti?
In verità, c’è una considerazione trans-politica di Walter Benjamin che si spinge ben oltre questa apparente contraddizione e ne esplora il versante complementare. Benjamin vi analizza l’irresistibile fascino che il pubblico prova per la figura del violento, del delinquente e dell’assassino. È il luogo in cui vibra il suo desiderio di essere invaso e avvinto da queste figure per lasciar agire i suoi istinti distruttivi. Questa attrazione non ha tanto a che vedere con l’adesione o la condivisione emotiva verso le sue azioni, bensì esprime l’identificazione empatica suscitata da chiunque possa dimostrare, con un gesto, la potenzialità, che appartiene a ciascuno, di abbattere e sovvertire il sistema, la sua razionalità e il suo diritto. Il carisma politico del sovrano “legibus solutus” trova il suo antecedente e il suo correlato sociale nella figura del “grande delinquente”.
Benjamin osserva, infatti, che quando la violenza non è nelle mani del potere e del diritto di volta in volta vigenti, «rappresenta per esso una minaccia, non a causa dei fini che essa persegue, ma della sua semplice esistenza al di fuori del diritto.
La stessa supposizione può essere suggerita, in forma più concreta, dal pensiero di quante volte già la figura del ‘grande delinquente’, per quanto bassi potessero essere i suoi fini, ha riscosso la segreta ammirazione del popolo. Ciò non può accadere per le sue azioni, ma solo per la violenza di cui esse testimoniano. Qui, pertanto, la violenza che il diritto vigente cerca di togliere al singolo in tutti i campi della prassi, insorge davvero minacciosa, e suscita, pur nella sua sconfitta, la simpatia della folla contro il diritto.» (W.Benjamin, Per la critica della violenza).
Quanto più, quindi, la vita quotidiana serba forme di rancore e di ostilità verso i sistemi di potere, tanto più i magazzini dell’immaginario moltiplicano figure anomiche di distruttori, pirati, invasori o tele-populisti, con i quali “il popolo” finisce per identificarsi istintivamente. Non sarà questa la radice rimossa della nostra soggezione volontaria ai personaggi politici che rappresentano il nostro lato “peggiore”? Il risentimento diffuso nei confronti del ceto politico non sarà forse il contraccolpo sentimentale dell’invidia per la loro condizione irresponsabile o “meta-giuridica”?

Un secondo tipo di irritazione

Il secondo tipo di irritazione proviene dai post che si ispirano al cinismo blasé dei cosiddetti “complottisti”, dai partigiani del “sospetto universale”. Ovunque e su chiunque essi fiutano, senza bisogno di prove e di documenti, l’aria della colpa, dell’avidità e dell’ambizione, sottesa anche agli atti apparentemente più nobili e disinteressati. Vi si coglie un malcelato compiacimento distruttivo nel rovesciare gli “idoli” della virtù capovolgendoli in cinici esemplari dell’egoismo, solo perché apparirebbe troppo ingenuo supporre che esista davvero l’integrità morale e la coerenza ideale. Qui, forse, la figura filosoficamente paradigmatica è essere rappresentata da Il nipote di Rameau, il protagonista del dialogo satirico di Denis Diderot. E’ il paradigma dell’ anti-eroe: musicista fallito, discendente dal celebre compositore e teorico del barocco musicale, Jean-Philippe Rameau, Jean-François è un impostore di talento, un parassita che sopravvive esibendosi nel proprio colorito linguaggio, sospeso tra adulazione e maldicenza, nei salotti della borghesia parigina.
Agli occhi del suo illuminato interlocutore, quest’individuo spregevole appare come un misto di sublime delirio e di ruvido buonsenso, di abiezione e di franchezza, di ignominia e di tagliente intelligenza. Egli è in fondo la cattiva coscienza della società parigina di metà Settecento: colui che ha il coraggio o la spudoratezza di confessare ciò che tutti pensano, o meglio, di esibire per mestiere, come satiro e pantomimo, ciò che egli “proiettivamente” ritiene che tutti facciano nella vita reale.
Hegel ne fece il tipo della coscienza venale e il campione del linguaggio dell’adulazione. Gli attuali nipotini del “nipote di Rameau” celebrano, attraverso una sistematica maldicenza, il fondamento della loro singolarità, costituito da un superiore cinismo che non si lascia illudere dalle luci della ribalta, qualunque sia il personaggio che ne viene illuminato.
Qui il risentimento si colora di egotismo a buon mercato; diviene culto narcisistico della propria personalità, eccezionalmente al riparo dalle brutture inconfessate e dal fango che avvolge l’intero universo politico.
Speriamo, dunque, pur continuando a frequentare i social network, di rimanere il più possibile immuni dagli pseudo-valori nei quali Nietzsche coglieva il condensato genealogico dell’”etica del risentimento”.

 
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