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Covid 19. Il conflitto uomo-natura come si affronta?

  • Scritto da  Giuseppe Sarracino

 La natura si ribella all'uomo

lanaturasiribellaalluomo 350 mindi Giuseppe Sarracino* - Ormai siamo tutti convinti che il Covid-19 abbia radicalmente cambiato il nostro modo di vivere. Il rapporto spesso conflittuale tra uomo e natura, non è nuovo ma l’emergenza Covid-19 lo propone in modo drammatico all’ordine del giorno.

L’interrogativo, da porsi in questo momento, è capire se continuare, a essere ancorati a visione di crescita infinita e senza regole, che caratterizza le economie di tutto il pianeta, oppure ripartire da un diverso modello di sviluppo. La pandemia ha cambiato prima di ogni altra cosa i nostri stili di vita, parole come “distanziamento” o “confinamento”, mai presenti nel nostro quotidiano, pongono un’inedita questione, come rapportarci con l’ambiente che ci circonda, dove gli habitat in cui viviamo sono il prodotto di una crescita spesso scellerata, che ha distrutto interi ecosistemi, sottratto migliaia di ettari di suolo, realizzato agglomerati urbani spesso invivibili.

La stessa origine della pandemia sembra essere il frutto della distruzione della biodiversità di numerose specie viventi, sia animali sia vegetali. L’urbanizzazione delle città a scapito delle campagne, che caratterizza, la vita quotidiana di ognuno di noi, in questo momento ha mostrato tutto il suo limite. Tra urbanisti, pianificatori e intellettuali si è aperta un’intensa e interessante riflessione sul ritorno alla vita nei borghi, e nelle piccole città.

Certamente l’emergenza Covid-19 può rappresentare un momento interessante per ripensare a un diverso sviluppo del territorio, equilibrando il rapporto tra città, campagna, verde urbano e la popolazione. Questo è tanto più necessario in una regione come il Lazio, dove il 75% della popolazione è concentrata nell’area metropolitana di Roma, occupando appena il 30% dell’intero territorio regionale. Occorre riconsiderare un diverso equilibrio tra città, campagna e spazi verdi, non è più possibile pensare la campagna come un’area marginale in attesa di eventuali usi edilizi ma piuttosto trasformarla in nuove opportunità per la realizzazione moderne e innovative infrastrutture verdi, in grado di fornire benefici ambientali e sociali.

La provincia di Frosinone è costellata di una miriade di piccoli e medi comuni, immersi in un tessuto territoriale, che si estende su di una superficie di circa 3.200 Kmq., caratterizzato essenzialmente da dolci colline e da una pianura. I circa 500 mila abitanti sono distribuiti in 91 comuni, il 74% di essi è composto di una popolazione che oscilla tra i 300 e poco meno dei 5000 abitanti, il 12% non supera i 9.000 abitanti e solo 12 comuni superano i 10.000 residenti. Una realtà controversa ma ricca di potenzialità, che va collegata in un unico progetto di sviluppo, piuttosto dell’immagine degradante del fiume Sacco.

Occorre sviluppare un’agricoltura di qualità, come la viticoltura, l’olivicoltura, la zootecnia, che caratterizzava i numerosi comuni che lambiscono il fiume. Non si tratta di proporre il vecchio modello economico, tipico del settore primario ma, piuttosto un’agricoltura multifunzionale, che eroga una serie di servizi di qualità, capaci di integrare il reddito dell’ agricoltore, come l’agriturismo, le attività naturalistiche e didattiche, colture di qualità. Tutto questo potrebbe contribuire a evitare il continuo esodo verso le già affollate città, vedi Roma e costruire nuovi rapporti tra popolazione ed ecosistema.

Per quanto riguarda Frosinone, la città si estende su di un’area di 47 kmq. ma presenta la più elevata densità abitativa del Lazio, circa 900 ab./Kmq. nonostante ciò esistono ancora numerosi ecosistemi verdi distribuiti a macchia di leopoardo nell’area urbana, lungo il fiume Cosa e nelle zone a confine con gli altri comuni. La maggior parte di tali aree sono ancora libere ma non presentano una particolare “protezione urbanistica” e quindi potenzialmente possono essere utilizzate per qualsiasi uso. Queste aree rappresentano un capitale naturale importante, sono spazi sociali che la città può mettere in campo per attrezzarsi in tempi di pandemia e cominciare a costruire un diverso rapporto tra i cittadini e l’ambiente che li circonda.

Per fare ciò occorrono due condizioni: un Piano strategico su vasta scala, quale atto di alta amministrazione del nostro territorio, l’altra condizione riguarda la concentrazione delle risorse finanziarie verso pochi ma strategici obiettivi del piano. Solo riassumendo e unendo le esigenze delle singole amministrazioni locali sarà possibile promuovere in modo armonico e coordinato lo sviluppo economico sociale del territorio, ed essere centro propulsore dell’intero sistema regionale, e per qualificarsi nel confronto diretto con gli interlocutori nazionali ed europei attraverso l’elaborazione di progetti di medio e lungo periodo. Questo richiede un livello istituzionale capace di agire su scala ”metropolitana”, che potrebbe essere identificato nell’attuala Provincia, che dopo il mancato scioglimento, andrebbe ripensata e rilanciata.

La sfida che abbiamo di fronte è enorme e richiede l’impegno di una rigenerata classe dirigente.

*Giuseppe Sarracino - Agronomo Paesaggista

 

 

 

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