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No allo sfruttamento sessuale delle Donne e delle Bambine

  • Scritto da  Associazioni femministe e femminili

Prostitute minorenni 460 minMANIFESTO CONTRO LO SFRUTTAMENTO SESSUALE DELLE DONNE E DELLE BAMBINE

Ai partiti, ai movimenti politici, alle donne

La lotta alle schiavitù antiche e nuove è la frontiera mondiale alla quale tutti i paesi di democrazia avanzata, come l’Italia, devono dare il loro contributo.
Vere e proprie piaghe che colpiscono donne, bambini e uomini di tutte le età, permangono in modo manifesto o strisciante anche nel nostro paese a causa di interessi criminali ma anche di usi e comportamenti, a vario titolo, tollerati nel tessuto politico e sociale.

Una delle forme di schiavizzazione sostanziale più immutate nel tempo è quella della prostituzione femminile che, ormai è evidente a tutti, si incrocia da una parte con la tratta di esseri umani e dall’altra con una realtà di violenze psicologiche, economiche e sessuali esercitate sulle donne in quanto donne. La risoluzione europea Honeyball del 2014 sulla prostituzione, approvata in seguito alla lettura di dettagliate ricerche e alla pubblicazione di un vero e proprio rapporto/denuncia sulla dimensione spaventosa in fatto di numeri, volume di utili e modalità di reclutamento (dalla ricerca è risultato che l’esercizio della prostituzione nel 90% dei casi consegue a stupri e vessazioni), nel nostro paese non ha prodotto significative prese di coscienza nella maggioranza dei responsabili politici.
Nonostante la consapevolezza comune del fatto che una parte dell’emergenza umanitaria in Europa (di cui i viaggi della disperazione migrante sono segno tangibile) è generata e mossa dalla richiesta di un mercato che usa la prostituzione come fine e come mezzo di profitti illeciti, c’è una parte della politica che affronta l’ampia tematica delle schiavitù sessuali approcciando unicamente la prostituzione nel suo aspetto commerciale, ovvero in quello che appare come apparente libera transazione di denaro tra cliente e prostituta.

Fin dall’approvazione della legge Merlin l’Italia ha inscritto nella democrazia il principio dell’inalienabile diritto delle cittadine a disporre della propria libertà abbattendo il principio dell’utilità pubblica del corpo delle donne come “palestra” della virilità intesa come esercizio unilaterale, e non relazionale, nell’accoppiamento sessuale. Fu la stessa legge a suggerire un ripensamento sulle relazioni tra uomini e donne imponendo la chiusura dei bordelli, luoghi dove la violenza sulle donne veniva considerata fisiologica, dove si incarnava quel principio (che il femminismo anni 70 avrebbe abbattuto) della divisione della identità femminile tra la casa, la cura dei figli gratuita e la sessualità mercificata, con lo slogan rivoluzionario: "Né puttane né madonne solo donne".
La legge Merlin, come indicazione di politiche e azioni di governo, finora in gran parte disattese, è perfettamente integrabile nelle direttive della Risoluzione del 2014, e in qualche modo pone il nostro paese in una posizione privilegiata nella lotta alla schiavitù sessuale. La legge Merlin non ha mai messo fuori legge le prostitute, ha messo fuori legge lo sfruttamento e la regolamentazione della prostituzione da parte di uno stato.

La Risoluzione Honeyball, ha statuito sulla prostituzione un principio di civiltà in linea con la convenzione di Istanbul, "riconosce che la prostituzione, la prostituzione forzata e lo sfruttamento sessuale sono questioni altamente legate al genere, nonché violazioni della dignità umana, contrari ai principi dei diritti umani, tra cui la parità di genere, e pertanto in contrasto con i principi della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, compresi l'obiettivo e il principio della parità di genere"; ovvero che la prostituzione rientra nelle modalità di fare violenza, opprimere le donne e relegare ad un ruolo subalterno e come tale essa è forma di femminicidio. La Risoluzione inoltre: " è del parere che considerare la prostituzione un «lavoro sessuale» legale, depenalizzare l'industria del sesso in generale e rendere legale lo sfruttamento della prostituzione, non sia una soluzione per proteggere donne e ragazze minorenni vulnerabili dalla violenza e dallo sfruttamento, ma che sortisca l'effetto contrario esponendole al pericolo di subire un livello più elevato di violenza, promuovendo al contempo i mercati della prostituzione e, di conseguenza, accrescendo il numero di donne e ragazze minorenni oggetto di abusi".

Nonostante l'importanza delle sue statuizioni questa Risoluzione rimane massimamente non recepita, non conosciuta e non diffusa, anzi addirittura confutata da nostri parlamentari cha auspicano l’inclusione del sex work tra le attività lecitamente svolte ( vedi varie proposte di legge giacenti), in contrasto con normative più rispettose della dignità delle donne come da ultima quella della legge francese, esempio virtuoso ed ultimo (2016) di una nazione che ha saputo affermare con forza e senza se e ma che la prostituzione è una forma di violenza contro tutte le donne.
Tenendo invece conto che grazie al clima creatosi intorno agli orrori generati dalla tratta e dello sfruttamento sessuale molti paesi Europei hanno riaperto la prospettiva del contrasto alla schiavitù sessuale e alla prostituzione, riconoscendo in quelle non solo una grave violazione dei diritti umani ma anche il mezzo per l’esercizio di altri traffici illeciti, non ultimo quello delle droghe pesanti. Parliamo di paesi nei quali la prostituzione è stata regolamentata, la Germania per esempio, e dove il ripensamento ha origine nella constatazione da parte degli stessi organi di controllo dello stato (polizia e pubblici ministeri) del fallimento di un modello. Questo modello messo in piedi nel 2002 doveva garantire il discrimen utopico tra prostituzione liberamente scelta e prostituzione trafficata dalla criminalità. Non è stato così: il discrimen è saltato e sotto il consenso liberamente dato si è nascosto il ricatto, il sequestro, le minacce dei criminali, trasformati da sfruttatori in imprenditori, essendo stato offerto loro un canale legale per veicolare altri traffici illeciti che necessitano di manovalanza e di clientela.

La tolleranza, anche politica e qualche volta al servizio di politici, verso la mala applicazione della Merlin e l’inapplicazione della Honeyball è il terreno di coltura di un’oppressione incombente su tutte le cittadine, che singolarmente e per le proprie figlie e figli vedono la riproposizione reiterata di ruoli sessuali gerarchizzati per genere e che imputano alla semplice clandestinità “del mestiere più antico del mondo” i guasti della violenza insita nel rapporto mercificato tra uomini e donne ed indicano come unico obiettivo l’ordine legale e il decoro cittadino.
Tutta la materia che afferisce alla difesa dei diritti delle donne è in gran parte condizionata dalla tolleranza fattuale di tutta la fenomenologia che viene designata col termine “prostituzione”, e in gran parte a questa tolleranza contribuisce l’aver creato ad arte una netta separazione tra vittime di violenza maschile e vittime della tratta. La convenzione di Istanbul riguarda tutte le donne del pianeta e a maggior ragione le vittime non solo dello stupro “iniziatico”, ma dello stupro sistematico e quotidiano dei clienti, che arricchisce gli sfruttatori. Questa separazione tra vittime, sicuramente strumentale e ingiustificabile, si basa sulla falsa vulgata di un mercato tendenzialmente misto: va detto chiaramente che le prostitute donne e adolescenti donne sono più dell’80% tra tutti coloro che vengono mercificati.
In questa, che è una disputa sui diritti umani e civili delle donne, viene spesso chiamata in causa la libertà sessuale delle donne, e non abbiamo dubbi che la politica che vuole la riapertura delle case di tolleranza sarà propensa, come non è altrimenti, a prestare ascolto a una parte del movimento delle donne che parla in difesa della libertà di prostituirsi. Ma il movimento femminista ha difeso il diritto della singola in nome del diritto di tutte, quindi anche quelli delle vittime di tratta, che solo attraverso una chiara impostazione ed estensione della legislazione a tutta la sfera della Convenzione di Istanbul, può essere rivendicata come diritto universale.
Le donne hanno sì guadagnato la loro libertà sessuale, ma non al servizio del patriarcato. Patriarcato e diritti delle donne sono un ossimoro evidente. Libertà e patriarcato sono altrettanto un ossimoro ed altrettanto un inganno voluto.
Viene usata la parola “emersione” come chiave impropria (tratta dal contesto commerciale dell'evasione fiscale) del meccanismo che dovrebbe sconfiggere la schiavitù nel mercato sessuale, restituendo libertà alle vittime in un contesto di legalizzazione dello sfruttamento della prostituzione.

Dobbiamo ancora lamentare che le retate “antiprostituzione” si risolvano spesso solo con l’espulsione di quelle che vengono chiamate clandestine, che dovrebbero in quanto vittime essere tutelate. Una palese digressione dalle garanzie previste dalla Merlin e una lesione dei principi delle convenzioni Internazionali, che non puniscono ma proteggono le donne.
I dati sulle attuali contraddizioni dell'inserimento della prostituzione nel lavoro di mercato (attraverso le varie misure: la legalizzazione/ regolamentazione /depenalizzazione) ci dicono che:

- la prostituzione come servizio sessuale, implica l'equiparazione del lavoro sessuale ad ogni altro tipo di lavoro, ma ciò non è vero perché è un lavoro vietato ai minorenni e ciò impedisce alla pari di altri lavori che possa figurare nell'orientamento professionale ad opera delle scuole, nel progetto di alternanza lavoro, e nei tirocini formativi, ecc. ecc.

-la prostituzione delegittima la parità di trattamento uomo donna nel lavoro (e si mette fuori da ogni legge prevista a riguardo), sancendo nel lavoro sessuale la evidente disparità di posizioni di potere uomo/donna senza accesso ad ascensori sociali o a inversioni di ruolo: la prostituzione al 90% ( dati internazionali e mondiali su prostituzione) è femminile mentre al 95% i clienti sono maschi (anche della residuale prostituzione maschile);

- la prostituzione legittima la presenza di zone franche nella violenza contro le donne perché le violenze sessuali, fisiche e psicologiche perpetrate dai clienti in questo ambito (e considerate da ricerche europee maggiorate dal 30 al 50% in più delle violenze attribuite all'ambito domestico) saranno addebitati ad inconvenienti del mestiere, ed il femminicidio sarà di categoria B (anch'esso rubricato come incidente di percorso) rispetto agli altri. In più sconvolgenti sono i dati diffusi in Germania sulla violenza in questa professione che parlano di 87% di violenze fisiche sulle prostitute a parte di clienti, di 59% di violenze sessuali, e 82% di violenza psicologica. (BMFSFJ

- Federal Government (2007), Health, Well-Being and Personal Safety of Women in Germany: A Representative Study of Violence against Women in Germany);

- la prostituzione nasconde la tratta e lo sfruttamento sessuale di donne e minori dietro le forme imprenditoriali (House, holding, centri messaggi ecc.) che stanno prendendo piede e che sconfiggono, come avvenuto per altri settori, le singole imprese individuali, impegnando anche centinaia di donne autonome lavoratrici, paganti un affitto in proprio. Il dato oggettivo è che la prostituzione è l'oggetto più cospicuo del traffico di esseri umani (il 59%) e che dentro questa fetta di tratta a scopo sessuale troviamo il 97% di donne e bambine, (UNODOC (United Nations Office on Drugs and Crime, 2014) Global Report on Trafficking in Persons, New York. pag. 36);

-la prostituzione e la sua legalizzazione costringe la Germania (il più grande bordello europeo) a fare marcia indietro e ad interrogarsi sulle sue scelte. I pubblici ministeri e la polizia alzano le mani: non è possibile più distinguere donne costrette/trafficate, da donne che liberamente scelgono la prostituzione (stimate insieme ai maschi ed ai trans in un 15% della prostituzione complessiva) come lavoro (sex work) perché generalmente sono sotto ricatto dei trafficanti, il cui ruolo è fornire la materia prima al mercato in espansione della prostituzione costituita dalla esigente e pressante domanda della clientela (al 95% maschile) "The national statistics showed a decrease of almost 25% in the number of victims of trafficking for sexual exploitation identified between 2002 and 2010. Law enforcement authorities repeatedly highlighted that the offences related to trafficking for sexual exploitation are difficult to prove, relying mostly on the statements of the victims. The withdrawal of victims' statements occurs often, making it very difficult or even impossible to monitor the human trafficking offences" (Schulze, E. et al. (2014) Sexual exploitation and prostitution and its impact on gender equality, Policy Department C: Citizens' Rights and Constitutional Affairs, European Union, Brussels (pag.44);

- la prostituzione e la sua depenalizzazione in Nuova Zelanda (modello che viene promosso dai sostenitori dell’industria del sesso) protegge tutti coloro che fanno profitti nell'industria ovvero proprietari di bordello o agenzie di escort, ma non per questo protegge le donne prostituite. Il movimento internazionale delle sopravvissute all’industria del sesso, (che comprende associazioni come SPACE international, Sex Trafficking survivors united e molte altre) e attiviste femministe abolizioniste che sostengono il Modello Nordico denunciano invece come la depenalizzazione totale dell’industria del sesso strappi via ogni forma di autodeterminazione e di potere dalle mani delle donne per dare questo potere ai papponi che si trovano ad essere uomini di affari, manager legittimati a sfruttare impuniti allo stesso tempo donne che hanno scelto l’industria del sesso e vittime di tratta, che diventano così invisibili in un sistema che normalizza la prostituzione come ‘lavoro’. Da tempo ricercatori e donne che sono state o si trovano ancora oggi nei bordelli della Nuova Zelanda denunciano come la Prostitution Reform Act del 2003 non abbia eliminato né lo stigma, né tanto meno la violenza esercitata da sfruttatori e clienti, né abbia migliorato le condizioni di vita delle persone prostituite, ma abbia invece normalizzato lo sfruttamento che sono costrette a subire.

Come cittadine e femministe dichiariamo il nostro interesse prioritario a votare i partiti, gli uomini e donne che li rappresentano, solo se dalle loro risposte ALLE NOSTRE DOMANDE si evincerà che:

- vogliono lavorare nel solco di Lina Merlin contro regolamentazione/depenalizzazione della prostituzione;

- condividono la convenzione di Istanbul contro ogni forma di violenza sulle donne e la risoluzione Honeyball per l'abolizione della prostituzione e l'affermazione del modello nordico/francese: penalizzazione della domanda, ovvero dei clienti, e alternative di uscita per le persone prostituite che lo richiedono.

- si impegnano a sostenere le politiche per il lavoro e l'autonomia delle donne, la parità salariale/reddituale la conciliazione dei tempi, presenza delle donne nei luoghi decisionali e della politica, abbattere in ogni modo il gender gap considerando che uno dei fattori d'ingresso nella prostituzione è la sempre crescente povertà femminile come messo in evidenza di recente dall'Unione Europea

http://www.europarl.europa.eu/news/it/press-room/20130308IPR06303/la-poverta-ha-un-volto-femminile-crisi-economica-colpisce-maggiormente-le-donne

Stefania Cantatore, Udi Napoli,
Elvira Reale, Annamaria Raimondi, Associazione Salute Donna
Rosa di Matteo, Clara Pappalardo, Arcidonna Napoli Onlus
Associazione Resistenza Femminista
Esohe Aghatise, Associazione Iroko Onlus

 

Manifesto inviato da Fiorenza Taricone che ad esso ha aderito

29, gennaio 2018

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