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Oggi 8 marzo #noinonstiamozitte

8 MARZO 2021

La mortificazione del linguaggio non è violenza fisica ma è una morte civile

nonstozitta 370 min“Stai zitta” è il titolo di un libro di Michela Murgia, ma da qualche giorno si è trasformato in un hashtag, #iononstozitta”, appunto, scaturito da una conversazione tra la scrittrice e Raffaele Morelli, noto psichiatra, che intervistato dalla Murgia e incalzato su alcune frasi dal tono un po’ oscurantista l’ha ammonita con un irritante “stai zitta, fammi parlare”.

Qualcuno ha commentato l’accaduto chiosando che oggi affermare che tra uomini e donne esistono delle differenze ontologiche è vietato. Si viene presto redarguiti e tacciati di maschilismo, anche se a farlo è uno psichiatra di fama che ha scritto molti libri.
Io penso che sia doppiamente deplorevole che una caduta di stile di tale arroganza provenga proprio un uomo dotato di una “tale caratura culturale” che fa del suo lavoro divulgazione e, diciamolo pure, chiacchiera da salotto.

Se si è donna, in Italia si muore anche di linguaggio. A me è capitato di essere ospite con un mio libro a una rassegna letteraria. Quando mi hanno chiesto “chi è lo scrittore di oggi”? e ho risposto di essere io, ho ricevuto una fragorosa risata.
La scienziata Rita Levi Montalcini raccontò che a una conferenza dove lei era protagonista le chiesero chi fosse il marito, chi fosse insomma l’ospite d’onore che lei stava accompagnando. Lei rispose “sono io mio marito”. Una mia cara amica, laureata in ingegneria mi racconta che ogni volta che arriva su un cantiere le ridacchiano “l’ingegnera” schernendola con tono dispregiativo o almeno riduttivo del suo ruolo. Non entro nel merito delle polemiche che la direttrice di orchestra, ospite di Sanremo ha innescato, chiedendo di essere chiamata direttore e rivendicando con quella parola il suo ruolo. Ognuno si faccia chiamare come vuole, sebbene la Treccani, tomo della cultura italiana, inserisce le parole direttrice, scienziata, ecc. non come parole maschili declinate al femminile, non come neologismi, ma come parole coniate per essere pronunciate tali e quali nel gergo e nelle intenzioni.

La mortificazione del linguaggio non è violenza fisica ma è una morte civile, e non per questo fa meno male. È con le parole che ci precludono accesso a luoghi pubblici, ci fanno sparire dalle professioni, dai dibattiti e dalle notizie, ma di parole ingiuste si muore anche nella vita quotidiana, dove il pregiudizio che passa attraverso l’uso di un linguaggio mortifica la nostra possibilità di essere pienamente noi stesse. Per ogni disuguaglianza di diritti che le donne subiscono a causa del maschilismo esiste un impianto verbale che lo sostiene e lo giustifica. Accade ogni volta che rifiutano di chiamarvi avvocata, sindaca o architetta perché altrimenti «dovremmo dire anche farmacisto». Succede quando fate un bel lavoro, ma vi chiedono prima “sei anche mamma?, che brava!”. Quando siete le uniche di cui non si pronuncia mai il cognome, se non con un articolo determinativo davanti. Quando solo a voi danno del tu. Quando si mettono a spiegarvi qualcosa che sapete già perfettamente, quando vi dicono di calmarvi, di farvi una risata, di fare più sesso, di smetterla di spaventare gli uomini con le vostre opinioni, di sorridere piuttosto, e soprattutto di star zitta.

Esiste così un legame mortificante tra le ingiustizie che ogni giorno subiamo e le parole che vorrebbero parlare di noi.
Allora oggi, noi donne della redazione, ci mettiamo la faccia, ci facciamo conoscere per le nostre intenzioni, quelle sì, declinate al femminile, con la sensibilità, la determinazione, la cura dell’altro, la premura del linguaggio che ci rappresentano e con un video, annunciamo il nostro prossimo lavoro, la diretta dedicata alle donne in pandemia. Cercheremo di capire con le nostre ospiti come e quanto l’emergenza sanitaria abbia inasprito le disuguaglianze. Tra le persone vittime di discriminazioni le donne sono state tra le più colpite, nel lavoro, dal punto di vista economico, in famiglia, dove hanno dovuto fare rinuncia per accudire i figli, le prime a perdere il lavoro, e tutto questo perché esisteva, ancor prima del covid-19, una crisi strutturale dell’occupazione femminile, concettuale, sociale, economica e sanitaria.
In certi contesti anglofoni è stata addirittura coniata la parola Shecession, unione di “she” e “recession”, per indicare come siano state le donne ad averne subito (e a subirne tuttora) in modo prevalente gli effetti sociali ed economici. Ma la shecession sembra essere un problema globale. Se è vero che i settori più colpiti dalla pandemia sono stati quelli più “frequentati” dalle donne, è vero anche che la tipologia di contratto destinati alle donne ha influito pesantemente su chi ha perso il lavoro e chi no.
Dovrà necessariamente esserci un cambio di paradigma per superare la segregazione settoriale del lavoro, troppi settori sono ancora preclusi alle donne e in tempo di crisi, qualunque sia la sua genesi, le donne pagano il peso maggiore. Il cambio di paradigma, dunque, mette accanto alla necessità di una maggiore occupazione femminile e alle politiche attive sul lavoro un cambiamento culturale, per esempio nell’accesso delle donne alle discipline scientiche, cosiddette STEM (scienze, tecnologia, ingegneria, matematica). Nonostante le numerose eccellenze nel mondo scientifico, il covid ci ha dato esempio della loro presenza e del loro valore, non c’è quella parità che solo politiche di orientamento allo studio potrebbero iniziare a risolvere. Non dovremmo più sentire frasi del tipo “ha isolato per prima il covid ed è perfino donna!”
La pandemia sta inasprendo disuguaglianze preesistenti e rischia di vanificare, almeno in parte, i passi avanti degli ultimi decenni sul fronte della parità di genere.
Ne parleremo nella diretta “donne in pandemia” di venerdì 12 marzo con le nostre ospiti alle ore 17. Vi aspettiamo.
Buon 8 marzo a tutte le nostre lettrici e a tutti i nostri lettori che camminano accanto a loro per i diritti di tutte e tutti.

Pubblicato in Cime Tempestose
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