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Ma chi parla dell'art 18?

art18--390x280di Valerio Ascenzi - Il dibattito sull'art. 18 della Legge 300 del 1970 è stato riacceso. No, non è stato Berlusconi, Brunetta o Sacconi. No. Berlusconi e i suoi lacchè provenienti dal socialismo craxiano, non c'entrano nulla oggi. È Matteo Renzi, con il suo stuolo di "innovatori" (virgolettato è d'obbligo, poiché è ironico). Renzi che prima si è travestito da Tony Blair, parlando di blairismo – roba vecchia di vent'anni – e ora si fa paragonare dai media a Margaret Thatcher. Ma non possiede neanche un'unghia né della lady di ferro, ne di Blair.
Nell'italietta del pallone, quella in cui siamo tutti allenatori e tutti costituzionalisti, è di moda parlare – a vanvera – di tutto e tutti. Per questo, da qualche tempo a questa parte, siamo tutti giuslavoristi. La cosa scandalosa è che se qualche anno fa, Sacconi o Brunetta avessero toccato (e in parte lo hanno già fatto!) l'art. 18 dello statuto dei lavoratori, saremmo saliti tutti sulle barricate. Inizialmente, le politiche pseudoliberiste di Renzi – totalberlusconiane – andavano anche bene agli elettori e militanti del Pd (quelli che hanno capito cosa dovrebbe essere il Pd, non quelli che pensano che sia la nuova Dc). Ma ora si sta toccando uno dei diritti acquisiti dei lavoratori: la tutela in caso di licenziamento se non vi è giusta causa.
Ma per comprendere questo argomento serve, non solo di aver letto la legge 300, ma di aver anche lavorato come lavoratore dipendente e aver preso ingiustamente qualche calcio nel sedere (dopo averlo restituito grazie alla tutela sindacale). Invece chi è che parla? Figli di papà, con scarpe da quattrocento euro ai piedi, liberi professionisti con studi avviati da generazioni. Tutti possono parlare del lavoro dipendente, tranne i dipendenti. Dovrebbe essere il contrario. Noi non veniamo a parlare delle vostre professioni, non alimentiamo contro di voi l'opinione pubblica. Ma dovremmo iniziare a farlo: tanto per iniziare se Renzi fosse realmente un liberale, dovrebbe iniziare a demolire gli ordini professionali alcune categorie di liberi professionisti fanno riferimento, con l'iscrizione ai quali acquisiscono privilegi.

La legge 20 maggio 1970, n. 300 "Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell'attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento", comunemente chiamata Statuto dei Lavoratori, è stata varata al termine di una lunga analisi del ventennio che l'ha preceduta. Gli anni del dopoguerra, non hanno segnato il boom economico. Almeno i primi dieci. La ripresa c'è stata dopo. Mentre la popolazione cercava di tirare su la testa, mentre il Paese veniva ricostruito con i fondi del piano Marshall – dovremmo per caso dire grazie agli Usa? – fin dai primi anni cinquanta iniziarono i primi fenomeni di migrazione interna, dovuti a quella che viene definita una prima crisi del lavoro agricolo. Che crearono una elevatissima disponibilità di manodopera a buon mercato: gli uomini, soprattutto, accettavano qualsiasi tipo di lavoro a qualsiasi condizione. Soprattutto nel Sud. Contemporaneamente nascevano nel Nord e nel Centro le prime industrie e si assisteva alla nascita della burocrazia della macchina amministrativa italiana.
Una quota rilevante di manodopera, oltre che nell'industria, si concentrò nell'edilizia, soprattutto nei grandi centri urbani del centro – nord. A tutela di questo settore fu varata la legge 1369 del 1960, che vietava l'appalto di manodopera e aggirava il fenomeno del caporalato. Si trattava di un fenomeno criminale, che consisteva nello sfruttamento della manodopera lavorativa, con metodi illegali. Il "caporale" era colui che alle prime luci dell'alba adescava manodopera giornaliera, di solito non specializzata, per impiegarla abusivamente ed illegalmente in diversi settori: soprattutto nel lavoro dei campi e nei cantieri edili abusivi. Evidentemente, i bamboccioni moderni, cresciuti al calduccio, che indossano abiti di marca (tanto anche quelli li realizzano in Cina ormai!) non hanno mai sentito un parente anziano, un nonno, fargli un racconto del genere. Nessuno di loro ha mai avuto l'occasione di sentir parlare qualcuno, anche in dialetto, che nei primi anni cinquanta e sessanta, veniva sfruttato come un animale dal "padrone" e dal "caporale". Al termine della giornata lavorativa, questi uomini venivano mandati a casa senza alcuna garanzia per il giorno dopo. La mattina seguente si ripresentavano dal caporale, che ricominciava da capo la selezione.
Vi era un forte e oggettivo contrasto tra lavoratori e datori di lavoro. Ovviamente a vantaggio dei secondi ai quali era consentito gestire con "agilità" i rapporti con il rispettivo personale, selezionandolo per l'assunzione e gestendolo poi con diretto ed incontestabile riferimento agli assolutamente discrezionali indirizzi aziendali. In parole povere: il datore di lavoro, faceva il bello e il cattivo tempo, assumeva e licenziava a suo piacimento, senza badare alle reali capacità produttive del lavoratore.
Non fu solo la sinistra, o gli analisti ad essa vicini, a giudicare iniqui i rapporti di lavoro. Una reazione contro questo "sistema" venne dall'intero mondo politico, da quelle aree intenzionate a lavorare per una società più giusta e più equa.

Chi si ostina oggi a dire che non siamo negli anni in cui venne varata la legge, dice bene. Ma infatti dal 1970 in poi per i lavoratori le cose sono andate meglio. È giusto: perché la legge è stata fatta per le discriminazioni messe in atto dai datori di lavoro anni prima.
La verità è che oggi siamo tornati a condizioni lavorative simili agli anni cinquanta. È ormai opinione collettiva che se le fabbriche non producono è colpa del lavoratore. Se le fabbriche non producono e non stanno al passo con i concorrenti è per assenza di investimenti finalizzati al miglioramento della produzione, ma prima per assenza di investimenti nei settori di ricerca.
Si vuol dare la colpa al "lavoratore" per comprimere sempre di più i salari, abbassarli sempre di più, credendo che così di risparmiare sul costo del lavoro. Ma la soluzione non è questa: si dovrebbero abbassare le tasse che lo stato mette sul lavoro. Si dovrebbe mettere in atto una concreta lotta al sommerso, che questo governo non vuole fare, per recuperare fondi da reinvestire sulla ricerca.
Siamo come negli anni cinquanta. Guardate cosa è accaduto a Pomigliano D'Arco agli stabilimenti Fiat. Ricordate la vicenda dei lavoratori licenziati perché aderenti alla Fiom? Sono stati reintegrati sul posto di lavoro. Ma, Marchionne, pur di non voler ammettere di aver infranto una legge dello Stato, li ha riassunti senza dar loro alcuna mansione.
Ci sentiamo dire: l'art. 18 va abolito, perché nei contenziosi tra lavoratore e datore di lavoro, troppo spesso vincono i lavoratori. Purtroppo esistono dei giudici, sia ordinari che del lavoro, che si occupano dei singoli casi. E se sono troppi i casi di reintegro è perché in Italia ci sono troppi casi di licenziamenti senza giusta causa, a volte senza causa alcuna.
Ma quel che questo governo, insieme a Forza Italia, vogliono, nella lotta all'abolizione delle tutele dei lavoratori è quello di togliere a tutti i costi "l'onere della prova che spetta al datore di lavoro". Ovvero: vogliono dare la possibilità ai datori di lavoro, di licenziare chicchessia, attribuendo qualsiasi colpa senza dover fornire le prove! Il prossimo passo quale sarà? Si prenderanno la libertà di accusare un uomo per omicidio, senza che gli inquirenti forniscano le prove?

L'art. 18 dello Statuto dei lavoratori fa riferimento alla legge 604 del 1966 1966 n. 604, che riguarda le norme sui licenziamenti individuali. Quindi è un articolo che rimanda ad un'altra legge. L'art. 18 spiega: che "l'art. 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, il giudice, con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento ai sensi dell'articolo 2 della legge predetta o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge stessa, ordina al datore di lavoro di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro".
L'art. 2 della stessa legge dice che:
1) il datore di lavoro, imprenditore o non imprenditore, deve comunicare per iscritto il licenziamento al prestatore di lavoro;
2) la comunicazione del licenziamento deve contenere la specificazione dei motivi che lo hanno determinato (!!!);
3) Il licenziamento intimato senza l'osservanza delle disposizioni di cui ai commi 1 e 2 è inefficace.
Comma 2: la comunicazione del licenziamento deve contenere la specificazione dei motivi che lo hanno determinato. E aggiungiamo che l'onere della prova è a carico del datore di lavoro, ma il dipendente ha diritto a difendersi! Come in qualsiasi altro ambito del diritto: la difesa è un diritto innegabile!
Cosa vogliamo ancora recriminare? Su cosa vogliamo parlare ancora? Dal presidente del consiglio all'ultimo figlio di papà che lo sostiene, riempendosi la bocca di liberalismo, nessuno di questi può permettersi di parlare di una tutela, di un diritto acquisti dai lavoratori attraverso lotte sindacali e sul posto di lavoro.
Per una conquista del genere, sono state umiliate persone, la loro dignità e le loro persone sono state infangate. Questi pargoletti con le mani vellutate che osano parlare a "membro canino" di una norma del genere, dovrebbero lavorare per due o tre mesi in una cooperativa di servizi, assunti come soci lavoratori e retribuiti a 5 euro lorde l'ora, per complessive 30 ore settimanali. Con questo stipendio dovrebbero pagare affitto e bollette e camparci una famiglia di 4 persone. Dopo tre mesi in una posizione del genere, dove le uniche tutele sono abbassare la testa e dire sissignore, ad ogni ordine che viene dall'alto (anche pulire un water se non ti tocca da contratto!), potremmo intervistare queste persone e chiedere loro cosa pensano del lavoro e dello Statuto dei Lavoratori. Ma finché svolgeranno un lavoro da libero professionista, ma non alle prime armi, bensì da figlio di papà, potranno sinceramente chiudere la loro boccuccia. Anche perché: si lavano la bocca con il liberismo, con la cultura liberista che dovrebbe entrare nel centrosinistra. L'unico che ha tentato di liberalizzare qualcosa è stato Bersani, mentre Renzi neanche riesce ad aprire la bocca sulla questione delle lobby e degli ordini professionali – sui quali interverremo in seguito.

Come tentò di fare Berlusconi, con i traditori del socialismo, Sacconi e Brunetta, anche Renzi tenta di dividere le classi di lavoratori. Come? Parlando di difesa ideologica dell'art. 18 e accusando i sindacati di non aver lottato per i precari.
Errato! Soprattutto per quel che riguarda la Cgil. Con Berlusconi, con Monti e anche contro lo stesso Renzi, Susanna Camusso ha chiesto tutele per i lavoratori precari, spiegando che non è togliendo quelle dei lavoratori dipendenti a tempo indeterminato che si riporta alla normalità la situazione.
I precari, sui social network rispondono al primo ministro chiedendogli di andar via, considerato che il suo non è neanche un ruolo tecnico – pur se costituzionalmente poteva esser nominato premier. Inoltre continuano sulla linea della Camusso, solo con parole molto più forti, che evitiamo di riportare. Ma il senso è sempre quello: rendere più debole alcune categorie di lavoratori, sarà un mal comune, ma non un mezzo gaudio.
L'attacco allo Statuto dei Lavoratori è roba vecchia. Nel 2000 ci fu un referendum per abolire le garanzie previste dall'art. 18 ai lavoratori delle aziende con più di 15 dipendenti. Votarono il 32% degli elettori e non fu raggiunto il quorum. Il si, non ebbe comunque la maggioranza dei voti validi: la popolazione sensibile al tema non voleva l'abolizione delle tutele. Nel 2003 svolse un referendum per estendere le garanzie previste dall'art. 18 ai lavoratori delle aziende con meno di 15 dipendenti. Votò il 25,50% degli elettori. Il quorum non venne raggiunto, ma il si raggiunse l'86,70% dei voti validi. Chi votò, voleva l'estensione della tutela.
Considerato ciò che è accaduto con gli ultimi referendum – quelli sul nucleare e quelli sull'acqua pubblica – perché quindi non tentare la via del referendum? Renzi però teme il voto popolare. La trovata degli 80 euro, è stata una bella trovata per le europee. Ma i sondaggi oggi già non confermano il dato delle europee.

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