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La solita storia

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Gruber Gualtieri 350 mindi Aldo Pirone - L’altra sera in Tv da Lilli Gruber c’era il ministro Gualtieri. Soporifero e serafico ha spiegato con pazienza le qualità della legge finanziaria in discussione e relegato a normalità fisiologica e bandierine propagandistiche i circa 1500 emendamenti annunciati dalle varie forze della stessa traballante maggioranza. Alla fine, la conversazione con la Gruber e lo scalpitante Padellarlo si è animata sugli annunci fatti da Zingaretti a conclusione della tre giorni del PD a Bologna intitolata “Tutta un’altra storia”. Ma come? – hanno detto un dipresso Lilli e Padellaro – con Venezia e l’Italia sott’acqua, con l’emergenza all’Ilva di Taranto, il segretario dem mette lo ius soli e lo ius culturae come priorità programmatica? Non si accorge così di offrire il fianco alla già scatenata propaganda di Salvini e alla sua ruota di scorta Giorgia Meloni? Gualtieri ha risposto che alla “tre giorni” bolognese non si è parlato solo di quello, ma di tante altre cose e che la gerarchizzazione delle proposte, ovvero le loro priorità, “è stata fatta da voi giornalisti”.

E’ sembrato, almeno a me, un modo diplomatico per prendere le distanze dalle conclusioni zingarettiane. Una diplomazia che non ha avuto il governatore dell’Emilia Bonaccini che, essendo duramente impegnato a conservare la Regione in orbita democratica, è stato più tranchant nel dissentire. Evidentemente anche Bonaccini aveva capito la stessa cosa di Gruber, Padellaro e tanti altri.

Che cosa evidenzia quest’ultimo episodio? Evidenzia, per quel che riguarda il PD, un paio di cose. Intanto una mancanza di capacità propagandistica desolante derivante da una lontananza dalla condizione materiale e dallo spirito regressivo che anima gli strati popolari e di lavoratori che una volta stavano naturalmente a sinistra. Il punto non è ovviamente mettere la sordina a ius soli e ius culturae ma capire come si riesce a scardinare il consenso di una parte popolare non piccola alla destra xenofoba e nazionalista in questo momento; proprio, anche, per disinnescare l’opposizione irrazionale a provvedimenti di elementare civiltà. Basterebbe avere un po’ di memoria storica per capire che la questione principale è come si aggredisce la condizione materiale di chi oggi si fa incantare dalle sirene salviniane. Ma per questo, ed è l’altra incapacità dei dem, occorrerebbero iniziativa e decisione politica.

La legge finanziaria avrebbe potuto essere l’occasione per i dem e per Leu di avere questa iniziativa che avrebbe dato un colore diverso a tutto il dibattito in corso dentro e fuori della maggioranza. Non che i provvedimenti della manovra di Bilancio siano da buttar via, per carità, ma mancano di quelle disposizioni trainanti che potevano segnare una svolta nel paese e fra le forze politiche: un aumento consistente dei salari attraverso una drastica riduzione del cuneo fiscale e provvedimenti concreti contro la precarietà del lavoro, a partire dalla riduzione delle 47 diverse forme di rapporto di lavoro che sono lo stagno fangoso dove essa si annida. Sulla prima questione. I tre miliardi messi per elevare un po’ i salari a inizio metà del prossimo anno sono, direbbe Totò, una fetecchia. Sulla seconda, non si hanno notizie di una qualche consistenza. Non è un caso se in queste settimane è andato per la maggiore, nell’opinione pubblica, il “governo delle tasse” su cui hanno maramaldeggiato Salvini, Renzi e anche Di Maio la cui confusione mentale è pari alla sua arroganza.

Obiezioni in arrivo: ma non c’erano le risorse, gli altri contraenti del governo non erano d’accordo. La prima appare inconsistente. La cifra adeguata per dare dal primo gennaio prossimo 80 euro a una platea di milioni di lavoratori sarebbe stata di 10 miliardi. Bisognava non avere paura e metterla sul piatto trovando le risorse nella direzione di una redistribuzione della ricchezza: contributo di solidarietà per i redditi più alti, rimodulazione dell’Iva per i prodotti di lusso, eliminazione di sprechi nel Bilancio, che essendo di circa 800 miliardi poteva prestarsi a qualche taglio virtuoso. Il disaccordo di Di Maio e Renzi andava sfidato subito, mettendo nel conto anche le urne anticipate. Idem sulla questione del precariato. Il dibattito e lo scontro politico con amici e nemici si sarebbe incentrato su questo invece che sulle microtasse. Si sarebbero stroncate sul nascere anche le scorrerie di Renzi che sta assumendo il vero volto del “rottamatore” nel senso di colui non che elimina rottami ma che li raccoglie con cura in tutte le direzioni del trasformismo politico e dell’immoralità.

Pare che in conseguenza delle continue diatribe e fibrillazioni interne alla maggioranza, Zingaretti stia, comprensibilmente, pensando di staccare la spina al governo nel gennaio prossimo. Ovviamente non tutti (vedi Franceschini che da buon ex dc non respira se non nella stanza dei bottoni) sarebbero d’accordo dentro il PD. Ma il punto è come ci si arriva a un eventuale show down. Se non ci si arma di proposte e iniziative sociali adeguate, sarà solo un suicidio, oppure una nuova lenta dissoluzione di fronte alla crescente marea nazionalista e fascistoide. Insomma la sinistra e il Pd si troverebbero di fronte a una fine disperata o a una disperazione senza fine. Non sarebbe la prima volta per la sinistra affondare di fronte a quest' alternativa senza vie di uscita. Non è un caso, infatti, se l’opposizione anti salviniana che si sta manifestando nelle piazze emiliane con le “sardine”, lo fa al di fuori della sinistra partitica. Per ora è la società civile progressista a essere in grado di reagire e scendere in campo contro Salvini e camerati.

Anche perché la tre giorni bolognese dei dem, a veder bene, non ha iniziato a sciogliere i nodi culturali, politici e morali che stringono questo partito a tutti i livelli fin dalla nascita, soprattutto nelle regioni e nei comuni. Di narrazioni retoriche e di buone intenzioni se ne sono già sentite abbastanza in questi anni. Riproporle, come ha fatto Cuperlo, in chiave mitteleuropea non le fa diventare più accettabili.

Purtroppo, in questo senso, non è stata “Tutta un’altra storia”, ma la solita storia.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

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