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Riusciranno i nostri eroi…..

crisidigoverno 400 mindi Aldo Pirone - Sabato scorso sul “manifesto” Emanuele Macaluso, vecchio e glorioso dirigente comunista, costatava, dall’alto dei suoi 95 anni suonati, che in questo momento di crisi di governo aperta da Salvini bisogna stare in campo con quello che c’è nel panorama politico della sinistra. “Oggi in tutto il mondo politico non c’è più il meglio: i grandi partiti, i Togliatti, i De Gasperi, i Moro e i Nenni. Siamo in piena crisi della politica altrimenti non avremmo i Di Maio e i Salvini. E la sinistra vive in questa crisi”.
L’obiettivo è chiaro: sconfiggere l’assalto allo stato democratico del “bauscia” milanese tramite la sua invocazione agli italiani di dargli “i pieni poteri”. Un assalto iniziato da tempo e che oggi si arricchisce di una nuova pretesa: scegliere lui i tempi dello svolgimento della crisi.

Nell’intervista Macaluso non fa sconti ai fallimenti della sinistra postcomunista. La storia – ricorda – comincia con il Pds e i DS. “L’obiettivo del governo era un problema importante per gli eredi di un partito, il Pci, che era stato sempre fuori dal governo, tranne che subito dopo la Liberazione e poi con Moro, nell’area di governo. Ma non poteva essere l’unico obiettivo: quei dirigenti non hanno più posto attenzione ai processi sociali, culturali e sociali. Altrimenti non si spiega che sia avanzata questa destra, anche nel Mezzogiorno dove la Lega tifava per l’Etna e il Vesuvio. È avvenuto un processo in cui le generazioni che c’erano e quelle che sono venute dopo hanno perso le fondamenta di una forza democratica di sinistra. È stata spazzata via la presenza nel territorio, il rapporto personale, nei quartieri, nelle fabbriche, nella scuola. Oggi c’è la rete, ma non basta. Obama faceva comizi, anche piccoli. Così Sanders e i democratici. Comizi in camicia come li facevamo noi negli anni 50 e 60. Salvini l’ha capito, infatti è l’unico che fa ancora comizi”.

Sul Pd l’opinione di Macaluso è chiara: “Io non sono iscritto al Pd – dice -, ho scritto un libro che si intitola ‘Al capolinea’ e per me il Pd soffre il modo come è nato. Ma siccome ora non c’è altro – ripeto: non c’è altro – dico a tutti che demolirlo significa rafforzare la destra. Quindi, bisogna semmai dare argomenti, suggerire temi, mettere in campo questioni anche fuori dal partito. E bisogna avere la capacità di cogliere quello che c’è fuori dal partito. Avere molta attenzione al mondo sindacale: il Pd, e non solo Renzi, ha la responsabilità di non averlo capito. E in Italia la questione sociale si intreccia alla questione dell’immigrazione. Perché la questione sociale resta sempre essenziale per una forza di sinistra”.

Ma torniamo alla crisi di governo aperta da Salvini con gli intenti che sappiamo e da lui stesso conclamati. Essa ha creato immediatamente una situazione nuova sotto due aspetti essenziali. Il primo è quello del venire alla ribalta le preoccupazioni per gli effetti sociali immediati che essa può avere sulla situazione economica: il rialzo dello spread e il possibile aumento dell’Iva che colpirebbe un po’ tutti ma, soprattutto, i lavoratori, il ceto medio e le fasce più deboli della popolazione. Il tutto sullo sfondo di uno scontro annunciato da Salvini con l’Europa a proposito di uno sforamento del deficit se fosse lui a varare la prossima finanziaria da Presidente del Consiglio sostenuto in Parlamento da una maggioranza assoluta. Il che ecciterà ancor più i mercati e il signor spread.

Il secondo è il pronto rimescolamento delle posizioni politiche tra i partiti anti salviniani e dentro di essi. Dimenticate le reciproche e sanguinose contumelie, gli insulti, i giuramenti solenni, i “mai con quelli lì”, l'altro ieri Grillo e oggi Renzi aprono a possibili intese che blocchino l’irresistibile ascesa del “bauscia” milanese. “niente voto fermiamo i barbari” dice il guru pentastellato mentre Renzi prospetta un governo istituzionale. Non è da escludere che le file degli avversatori delle elezioni subito, possano essere ingrossate dalla riserva sempre cospicua di parlamentari di varia provenienza che non hanno per niente voglia di abbandonare il loro scranno con il rischio, non per i leghisti e i loro possibili alleati meloniani, di non rivederlo più. C’è poi da osservare che nel Pd la repentina opinione di Renzi non è quella del segretario Zingaretti che ha finora sempre detto che non c’erano altre soluzioni alla caduta del governo gialloverde se non le elezioni. Oggi esplicita ancor meglio i suoi timori: "Di fronte a una leadership della Lega che tutti giudichiamo pericolosa e che si appella al popolo in maniera spregiudicata è credibile imbarcarsi in un esperienza di governo Pd/5 stelle (perché di questo stiamo parlando) per affrontare la drammatica manovra di bilancio e poi magari dopo tornare alle elezioni? Su cosa? Nel nome della salvaguardia della democrazia? Io con franchezza credo di no".

Se Salvini rappresenta una destra sovranista pericolosa, nostalgica e xenofoba, culturalmente regressiva, è evidente che tutti quelli che non sono di quella vena debbono unirsi per salvare il paese dai suoi demoni storicamente ricorrenti. In questo fronte, che dovrà trovare la formula politica e di governo più appropriate, (non pare realistico un governo Pd-M5s) per agglutinarsi e respingere i desiderata salviniani, troveranno collocazione anche coloro le cui motivazioni per una tale scelta non siano proprio limpide dal punto di vista democratico e dei comportamenti politici precedenti sempre segnati dal proprio particulare. Del resto, come dice Macaluso, “non c’è più il meglio” e obtorto collo bisogna utilizzare quel che passa il convento.

C’è però una conditio sine qua non che una possibile soluzione governativa antisalviniana deve ottemperare: un programma sociale che mentre evita l’aumento dell’Iva e calma lo spread, aumenti in modo consistente i salari tramite la riduzione del cuneo fiscale; riduca il numero dei contratti precari, confermi e perfezioni il reddito di cittadinanza; ottenga dalla nuova commissione europea la riforma del trattato di Dublino e nell’immediato la redistribuzione degli immigrati nei paesi dell'Unione europea; produca una nuova legge elettorale proporzionale che abolisca la vergogna del “rosatellum”. E altri provvedimenti economici, giudiziari di immediato impatto favorevole sull’opinione pubblica. Infine, da ultimo ma non per ultimo, consideri come dirimente il confronto a tutto campo con sindacati e imprenditori sulla questione sociale ed economica. Poi, a primavera, si può tornare al voto con una nuova legge elettorale proporzionale che non consenta a nessuno di ambire e invocare i “pieni poteri”.

In sostanza, la conditio sine qua non sopra ricordata è che l’unità delle forze anti salviniane ha un senso se riesce a demolire nel paese l’infatuazione per il “bauscia” milanese producendo una politica aggressiva e offensiva sulle questioni che hanno fatto fin qui gonfiare la rana meneghina. In caso contrario avrebbe ragione Zingaretti. Macaluso dice che “Il problema centrale è la battaglia per la democrazia e le libertà, perché oggi questo è in discussione. E la questione sociale si è innervata con quella della libertà e della democrazia”. Mi permetto di precisare: è proprio la progressiva separazione della democrazia dalla variegata questione sociale e del lavoro operata dalla sinistra post comunista che ha aperto il varco all’irrompere di una destra populista prima (Berlusconi) e sovranista e fascistoide poi (Salvini). Perciò la crisi di governo e la sua soluzione dovrebbero rappresentare, su questo decisivo terreno, la necessaria e indispensabile inversione di tendenza.

Riusciranno i nostri eroi a smentire le loro recenti e meno recenti incapacità?

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

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