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Taranto. Decarbonizzazione, questa sconosciuta

  • Scritto da  Aldo Schiedi

 Associazione Genitori Tarantini

 Tanti slogan sulla decarbonizzazione e l’Ilva green e, poi...? Dopo la decisione dell'Arcelor Mittal di riavviare la linea dell'altoforno 1, aumentando addirittura le tonnellate di fusione, la reazione dell'associazione tarantina non si è fatta attendere.

Aldo Schiedi - (Da Punti di vista press)

genitori tarantini 390 minNonostante gli esaltanti slogan sulla decarbonizzazione e l’Ilva green per tanti meta irraggiungibile, per alcuni addirittura irrealizzabile, a scoraggiare anche i più ottimisti questa volta ci ha pensato la ripartenza dell’acciaieria che ieri ha visto la sua prima colata di ghisa dopo circa dieci mesi di stop deciso dall’azienda a marzo del 2020.

A questo evento ne è seguito un secondo o, meglio, le prove tecniche per la ripartenza dell’Altoforno, il famoso impianto che per anni è stato al centro di mille vicissitudini giudiziarie iniziate dopo la morte del povero operaio martinese Alessandro Morricella (36 anni) l’8 Giugno del 2015, investito da una colata di ghisa incandescente nella quale riportò ustioni di terzo grado nel 90% del corpo.

In seguito a questo drammatico avvenimento, ricordiamo che la Procura di Taranto impartì ai Commissari straordinari delle prescrizioni volte a impedire il ripetersi di simili incidenti, rendendo l’impianto più sicuro.
Inizia così una storia di sequestri e dissequestri che sembravano non avessero fine. La Magistratura tarantina, infatti, ritenne che i lavori di ammodernamento dell’impianto, fatti eseguire dall’Amministrazione straordinaria, non avessero rispettato in modo soddisfacente le prescrizioni ricevute e dopo vari passaggi, si giunse così, nel giugno 2019, a un nuovo sequestro, “senza facoltà d’uso” dell’impianto. Sequestro avverso al quale l’Amministrazione straordinaria presentò uno specifico ricorso, ma il 31 luglio 2019, però, il Giudice del dibattimento, respinse l’istanza. Il 2 settembre successivo, l’Ilva in Amministrazione straordinaria presentò in Tribunale appello, sostenendo che la situazione dell’altoforno era già migliorata rispetto a quella del 2015 e che, comunque, si impegnava, una volta recuperata la facoltà d’uso dell’altoforno, a portare a termine le migliorie richieste. ll Tribunale del Riesame accolse il ricorso dell’Ilva in Amministrazione straordinaria, scongiurando cosi’ lo spegnimento dello stesso. Tuttavia, il Tribunale condizionò l’utilizzo dell’impianto all’adempimento delle prescrizioni impartite alla proprietà entro tre mesi. A quel punto, però, l’Ilva in Amministrazione straordinaria sostenne che tre mesi non erano assolutamente sufficienti per eseguire i lavori progettati, ma il 10 dicembre il Tribunale non accettò di prorogare il tempo concesso.

Lo spegnimento dell’altoforno si profilò come un destino ineluttabile. Il 17 dicembre, l’Ilva presentò quindi un nuovo ricorso contro il rifiuto della proroga richiesta. Il 30 dicembre venne discusso in Tribunale il nuovo ricorso. Il 7 Gennaio fu resa nota la decisione del Tribunale del riesame. Una decisione che, da un lato, azzerò l’obbligo di spegnimento dell’Afo 2 mentre, dall’altro, prescriveva un nuovo dettagliato cronoprogramma per i lavori di ammodernamento e messa in sicurezza dell’altoforno stesso. Giunti quindi quasi al termine degli episodi della serie “Afo2” con la sua imminente ripartenza a fine mese, fonti aziendali comunicano sempre oggi ai sindacati il reintegro dalla cassa integrazione guadagni di circa 12 unità (addetti coperchi) sulla batteria 9. Ricordiamo che anche quell’impianto fu scenario di un tragico incidente che fece perdere la vita all’operaio Ciro Moccia precipitato da un'altezza di 15 metri mentre si trovava sulla passerella del piano di carico dei forni. Ricordiamo che a fine 2020 la capacità di produzione del siderurgico di Taranto si è attestata sui 3,4 milioni di tonnellate, destinati a salire a 5 milioni quest’anno e stabilizzarsi a 6 milioni nel 2022/2023 per continuare a salire a 7 milioni nel 2024 e a 8 milioni nel 2025. E non pensiamo certamente che possa essere un forno elettrico da 260 milioni di euro con una capacita’ di 2,5 milioni di tonnellate all’anno a frenare tutto questo vecchio e obsoleto processo produttivo, ricordiamolo, sempre a carbone che continuerà a tormentare le anime dei cittadini di Taranto con le annesse conseguenze sanitarie ed ambientali purtroppo già ben note al territorio.

 

 

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