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Emmanuel Chidi Namdi, nigeriano, assassinato perchè non abbassò la testa

Emmanuel e Chimiary 350 260di Nadeia De Gasperis - “Emmanuel Chidi Namdi, 36 anni, nigeriano è morto meno di sei mesi fa, non abbassò la testa dopo che il 39enne ultras della Fermana e simpatizzante di estrema destra Amedeo Mancini diede della scimmia a sua moglie. Emmanuel tornò indietro, ne nacque una rissa, lui batté la testa e morì in ospedale dopo diverse ore di coma.
Chimiary, la vedova di Emmanuel, è andata via da Fermo. Era arrivata scappando da Boko Haram, e nel viaggio verso l’Italia perse anche il bambino che aveva in grembo. Lo scorso novembre, la giunta regionale aveva preparato gli atti per conferirle il Picchio d’Oro, la massima onorificenza marchigiana. Alla fine non se n’è fatto “niente.”

 

Ne parliamo con Giuseppe Buondonno*

1. Tra chiacchiere, luoghi comuni e giustificazioni, mancate azioni e silenzi colpevoli, cosa resta di questa tragedia?

Resta un giovane profugo morto ammazzato, quando sembrava aver trovato una condizione di possibile serenità, dopo essere sfuggito a Boko Haram; resta una donna ancor più sola e disperata, dopo aver subito violenze e traumi di ogni genere; resta una città di provincia – con tradizioni progressiste e con importanti storie di solidarietà – molto divisa e, comunque, ferita. Divisa, in particolare, tra una parte che tende a rimuovere e minimizzare l’accaduto, preoccupata (con una certa provinciale irresponsabilità) più di difendere l’immagine che di capire veramente cosa accade in questo nostro tempo; e dall’altra un pezzo (purtroppo minoritario) di persone ed associazioni che sono decise a non dimenticare e a non rimuovere. Intanto perché la morte di Emmanuel non è stato un episodio isolato (ci sono stati altri fatti, diversi ma preoccupanti); poi perché ci rendiamo conto che, di fronte ad una campagna xenofoba nazionale ed internazionale ventennale, di fronte alla crisi profonda delle democrazie, gli “anticorpi” democratici tradizionali non reggono più e nessun posto è immune dal diffondersi di istinti razzisti. Per questo abbiamo dato vita ad un Comitato contro il razzismo, per la solidarietà e l’accoglienza, che si chiama proprio “5 Luglio”; perché pensiamo che il 5 luglio del 2016 debba essere uno spartiacque, per ricostruire, soprattutto tra i più giovani, una coscienza civile e solidale, una cultura consapevole della mondialità. Pensiamo che non si difenda la storia civile di una città nascondendo la polvere sotto il tappeto, ma guardando i problemi negli occhi; isolando i gruppetti violenti e razzisti, non chi li contrasta. E, insieme a noi è nato anche un Comitato degli studenti, che si chiama “Noisette” (come in Francia chiamano il “caffè macchiato), perché vogliono vivere in una società aperta e meticcia, hanno paura del razzismo, non delle differenze o dell’immigrazione.

2. Cosa risponderebbe a chi ha tentato di mettere sullo stesso piano Emmanuel Namdi e Amedeo Mancini, definendoli entrambi “vittime”?

Che c’è un morto e c’è un omicida. Quando la debolezza e l’emarginazione sociale (in questo caso anche piuttosto relative) si trasformano in violenza (verbale, culturale o fisica) contro chi è ancora più debole, non vi è giustificazione possibile. Mancini è, sicuramente, vittima di una sottocultura molto diffusa (alimentata, per esempio, in tante città, negli ambienti di alcune tifoserie calcistiche, spesso tollerate o, addirittura “coccolate”); questo è un pericolo sottovalutato, per incoscienza, per lo scarso livello della politica che, sempre più, si riduce ad amministrazione del consenso; ed è un pericolo che non si contrasta continuando, opportunisticamente, a far finta di niente. Non si aiutano i possibili futuri Mancini sottovalutando, con una sociologia d’accatto, la gravità di certi atteggiamenti o atti.

3. C’era il rischio di inimicarsi parte della popolazione o di fare cattiva pubblicità, parlando di “OMICIDIO RAZZISTA” ?

Inimicarsi, “cattiva pubblicità”? Capisco il senso della sua domanda e la mia risposta non è, ovviamente, in polemica con lei. Però mi chiedo: a cosa sono ridotte la nostra società e la politica, se ci si pone una domanda del genere? La politica dovrebbe avere, anche (direi soprattutto), una funzione formativa, contribuire a costruire una coscienza collettiva, non essere un mercato di consenso. Il conflitto culturale, il confronto – anche duro e deciso – delle idee è l’essenza delle democrazie e della vita di una polis. Poi, come altro dovremmo definire quell’omicidio? E’ avvenuto dopo un insulto razzista (“scimmia africana”), da parte di uno che (per ammissione dello stesso fratello) “tirava, per scherzo, le noccioline ai neri”. Come altro lo vogliamo definire? Cos’è un “razzista”? Un intellettuale, un ideologo? Ci sono anche quelli, certo, e sono, sicuramente, maggiormente responsabili per gli strumenti culturali di cui dispongono; ma il razzismo è anche fatto di comportamenti, di parole, di banalità e luoghi comuni che, se non vengono contrastati, divengono pericoloso “senso comune. Daniel Goldaghen ha scritto un testo fondamentale in cui spiega come la banalità razzista, la menzogna ripetuta, quella che lui chiama la “conversazione sociale” diviene una forza distruttiva. E si riferiva agli anni Trenta! Immaginiamo che potere abbia questo mercato della banalità nell’era di facebook; stiamo vedendo cosa succede in tante realtà europee? Abbiamo visto cosa è accaduto a Gorino? Ci rendiamo conto che siamo di fronte al rischio di uno sfarinamento della coscienza civile collettiva?

4. Pensa che su questa storia ci sia stato un colpo di spugna per sfumare i bordi e confondere i piani?

La richiesta di un patteggiamento è, sul piano giudiziario, una facoltà della difesa dell’imputato (su cui, tra l’altro, il Giudice deve ancora pronunciarsi); tra l’altro, l’aspetto giudiziario in sé non abbiamo mai voluto commentarlo; non ci compete e non penso che il problema principale sia l’entità della condanna. Certo è che l’assenza di un dibattimento lascerà sospese molte questioni. Anche per questo credo serva una battaglia culturale sugli aspetti di sostanza, non sui dettagli giudiziari. Certo continueremo anche a difendere la memoria di Emmanuel Chidi Nnamdi (perché, tra l’altro, lui non può più difendersi).

5. La deriva xenofoba che sta subendo il nostro Paese, la guerra tra poveri che ne segue, sono frutto di politiche sbagliate, di ignoranza, di ipocrisia, di cattiva informazione o cosa?

Di tutte queste cose insieme. L’aspetto più pericoloso è continuare a trattare i processi migratori con politiche di “emergenza”; continuare a parlare dei CIE, continuare a tenere in piedi i CAS, è l’esatto contrario di ciò che servirebbe. L’esperienza, anche nel nostro territorio, dimostra che accogliere in piccoli gruppi favorisce la costruzione di relazioni, di conoscenza reciproca, di socialità, la concreta garanzia dei diritti più elementari; le risposte “concentrazionarie”, invece, oltre alla disumanità delle condizioni, alimentano una percezione sbagliata del fenomeno migratorio.
Per non parlare della colpevole persistenza della Bossi-Fini, della follia di una legge che produce “clandestinità”, ma che, soprattutto, trasforma in reato una condizione oggettiva. All’origine di questa persistenza nell’errore c’è, a mio avviso, una ragione fondamentale (a cui ho già accennato): il regresso della politica a mercato del consenso, la ricerca di soluzioni “facili” e apparentemente “rassicuranti” che, in realtà, trasformano la paura sociale (alimentata e coltivata) in propaganda. Questa mutazione genetica delle democrazie fa sì che non si mettano in campo gli strumenti teorici e concreti perché i grandi temi del presente vengano affrontati in un’ottica strutturale e di prospettiva. Se ci pensa bene, in questo trentennio, anche i grandi conflitti geopolitici o religiosi e culturali, o i problemi economico-sociali sono stati affrontati con la stessa logica furbescamente miope. La crisi verticale del progetto europeo coincide, in larga misura, con quella delle democrazie contemporanee.

6. Quale deve essere il ruolo delle amministrazioni cittadine, nel gestire l’accoglienza dei migranti? Quale significato darebbe alla parola “accoglienza”?

In parte ho già risposto, ma voglio essere più chiaro. Perché, a differenza dei CAS, molti progetti SPRAR producono risultati assai migliori e garantiscono, da un lato, un livello di umanità e di tutela dei diritti; dall’altro una risposta sociale più consapevole? Perché lavorano con piccoli gruppi; perché investono sulla formazione, la qualità professionale e la motivazione umana e civile degli operatori; perché sono sotto la titolarità degli Enti locali e favoriscono, dunque, la loro prossimità ed il loro coinvolgimento; perché rispondono ad un controllo più stringente e rigoroso sia sul piano finanziario che della qualità; perché cercano di lavorare sulle persone, le loro storie, i loro progetti di vita e non su numeri anonimi e categorie stigmatiche. L’accoglienza non è una “concessione” benevola; è un dovere costituzionale legato all’universalità dei diritti, cui la nostra Carta ci richiama. Ma non è neanche solo questo. L’accoglienza è predisporre le società contemporanee ai caratteri aperti del mondo in cui le future generazioni vivranno, attrezzarle ad una umanità nuova in cui le persone e le differenze saranno una ricchezza.

7. Sul caso di Namdi e della sua compagna, da parte della stampa nazionale, c’è stato silenzio colpevole? Quanto pesa il ruolo dei media sul dilagare del razzismo e quanto quello dello Stato?

C’è stata, come spesso accade, una schizofrenia non casuale; si è passati dai riflettori al silenzio. Perché anche le notizie sono una merce e il rumore rende più dell’analisi; la concorrenza di internet mi sembra peggiori ulteriormente la situazione. Questo atteggiamento alimenta, più o meno volontariamente, la “zona grigia”, quel misto di allarme ingiustificato e “xenofastidio” che convive con l’indifferenza e la coltivazione di egoismi sociali e territoriali. Ci sono state eccezioni negative a livello locale e nazionale (che, di fatto hanno cavalcato un clima giustificazionista) e pochissime eccezioni positive, in particolare il manifesto che, anche di recente, è tornato sulla questione cercando, al contempo, di informare e di capire. Lei parla dello Stato, ma, intanto, gli Stati nazionali sono ormai poco più di un ricordo del secolo scorso; poi, le responsabilità sono prevalentemente dei governi che si sono succeduti (e che, vorrei ricordarlo, da anni non sono espressione di una volontà popolare), i quali, appunto, alimentano la logica emergenziale e non hanno strumenti, né legittimazione per garantire un salto di qualità.
Questa vicenda è, in qualche modo, paradigmatica del bisogno di ricostruire strumenti culturali capaci di affrontare i problemi facendo crescere il livello di consapevolezza collettiva. Stiamo affrontando un passaggio d’epoca navigando a vista. Questo dovrebbe preoccupare, ma già questa preoccupazione sembra essere una conquista difficile.

Giuseppe Buondonno, 54 anni, insegnante di Lettere al Liceo Artistico di Fermo; militante della sinistra dalla fine degli anni ’70. Uscito dal PD nel 2013, ha aderito a SEL e ai Comitati per Tsipras ed all’Associazione fermana “Casa comune”. Aderisce al Comitato “5 Luglio” Coordinamento per l’accoglienza e la solidarietà, contro il razzismo, la xenofobia ed ogni forma di discriminazione.
E’ stato Consigliere comunale a Fermo e Assessore alla Cultura in Provincia; è tra i fondatori dell’Istituto fermano per la Storia del Movimento di Liberazione.

 
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