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Salario minimo e rappresentanza del lavoro

diritti e sindacati 350 mindi Donato Galeone* - A metà maggio, qualche mese fa, scrivevo su questo giornale che l'orientamento del Ministero del Lavoro sembrava prevedere di procedere con una ricognizione consensuale della vigente contrattazione collettiva prodotta dai corpi intermedi associati – parti sociali – tra sindacati dei lavoratori, più rappresentative a livello nazionale quali sono la CGIL-CISL-UIL e le rappresentanze dei datori di lavoro, altrettanto maggiormente rappresentative, quali sottoscrittori dei contratti di lavoro, parte normativa e parte economica, entro cui ricostruire un “SALARIO MINIMO” per legge annunciato dal “contratto di governo” da adeguare - volta a volta - alla evoluzione del lavoro – contrattato e partecipato – in Italia e nella dimensione europea.

Questo orientamento sul SALARIO MINIMO EUROPEO, è stato recentemente ripreso anche dalla neo eletta Presidente della Commissione Europea, che ha riconfermato il rispetto dovuto verso i singoli Paesi dell'Unione Europea sui livelli minimi salariali di fatto praticati e derivanti dal lavoro contrattato e partecipato tra parti sociali - datori di lavoro e lavoratori - più rappresentativi sui territori nazionali europei.

Il nostro Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico mentre richiama, ancora, che in 22 Paesi dell'Unione Europea “il salario minimo è legge da molti anni - ripete - che presto diventerà legge anche in Italia e conferma che la contrattazione collettiva resterà centrale”.

Ma dare esecutività a questi orientamenti significa, innanzitutto, volere superare la questione del “salario minimo legale” con il confermare il valore “erga omnes” dei minimi contrattuali di categoria vigenti, nel rispetto dei soggetti contraenti - riconosciuti maggiormente rappresentativi - con le loro autonome decisioni, già definite e riferite alla realtà sociale concreta generale delle persone, giovani e meno giovani, che lavorano o che attendono lavoro.

Solo così si può condividere il richiamo di Luigi Di Maio - Ministro del Lavoro - all'articolo 36 della nostra Costituzione ”che ogni cittadino ha diritto a una paga dignitosa”.

E, coerentemente, il Ministro dovrebbe immediatamente rileggersi anche i commi 2, 3 e 4 dell'articolo 39 della nostra Costituzione sulla rappresentanza e rappresentatività sindacale che “ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la registrazione...che gli statuti interni sanciscano un ordinamento interno a base democratica....e che i sindacati registrati hanno personalità giuridica e possono, RAPPRESENTATI UNITARIAMENTE IN PROPORZIONE DEI LORO ISCRITTI, STIPULARE CONTRATTI COLLETTIVI DI LAVORO CON EFFICACIA OBBLIGATORIA PER TUTTI GLI APPARTENENTI ALLE CATEGORIE ALLE QUALI IL CONTRATTO SI RIFERISCE”.

Ecco, quindi, che in assenza – ancora – di norme in materia di “rappresentatività delle organizzazioni sindacali e di efficacia dei contratti collettivi di lavoro” – ultimo riconoscimento “erga omnes” contrattuale del 1959 – la CGIL-CISL-UIL hanno coperto, di fatto, con la contrattazione collettiva oltre l'80 del lavoro italiano intercategoriale e quel 15-20% di lavoro e lavoretti - compreso il lavoro nero - si identifica, anche, con il cosiddetto “dumping contrattuale” che sfugge, spesso, al controllo degli organi ispettivi dello Stato.

Tuttavia, pur in presenza di una diffusa conquista contrattuale salariale oraria dei lavoratori rappresentati dalla CGIL-CISL-UIL, la crisi del lavoro in questo ultimo decennio ha favorito la ricerca di “un lavoro qualsiasi” per vivere tra disoccupati e sottoccupati, disperati, giornalmente occupati saltuariamente in condizioni precarie e con nessuna sicurezza sul lavoro.

Mi permetto ripetere che non soltanto il “SALARIO MINIMO PER LEGGE” potrà dare “diritto ad una paga dignitosa” in quanto necessita - innanzitutto - sanare i “dumping contrattuale o la contrattazione pirata” mediante l'attivazione di una sistematica azione di vigilanza, coordinata territorialmente, sia sulla verifica applicativa dei contratti e salari che sulle normative sottoscritte dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dalle organizzazioni dei datori di lavoro - maggiormente rappresentative - già di fatto riconosciute o da riconoscere, come più volte sollecitato - recentemente - da almeno cinque anni e con proposte tra parti condivise (Accordo sulla rappresentatività tra Confindustria, CGIL,CISL,UIL con adesione della UGL del 31 maggio 2013) indicando, chiaramente, sia le sedi istituzionali (INPS e CNEL) e sia le modalità con cui misurare la rappresentatività delle organizzazioni sindacali e le regole con cui validare e rendere esigibili i contratti nazionali di lavoro.

E ancora il 14 gennaio 2014 con il “Testo Unico sulla Rappresentanza Sindacale” si concludeva un percorso iniziato con l'Accordo Interconfederale del 20 dicembre 1993, proseguito con quello del 28 giugno 2011 e successivamente integrato dagli accordi sia del 4 luglio 2017 che del 28 febbraio 2018 e da un aggiornamento in data 9 marzo 2018 relativamente ai nuovi “contenuti e indirizzi delle relazioni industriali e della contrattazione collettiva” mediante queste importanti modifiche condivise e sottoscritte:

• in previsione di una misurazione certificata della rappresentanza anche delle organizzazioni dei datori di lavoro (come previsto anche dall'Accordo Interconfederale del 24 novembre 2016 tra Confcommercio e Cgil, Cisl, Uil);
• in previsione di una possibile regolazione per legge di tutta la materia relativa alla rappresentanza e rappresentatività sindacale volta ad assicurare efficacia generale ai contratti collettivi;
• nella promozione, attraverso l'estensione della contrattazione di secondo livello, di processi di cambiamento culturale “capaci di accrescere nelle imprese le forme e gli strumenti della partecipazione organizzativa”.

Ho voluto richiamare, in sintesi, le contrattazioni del lavoro conquistate dai sindacati dei lavoratori - dal 1959 in poi - oltre gli accordi nazionali interconfederali degli ultimi anni nel merito delle proposte sulla “rappresentatività unitaria delle organizzazioni sindacali” - come prevede la nostra Costituzione - “per stipulare contratti collettivi con efficacia obbligatoria per tutti” considerando la proliferazione - presso il CNEL - dei depositi di vari contratti nazionali che – ad oggi – hanno raggiunto il numero eccessivo di circa 900 di cui solo nel settore del commercio ne risultano depositati oltre 200 e con salari minimi sempre più bassi, spesso, di misura anche meno della cassa integrazione salariale o del reddito minimo di cittadinanza.

Condivido, quindi, la proposta fatta al CNEL dal mio amico Raffaele Morese “contro i contratti pirata” e il “dumping contrattuale” sollecitando l'Assemblea del CNEL - fino a quando una “legge sulla rappresentanza non intervenga” - di decidere che “siano certificati soltanto i contratti nazionali sottoscritti dalle organizzazioni presenti nel CNEL e che questi contratti, entro un determinato tempo, debbano avere lo stesso salario minimo definito dalle organizzazioni maggiormente rappresentative di imprese e lavoratori”.

(*) già Segretario Generale di Frosinone e Regionale CISL Lazio

Da Leporano di Taranto, 29 luglio 2019

 

 

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