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Il paesaggio è il grande malato d’Italia

  • Scritto da  Giuseppe Sarracino

Il paesaggio italiano che abbiamo creato, “appartiene da tempo al dominio della statistica e non a quello dell’estetica

Il paesaggio italiano fotografie 1950 2010 largeGiuseppe Sarracino* - “ Il paesaggio è il grande malato d’Italia (…) vedremo quello che fu il Bel Paese sommerso da inesorabili colate di cemento”, Salvatore Settis nel suo saggio “Paesaggio, Costituzione, Cemento”, lancia una sfida contro il continuo uso e abuso del territorio non si tratta solo di una denuncia ma una sollecitazione alla “Azione popolare” per la tutela della natura come obbligo morale verso le generazioni future.

I dati sul consumo di suolo pubblicati da ISPRA (Istituto Superiore Ricerca Ambientale), testimoniano quello che sta accadendo al territorio dell’intera penisola. Ogni italiano oggi ha in “carico” 355 mq. di superfici occupate da cemento, asfalto o altri materiali artificiali, un valore che cresce di quasi 2 mq. l’anno con la popolazione che, invece, diminuisce sempre di più. Di fronte a tale drammatica realtà, al Senato da troppo tempo è fermo il disegno di legge sul “Contenimento del consumo del suolo e riuso del suolo edificato” che ha l’obiettivo di introdurre efficaci limitazioni alle trasformazioni urbanistiche e apre all’incentivazione degli interventi di recupero e rigenerazione di edifici e aree dismesse e/o degradate. Si tratta di una legge, con limiti, ma la sua approvazione potrebbe rappresentare un nuovo inizio per il paese. Il suolo è una risorsa limitata, difficilmente rinnovabile, esso rappresenta il luogo primario non solo per la biodiversità, la regolazione di CO2 nell’atmosfera, ma il principale fattore di produzione di cibo per alimentare il genere umano e tutte le creature che popolano la Terra. Al contrario di quanto occorrerebbe fare per la sua tutela, assistiamo a un incremento d’impermeabilizzazione del territorio, soprattutto di aree naturali e agricole. Ciò evidenzia lo scarso valore, economico, sociale e paesaggistico, che si attribuisce all’ambiente e all’agricoltura, mentre al di à dei nostri confini, tutti cercano di difendere e valorizzare ogni mq. del proprio territorio. In Europa il suolo è considerato una risorsa strategica e vitale tanto che sono stati fissati obiettivi ambiziosi tra i quali quello di raggiungere nel 2050 un consumo netto di suolo zero.

I dati sul consumo di esso pongono alcune brevi riflessioni, soprattutto in un momento storico come quello che stiamo vivendo, dove il Covid19 ha cambiato il nostro modo di vivere, ma soprattutto il nostro rapporto con l’ambiente che ci circonda.
Credere che la crescita economica possa essere infinita anche in un pianeta dalle risorse finite, significa condannarlo a una “morte” sicura. Occorre invece ripartire da un diverso modello di sviluppo, sostenibile in uno spazio ecologico limitato, è questa la grande sfida che sta di fronte a tutti. Si tratta di passare da una concezione lineare dell’economia, che certamente ha contribuito a migliorare le condizioni di vita di milioni di esseri umani, ma non più sopportabile, a un’economia circolare che punti a rimettere in circolo il più a lungo possibile i prodotti e le limitate risorse che abbiamo ancora a disposizione.

La seconda questione, ma strettamente legata alla prima, riguarda le politiche che si vogliono avviare nel Lazio, dove il consumo di suolo ha raggiunto un punto di non ritorno. La provincia di Roma ha consumato circa il 50% di suolo dell’intera regione, mentre la capitale, da sola, ha consumato quasi 30 mila ettari di terreno. Nella provincia di Frosinone, il consumo di suolo ha interessato 22 mila ettari. Frosinone è la città che ha consumato più suolo di tutte, circa 1.400 ettari, in una realtà ad alta densità abitativa, con circa 1.000 ab./Kmq. contro una media dell’intera provincia di appena 150 ab./Kmq. Ciò è tanto più grave, perché da anni assistiamo a una continua diminuzione del tasso di crescita della popolazione , eppure basterebbe, ad esempio, commisurare le ipotesi di crescita urbana a previsioni d’incremento demografico certificate dall’Istat per troncare alla radice una gran parte della cementificazione del territorio (molti Comuni truccano impunemente le statistiche). Questo vuol dire avviare una politica urbanistica capace di investire sul patrimonio edilizio esistente, incentivare il riuso dei suoli già compromessi e la rigenerazione urbana, assicurare un monitoraggio delle aree urbane già esistenti e non utilizzate, tutelare tutte le aree non edificate e non impermeabilizzate, anche in ambito urbano. In sintesi, si tratta di riconsiderare un diverso equilibrio tra città, campagna e spazi verdi, non è più possibile pensare la il suolo come uno spazio in attesa di eventuali usi edilizi ma piuttosto trasformarlo in nuove opportunità per la realizzazione moderne e innovative infrastrutture verdi, in grado di fornire benefici ambientali e sociali. Gli interventi futuri nella Valle del Sacco devono essere realizzati in questa logica.


La regione Lazio di recente ha approvato la legge n. 7/2017 “Disposizioni per la rigenerazione urbana e per il recupero edilizio". con la quale intende ”promuovere e tutelare l’attività agricola, il paesaggio e l’ambiente, contenere il consumo di suolo quale bene comune e risorsa non rinnovabile che esplica funzioni e produce servizi eco sistemici”. Si tratta di principi strategici fondamentali per tutelare e migliorare la qualità della vita dei cittadini. Di fronte a tali obiettivi sarebbe utile un osservatorio regionale capace di verificare gli interventi che i singoli comuni stanno programmando sui propri territori per evitare che la rigenerazione urbana si trasformi in una mera riqualificazione di parti di territorio urbanizzato, tramite “il recupero fisico-spaziale e urbanistico-edilizio, talvolta incentivati da premialità volumetriche o economiche. Per non parlare di quando viene legata al Piano casa, stravolgendone i contenuti.” Al contrario essa deve essere in grado di favorire il processo di rigenerazione urbana, cercando di accompagnare i comuni, in modo particolare quelli di piccole dimensioni, verso una strategia complessiva e unitaria, che garantisca elevati standard di qualità ambientale e considerare il verde come elemento strutturale e strategico, per evitare ulteriori scempi edilizi, il degrado delle aree urbane e il consumo di ulteriore suolo. Infine sarebbe opportuno che la suddetta legge incoraggiasse e obbligasse i comuni ad adottare il Piano del verde urbano, quale strumento di pianificazione per la realizzazione di una struttura verde articolata e composita, capace di mitigare l’impatto ambientale dell’attività cittadina sul territorio.

Concludendo queste brevi riflessioni, il paesaggio italiano che abbiamo creato, “appartiene da tempo al dominio della statistica e non a quello dell’estetica”, quindi se vogliamo recuperare tutta la bellezza del nostro paesaggio e tutelare l’ambiente che ci circonda, è necessario un radicale e profondo cambiamento del nostro stile di vita e un nuovo modello di sviluppo.

Giuseppe Sarracino, Agronomo-Paesaggista

 

 

 

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