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La Turchia non può e non deve entrare nella UE

 LOTTE E MOVIMENTI

È urgente una presa di posizione non equivoca nei confronti della Turchia

di Nadeia De Gasperis
violence against women it 390 minSono trascorsi pochi giorni dalla decisione di Erdogan, sotto l’egida della fazione più conservatrice del Paese, di uscire dalla Convenzione di Istanbul, che aveva visto la Turchia proprio tra i suoi primi firmatari nel 2011.

Fin dal 2014, quando la Convenzione è diventata operativa, i gruppi conservatori turchi ne hanno contrasto l’applicazione, sostenendo che indeboliva la famiglia, incrementava i divorzi e favoriva le rivendicazioni della comunità LGBT (Lesbian, Gay, Bisexual, Transgender).
Il presidente turco Erdogan, lo scorso 20 marzo, ha motivato l’uscita dalla Convenzione di Istanbul sostenendo che le autorità turche e le leggi nazionali fossero sufficienti a garantire la protezione delle donne.

Secondo le statistiche pubblicate dall’organizzazione Fermeremo i femminicidi, in Turchia ci sono stati 300 femminicidi nel 2020, mentre altre 171 donne sono state trovate morte in circostanze sospette. Alcuni di questi casi sono stati classificati come suicidi.
Ricordo che soltanto durante il lockdown delle prime fasi della pandemia, si registravano in Turchia 21 femminicidi in tre settimane.
La campagna antiviolenza, condotta dalle donne e dagli uomini turchi, si prefiggeva di portare il regime turco all’Aja per femminicidio, genocidio e crimini di genere. In una Intervista a Melike Yasar, portavoce del comitato per le relazioni internazionali del Movimento delle donne curde in Europa, sosteneva: «In Turchia e nelle regioni occupate dallo Stato turco le donne sono rapite, stuprate, vendute, rese oggetto e spinte verso ruoli di genere conservatori, soffocate dalla società patriarcale»

Intorno alla questione dei femminicidi e delle violenze è nata l’associazione 100 ragioni per perseguire il dittatore che propone non solo rendere noti i crimini contro le donne e le politiche femminicide, ma anche contro gli attacchi alla cultura e l’identità di un popolo.

Ma come guarda il resto del mondo alla questione turca?

I rapporti della Turchia con la Nato, con alti e bassi, sono complessi e basati su convergenze e divergenze di ordine geopolitico, e non si fondano su una condivisione, neanche formale, di principi e di valori.
Il nostro presidente del consiglio, Mario Draghi, riprendendo le parole di condanna del Presidente USA Biden, al mancato rispetto del trattato di Istanbul, ha condannato la decisione della Turchia stigmatizzandolo come un “grave passo indietro” e sottolineando il fatto che un Paese democratico come il nostro non possa condividere certi valori, poi correggendosi, “certi disvalori”.

Ma ora i riflettori sulla Turchia si spegneranno di nuovo, come è accaduto ogni volta che una decisione politica eclatante ha indignato per un po’ la comunità internazionale per poi tornare nell’oblio.
Anche La Corte costituzionale bulgara nel 2018 ha addirittura definito la Convenzione di Istanbul incostituzionale perché rendeva meno chiara la distinzione fra uomo e donna. Dunque anche all’interno della stessa comunità europea, la situazione è tutt’altro che scontata.
Non basta condannare il singolo fatto, la violenza sulle donne e la discriminazione delle diversità sono tra questioni senz’altro più attuali, gravi, universali e imprescindibili di politiche democratiche, ma la Turchia vìola costantemente i diritti umani, lo ha fatto ai tempi di Gezi Park, simbolo della ribellione pacifica delle donne e degli uomini, che veniva repressa alla luce del sole con la forza. Idranti puntati sulle donne, giovani o anziane che fossero, li ricordiamo tutti.

La Giunta delle Camere Penali Italiane, insieme agli Osservatori Europa e Pari Opportunità, si unisce alla protesta di tutte le donne e le giuriste d’Europa, nonché e a tutti coloro che ricoprono ruoli di rilievo nelle Istituzioni nazionali ed europee affinché promuovano concrete iniziative per evitare un arretramento nella conquista dei diritti e nella difesa degli stessi. Borrell, l'Alto rappresentante per gli esteri e la sicurezza, sembra descrivere nel suo discorso un universo parallelo, soprattutto rispetto a quello descritto dalla cronaca. Il suo è stato un approccio molto pragmatico tutto basato su relazioni commerciali e contenimento dei flussi migratori. La direzione è quella dell'apertura alla Turchia, sia pur cauta.

In Italia, insieme alle colleghe di altre province, la consigliera di parità della Provincia di Rimini, Adriana Ventura, ha scritto una lettera al premier Mario Draghi, alla luce dell’uscita della Turchia dalla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul del 2011). Una lettera in cui viene chiesto «al Consiglio d’Europa e alla UE di sospendere la procedura di accesso della Turchia nell’Unione Europea, condizionando da qui in avanti ogni relazione nei confronti del governo turco alla garanzia del rispetto dei diritti umani nei quali ricadono il diritto alla salute e alla vita delle donne».

Ritengo dunque che le parole di Draghi, e di qualsiasi altro Paese voglia dirsi democratico, con politiche in difesa dei diritti umani, siano del tutto insufficienti. È urgente una presa di posizione non equivoca nei confronti di un Paese che lede costantemente i diritti e la libertà delle donne e di tutti i suoi cittadini.

 

 

 

 

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