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La politica come scelta di vita delle donne russe

Nell'acculturazione delle giovani russe, le madri russe tra '800 e '900 occupano un posto particolare.

vera figner rivoluzionaria russa minFiorenza Taricone - Le elezioni in Bielorussia hanno riconfermato al potere per un sesto mandato Aleksandr Lukashenko, l'ex capo di una fattoria sovietica che ama farsi chiamare batka, padre, ma che in America chiamano l'ultimo dittatore d'Europa. In un Paese in cui sono vietati i sondaggi politici, la vittoria del leader uscente è stata schiacciante, almeno così pare, e solo una minima parte dei voti è andata alla sfidante Svetlana Tikhanovskaja, la vera sorpresa di questa tornata elettorale, appoggiata da altre due donne, il nuovo contro il vecchio anche in termini anagrafici. Di fronte a un sesto mandato, in qualunque modo si pensi, la sfidante rappresenta una novità, ma lo è meno rispetto alla tradizione ribellistica delle donne russe che il governo imperituro del maschilista Putin cerca in ogni modo di far dimenticare.

Moglie di un blogger e insegnante, Svetlana Tikhanovskaja ha goduto di un diritto all’istruzione per il quale le donne russe hanno lottato ben prima della rivoluzione del ‘17. L'educazione delle ragazze nell'impero russo zarista riguarda un’esigua minoranza. L'accesso all'educazione secondaria fino al 1858 avveniva ancora attraverso gli istituti creati al tempo di Caterina II, che oltre impartire nozioni per aspiranti mogli prevedono l'insegnamento del francese e tedesco, e in anni successivi economia, fisica e anatomia. Ma nella memoria delle frequentanti sono ricordati come luoghi di grande ristrettezza mentale, dove non è consentita nessuna lettura di libri al di fuori dei testi di studio, né esercizio fisico; il pane quotidiano sono soprattutto le composizioni di scrittura e di copiatura. Nel 1858 sono istituiti i licei femminili in piccola parte finanziati dallo stato, ma lo scopo non è la preparazione all'università ma semplicemente la formazione di un corpo insegnante delle scuole inferiori. Prima del 1863 le donne all'università di Pietroburgo sono accolte solo come uditrici. Quando l'università viene riaperta dopo i primi moti studenteschi alle donne viene vietata la partecipazione.

Il movimento studentesco russo di uomini e donne è legato anche alle riforme dello zar Alessandro II succeduto a Nicola I nel 1855: i giornali principali di Pietroburgo e Mosca non sono sottoposti alla censura preventiva, viene sospeso il divieto di viaggiare all'estero, è concessa l'amnistia ad alcuni prigionieri politici. Soprattutto nel 1861 si liberalizza la schiavitù e si abroga il cosiddetto possesso delle anime, tematica che ha dato vita a capolavori letterari tra cui il romanzo di Gogol, Anime morte. I contadini sono da allora in poi civilmente liberi e ottengono un pezzo di terreno di estensione variabile in usufrutto perpetuo, con diritto di acquisto attraverso compensi in natura o lavoro; le valutazioni costose nell'ammontare dei riscatti renderanno vano in realtà in parte questo decreto.

Il segnale di cambiamento inizia con la ribellione di Maria Kniaznina alla proibizione dell'Università di Pietroburgo di proseguire gli studi nelle scienze naturali; nel 1864 scrive una lettera al direttore responsabile del Politecnico di Zurigo in cui Maria spiega le sue ragioni. Ma è Nadezda Suslova l'iniziatrice ufficiale dei tentativi di esercitare la professione medica che tanta importanza avrà nel populismo che si proponeva tra le altre cose di curare le donne istruendole sull’igiene. Nel 1867 ottiene la promozione come prima dottoressa in medicina e come lei stessa scrive si prepara a una lotta per l'uguaglianza di diritti. È convinta di combattere per una giusta causa, perché non può abituarsi a essere schiava della casualità. La Suslova nasce nel 1843 e suo padre era stato un servo della gleba, che era riuscito poi ad amministrare gli affari della tenuta dove lavora; la madre ha una propria formazione culturale nonostante le origini modeste, che trasmette alla figlia, mentre la sorella è una famosa scrittrice russa molto legata allo scrittore Dostoevskij. Nel 1861 assieme ad un'amica inizia a frequentare come uditrice l'Accademia di medicina chirurgica di Pietroburgo, ma nel 1863 entra in vigore un nuovo statuto; l'anno seguente un ordinamento vieta l'ammissione delle donne, e la partenza per l'estero diventa una necessità. Le alternative possibili sono il College femminile in America, la Sorbonne, che fa pervenire una risposta negativa e infine Zurigo, dove formalmente non esiste alcun regolamento che impedisce l'immatricolazione a una donna, per cui la sua domanda viene accolta. L’ammissione consentita a Zurigo ha come effetto l'emigrazione di una prima colonia, negli anni dal 1870 al 1873, e si forma un primo nucleo di presenze molto attive politicamente e culturalmente, influenzate dalle figure di Lavrov e Bakunin. Nel frattempo in Russia nel 1868 una petizione sottoscritta da quattrocento donne rivendica il diritto alla fondazione di un'accademia universitaria; nel 1873 il governo russo emette un'ordinanza con la quale impedisce il proseguimento degli studi alle donne presso le università straniere causando il rientro forzato di molti di loro. La Svizzera con Zurigo continuano a rappresentare quindi un’oasi tranquilla dove si potevano coltivare i propri interessi, consentendo dal 1874 al 1913 a circa 6000 donne slave di studiare, anche come uditrici. Le studentesse non sono solo figlie di nobili, ma anche in minor numero di commercianti e in piccolissima parte di contadini. Numerose sono le studentesse di religione ebraica.

Nel processo di acculturazione delle giovani russe, le madri russe tra ottocento e novecento occupano un posto particolare. Anche se tra i ceti medio-alti le cure materne fino all'adolescenza erano sostituite con quelle di una balia le donne continuano ad avere un ruolo decisivo nella vita delle loro figlie che condividono i loro ideali con le madri; sono loro ad aiutarle sia nello studio, sia nell'esilio e nella prigionia; a volte le seguono nella deportazione, e una volta diventate rivoluzionarie le sostengono comunque. Nella famiglia di Vera Figner, quattro sorelle danno un contributo all'attività rivoluzionaria, scontando anni di deportazione e di prigionia, mentre dei due fratelli, uno diventa direttore di una miniera e l'altro diventa celebre attore dell'opera russa. E’ invece grazie alla madre Varvara, che Sofia Perovskaia viaggia verso Pietroburgo per trovare una scuola in sostituzione dell’università. Sulla nave, Sofia conosce altre giovani ragazze che diventeranno volti noti del movimento rivoluzionario.

Al Politecnico di Zurigo, dove le studentesse slave si guadagnano il diritto all’istruzione, partecipano regolarmente a riunioni in circoli improvvisati di autoeducazione, dove si discute anche delle cosiddette decabriste, cioè delle compagne dei decabristi, parola russa, dekabr, con cui si indicano i partecipanti agli avvenimenti del dicembre 1826 a Pietroburgo e nella Russia meridionale. La società segreta lotta contro l’organizzazione sociale arretrata, l’esistenza di una servitù della gleba e gli abusi dell’aristocrazia. Convinti che il cambiamento possa venire solo da un rivolgimento violento, compresa l’uccisione dello zar, il giorno dell’incoronazione di Nicola alcuni reparti di truppa si sollevano, ma la ribellione è soffocata e seguita da arresti numerosissimi. 120 persone sono processate, cinque condannati all’impiccagione, gli altri ai lavori forzati nelle colonie punitive. Per non abbandonare mariti e compagni le decabriste abbandonano esistenze agiate, partendo con loro. A qualcuna di loro è vietato portare i figli in esilio, e a causa delle condizioni di vita e climatiche in Siberia alcune di loro perdono molti figli. Poiché i genitori sono giudicati delinquenti di Stato, i figli sono condannati alla perdita dei diritti civili e politici, mentre i figli e le figlie che sopravvivono in Siberia vengono riconosciuti dallo Stato solo come contadini, con il divieto di visitare i padri in prigione. Tra le donne che vivono insieme, separate inizialmente dai mariti, si crea uno spirito di condivisione e un profondo legame; addirittura in una località viene concesso loro di costruirsi una sorta di casa e la via in cui abitano viene da loro nominata ‘via delle donne’. Dostoevskij le definisce grandi martiri, la cui grandezza consente loro per venticinque anni di sostenere la durezza della prigionia. Anche se la ribellione non è alla radice della loro partenza, poiché sono spesso all'oscuro dell'attività dei loro uomini, fa molta impressione la scelta radicale che le condanna alla fatica, alla povertà e alla sofferenza.

A Zurigo, le numerose studentesse slave vengono definite anche cavalline cosacche. Pagano con la povertà e i sacrifici il diritto alla formazione, nutrendosi poco e male, e non di rado ammalandosi. Per alcune loro colleghe, come Franziska Tiburtius, sono fanatiche, imbevute di nichilismo e seguaci di Bakunin. Le ragazze sono passate alla storia anche per il loro modo di vestire controcorrente, che esprime da solo la critica al conformismo e l’aspirazione all’uguaglianza fra i sessi. Fumatrici dai capelli corti, portano cappelli e occhiali rotondi e scelgono un abbigliamento che può essere anche quello di un ragazzo, la cui austerità sta a significare la poca importanza dell’esteriorità.

Anticipando i collettivi femministi europei degli anni Settanta del ‘900, molte ragazze slave di Zurigo si riuniscono in circoli di sole donne, per esprimersi liberamente senza l’ingombrante presenza dei ragazzi. Il collante è la politica, la rivoluzione sociale, l’evoluzione umana, e non necessariamente tematiche solo femminili. A un circolo di cultura politica dei fratelli Zebunov partecipa anche Anna Rozenstejn, in futuro Anna Kuliscioff. I testi dei circoli sono quelli del socialismo francese, e quelli di Marx ed Engels, ma le donne propagandano anche le teorie comuniste sul libero amore; il pericolo della diffusione delle loro idee si nasconde nei viaggi ripetuti da Zurigo alla Russia e viceversa, portando con sé testi rivoluzionari; si cercano fondi per ristamparli, e per impegnarsi nella cosiddetta ‘andata al popolo’; dopo il 1873, si gettano le fondamenta di uno dei primi partiti rivoluzionari russi, Zemlja i volja. Il ruolo delle donne è fondamentale, come quello di Hessa Helfman, di origine ebraica, cucitrice di Kiev, che si occupa della corrispondenza rivoluzionaria; trasporta in gran numero, per i condannati all’esilio in casa propria, proclami e stampa clandestina. La repressione non si fa attendere: alla fine del 1875 centinaia di persone fra cui molte donne sono arrestate; alcune sono studentesse di Zurigo, condannate ai lavori forzati.

Esponente di primo piano del movimento populista è Vera Nikolaevna Figner; per la sua bellezza è stata chiamata la Venere della rivoluzione e appartiene ad una agiata famiglia della nobiltà russa; il padre dopo la liberazione dei servi diventa giudice di pace. E’ la prima di sei figli e nei primi anni della sua vita Vera vive in una casa completamente isolata da ogni altra abitazione ai margini di un vastissimo bosco. Il padre, spesso assente per lavoro, ha un carattere duro, con i figli maschi usa punizioni corporali; per completare l’istruzione, Vera entra all'istituto di Pietroburgo dove rimane per sei anni: pur riconoscendo di aver appreso il valore del cameratismo, il senso della disciplina e dell'abitudine al lavoro intellettuale non contribuisce molto alla sua crescita spirituale. Dopo aver terminato il ginnasio, nel 1869, Vera torna a casa e apprende la notizia che per la prima volta nella storia una donna russa, Nadezda Suslova, si era laureata in medicina all'Università di Zurigo. Chiede al padre il permesso di stabilirsi all'estero ma le viene negato; preparano invece il suo debutto in società per trovare marito. Poco tempo dopo la reciproca conoscenza, il giovane magistrato Aleksej Filippov, diventa suo marito.

Decisa a studiare medicina all'Università di Zurigo convince il marito a lasciare la magistratura e a trasferirsi con lei in Svizzera; per prepararsi Vera studia il tedesco e matematica e si fa ammettere con la sorella Lidija alle lezioni di anatomia; nell'estate del 1873, come già ricordato, il governo russo ordina alle studentesse di lasciare l'Università di Zurigo, pena il disconoscimento della laurea ottenuta. Alcuni di loro ignorano l'ingiunzione, altre si limitano a cambiare università, trasferendosi a Parigi, Ginevra, Berna; Vera ha ormai scoperto la passione per la politica e quindi comprende di non avere nulla in comune con il marito, di idee conservatrici, che nel 1874 ritorna Russia divorzia e riprende la carriera di magistrato; la sorella le rivela di aver organizzato con il suo compagno un gruppo clandestino rivoluzionario, con un programma socialista, per educare i lavoratori alla rivolta contro il regime zarista. Nel 1875 l'organizzazione viene smantellata dalla polizia russa e le due sorelle esiliate in Siberia. Vera è indecisa se riorganizzare il gruppo a Mosca perché questo significa abbandonare la tesi di laurea per completare gli studi. Lascia comunque la Svizzera nel 1875, per non tradire i suoi ideali, si stabilisce a Mosca e riesce comunque a Pietroburgo a superare l'esame di assistente medico presso l'accademia medico chirurgica. Nell'organizzazione dove lavora, Zemlja i Volja si ritiene che la terra debba appartenere alla comunità che lavora e i rivoluzionari debbano vivere a contatto della gente, condividendone i bisogni e tutelandone gli interessi, difendendo la dignità dei contadini contro ogni sopruso. Vera si sposta perciò da un villaggio all'altro fermandosi all'interno di baracche dove riceve pazienti di ogni età; la maggior parte delle malattie è conseguenza della miseria, della mancanza d’igiene e della sifilide.

Per le sue capacità di cura, Vera è soprannominata ‘la guaritrice’ e insieme alla sorella apre anche una scuola elementare che viene però chiusa dalle autorità; poco tempo dopo il gruppo più radicale dell'organizzazione si pone come obiettivo di rovesciare l'autocrazia e di uccidere lo zar, anche se secondo Vera il terrorismo non è stato mai l'obiettivo del partito, ma un mezzo di protezione; appena le viene affidato l'incarico di organizzare un attentato contro Alessandro II in occasione del suo arrivo in Crimea per le vacanze estive, porta con sé la dinamite da Pietroburgo a Odessa; il piano prevede di affittare un negozio nella via dove presumibilmente sarebbe passato l'imperatore; nel retro del negozio sarebbe stato scavato un tunnel fino al centro della strada dove sarebbe stata deposta una carica; all'impresa collabora anche Vera che conserva l'esplosivo in casa e trasporta la terra estratta dallo scavo; anche questo lavoro si rivela inutile perché lo zar giunge in Crimea prima del previsto; alla fine del 1880 il comitato esecutivo mette in atto un nuovo piano, affittando un negozio di rivendita di formaggi davanti al quale lo zar è solito passare ogni domenica; si comincia a scavare un cunicolo che dal retrobottega deve raggiungere la strada; se l'esplosione del piano stradale non fosse riuscita, sarebbero intervenuti altri quattro terroristi armati di altrettante bombe; di nuovo arriva la notizia che l'imperatore ha cambiato strada e interviene a salvare la situazione il suggerimento di Sofia Perovskaja. Certa che il corteo imperiale al ritorno dal maneggio avrebbe costeggiato il canale Caterina, sposta i quattro attentatori; ferito a morte dalla bomba, Alessandro II muore poco dopo e la sua morte viene salutata come la fine di grandi violenze, sopraffazioni e atrocità; successivamente, Vera Figner viene tradita da un infiltrato; nel 1883 è arrestata poco dopo essere uscita da casa e nell'ufficio del commissario si rifiuta di rivelare la sua identità; la mattina dopo viene portata a Pietroburgo nella fortezza di Pietro e Paolo dove rimane 20 mesi in attesa del processo; durante la detenzione riceve la visita della madre e della sorella Olga. Scrive di essere obbligata a vivere fino al processo, l'atto finale dell'attività di un rivoluzionario militante; il processo si svolge rapidamente, la sentenza è la condanna a morte mediante impiccagione, ma la sera del 20 ottobre il comandante della fortezza le annuncia che Sua maestà l'imperatore ha commutato la sentenza di morte nel carcere a vita.

Come prigioniera politica, Vera iniziò una nuova vita avvolta nel silenzio, senza possibilità di ricevere visite e tenere corrispondenza; ogni detenuto non conosce l'edificio che lo ospita e ignora chi siano i prigionieri che vivono sotto lo stesso tetto. Anche le guardie identificano i detenuti secondo un numero e Vera è sempre il numero 11; nel 1880 ottiene per la prima volta il permesso di uscire dalla propria cella e le viene assegnata afferma con un'altra prigioniera la cura dei piccoli orti. Punita per aver protestato contro il trattamento disumano di un detenuto, è trasportata in una piccola cella con il pavimento asfaltato. L'arredamento è costituito da un tavolo, una sedia e un banco di ferro senza materasso; vestita di una camicia, di una gonna e di un mantello di lino, Vera dorme per terra avvolgendosi la testa per il freddo con le calze; solo dopo vari giorni le portano un materasso e quando ritorna nella vecchia cella, si scopre allo specchio improvvisamente invecchiata di molti anni.

Nel 1902 una sua lettera alla madre non viene inoltrata dall'amministrazione del carcere e protesta contro il sovrintendente al quale in un momento di rabbia strappa le spalline da ufficiale; inaspettatamente però nel 1903 le viene comunicato che il carcere a vita era commutato in una pena di 20 anni e la prigionia sarebbe quindi scaduta nel 1904; Vera rimane prima sbalordita e indignata poiché vent'anni prima si era fatta promettere dalla madre di non chiedere la grazia; tre giorni dopo però una lettera della madre la informa di essere malata di cancro e di volerla rivedere prima di morire. Muore però senza riuscirci.

In prossimità della liberazione, Vera distrugge i suoi quaderni perché sa di non poterli portare con sé e dopo 22 anni, nel 1903, lascia il carcere, per una residenza obbligata con relativa sorveglianza. Sorvegliata dalle due sorelle anche per timore di crisi depressive, Vera non migliora e riesce ad ottenere un passaporto con cui lascia la Russia, alla volta di Capri dove viene ricevuta da Gorkij nella sua villa. Tornata, inizia a occuparsi della storia del movimento rivoluzionario, scrivendo le biografie dei suoi vecchi compagni e compagne. Dal materiale ricevuto dagli esiliati in Siberia, contadini, operai e soldati, ricava un articolo; sono circa 100.000 in condizione di inattività e depressione. Nel 1909 va a Londra per la propaganda in favore dei detenuti politici russi. A Liegi scrive in francese Les prisons russe tradotto poi in molte lingue, anche in italiano; inizia a scrivere le sue memorie e poco dopo scoppia la guerra; allo scoppio della rivoluzione è a Pietrogrado; il 21 marzo il governo provvisorio emette il decreto di amnistia per tutti i condannati di reati politici e viene costituita la Società degli ex detenuti ed esuli politici, presieduta da Vera Figner.

Il Comitato esecutivo centrale del Soviet di Pietroburgo la nomina membro del cosiddetto Pre Parlamento, un organismo privo di potere e voluto dalle forze che appoggiano il governo provvisorio. È definito da lei stessa una fabbrica di chiacchiere degna di essere eliminata; è sciolto con la rivoluzione di ottobre. Rimane contraria alla rivoluzione bolscevica, ma non si oppone apertamente per non combattere altri partiti socialisti fratelli. Ritiene come gran parte dei socialisti rivoluzionari che prima del passaggio al socialismo sia necessario un periodo di libertà parlamentare per l'educazione politica e civica delle masse popolari; nel 1921 viene pubblicato il primo volume delle sue memorie terminate con il terzo volume nel 1924; Vera continua a spostarsi spesso in provincia e nel distretto di Kazan promuove la nascita di una fattoria collettiva; visita scuole, orfanotrofi e biblioteche, sostiene materialmente iniziative culturali e narra in conferenze pubbliche, nelle scuole, nelle fabbriche, la storia politica di cui è stata protagonista, ricordando figure del movimento rivoluzionario; negli anni dello stalinismo protesta contro le persecuzioni politiche indirizzando lettere allo stesso Stalin, al presidente del Soviet supremo, Kalinin, all'ultimo presidente della società degli ex detenuti ed esuli politici; conserva la speranza nel trionfo della giustizia. Muore novantenne, nel 1942.

 

 

 

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