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Cinque soli? Si, una coraggiosa avanguardia per un grande esercito nell'interesse di tutti

marchionne 350 260di Ignazio Mazzoli - Lo sciopero proclamato dalla Fiom, alla Fca di Pomigliano, contro il ricorso al lavoro straordinario di sabato mentre metà dello stabilimento è in cassa integrazione, era più che giusto perchè siamo davanti ad un'ingiustizia clamorosa.
Vediamo di parlarne a proposito.
Metà dello stabilimento è in cassa integrazione e l'altra metà è costretta a turni aggiuntivi, straordinari. Basterebbe questo a fare insorgere un qualunque sindacato che si ponesse davvero il problema della difesa dei lavoratori. Non è cosi. Il sindacalismo complice che in Fca è ormai strutturalmente d'accordo con Marchionne a prescindere, sembra ormai molto evidente. Quella che è, quindi, una clamorosa ingiustizia, tra le altre cose disvela cosa intendano realmente le imprese per "produttività", diventa persino una conquista, un'opportunità che in tempi di crisi non ci si deve far scappare.

Il riposo forzoso di metà dello stabilimento è pagato con soldi pubblici, anzi dei lavoratori per essere precisi e l'insieme dello stabilimento non sembra avere grandi prospettive senza una nuova produzione che affianchi la Panda.
Come era largamente previsto, lo sciopero Fiom raccoglie pochissime adesioni. La canea confusionaria e reazionaria che si è scatenata contro la Fiom, accusata di un clamoroso flop, ha l'evidente scopo strumentale di dimostrare lo scarso seguito della stessa tra i lavoratori. La Fiom non riuscirebbe più a comprendere i lavoratori, avrebbe in sostanza la testa tra le nuvole, agitata da un'ideologia ormai superata... (qualcuno di proposito, evidentemente, ha dimenticato lo sciopero generale di dicembre 2014 e le precedenti settimane di lotta che hanno dimostrato una gran voglia di difendere lavoro e diritti)

La verità, è profondamente diversa e lo sanno in molti, almeno tutti quelli che lo vogliono sapere. Il ricatto che si esercita sui lavoratori Fca ex Fiat è sostanzioso. Non solo perché sono in un luogo simbolo dell'arbitrio padronale dopo la rottura del 2010, ma anche perché lavorare o essere in cassa integrazione con ben poche possibilità di essere richiamato, fa una grande differenza. Non bisogna mai dimenticare come sono stati costruiti gli elenchi dei lavoratori di serie A e B, i salvati e gli esuberi.
Ciò che accade in Fiat ha sempre agito da esempio (cattivo anche). Non è un caso che il modello Marchionne ha fatto da apripista alla destrutturazione del sistema contrattuale e sociale del paese. Oggi quel modello si è imposto anche grazie agli accordi sindacali Cgil Cisl Uil, dal 28 giugno 2011 al testo unico del 10 gennaio 2014, che ne hanno assunto i principi di fondo. La strada per la ricostruzione di un insediamento sindacale e di nuovi rapporti di forza per queste ragioni sarà inevitabilmente lunga e laboriosa.

Tuttavia, proprio perché quello era uno sciopero sacrosanto e ne siamo convintissimi, su quella strada bisogna proseguire. Andrebbe aperta una riflessione sulle forme di lotta e sulla vertenza Fiat più in generale. Sarebbe un errore non valutare attentamente quanto accaduto. Sono diversi gli stabilimenti in piena ripresa produttiva, laddove cioè la lotta può avere un peso importante, mentre per altri sembra avviata la strada della lenta dismissione. Sembra, quindi, decisivo il tema di come in questo quadro agisce il conflitto in rapporto stretto con chi è escluso dal lavoro.

Organizzare i cassintegrati per rivendicare la piena occupazione nel gruppo, sebbene non privo di tensioni nel rapporto tra chi lavora e chi è in cassa, è un elemento determinante per costruire iniziative di lotta efficaci. Promuovere cioè la lotta contro la fatica di fabbrica, e le dure condizioni imposte in Fca, con quella per la piena occupazione. Strada complicata e difficile ma senza alternative. O si riapre la battaglia generale, dentro e fuori le fabbriche, contro il modello Fca di esclusione e super sfruttamento o inevitabilmente le iniziative sindacali avranno sempre meno peso.
Alla Fiat-Sata di S.Nicola di Melfi le linee da un paio di mesi viaggiano all'impazzata. Come un treno ad alta velocità che non conosce fermate. Gli operai appaiono come automi stanchi e stremati.
"La velocità della linea è aumentata, non riesco più a stare al passo". Vuol dire che "solo il tempo di montare una vite o un bullone e girarmi e mi trovo fuori postazione". Il treno corre in fretta. In particolare la linea che sforna Jeep Renegade e 500X neanche fossero merendine. In un solo turno si producono oltre 500 auto. "Ci stanno schiattando il fegato", si disperano. E a lamentarsi non sono neanche i lavoratori più riluttanti ai ritmi, ma quelli che sono conosciuti come i più efficienti e veloci. Raccontano le cronache che non mancano per chi le vuole leggere.
Le lamentele, però, che fine fanno? Si soffre in silenzio. Prevale paura, silenzio e alienazione. Le tutele sono decrescenti. Qualche giorno fa, a Melfi gli operai hanno votato per eleggere i rappresentanti sindacali in azienda. In testa c'è la Uilm. Poi a seguire tutti gli altri. Tranne Fiom (Cgil), che non ha sottoscritto il contratto nazionale e non ha rappresentanti in azienda. Se chiedi ad un operaio come mai non si rivolga ai neoeletti 'rappresentanti' per denunciare i nuovi ritmi 'impazziti' di lavoro, ti risponde laconico: "E dove sono i nostri rappresentanti?".
Già, dove sono? Di sicuro conoscono il problema, ma non osano ribellarsi ai diktat di Sergio Marchionne. Produrre, produrre, accelerare. Sono queste le parole d'ordine. Melfi modello esemplare. E con la Fiom fuori gioco, controllare il dissenso operaio è un 'gioco' da ragazzi. In affanno, gli operai, con la lingua a terra e neanche 'il diritto' di lamentarsi.
Allora? Cinque soli? Si, una coraggiosa avanguardia di un grande esercito da organizzare nell'interesse di tutta la società e dei suoi diritti.

Non basta rimpiangere il Pci. Che senso ha rammentare il suo rigore per rimbrottare i protagonisti di oggi? L'insegnamento del Pci va raccolto e messo a profitto soprattutto sapendo coglierne l'ispirazione innovatrice che ha saputo infondere nella Costituzione antifascista e repubblicana, che stanno liquidando a mozzichi e bocconi. Quella è l'eredità da ricordare e difendere. Il rigore di quel partito, accettato da tutti, aveva un prezzo: la consapevolezza di lottare per una società più giusta. Oggi manco si conosce un qualche progetto di società.
Responsabilità ce l'hanno sicuramente quelli che avrebbero dovuto avere a cuore quell'eredità ed invece hanno fatto a gara per accreditarsi di fronte al potere finanziario ed al grande capitale. Gli stessi che si costringono ad accettare pseudo-riforme e riduzione degli spazi di democrazia senza sapersi neppure battere nel loro partito per impedire questa brutta e odiosa restaurazione paleocapitalistica.

fonti delle cronache: controlacrisi.org, ilfattoquotidiano.it, huffingtonpost.it

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