fbpx
Menu
A+ A A-

Donne: i primi medici e anatomisti della storia occidentale

Donne che hanno curato e salvato

Le ricercatrici dello Spallanzani che hanno isolato il virus del Coronavirus mindi Fiorenza Taricone - In questi tempi emergenziali dove il lavoro di cura, dal personale medico specializzato al quotidiano lavoro d’igiene e sopravvivenza svolto nelle singole case, affidato quasi sempre a mani femminili, il mio contributo da storica e studiosa non poteva che essere il riportare a galla il difficile e tormentato rapporto fra le donne e le arti mediche.

Le donne nel passato remoto della nostra specie hanno posto le basi per la più antica forma di cura: l'erboristeria, che ha un'origine antichissima, in quanto fondata sulla divisione sessuale del lavoro: all'uomo spettava alla caccia, alla donna la raccolta e la conservazione delle piante; secondo la teoria evolutiva questo modello comportamentale si era sviluppato per permettere un uso più efficace delle risorse alimentari negli ambienti dell'uomo primitivo. Quando la carne scarseggiava, si poteva mangiare il cibo vegetale preventivamente raccolto e dunque le donne come raccoglitrici hanno avuto un ruolo importante nell'economia delle loro società. Edward Osborne Wilson, fondatore della socio biologia, ha ricordato che soltanto un terzo della dieta in 68 comunità studiate era costituito da carne; il 65% del cibo circa della collettività veniva quindi procurato dalle donne; escludendo i contraccettivi, gli abortivi, i preparati per facilitare il travaglio e altri prodotti specifici per le donne e bambini, è difficile stabilire però quale rimedio o procedura le donne abbiano sicuramente inventato. Generalmente si tende ad affermare che quanto più antico è il rimedio, più probabile è il fatto che sia stato una donna a proporlo; il più antico testo di medicina mai scoperto, una tavoletta di pietra sumerica che risale al terzo millennio avanti Cristo, quando la divinità Gula era considerata taumaturgica e presiedeva alla medicina, attesta che la maggior parte dei guaritori erano ancora donne. Dalle prescrizioni di una tavoletta dell'epoca di Hammurabi (1750 a.C.), invece, la medicina era già diventata una professione maschile al servizio dell'elite. Le curatrici donne restavano al servizio delle classi meno abbienti continuando a fare ricorso ai rimedi naturali.

La lingua e la civiltà greche sono state segnate da una cultura in cui l'uomo di scienza era espresso con un sostantivo maschile e aveva più di un significato: il saggio, l'uomo dotto, era sapiente, assennato, abile, pratico, intelligente, accorto. I campi di applicazione della cultura erano quelli da cui la donna era esclusa: l'ambito politico e militare, il buon governo, l'arte dell’eloquenza per la quale occorreva padroneggiare la retorica e la dialettica. L'uomo dotto per eccellenza era il filosofo ma le donne non insegnavano nelle accademie o nelle scuole e le sole eccezioni in tal senso potevano essere le compagne, le figlie e le consorti di pensatori e filosofi, come ad esempio le donne della scuola pitagorica dell'Italia meridionale. Sta di fatto che il termine dotto, sapiente, saggio, è stato tramandato con un’accezione maschile e se le donne hanno recuperato qualcosa l'hanno fatto per altra via. Nel mondo latino il termine scienziato è tradotto con litteratus, cioè erudito nelle lettere. La parola al plurale invece era tradotta con homines docti, cioè uomini sapienti e studiosi le donne nel diritto romano in seguito non avevano molte speranze: da figlie del padre che lasciavano la casa paterna per sposarsi diventavano una persona a metà tra la figura di moglie intesa come possesso del marito è quella di figlia che la definiva come proprietà del padre nelle medioevo poche eccezioni confermano la regola che vuole la donna pressoché analfabeta e proprietà del marito.

È quasi un luogo comune ricordare oggi il rapporto privilegiato che le donne hanno avuto con la medicina collegata a tutte le funzioni riproduttive o alle malattie ritenute tipicamente femminili come l'isteria. Ma le donne sono state i primi medici e anatomisti della storia occidentale, anche se non riconosciute. Sapevano procurare gli aborti, fungere da infermiere e consigliare i momenti critici. Hanno da tempo immemorabile appreso l'arte della farmacia, coltivavano le erbe medicinali e si scambiavano i segreti del loro uso. Erano le levatrici che andavano di casa in casa, di villaggio in villaggio; per secoli le donne sono state medici senza laurea, escluse dai libri e dalla scienza cosiddetta ufficiale; apprendevano un patrimonio di conoscenze reciprocamente, la vicina dalla vicina, la madre dalla figlia, la parente dalla parente. È d'altronde innegabile che il ruolo professionale del medico e l’ospedalizzazione delle malattie hanno progressivamente soppiantato la cultura medica femminile empirica e orale; la subordinazione femminile è stata presto avallata da una spiegazione di natura biologica: le donne erano portate per natura a essere infermieri e non medici; a questo cambiamento hanno senz'altro contribuito due fattori: l'esclusione delle donne da un sistema diTrotula de Ruggiero Sage femme de lécole de Salerne au 13e siècle 350 min istruzione obbligatoria di livello universitario, per cui la scienza maschile ha progressivamente sostituito quella che definiva superstizione femminile; ma anche l'ostilità di natura concorrenziale.

La soppressione delle guaritrici e l'emergere del professionismo maschile non sono stati un processo naturale dovuto ai mutamenti progressi della scienza medica, ma il risultato di una estromissione violenta. La posta in gioco era decisamente alta: il monopolio economico ed politico della medicina, il controllo della sua organizzazione istituzionale, il predominio sui profitti e sul prestigio legati alla medicina stessa. La lotta fu quindi squisitamente politica perché le guaritrici, le erboriste, le botaniche, le levatrici, appartenevano a una cultura popolare, erano i medici del popolo, e il loro sapere scientifico era stato spesso screditato come sotto cultura popolare; le streghe con il loro saperi alternativi sono vissute e morte sui roghi molto prima che si sviluppasse la moderna scienza medica e la loro soppressione ha segnato una delle prime tappe della lotta per l'eliminazione femminile dal campo medico. La loro incriminazione ha lasciato una traccia notevole nell'immaginario collettivo; anche non conoscendo i particolari della persecuzione da allora in poi un aspetto della femminilità è stato sempre associato alla stregoneria e le donne che hanno continuato da allora in poi a denominarsi guaritrici sono state circondate da un alone di superstizione.

Le poche donne sfuggite alla regola di una cultura limitativa e controllata sono state quelle appoggiate da una figura maschile. Una delle più note, si fa per dire, fu Trotula, vissuta al tempo dell'ultimo re longobardo, appartenente all’antichissima scuola salernitana di medicina; ma non a caso era con tutta probabilità la moglie di Giovanni Plateario, capostipite di una serie di medici salernitani. La sua opera De mulieribus passioni bus, in pratica un trattato di ostetricia, fu piuttosto diffusa nel medioevo, ma la figura di Trotula apre anche una serie d’interrogativi, quelli riguardanti tutte le donne dell'antichità, levatrici e ostetriche con competenze non riconosciute dalla cultura ufficiale, che saranno nei secoli successivi soppiantate dalla figura del medico. A quest'ultimo verrà riservato l'accesso all'università e l’assistere le partorienti come figura principale, con le ostetriche in subordine, tranne nei piccoli territori dove la levatrice continuerà a rappresentare l’aiuto principale. Spesso le levatrici avevano anche profonde competenze di scienze naturali, erboristeria, conoscenza del mondo vegetale che confinava con una scienza chimica ancora nel medioevo di là da venire. Le notizie sono però scarse e ci permettono più di intuire che di sapere. Una donna competente in medicina doveva comunque discolparsi. A Parigi alla fine del Medioevo Jacqueline Félicie D’Almanie aveva un grande successo nel curare i malati, ma venne portata in tribunale dai decani della facoltà di Medicina dell'università di Parigi nel 1322, per aver esercitato la professione medica senza diploma né licenza. In suo favore, un testimone della difesa non esitò a dichiarare che era più esperta dell'arte della chirurgia e della medicina del maggior medico o chirurgo di Parigi. Le donne si cimentarono anche con l'alchimia, come la veneziana Isabella cortese nata alla fine del Quattrocento, inventrice di nuovi metodi per distillare profumi. In pieno Rinascimento, nel 1566, Anne von Augsburg fondò nella città tedesca di Dresda una scuola per levatrici dove lei stessa impartiva lezioni e nel 1581 la farmacia di corte scrivendo un'opera dedicata ai prodotti farmaceutici.

Purtroppo il XVI e il XVII secolo sono stati contrassegnati da un attacco della Chiesa e dei poteri costituiti ai saperi femminili che molte donne accusate di stregoneria possedevano a livello esperienziale. Il periodo della caccia alle streghe si estese in definitiva per circa quattro secoli dall'epoca del feudalesimo alla cosiddetta ragion di Stato con dimensioni impressionanti in Italia, Germania, Francia, Inghilterra. Sfortunatamente le streghe per lo più povere e analfabete, non hanno lasciato scritta la propria storia, riferita invece dalla sola classe dominante che imbastiva i processi a loro carico. Le vittime di queste campagne di terrore furonojacqueline felice almania 250 min numerosissime e aiuta molto per capire il fenomeno, la tipologia dei delitti dei quali erano incolpate. Fra i capi d'accusa era menzionata la capacità di provocare il male e di guarire, quindi poteri magici; spesso l'accusa era anche specifica, cioè possedere abilità mediche e ostetriche; le streghe guaritrici nella realtà erano spesso le uniche che prestavano assistenza alla gente del popolo che non aveva né medici privati, né ospedali. Re e nobili avevano invece i medici di corte, talvolta preti; nei processi alle streghe era il medico che dava l'impronta scientifica a tutto il procedimento giudiziario. Se una donna aveva osato curare senza aver studiato ed essere munita dei relativi titoli, doveva espiare e morire, il che costituiva anche una facile copertura all'incapacità dei medici poiché tutto ciò che non si poteva guarire era il risultato di una fattura; la Chiesa impostò l'attacco alle guaritrici contadine sulla magia, non sulla medicina; diventa allora più chiara l'associazione fra strega e levatrice fatta da Kramer e Sprenger i due autori domenicani del Malleus malleficarum, manuale per l’interrogatorio e libro guida per individuare le streghe. Poiché si credeva che il diavolo non avesse nessun potere reale sulla terra, affidava l'esercizio di questo potere alle donne del popolo; per la Chiesa, più aumentavano le loro capacità diaboliche e meno dipendevano dai poteri religiosi; gli incantesimi, infatti, erano considerati altrettanto efficaci delle preghiere per guarire le malattie, ma mentre le prime erano approvate controllate, non lo erano i secondi. La saggia o strega aveva a sua disposizione mille rimedi sperimentati in tanti anni d'uso molte delle erbe curative scoperte dalle streghe e hanno tuttora una collocazione nella farmacologia moderna.

Le guaritrici disponevano di analgesici, digestivi e calmanti. Usavano la segale cornuta per i parti quando ancora la Chiesa riteneva le doglie conseguenza necessaria della punizione divina per il peccato originale di Eva; i derivati della segale cornuta sono stati i principali preparati per accelerare le doglie e per le cure dopo il parto. La belladonna, impiegata come antispastico, veniva usata dalle streghe guaritrici per impedire le contrazioni uterine quando vi era pericolo di parto prematuro. La digitale, farmaco importante per le malattie del cuore, pare sia stato scoperto da una strega inglese. Molte altre cure usate dalle streghe erano invece pura magia e la loro eventuale efficacia era dovuta alla suggestione. La strega era un empirista: si basava sui sensi più che su una fede o una dottrina, credeva nel successo raggiunto per tentativi, nel rapporto causa-effetto. il suo atteggiamento non era quindi quello passivo, ma quello attivo della ricerca. Si fidava della propria abilità per trovare il modo di trattare le malattie, le gravidanze, i parti, sia mediante medicamenti che pratiche magiche, anche perché la magia era parte integrante della scienza del tempo. Le streghe inoltre avevano spesso una conoscenza approfondita delle ossa e dei muscoli, delle erbe e delle droghe, mentre i medici derivavano ancora le loro prognosi dall'astrologia e frequentavano università, dove non era ancora consentito praticare autopsie a scopo di studio, né assistere alle lezioni di anatomia su corpi umani. Il divieto sarà abolito solo più avanti, nel 18º secolo. Tanto vaste erano le cognizioni delle streghe che nel 1527 Paracelso, considerato il padre della medicina moderna, diede alle fiamme il suo testo di farmacologia confessando che tutto ciò che sapeva lo aveva imparato dalle fattucchiere.

L'affermarsi della medicina come professione rese facile escludere legalmente le donne dalla sua pratica. Con rare eccezioni le università erano vietate alle donne, persino a quelle delle classi superiori che avrebbero potuto farlo; furono promulgate leggi che proibivano la pratica medica a chi non avesse un'istruzione universitaria; alla fine del 14º secolo la campagna dei medici professionisti contro le guaritrici urbane si stava praticamente concludendo in tutta Europa; i medici avevano conquistato il monopolio della medicina delle classi superiori, molto remunerativa, fatta eccezione per l'ostetricia che rimase un campo prettamente femminile.

Sul finire dell'Ottocento le maglie cominciarono ad allentarsi; alcune facoltà di medicina d’importanti università iniziarono a praticare un insegnamento misto, ossia aperto sia agli uomini che alle donne. Già nel 1900 si contavano negli Stati uniti 7000 medici di sesso femminile. Sempre per quanto riguarda il mondo anglosassone e sempre in campo medico un personaggio assai singolare fu Sophia Jex-Blake. Nata nel 1840 a Hastings e morta nel 1912 a Mark Cross, frequentò il Queen’s College di Londra, continuando gli studi in America a Boston e New York. Fu poi ammessa a frequentare le lezioni universitarie di medicina a Edimburgo, ma non le fu permesso di laurearsi; per ottenere la laurea dovette iscriversi all'università di Berna. Nel 1876 riuscì a far approvare dal Parlamento britannico una legge che consentiva alle donne inglesi di ottenere il dottorato chiamato Master’s Degree e la licenza di praticare medicina chirurgica. Grazie ai suoi sforzi si aprì a Londra nel 1874 una scuola medica riservata alle donne e nel 1886 fondò lei stessa un’analoga scuola a Edimburgo.Sophia Jex Blake 350 min

Per le prime donne medico in Italia, occorre aspettare la fine dell’Ottocento perché l’accesso a tutte le facoltà universitarie teoricamente consentito nel 1874, non autorizzava praticamente all’esercizio delle libere professioni; come singolare contraddizione, diventavi avvocata, ma senza esercitare, diventavi ingegnera ma senza esercitare, diventavi medico, ma senza esercitare. Fu la legge del 1919, cosiddetta legga Sacchi della quale ho scritto recentemente su Uno e Tre, a consentire l’accesso alle libere professioni. Un po’ più nota degli altri è infatti la vicenda di Anna Kuliscioff, la teorica del socialismo riformista, con un passato da rivoluzionaria russa, che si laureò a Napoli, ma senza poter poi lavorare all’Ospedale di Milano, compensando l’esclusione con il diventare gratuitamente la ‘dottora dei poveri’.

La prima laureata del Regno d’Italia fu Ernestine Puritz Manassé in Paper, nota di più come Ernestina Paper, nata nel 1846 e originaria di Odessa; dopo un periodo di studio a Zurigo, che consentiva già alle donne l’accesso a tutte le facoltà e dove aveva studiato anche Anna Kuliscioff, conseguì il primo livello di laurea in Medicina all’Università di Pisa nel 1875 e la specializzazione due anni dopo nel 1877. Dopo di lei, fino al 1900, come ricorda Vanessa Sabbatini in un suo articolo, le laureate in Medicina e Chirurgia furono 23, fra cui appunto la Kuliscioff e la famosa Maria Montessori. (V. Sabbatini, Pioniere della professione medica in Italia: il caso di Giulia Bonarelli, «Centro e periferie, rivista di storia contemporanea», n.4, 2019).

Gli esempi di grande abnegazione che oggi dimostrano tutti gli operatori sanitari, medici e infermieri, uomini e donne che lavorano a fianco a fianco, sono un’ulteriore conferma che leggi paritarie ed eguali diritti fanno solo bene al progresso della società.

Torna in alto

Privacy Policy

Sezioni

Pagine di...

Notizie locali

Strumenti

Chi siamo

Seguici