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Un raccapricciante modo di fare politica

sgombero immigratidi Ivano Alteri - Ci sono le prostitute sulle nostre strade? Gli facciamo una multa. Ci sono i senzatetto che occupano abusivamente le abitazioni altrui? Li sgomberiamo. C'è una massa di disperati che “ci invade”? Li respingiamo nel deserto. Ma anche: ci sono troppi disoccupati? Trasformiamo il lavoro stabile in precario e dividiamo la povertà; ci sono sperperi nella sanità? Limitiamo l'accesso anche ai servizi essenziali... Ad alcuni, questo modo di fare politica pare quello giusto; a molti altri, noi compresi, pare invece del tutto insufficiente, per non dire illusorio, quando non raccapricciante.

Non abbiamo mai conosciuto una donna, o una persona di qualsiasi orientamento sessuale, che abbia scelto di prostituirsi, se non costretta dalla fame o dalle minacce, o irrimediabilmente corrotta dalle diaboliche malie del denaro. Prostituirsi è innanzitutto mancanza di rispetto per se stessi: chi può sceglierlo deliberatamente? La prostituzione è schiavitù, è vessazione, è sopraffazione, è umiliazione, è annullamento della persona umana, è dolore indicibile. Se avete il cuore troppo tenero, non leggete le storie di chi vi è costretto: vi causerebbero ferite insanabili. Perché a qualcuno, invece, sembra sufficiente una multa per sanare questa tragedia?

Avere una tana, un rifugio, in cui difendersi dalle intemperie e dai pericoli, è un bisogno che accomuna tutti gli animali; come respirare, mangiare, bere, dormire. Ogni animale ne ha una; qualcuno più di una. È un bisogno insopprimibile; eppure viene soppresso. Ma senza tana, che gli umani chiamano “casa”, non c'è protezione, non c'è stabilità, non c'è sicurezza, non c'è punto di riferimento, non c'è cura della prole, non c'è famiglia, non c'è ritorno. Perché per alcuni, invece, è sufficiente lo sgombero di un palazzo occupato abusivamente e il rispetto della sacra proprietà privata, per dirsi politicamente soddisfatti?

Scappare dalla propria terra con poverissimi e pericolosissimi mezzi, sospinti dalle atrocità della guerra, della fame, dei soprusi, delle sopraffazioni, delle violenze di ogni tipo, è una scelta disperata e disperante. Rinunciare alla vicinanza dei propri cari, dei propri amici, del proprio ambiente, della propria cultura, della propria terra, è una condizione che nessuno augurerebbe a nessun altro. Venire accolti a calci e sputi dall'altra parte del mondo, anche. Eppure, un ministro che toglie dalla vista una simile sciagura esistenziale, spostando i cadaveri dal mare nostro al deserto loro, risulta essere, con nostro incontenibile sbigottimento, un bravo ministro. Perché?

Non avere un lavoro per procurarsi da vivere, o averne uno che non consente di procurarsene a sufficienza, è una condizione insopportabile per chiunque; non potersi curare, non mandare i figli a scuola, starsene ai margini di una società sempre più “esclusiva” è una enormità che grida vendetta. Eppure può bastare una statistica fasulla e subdola che riduce dello zerovirgola la disoccupazione, calcolando fra gli occupati anche chi ha lavorato una sola ora a settimana, a far esultare sui giornali e sui social i presunti “responsabili”, i corifei del governo purchessia, la clientela varia di un sistema malato e putrescente. Perché?

La superficialità del potere politico, e la raggelante insensibilità del potere vero, ci rattrista e mette ansia; ci da l'impressione che ai problemi veri si diano risposte fittizie, che non vi sia la percezione del reale, o che, peggio, non vi sia l'intenzione di affrontarne le contraddizioni per non intaccare privilegi consolidati (non solo dei politici, che almeno ci mettono la faccia, ma soprattutto dei potenti veri che li tengono al guinzaglio). La politica del “qui e ora”, tutt'altro che rivoluzionaria, è la più atroce conservazione dell'esistente. Tutto si riduce alla parvenza di una soluzione, quanto basta per raccattare voti, senza alcuna possibilità che l'azione politica ci conduca a vivere meglio; tanto meno a vivere bene.

Perché dovremmo accettare di non vedere, di far finta di non sapere? Perché dovremmo accontentarci di soluzioni finte? Perché dovremmo rassegnarci all'esistenza di tanto male?

Frosinone 31 agosto 2017

 
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