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  • 8 marzo sciopero internazionale

Anna Maria Mozzoni e il libero pensiero

Anna Maria Mozzoni 350 mindi Fiorenza Taricone - Mi fa piacere, ma è anche un dovere, aprire il nuovo anno con l’articolo dedicato a una grande figura che le nuove generazioni non hanno modo di apprezzare e conoscere nei libri di storia, scolastici e non. Cento anni fa, tondi tondi, moriva al Policlinico di Roma Anna Maria Mozzoni, alla quale, certo, spendersi per il progresso della condizione femminile non ha riempito le tasche. Si spegne, infatti, nel 1920 dopo aver lottato una vita, pressoché povera e anche presto dimenticata, visto che il fascismo è alle porte. Una delle poche consolazioni fu per lei, spirito indipendente, non assistere allo spegnimento progressivo delle libertà fondamentali per ogni essere umano, cui il movimento fascista, presto diventato regime, mette mano nel 1926 con le leggi ‘fascistissime’. Marianna per l’anagrafe nasce nella provincia lombarda nel 1837, da una famiglia colta, nobile per parte di madre e molto vicina alla cultura francese. Il padre, infatti, era studioso di fisica e la madre Delfina Piantanida dei Marchesi di Cuggiono, fu, secondo Anna Maria, colei “che l’educò al libero pensiero”. Buona parte della sua educazione fu quindi autodidatta grazie alle aperture familiari che evidentemente condividevano un’esigenza formativa anche per le ragazze, convinzione all’epoca piuttosto rara. La biblioteca di famiglia era del resto più che fornita. La sua discendente, Etta Mozzoni, di cui mi onoro di essere amica, ricorda con chiarezza le influenze culturali che segnano la crescita di Anna Maria.

La data di nascita e la stessa terra natale, la Lombardia, sono indicative della sua personalità e attività futura. Nel 1820, quando aveva diciassette anni, avevano avuto inizio i primi moti carbonari per la futura unità di quell’Italia cui lei rimprovererà aspramente di non essere diventata una madre patria, ma una matrigna per le donne, ignorandone i diritti e i sacrifici. La Lombardia era quella provincia dell’Impero asburgico cui le riforme dell’Imperatrice Maria Teresa, nel ‘700, avevano molto contribuito a cambiare volto, con la riforma del catasto, l’istruzione elementare impartita teoricamente anche dalle maestre, la razionalizzazione dell’agricoltura, un minimo diritto di voto per le donne possidenti che sceglievano i propri amministratori. L’italianità fu dunque per la Mozzoni una scelta in parte dolorosa perché l’impero asburgico aveva avuto dei meriti, mentre l’unità significò per le donne del Lombardo Veneto un parziale regresso.

A soli diciotto anni, Anna Maria Mozzoni scrisse il dramma La masque de fer, in lingua francese, pubblicato a Milano. Il suo interesse per la condizione femminile fu precoce, influenzato dalla filosofia illuminista e dalle prime teorie socialiste. Con quest’ultime, mantenne sempre un legame saldo, come dimostra lo scritto, dedicato alle fanciulle e alle figlie del popolo in cui afferma: «Vieni dunque desiderata compagna e ingrossa le nostre file». Del resto, quest’opera nacque dall’invito di Costantino Lazzari, curatore di una versione italiana dell’opuscolo di Kropotkin Ai giovani, a completarla con un appello alla parte giovanile. L’esperienza di un socialismo diventato partito non la convinse però fino in fondo e preferì tenere alta la bandiera dell’autonomia di una questione femminile. Se per la Mozzoni la questione sociale emergente implicava certamente un mutamento dei rapporti di proprietà fra le classi, non era affatto di secondaria importanza il mutamento dei rapporti fra i sessi.

Nella sua prima opera di una certa mole, La donna e i suoi rapporti sociali (1864) mise a fuoco impietosamente non solo la condizione delle operaie e in genere delle lavoratrici, ma anche la disistima che gravava su di loro. Già da allora, secondo quella che sarebbe diventata una delle teoriche maggiori del femminismo tra Ottocento e Novecento, allo sfruttamento dell’imprenditore poteva opporsi solo la resistenza organizzata dalle operaie stesse, per mettere fine al sottosalario percepito, non corrispondente al reale valore del lavoro svolto; piuttosto esso era misurato sui bisogni delle donne che, come si affermava, erano minori di quelli degli uomini, convinzione che faceva il paio con l’intramontabile convinzione, anche novecentesca, di un salario femminile integrativo di quello maschile e quindi accessorio, opzionale.

Solo un anno dopo, nel 1865, il che dimostra che le sue idee erano state meditate in precedenza, considerate le difficoltà di scrittura e stampa di allora, oggi inimmaginabili, pubblicò La donna in faccia al progetto del nuovo Codice civile italiano; fu una delle pochissime, serrate e intellettualmente organizzate risposte femminili al Codice Pisanelli, dal nome del Ministro di Grazia e Giustizia, in cui rivendicò il diritto di voto amministrativo e politico per le donne. Il Codice, ispirato alla legislazione napoleonica, frutto di un compromesso fra forze progressiste e conservatrici, e di una composizione parlamentare ancora non caratterizzata da un sistema partitico, fu il risultato di una mediazione al ribasso.

Fu anche, per chi scrive, la prova concreta dell’ingratitudine dello stato unitario verso le tante patriote che alla costruzione dello stato stesso avevano sacrificato energie, affetti, denaro. Solo negli anni recenti si è rivolta loro una certa attenzione, citando nobili e popolane che avevano pagato in prima persona gl’ideali risorgimentali, con il risultato di essere state cancellate e “ripescate” dalla sola storia di genere. Le parole che usa Anna Maria Mozzoni nello scritto dedicato Alle fanciulle e alle figlie del popolo, recentemente ripubblicato nel 2018, con l’Introduzione di Donatella Alfonso e una mia Prefazione, risultano inequivocabili: «Per te, o donna del popolo, che cosa è la patria? E’ il gendarme che viene a prendere tuo figlio per farlo soldato, è l’esattore che estorce la tassa del fuocatico dal tuo focolare quasi sempre spento, è la guardia daziaria che ti fruga addosso per assicurarsi che tu non abbia risparmiato qualche soldo sul pane sudato per i tuoi figli, è il lenone e la megera che, protetti dal governo, inseguono la tua figlia per tarla nelle loro reti, è la guardia di questura che la trascina all’ufficio sanitario, è il postribolo patentato che la ingoia, è la prigione, il sifilocomio, il patibolo è la legge che dà i tuoi figli in proprietà a tuo marito e che dichiara te stessa schiava e serva di lui. Delle glorie di questa patria, delle sue gioie, dei suoi beni, dei suoi favori neppure uno arriva fino a te».

Collocata politicamente alla sinistra della democrazia repubblicana, fu una convinta mazziniana, anche per il ruolo fondamentale che Giuseppe Mazzini riservava all’educazione nella rigenerazione sociale e politica. In questo scritto, riecheggia il richiamo di Mary Wollstonecraft all’importanza dell’educazione come preludio di una “donna nuova”. L’apparato di virtù, bellezza e sapere imposto alle ragazze del suo tempo di classe sociale elevata aveva per la Mozzoni un solo scopo: «adornare la parola e imprimere una certa eleganza alle maniere e in tutte le manifestazioni, come si addossa al cavallo una ricca gualdrappa. Come questo si adorna per onorare il padrone, così tu eri adornata per appagare la vanità del tuo futuro marito».

Nel 1870, tradusse The Subiection of Women del filosofo liberale inglese John Stuart Mill, con il titolo La servitù delle donne, diventati entrambi una sorta di Bibbia dell’emancipazionismo e del suffragismo; insegnò anche Filosofia morale nella scuola superiore femminile Maria Gaetana Agnesi di Milano, una delle più famose donne d’eccezione del Settecento, matematica, poliglotta, filosofa,terziaria per sua scelta, orfana di madre e costretta ad allevare i suoi ventuno fratelli.

Dal 1870 al 1890 collaborò a "La donna" di Padova, fondato da Gualberta Alaìde Beccari, mazziniana, una dei primi giornali all’avanguardia nella lotta per i diritti delle donne, che raccolse le firme delle più autorevoli scrittrici e giornaliste del tempo. Sul giornale, Anna Maria Mozzoni diede notizia sugli scioperi di operaie come le tessili, le sigaraie, le mondariso, contribuendo a creare un’opinione pubblica favorevole alle rivendicazioni delle lavoratrici. Nel ’72 iniziò una vivace campagna contro la statalizzazione della prostituzione, collegandosi alla lotta contro la sua regolamentazione, così come aveva fatto all’estero Josephine Butler e diventando, insieme a Salvatore Morelli, l’interlocutrice italiana.

Nel 1878 pronunciò il discorso inaugurale al Congresso Internazionale per i diritti delle donne tenuto a Parigi, e nel 1881 fondò a Milano la Lega promotrice degli interessi femminili, aderente al Partito Operaio indipendente. Già dal 1876 Agostino Bertani aveva caldamente invitato Anna Maria Mozzoni e Jessie White Mario, mazziniana e moglie del federalista Alberto Mario, a collaborare alla prima inchiesta sulle condizioni dei contadini e degli operai. I risultati dell’inchiesta furono però dispersi e lei stessa denunciò la scomparsa di sette volumi dagli archivi del Ministero dell’Agricoltura, dove erano stati depositati. Nel 1886 sposò quasi quarantenne, contro la volontà della famiglia, il conte Malatesta Covo Simoni, più giovane di lei, procuratore milanese, più tardi presidente di un comitato suffragista; il matrimonio durò sette anni, permettendo ai coniugi di adottare una bambina, Bice Delmonte. Si è ipotizzato che il matrimonio fosse un espediente per consentire l’adozione di una figlia illegittima di una sua cara amica, ma nulla si trova a conferma di questo.

Nel 1892, per quanto avesse partecipato all’organizzazione del Congresso dei socialisti a Genova, che doveva sancire la nascita del PSI, non entrò nel partito nel timore che la questione dell’uguaglianza dei sessi fosse considerata secondaria, politicamente poco redditizia e perciò messa da parte. Tipica di Anna Maria Mozzoni, fu la diffidenza verso la legislazione protettiva per il lavoro femminile, posizione che la portò ad una famosa polemica con Anna Kuliscioff, di parere opposto.

Anna Maria Mozzoni dedicò molte energie anche alla campagna per il voto alle donne. Nel frattempo, si stabilì definitivamente a Roma con la figlia Bice che studiava legge, attiva anche lei nel movimento femminile. Nel 1902 fu tra le fondatrici dell’Alleanza femminile per il suffragio e nel 1906 scrisse la Petizione delle donne italiane al Senato del Regno e alla Camera dei Deputati per il voto politico e amministrativo. Nel 1908 figurò nell’ennesimo comitato per la ricerca della paternità, poiché era proibito alle donne citare in giudizio il presunto padre del loro figlio, una volta rimaste incinte illegittimamente. Quando scoppiò la guerra mondiale fu un linea con il suffragismo inglese e quindi con l’interventismo democratico. Fa molto piacere che finalmente un uomo, lo studioso Marco Severini, le abbia dedicato nell’anno appena passato molte pagine del testo il cui titolo la celebra anche come ispiratrice d’intere generazioni: Il circolo di Anna. Donne che precorrono i tempi. Come lui stesso ricorda, la Mozzoni era all’origine di quella Petizione per il voto politico alle donne che approda in Parlamento nel 1906, corredata da ben 10.000 firme. La Mozzoni è ormai quasi settantenne, ma ancora sostiene le ragioni della modernità: il vecchio idillio del focolare non esisteva più e bisognava sottrarre le donne alla casa per farle partecipare alla lotta per l’esistenza.

Nella sua più che quarantennale attività partecipò a decine di congressi, fu presente in tutte e o quasi le associazioni in favore dell’emancipazione femminile. Si servì di ogni strumento a sua disposizione: conferenze, letture, articoli, saggi e tribune da cui potesse far sentire la sua voce contro le ingiustizie di sesso e di classe. Collaborò a moltissimi periodici, fra cui La "Roma del Popolo", fondata da Giuseppe Mazzini, nel 1871, prima donna a pubblicare, dove mise in evidenza i tanti limiti imposti alle donne al di là del censo e della classe di appartenenza, costruendo un ponte fra generazioni diverse, ma anche all’interno del suo stesso genere. Nella convinzione di chi scrive, Anna Maria Mozzoni è stata in definitiva un’antesignana della trasversalità di genere. Tutto questo però, come già detto, non la mise al riparo dalle difficoltà economiche e da amarezze personali. Come ci ricorda Marco Severini, lo storico Arturo Colombo, reclamava nel 1987, a 150 anni dalla nascita, una via a Milano per la Mozzoni, appello raccolto quattro anni dopo. La sottoscritta ricorda molti anni fa, essendo presente, una targa a lei dedicata nella Sala della Provincia di Genova, e infine nel 2017 due nuovi busti a Montecitorio dedicati a Salvatore Morelli, di cui ho già scritto su "UNOeTRE.it", e ad Anna Maria Mozzoni. Chiudo con una sua frase premonitrice, da considerarsi per me non datata, bensì vorrei dire molto attuale: Operaie, non chiedete tutela, esigete giustizia.

 

 

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