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Lavoro e sicurezza ambientale non solo a Taranto

Ilva Taranto 350 mindi Donato Galeone* - Il giovane quarantenne Alessandro Leogrande, giornalista e scrittore, mio conterraneo tarantino di nascita, deceduto a Roma nel dicembre 2017 - prevedeva, già nel 2014, che l'ILVA potesse essere rilevata da AcelorMittal, il colosso franco-indiano e principale produttore mondiale di acciaio.

Ma gli ostacoli e gli l'interessi del papa straniero per l'acciaio - scriveva e osservava Leogrande - potevano essere due:

- il primo, chiedere una sorte di potere di interventi extra giudiziari, e cioè di agire come se fossero sospesi i processi giudiziari in atto, come quello per disastro ambientale;
- il secondo, quello unicamente per rilevare quote di mercato e smantellare tutto in pochi anni, considerando che AcelorMittal aveva chiuso in Francia l'importante stabilimento di Florange senza dare alcuna risposta alle proteste dei lavoratori.

Lo Stato interviene nel profondo Sud. Negli anni '60 sono stato impegnato, con la CISL, tra Matera e Brindisi e, dal '67 fino a maggio 1976, nell'area meridionale del Lazio a sud di Roma.
Sappiamo che quell'area meridionale - da Sud di Roma fino a Santa Maria di Leuca comprese le nostre isole - fu agevolata, fino al 1992, dall'intervento straordinario dello Stato, con la Cassa per il Mezzogiorno, coordinato dai Consorzi Industriali istituzionalmente costituiti - quali Enti economici - per elaborare piani regolatori locali di sviluppo industriale e promuovere servizi sociali di benessere comunitari.
Tutti gli Enti consortili furono e sono legittimati alla espropriazione di immobili e terreni agricoli destinati alle attività industriali e servizi, predisponendo strutture e infrastrutture adeguate a insediamenti industriali, privati e pubblici, finalizzati allo sviluppo economico territoriale congiunto alla salvaguardia ambientale, programmata, tra tipologie di prodotto e posti di lavoro quantificabili e sostenibili in tempi condivisi e predeterminati.

L'area territoriale del profondo Sud tra Matera, Taranto e Brindisi - negli anni'60 - fu avviata, di anno in anno, verso una vera trasformazione territoriale considerando:
• i giacimenti metaniferi scoperti da Agip Mineraria-Eni nella Valle del Basento del materano con possibili insediamenti industriali dell'Anic e Pozzi, dalla Macchia di Ferrandina a Pisticci verso Metaponto;
• l'orientamento annunciato e diffuso, sostenuto dalle rappresentanze politiche e sociali, sulla proposta di un quarto Centro Siderurgico dell'Italsider-Iri a Taranto, favorito da area pianeggiante da collegare al vicino porto mercantile;
• la disponibilità del gruppo industriale italiano Montecatini-utilizzando oltre 800 ettari di terreno nell'area portuale di Brindisi, per la costruzione di un petrolchimico, integrato nella unità produttiva Polymer ai margini del porto brindisino.
In questo triangolo del Sud, tanto Taranto che il suo territorio, venivano coinvolte nelle lavorazioni di materie prime minerarie della siderurgia diquadro di Daniele Galeone 350 min base - con l'insediamento dell'Italsider -, quanto la città di Brindisi nelle lavorazioni petrolchimiche della Montecatini, mentre parte delle risorse metanifere della Lucania favorivano, nella Valle del Basento, l'insediamento parastatale chimico dell'Anic e quello privato della Pozzi.

 

L'impianto a partecipazione pubblica ITALSIDER, poi privato ILVA, con il primo altoforno messo in marcia nel 1964 produceva 3 milioni di tonnellate all'anno; successivamente, nel 1970, raggiungeva 4,5 milioni di tonnellate fino al raddoppio produttivo di 11,5 milioni di tonnellate nel 1975. La massima occupazione veniva raggiunta, nel corso del 1980, con 21.791 unità (dati di Ilva).
Nel petrolchimico della MONTECATINI- POLYMER – da me conosciuto dal maggio 1962 e fino a giugno 1964 per impegno sindacale diretto assunto nella CISL di Brindisi – gli aventi diritto al voto per la elezione della Commissioni Interna, nel maggio 1963, erano 3.388 e dopo un anno già raggiungevano le 4.438 unità (dati Cisl di Brindisi).
In Val Basento di Matera – recente area di ricerca metanifera - la occupazione diretta in prevalenza nell'industria chimica e attività indotte prevedeva l'impiego di 6-7.000 unità lavorative. Un vero “boom” per l'economia territoriale Sud e di Matera una delle più povere aree del Mezzogiorno che stentava ad affrancarsi dalla povertà e nonostante l'intervento della riforma agraria che aveva movimentato trasferimenti di famiglie nella piana di Metaponto.

 

La famiglia Riva, con ILVA, rileva l'impianto a lavoro ridotto e scarsa sicurezza ambientale.
L'ILVA - già ITALSAIDER - alla ribalta in questi ultimi giorni - quale questione sociale non solo locale - impone - un brevissimo richiamo agli anni non molto lontani, allorquando, pareva giusto e doveroso dare aria nuova e risposte a quel triangolo del Sud sia ai tarantini che ai salentini e lucani - affamati di lavoro - favorendo il passaggio dalla campagna alle fabbriche e la certezza di impiego massimo presso quel grande impianto siderurgico, ubicato all'ingresso della città di Taranto.

Oltre un migliaio di ettari di olivi sradicati per l'ITALSIDER che, peraltro, richiamava e raccoglieva famiglie di operai, nuovi assunti al siderurgico, insediatesi, preferibilmente, attorno al grande complesso industriale, tanto nei quartieri Tamburi e Paolo VI quanto verso sud-est della estesa città, oltre i margini del muraglione dell'Arsenale e l'abbandonata Salinella.
La città di Taranto, in quegli anni raddoppiava i suoi abitanti così come, dal 1964 al 1980, aumentavano i miliardi di profitti sulle tonnellate di produzione siderurgica dell'acciaio a ciclo integrato degli impianti e ottenuti da materie importate e giacenti, all'aperto del sito, per alimentare gli altiforni in costante attività produttiva.

Risultava quasi nulla o si riduceva a semplicistico richiamo formale l'impegno e l'attenzione alle persone - nel lavoro e nella salute dei cittadini - tanto sulla prevenzione e sicurezza sui luoghi di lavoro quanto sugli interventi dovuti per la salvaguardia ambientale, prevedibili e quantificabili - in costi aziendali dovuti - nell'esercizio specifico della produzione integrata a ciclo continuo, conosciuto e praticato, in tutti gli impianti siderurgici operativi nel mondo.
Già con la crisi dell'acciaio negli anni '80 con la ITALSIDER e poi, nel maggio '95, con l'acquisizione degli impianti siderurgici ILVA dalla famiglia Riva - nell'epoca delle veloci privatizzazioni - gli occupati si ridussero, in quindici anni, di oltre diecimila unità.
Dal 2011 - con le 11.796 unità occupate in ILVA e nonostante la crisi di mercato mondiale - venivano prodotte annualmente circa 8 milioni di tonnellate di acciaio con un fatturato di 10 miliardi di euro/anno. Veniva coperta la domanda di prodotto ILVA per oltre la metà del fabbisogno nelle attività produttive nel settore manifatturiero italiano.

L'accordo multinazionale Acelor Mittal per il lavoro ridotto e la sicurezza ambientale.

Il 6 settembre 2018 - come sappiamo - si definiva la sostenibile intesa condivisa tra la multinazionale dell'acciaio franco-indiana Acelor Mittal, Governo e Sindacati dei lavoratori, con la sottoscrizione di impegni a realizzare un piano produttivo ridotto di 6 milioni di tonnellate annuali e investimenti di 1,25 miliardi, congiunto, all'intervento di bonifica ambientale per 1,25 miliardi e una occupazione ridotta complessiva a 10.700 unità nel gruppo Acelor Mittal Italia di cui 8.270 su Taranto.

Questi, in estrema sintesi, i contenuti base dell'accordo sull'affitto, fino al 2023, all'ex ILVA che però, dopo un anno e all'inizio di questo mese la stessa multinazionale comunicava di “ritrattare quell'accordo” sia per la discutibile azione legale di incompatibilità ambientale che sulla più certa e ventilata ipotesi - inaccettabile dai sindacati e governo - di 5.000 esuberi di posti di lavoro.

In questi ultimi 20 giorni di novembre sulla ex ILVA di Taranto sembra riaffacciarsi, finalmente, l'esigenza di una politica industriale italiana nella dimensione europea.
A mio avviso, se il Capo del Governo, Giuseppe Conte, viene a Taranto e discute con i lavoratori, direttamente sul luogo di lavoro, mentre il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, riceve al Quirinale CGIL-CISL-UIL, non è solo per la bomba sociale ILVA, da trattare, ma dovrebbe impegnare il Governo e le Regioni - essenzialmente - sulle oltre 150 aziende in crisi, con le migliaia di posti di lavoro e famiglie che, da mesi, attendono ragionevoli soluzioni in assenza - ad oggi - di una politica industriale italiana di crescita sostenibile e posti di lavoro certi e veri (dg).

Roma, 24 novembre 2019

 

 

 

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