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Giornata internazionale contro la violenza sulle donne

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nemmeno con un fiore violenza donne minGiornata internazionale contro la violenza sulle donne, Frosinone 25 novembre 2019

di Lucia Fabi - Parlare oggi, nella Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, delle “marocchinate”, tragedia che nel 2° conflitto mondiale colpì migliaia di donne e non solo , della nostra Provincia, deve essere motivo di riflessione per condannare qualsiasi forma di violenza di genere ,sia essa singola che di massa e sia che ci tocca da vicino o che avvenga in qualsiasi parte del mondo, sia che succeda in guerra o in pace.

L’attenzione deve essere costante per non vanificare il dolore e le sofferenze patite dalle donne oltraggiate.
I pericoli di una recrudescenza sono dietro l’angolo e noi non possiamo permetterci di abbassare la guardia.
Da sempre le guerre hanno causato violenze e stupri di massa e per secoli la situazione è rimasta immutata a causa di una sbagliata concezione sulla donna considerata come oggetto e come proprietà esclusiva del maschio. Capace solo di procreare, in tempo di guerra veniva usata come strumento per colpire ulteriormente il nemico.

Considerata prima come ambito bottino di guerra, in seguito ci si è accaniti sul suo corpo infliggendo violenze inaudite e giustificando le stragi con motivazioni sempre più agghiaccianti:
dal possesso della donna per proprio uso ,si è passati agli stupri etnici ( con uso della donna come arma bellica per contaminare col proprio seme l’essenza etnica), infine allo stupro considerato come arma strategica usando il corpo della donna come strumento per annientare definitivamente il nemico.
In ogni guerra lo stupro di massa si è consumato con crudele cinismo e indifferenza, tra la rimozione generale. Si è preferito sempre celebrare l’eroe soldato piuttosto che pubblicizzare una strage scomoda e per la morale corrente scabrosa e peccaminosa. Per secoli la considerazione sulla donna è rimasta immutata e isolate sono state le voci per la sua tutela.
Dobbiamo arrivare al 21 giugno del 2008, quando il consiglio di sicurezza dell’ONU con la risoluzione 1820 ha ritenuto lo stupro di guerra un crimine contro l’umanità. Non bisogna andare lontano per ricordare la triste storia di donne stuprate, violentate, uccise durante un conflitto.

I comuni situati a ridosso dei monti Ausoni, Aurunci e Lepini , lungo la riva destra del Garigliano del Liri e del Sacco, dove transitarono le truppe nordafricane appartenenti al CEF, furono martoriati dal passaggio di queste truppe che , lasciarono orrore, sofferenze, desolazione.
Donne di tutte le età, dagli 8 agli 85 anni stuprate e ripetutamente violentate morirono, contrassero malattie veneree, o rimasero incinte.
Tutto il dramma , l’incubo, le sofferenze, furono vissuti in solitudine. Le donne furono abbandonate a se stesse e nella miseria più nera. E per molte la tragedia non finì con lo stupro o con la malattia, esse dovettero fare i conti anche con i propri uomini che,alla scoperta dello stupro le abbandonarono considerandole colpevoli della violenza subita.

Di fronte a questa tragedia le istituzioni tutte si dimostrarono da subito assenti e insensibili. Non si provvide a farle curare salvaguardando così anche i loro familiari, ne ci si preoccupò di alleviare il loro dolore e le loro angosce.
L’unico esempio di solidarietà, verso le migliaia di donne colpite da questa sciagura nella nostra Provincia, avvenne dall’Unione Donne Italiane, che dal 1948 al 1952 si fecero carico di andare di paese in paese per ascoltare le testimonianze delle violentate. Ma le donne abituate al silenzio e alla ritrosia, all’inizio si mostrarono scettiche e diffidenti poi, piano piano, iniziarono a raccontare di se ma per interposta persona. Parlavano delle loro amiche, parenti, vicine ma per pudore e vergogna, non ammettevano di aver loro stesse subito violenza. Entrare in contatto con persone estranee al loro ambiente e sensibili al loro dramma, rese loro più sicure e fiduciose.

Il lavoro delle donne dell’UDI fu capillare e per ottenere un quadro ancora più realistico organizzarono riunioni a Ceccano, Sant’Elia, Pontecorvo,S.Giovanni Incarico. Questi furono incontri preparatori per la grande manifestazione che si tenne il 14 ottobre del 1951 a Pontecorvo.
Malgrado le intimidazioni delle forze dell’ordine schierate per non far transitare i pullman che trasportavano le manifestanti, 500 donne riuscirono ad arrivare a piedi al Supercinema e davanti ad una platea super affollata e attenta, alcune di loro , tra la commozione generale ,ebbero il coraggio e la forza di raccontare e denunciare le violenze subite .
Tutto questo lavoro servì per preparare l’ interpellanza parlamentare sostenuta anche dalla Camera del Lavoro di Frosinone e dal Comitato per la Rinascita della zona di Cassino.

L’interpellanza articolata su due punti fondamentali: Il risarcimento e pensione per le violenze subite e l’assistenza sanitaria verso le donne che avevano contratto malattie venere e verso le loro famiglie, fu presentata dalla deputata comunista Maria Maddalena Rossi e discussa il 7 aprile 1952 in seduta notturna, perché l’argomento era ritenuto scabroso e di sesso non si poteva parlare.
La Rossi relazionò in termini lucidi e accorati ,denunciando la situazione di abbandono in cui versavano le vittime e illustrando ciò che si poteva e doveva fare. Il sottosegretario democristiano Tiziano Tessitore ebbe la sfrontatezza di replicare che le marocchinate avevano la stessa rilevanza di altre tipologie di vittime civili, come ad es, gl’incidenti d’auto. La Deputata a quest’affermazione indignata replicò: come si vede che ella non è donna.
Poteva sembrare una risposta solo emotiva ma invece sintetizzava la diversa sensibilità e il diverso approccio tra lei e il sottosegretario nell’interpretare il dramma delle violentate.
Solo una sensibilità femminile poteva capire lo spirito e tutti quei significati emotivi e psicologici di chi aveva subito violenza.
Questi i drammatici fatti accaduti nella nostra zona nel maggio del 1944.

Nel momento in cui le donne stremate da tanti sacrifici speravano di poter finalmente riprendere a vivere normalmente, in un attimo cadde loro addosso il buio più assoluto.
Triste storia, ancora oggi non del tutto risolta ma attenzione: il dramma delle nostre donne non dobbiamo circoscriverlo solo alla nostra zona perché rischiamo di chiuderci in un provincialismo che ci fa rimanere intrappolati isolandoci dal resto del mondo. Questo sarebbe un errore. Se pensiamo che anche i nostri soldati italiani esercitarono violenze in Francia, Grecia, Albania, Jugoslavia, Etiopia, Eritrea , Libia è un dovere ricordare le donne di altre nazioni. Solo se internazionaliziamo il dolore possiamo contribuire a prevenire ed evitare che si ripetano simili nefandezze.
Purtroppo le guerre nel mondo continuano. Come dimenticare quanto sta succedendo nel Kurdistan, in Irak e in altri luoghi dove continuano gli stupri di massa?

Allora che fare?
Innanzi tutto non ricordarsi della violenza sulle donne solo una volta l’anno ma ogni giorno. E’ necessario mantenere aperta l’attenzione su una cultura del rispetto dei diritti umani e delle differenze di genere adeguando anche un linguaggio pertinente.
La sensibilizzazione del cittadino, dell’opinione pubblica e della scuola rappresentano il veicolo più idoneo. per cambiare e per costruire un mondo senza conflitti e senza barriere.

 

 

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