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La storia esige rispetto e approfondimento

DONNE Storie e Futuro

Certa faciloneria va oltre il dilettantismo per approdare, anche non volendo, alla distorsione e al revisionismo.

di Fiorenza Taricone
Donne e lavoro ingiustizie e ritardìculturaledellasocietà min"Fare storia e non raccontare storie" hanno titolato recentemente Angelino Loffredi e Lucia Fabi un articolo su UNOeTRE.it a proposito dei treni della felicità che partivano da Cassino, mettendo in guardia da una certa faciloneria che va oltre il dilettantismo per approdare, magari non volendo, alla distorsione e al revisionismo.

Per altri versi, ma comunque collegato, è il mio intervento sulla cosiddetta questione femminile, un settore di studi e di approfondimento talmente vasto da esigere anni di studio e il soppesare ogni parola quando a essa ci si riferisce, nel passato e nel presente. Una lotta, quella di una diversa formazione a tutti i livelli scolastici e nelle Università, ancora lontana dall’essersi conclusa e della quale sono stata e sono protagonista diretta. La cultura è stata una delle armi più formidabili ed elitarie per conservare il potere, ad escludendum naturalmente, perché chi più sa, manipola facilmente e chi meno sa, raccoglie le briciole di quanto viene lasciato passare. Qualunque nome di donna racchiude ieri e oggi un mondo di cui sappiamo ancora poco e dunque va trattato senza presunzione di sapere, anzi informandosi sui tentativi di svecchiamento che testardamente sono stati fatti in Italia. Seguendo la pratica femminista del partire da sé e dell’insegnamento dell’antifascista Gaetano Salvemini, per cui non si può essere imparziali, ma solo intellettualmente onesti, rappresentando ciascuno una parzialità che va dichiarata, parto dalle mie esperienze, che valgono non in quanto mie, ma come tessere di un mosaico. Il tentativo di modernizzare la cultura rendendola finalmente democratica e duale, con gl’insegnamenti relativi alle relazioni fra i generi, segnano il passo, e rappresentando un problema anche politico, viene facile la domanda cui prodest, a chi giova? Non alle e ai giovani naturalmente.

La sottoscritta ha fatto parte, con alcune Colleghe di Atenei italiani negli anni Novanta, del Cisdoss (Centro Interuniversitario per gli studi sulle donne nella storia e nella società), frutto di una Convenzione fra l’Università di Cassino e Sapienza, per un progetto d’istituzionalizzazione di discipline di genere. Il progetto era nato dopo il risultato di un censimento fatto sugli studi di genere nei paesi della Cee, la cosiddetta banca dati Grace, nel quadro del programma d’azione della Comunità europea per le pari opportunità nel campo dell’istruzione già dagli anni Settanta. Per l’Italia, dopo un primo censimento nel 1989, si era proceduto a un definitivo aggiornamento nel 1993. Degli oltre 400 questionari spediti a Rettori e Presidi di Facoltà, e alle studiose, meno della metà era stato rispedito. Per l’Italia, nell’ottobre del 1993 una copia della banca Dati Grace era stata affidata al Cisdoss per l’aggiornamento.

Il Centro sottolineava che continuare a ignorare l’esistenza di questi nuovi settori di ricerca significava aumentare la distanza fra l’Università e le culture emergenti della società, farne un luogo di trasmissione di nozioni obsolete, invece che il centro istituzionale della trasmissione di nuovi saperi. La richiesta di inserire allora nelle Facoltà di Lettere la Storia dell’istruzione femminile e la Storia dell’associazionismo femminile fu respinta dal Consiglio Universitario Nazionale, (Cun, Prot. 583 del 5 aprile 1989). Nulla era seguito poi al Piano nazionale triennale elaborato dal Comitato nazionale per le pari opportunità del Ministero della Pubblica Istruzione(1993-1995), per le pari opportunità nel sistema scolastico e l’aggiornamento dei Docenti. In qualche Università erano nate Cattedre specifiche di Storia delle donne, in altre l’insegnamento di Pensiero politico e questione femminile, come in quella dove insegno; sulla reale comprensione della portata culturale di parte dei Colleghi e Colleghe avrei molto da dire, ma mi riservo di farlo in altra sede. Sotto l’ombrello della Storia Contemporanea poi vari insegnamenti sono stati attivati, nella veste di contratti, affidamenti, libere docenze, ma da qui a parlare d’istituzionalizzazione come presa in carico da parte delle istituzioni di un ammodernamento dei saperi, ce ne corre. Il misto di misoginia e spartizione delle risorse, unito alla conflittualità delle stesse studiose ha fatto il resto. La penuria di donne nei posti di potere delle Università non le mette certo in condizioni di farsi valere, piuttosto di cercare accomodamenti onorevoli. Questo non vale naturalmente solo per i cosiddetti studi di genere, ma ad esempio per gli studi sulla nascita della Comunità Europea. Un percorso politico dell’idea d’Europa, con buona pace del Manifesto di Ventotene, nei libri di testo delle scuole superiori e in molti curricula universitari, manca. Ogni anno, all’inizio dei corsi, da molto tempo, mi chiedo quindi come, quando e perché, tranne per uno sforzo di aggiornamento personale costante, uomini e donne, ragazze e ragazzi dovrebbero essere al corrente di queste tematiche, che pure sono nel cuore della modernità. E arrivo sempre alla stessa conclusione: si ledono diritti democratici alla conoscenza e si rendono i giovani meno robusti nella consapevolezza di una cittadinanza europea costruita sui pilastri delle pari opportunità, non discriminazione, equality gender.

Su come viene raccolto il bisogno di storia, la politica istituzionale e governativa ha una sua precisa responsabilità. I programmi delle scuole superiori anziché prevedere una maggiore didattica per comprendere finalmente la contemporaneità, si sono in realtà contratti; disattenzione pericolosa perché notoriamente il pubblico più giovane diserta la televisione, e quindi non s’interessa generalmente ai programmi dedicati alla storia; per l’Università, si è già detto, ma vale la pena aggiungere che i risparmi derivanti dalla discutibile riforma universitaria legge n. 240/2010, nota come riforma Gelmini, (sulla quale ho espresso in varie sedi le mie contrarietà), incrementando la ricerca e l’innovazione, non si sono visti; si è vista invece la scomparsa di alcuni dottorati in studi di genere, meno accademicamente competitivi. Questo ha voluto dire penuria di fondi per la ricerca e impossibilità di dare un futuro accademico a tante giovani capaci. Il bisogno di studiare il passato, anche prossimo, è quindi legato, neanche a dirlo, a fondi strutturali specifici; se la storia come tutti noi, è politica, la politica per la storia non ha fatto altro che darla per spacciata, a favore dell’eterno presente del web. Pur volendo prendere per buona l’idea che il revisionismo sia inconsapevole, l’ignoranza in materia ha giocato un ruolo fondamentale.

Tutti o quasi sembrano essere d’accordo che la lotta agli stereotipi si combatte con la cultura, ma dagli anni Novanta, neidonne manifestazione liberazione della violenza min decenni che seguono il cosiddetto femminismo diffuso degli anni Ottanta è evidente una contrapposizione fra i progressi della condizione femminile e la persistenza degli stereotipi; la batuta d’arresto deriva anche e soprattutto da una mancata alfabetizzazione di genere in tutti i livelli d’istruzione e da una classe politica oscillante nei suoi propositi. Chi racconta e dibatte con agli studenti la storia degli ultimi venti anni, che li metterebbe in condizione di capire meglio l’oggi? Se, come è vero, la pandemia si combatte con la conoscenza, perché per costruire il futuro la conoscenza di ciò che è appena passato non sarebbe utile? I progressi sono lenti come i movimenti delle tartarughe: solo nel 1990, venti anni fa, lo stesso periodo di durata dello sciagurato regime fascista, per la prima volta nel contratto di lavoro dei metalmeccanici è stato introdotto il concetto di molestie sessuali. Viene modificato l’art. 18, quello che regolava in modo asessuato i rapporti nelle aziende; le molestie sono considerate una violazione del diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, oltre che un abuso di potere quando sono praticare da un superiore, ma per le grandi aziende restano un tabù. Il concetto di molestie, che si affaccia grazie all’azione di sensibilizzazione europea tramite i Codici di condotta e una Guida pratica per combatterle da parte della Commissione delle Comunità europee, è quasi contemporaneo alla legge sulle Azioni positive del 1991, n.125; le donne italiane sono diventate molto più preparate rispetto al decennio precedente; nelle Università c’è già stato il sorpasso, le laureate sono state il 50,02% dei laureati. Per l’Istat, le donne titolari d’impresa erano circa un milione, poco meno di un quarto del totale, e governavano complessivamente 3 milioni di dipendenti di cui 1,2 milioni uomini. Claudia Matta, entrata giovanissima nell’azienda del padre, la Carrara e Matta, è stata la prima donna a far parte della commissione confederale della Confindustria e Ada Grecchi diventa vice Direttrice generale dell’Enel; Per tentare di svecchiare la cultura, ha presieduto la Commissione ad hoc dell’ente ed è stata anche vice presidente della Commissione Parità presso la Presidenza del Consiglio.

I passi che si fanno per modificare l’immaginario collettivo sono seriamente messi a rischio dal successo delle televisioni commerciali e dei siti sul web espressamente dedicati alla pornografia, un vero stupro dell’immagine femminile. Nel ’91, lo Sportello Immagine della Commissione nazionale Parità invita a segnalare l’uso gratuito e offensivo della donna nella comunicazione, e sui tavoli si riversano centinaia di lettere, pagine strappate dai giornali e cassette registrate dalle tv; appare chiaro già da allora quello che sarà evidente nel video documentario Il corpo delle donne nato da un’idea non solo di una donna, Lorella Zanardo, ma anche di un uomo Marco Malfi Chindemi. Il corpo femminile appare quasi sempre mostrato a pezzi nelle trasmissioni delle Tv pubbliche e private, in prima serata. Spesso ho mostrato a lezione e nei Master il documentario, chiaro e doloroso anche nell’immagine finale: ganci di macelleria dove sono appesi quarti di carne, tranne un sedere femminile dove una mano maschile, mentre la ruota gira, appone un marchio.

La politica si mostra disattenta alle modifiche del rapporto fra i generi e colpito al cuore dalla corruzione; il ’92 è l’anno d’inizio di Tangentopoli, che però vede pochi casi di corruzione femminile; nello stesso anno Giovanni Falcone viene ucciso assieme alla scorta; la moglie, Francesca Morvillo, giudice minorile del Tribunale di Palermo, aveva accettato una vita blindata e perfino la reclusione volontaria nell’Asinara per il maxi processo di Palermo. Ma le donne in Parlamento, XI legislatura, sono diminuite, solo 82 su 955; si prevedono quote per uomini e donne con l’introduzione del sistema maggioritario, ma non tutte sono d’accordo; lo slogan era: le donne non sono panda. Nel 1992 il tasso di maternità delle italiane inizia a essere il più basso d’Europa, segno evidente di scarsa attenzione verso le politiche di conciliazione e la Chiesa, tranne rari casi, condanna la limitazione delle nascite, e l’aborto perfino per le donne stuprate in Bosnia. Il sociale sopravanza il politico: nove coppie omosessuali celebrano per finta a Milano il matrimonio, un’ostetrica modenese diventa mamma a 61 anni, arrivano le prime aspiranti donne soldato; la leva volontaria per entrambi arriverà nel 2000; il Sinodo anglicano stabilisce che dal ’94 le donne possono diventare vescovi.

Nel ’94 Forza Italia, Alleanza nazionale, Lega Nord conquistano la maggioranza, e lanciano in politica le donne, con strategie mediatiche di grande impatto, ma le elette sono solo il 14% in Forza Italia e Lega, il 5% in Alleanza nazionale. Nelle professioni qualificate, frutto di studio e competenze, le donne ottengono qualche risultato: nell’Associazione Nazionale Magistrati Elena Paciotti diventa la prima donna Presidente, fino al ‘99, quando diventa europarlamentare per i DS. Nei posti di rilievo, sarà la prima volta di Letizia Moratti, come Presidente Rai, di Rosa Russo Jervolino come segretaria del Partito Popolare, e di Emma Bonino come Commissario europeo per i diritti umani. Ma nel ’95, la Corte Costituzionale abroga come incostituzionale la norma antidiscriminazione che prevede che nessun sesso possa superare i due terzi nelle liste elettorali; continuano a crescere gli stupri, come molti altri maltrattamenti, ad opera dei cosiddetti insospettabili del ceto medio-alto. Nel maggio, 67 parlamentari di ogni colore politico convocano una conferenza stampa per annunciare di aver messo a punto una proposta di legge sulla violenza sessuale, relatrice Alessandra Mussolini, che sarà a settembre approvata dalla Camera, con il n.66, dopo 20 anni dalle prime raccolte di firme grazie ai movimenti femministi; gli stupratori possono però usufruire del patteggiamento e non arrivare al processo. L’élite femminile rimane sempre un’élite: Fernanda Contri ha un seggio alla Corte Costituzionale, Emma Marcegaglia è eletta Presidente dei giovani industriali. Nel ‘95, trova attuazione la legge n.215 del 1992, sulle Azioni positive per l’imprenditoria femminile, ma la disoccupazione femminile è al 60% soprattutto al Sud, percentuale che oggi non possiamo certo dire migliorata.

Nel 1998, il Cnel fornisce per la prima volta una mappa del “potere femminile”: in Parlamento siede solo il 10% di donne, nelle aziende private con più di 500 dipendenti, le dirigenti sono il 3%, in quelle medie non arrivano al 5. In campo giornalistico, tra tutti i direttori di quotidiani, c’è una sola donna, Sandra Bonsanti, al Tirreno. Un’oasi è il Ministero dei Beni Culturali, dove le dirigenti sono più della metà, ma la caratteristica della super manager è quella di aver rinunciato alla vita familiare, le donne con grado di dirigente più del 30% non ha figli. Nel ‘96 le donne continuano ad arretrare, proprio nel 50° del voto alle donne, perché non c’è nessuna legge sul riequilibrio della rappresentanza. Inoltre, esaminando la presenza nelle reti televisive, è concentrata soprattutto nelle tribune politiche, le meno seguite perché più noiose e assenti dai talk show e telegiornali, più appetibili. Continuano gli attacchi alla legge sull’aborto, che la Chiesa definisce omicidio, in base alla tesi che ogni essere umano ha la capacità giuridica fin dal momento del concepimento, riaprendo di fatto un dissidio fra fede e scienza, soprattutto in relazione alla bioetica. Sempre più coppie ricorrono alle tecniche riproduttive, (cosiddette TRA Tecniche di riproduzione assistita), in Internet sono in vendita ovuli e semi di ragazzi e ragazze. I tentativi di arrivare a una legge che consenta la fecondazione eterologa, quella che è stata approvata di recente, sono inutili. Il fronte cattolico vieta la fecondazione eterologa, cioè fatta con seme diverso da quello del marito, esclude le donne non sposate e stabilisce l’adottabilità degli embrioni. Ancora nel 2004, la Legge 19 febbraio 2004, n. 40“Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”, suscita proteste e dibattiti e induce molte coppie e singoli a recarsi all’estero per avere un figlio. Ma se oggi assistiamo al cimitero dei feti e al nome e cognome di una donna sbattuta sui media, che passi abbiamo fatto? Il 1996 viene ahimé ricordato anche per la tristemente famosa sentenza dei jeans da parte della Cassazione, che proscioglie l’istruttore di una scuola guida di Potenza accusato di stupro da un’allieva perché la ragazza non avrebbe potuto togliere i jeans molto aderenti senza essere stata consenziente.

Il governo D’Alema nel 1998 è definito rosa per il numero di presenze femminili mai raggiunto in Italia, sei Ministre, con dieci sottosegretarie. Nasce anche il Comitato Emma Bonino for President. In questi anni si discute del velo e delle mutilazioni femminili, praticate in 28 paesi. E’ approvata la legge n.269 contro lo sfruttamento sessuale dei minori attraverso la pornografia, con pene severe che però non colpiscono in modo sufficiente le forme più domestiche di pedofilia. Entra lentamente la consapevolezza che la famiglia sia luogo di violenze, abusi e sopraffazioni. Con la legge n.448, si prevede un assegno di maternità per le cittadine italiane residenti non lavoratrici, mentre quella n.476 prevede anche per i genitori adottivi il congedo per maternità. Ma è tutta la famiglia che cambia volto: per l’Istat ci sono 265.000 libere unioni, 385.000 famiglie ricostruite, 667.000 mono genitoriali per la grande maggioranza donne, separate, divorziate, o nubili. Sono le nuove famiglie, pari al 16,6 % delle famiglie italiane, ma non esiste una politica sociale per le madri sole, né nuove leggi per tutelare le unioni di fatto.

Nel 1999 vede la luce l’Euro, ma le donne elette alle elezioni europee del 13 giugno arretrano dal 12 all’11%, fanalino di coda dell’Europa. Il numero delle italiane che lavorano aumenta. Su 100 nuovi occupati, 85 sono state donne e aumentano anche nelle professioni maschili: le ingegnere sono raddoppiate, anche se sono meno del 5% del totale. Nella professione medica il 30% della categoria è femminilizzato, ma l’Europa ammonisce l’Italia per l’enorme disparità fra i sessi; per le casalinghe è approvata una polizza anti infortuni. Nel 2001 il Decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151 “Testo Unico delle disposizioni legislative, in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, raccoglie tutta la materia. Vengono sistematizzate le norme vigenti sulla salute della lavoratrice, sui congedi di maternità, paternità e parentali, sui riposi e permessi, sull’assistenza ai figli malati, sul lavoro stagionale e temporaneo, a domicilio e domestico, le norme di cui usufruiscono le lavoratrici autonome e le libere professioniste. Nel 2003, la Legge costituzionale n. 1 chiamata “Modifica dell’art. 51 della Costituzione” modifica l’art. 51 della Costituzione «Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizione di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge») con l’aggiunta: «A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità fra donne e uomini. L’anno successivo con la legge n. 90, “Norme in materia di elezioni dei membri del Parlamento europeo e altre disposizioni inerenti ad elezioni da svolgersi nell’anno 2004”, l’art. 3 prescrive che le liste circoscrizionali, aventi un medesimo contrassegno, debbano essere formate in modo che nessuno dei due sessi possa essere rappresentato in misura superiore ai due terzi dei candidati. Negli anni più recenti, le contraddizioni della condizione femminile, si acuiscono nell’occupazione e nei rapporti affettivi. La legge del 17 ottobre 2007, n. 188 contro le dimissioni in bianco, viene abrogata a pochi mesi dalla sua entrata in vigore dall’art.39, comma 10, lettera E del DL 25 giugno 2008, n. 112, convertito con modificazione dalla legge 6 agosto 2008, n. 133 (Governo Berlusconi). Il cosiddetto femminicidio diventa ormai un reato quotidiano, e il neo-femminismo che nella sua vulgata più superficiale era stato accusato di comportamenti aggressivi e offensivi verso il sesso maschile, si trova a dover fronteggiare l’inverso: i fenomeni di violenza domestica, di tentati omicidi, e di omicidi-suicidi sempre più frequentemente. Nel 2009, la legge del 23 aprile 2009, n. 38, “Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori” tenta di arginare un fenomeno le cui radici sono però profondamente culturali, che rivela anche come la rimozione degli stereotipi sessuali sia stata superficiale.

A livello molto più elitario, la legge 12 luglio 2011, n. 120 “Modifiche al testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, di cui al Decreto Legislativo 24 febbraio 1998, n. 58 concernente la parità di accesso agli organi di amministrazione e di controllo delle società quotate in mercati regolamentati”, conosciuta come la legge Golfo-Mosca dal nome delle sue proponenti, cambia pagina nella presenza femminile delle società quotate in Borsa. Dopo più di settant’anni dal primo ingresso di una donna, (solo nel 2007 era stata superata la soglia del 5%): si è oltrepassato il 17% (dati di Paola Profeta, Università Bocconi). La legge provoca un trend positivo tuttora in atto; il dato positivo della legge è stato anche quello di avviare una riflessione sullo stesso ruolo dei Cda, sulle competenze. Si valutano i curricula delle donne come quelli degli uomini, e anche se non lo fanno tutti, il dibattito si è messo in moto. Gli studi, d’altronde, sono ormai unanimi nel dire che esiste una relazione positiva tra presenza femminile ai vertici e risultati aziendali. Il vero punto debole resta il lavoro femminile, allora, come ora, continua ad avere nel Sud tassi di occupazione bassissimi, mentre a partire dal 2000 in Europa si è ridotto il gap tra uomini e donne come partecipazione al lavoro, in particolare nel sud Europa e soprattutto in Spagna (dati PwC-Women in Work Index). Eppure Goldman Sachs, insieme a altri economisti, aveva calcolato che la parità di genere avrebbe portato un aumento del Pil in Italia del 22%.

 

 

 

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