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Voto e democrazia paritaria

la marcia delle donne in politica 350 260 mindi Fiorenza Taricone - Qualche buona ragione per la democrazia paritaria
In vista del nuovo governo che prima o poi si farà, entrambi le coalizioni e i partiti vincitori di certo non hanno messo ai primi posti le questioni di genere e la democrazia paritaria. In particolare le donne della Lega, come scrive Manuela Manera, linguista, del Comitato "Se non ora quando" di Torino, in un recente articolo su «Noi Donne» sicuramente non si faranno carico di questioni femminili in quanto tali.
Riprendendo a sua volta uno scritto recente di Flavia Perina, che nel ricordare la maggiore incidenza numerica nella prossima legislatura, si sofferma anche sulla convinzione che per la Lega le donne non sono un genere o un sesso titolare di particolari diritti e specifici diritti, ma heimat, patria, focolare e radice della comunità.
Manuela Manera trae quindi le giuste conclusioni che la negazione delle differenze di genere porta a un agire politico e giuridico che non tiene in considerazione le specificità; inoltre, che l’essere heimat non le fa agire in uno spazio pubblico, ma privato, come garanti della comunità, del focolare, all’interno di una visione che riporta alla mente le tipologie fasciste sulle donne.

La realtà però ha anche una sua crudezza per fortuna, e la chiusura dell’articolo della Perina riporta anche le risposte alla domanda rivolta alle esponenti vittoriose della Lega: “ma davvero senza quote tu avresti avuto un capolista, un collegio, un’opportunità?” Le più oneste hanno risposto che senza di esse in lista ci sarebbero stati solo uomini. Una bella contraddizione, considerato anche le donne leghiste ritengono di avere alle spalle una gavetta molto dura, quindi di aver superato una selezione, che l’Italia non è un paese particolarmente sessista, e che sono sufficienti le capacità per farcela. Naturalmente, il linguaggio al femminile è aborrito, con buona pace anche delle esternazioni dell’Accademia della Crusca. Manuela Manera si domanda in conclusione se si è veramente consapevoli di negare quelle stesse pratiche antidiscriminatorie che hanno garantito la presenza in Parlamento. Poste queste premesse al futuro ingresso delle numerose leghiste in Parlamento, ritorna pressante anche l’interrogativo su come sarà interpretata e difesa la democrazia paritaria, perché se hanno negato la necessità delle quote, figuriamoci delle quote di democrazia pari al 50 e 50.

Una rapida riflessione allora su qualche buona ragione per non demordere sulla conquista di una democrazia paritaria. La prima è sicuramente il rispetto verso se stesse, e il proprio genere. La politica, la giurisprudenza, la teologia e le scienze esatte sono state quelle sfere della conoscenza proibite per prime e per millenni alle donne, in quanto genere. Fin dalle civiltà greco-romane, le donne sono state ricomprese all’interno di entità collettive come la famiglia e quindi non soggetti autonomi, oppure considerate come individualità temporanee, coloro che esistevano per dare vita a qualcun altro. Hanno fatto parte di comunità politiche dai primordi, ma senza cittadinanza piena e diritto di rappresentanza e addirittura regine senza titoli di sovranità. Contro tutto questo, tante donne hanno lottato, per secoli e disconoscerle non è né utile, né dignitoso. Quindi, se la politica deve essere riformata, la fedeltà a una scala di valori va tenuta presente.

La seconda buona ragione è l’inversione di rotta della globalizzazione, che se è stata finora poco friendly con il genere femminile, ha avuto però anche un grande merito: mostrare impietosamente il collante di una realtà mondiale caratterizzata sì da grosse differenze, ma trasversale. Uno sguardo d’insieme mostra l’esigenza di un cambiamento globale della politica, di cui le donne stesse hanno posto le premesse, in tempi recenti, con l’eco femminismo, con l’attenzione alla qualità della vita e alle risorse alimentari.

La terza buona ragione è nell’opposto della globalizzazione, cioè nella cosiddetta glocalizzazione. La dimensione della territorialità, l’altra faccia della globalizzazione, corrisponde a quella sfera del buon governo nella quale le donne si sono sempre positivamente confrontate.
La democrazia paritaria può costruire un legame intergenerazionale. Le meno giovani, le giovani e le giovanissime sono tutte interessate a una buona democrazia paritaria perché le età delle donne sono diventate mobili, intersecate fra loro, per motivi diversi: l’allungamento della vita, le maternità in tempi non più correlati all’età, l’entrata e l’uscita dal mondo del lavoro che può voler dire entrarci tardi, o uscire e rientrare, o prolungare il tempo lavorativo. Costruire un vocabolario intergenerazionale che faccia parte della politica, a partire da esigenze comuni, può essere un anello importante di congiunzione; esiste infatti oggi, fra le tante contraddizioni, quella di costruire una trasversalità politica femminile, in assenza delle ideologie; in altre parole, quello che è riuscito più facilmente alle donne della Costituente repubblicana nel ’46, fortemente ideologizzate, riesce invece più faticoso negli anni che si dicono privi di barriere ideologiche.

L’esercizio della cittadinanza non si collega solo alla parità numerica, ma alla qualità della rappresentanza femminile, legata a sua volta al livello culturale. Oggi, la cultura politica femminile deve fare i conti con la scarsa alfabetizzazione di genere, l’impreparazione ai meccanismi e al lessico della politica, fondamentali per fare fronte alle nuove generazioni per le quali la politica tutta è screditata.

La proposta pratica è quindi fare pressione per un nuovo disegno delle politiche di pari opportunità; la filiera è attualmente impoverita, con il recente ridimensionamento delle figure di Consigliere di parità; è indispensabile che si sciolgano due nodi fondamentali: il coordinamento con le forze vive femminili di questo Paese, per non apprendere che quattro delle regioni del su italiane hanno un tasso di occupazione femminile lontanissimo dalla media europea; in secondo luogo, che in nome del mainstreaming, si approfondisca e si delinei una riforma dei contenuti scolastici; se vogliamo costruire un ponte con le nuove generazioni e un diverso futuro politico, vanno inserite nei programmi almeno le seguenti materie d’insegnamento: Storia delle relazioni fra i generi-Educazione all’affettività- Educazione alla cittadinanza- Eco-ambiente-Integrazione europea. Magari togliendo ogni accenno al genere, neutralizzandolo, sarebbero d’accordo anche le leghiste e molte delle candidate penta stellate.

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