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Dove si nasconde la sinistra, cronistoria di un disastro

senatoromano DUM ROMAE CONSULITUR SAGUNTUM EXPUGNATUR mindi Fausto Pellecchia - Per decenni ho vagabondato, come elettore, tra i vari movimenti della cosiddetta “sinistra radicale”, nella vana attesa che si coagulassero in una federazione unitaria, con un progetto di rinnovamento condiviso e lungimirante. Ma, per dirla con Totò, “ogni limite ha una pazienza”.

Nel cupo scenario politico che si va configurando con la tumultuosa ascesa delle formazioni di ascendenza neofascista (la Lega di Salvini e FdI di Giorgia Meloni), e che sta precipitando l’Italia e l’Europa nel buio dei populismi reazionari, sovranisti e xenofobi, c’è da chiedersi quando scatterà finalmente “la resa dei conti” anche nei partiti che si collocano a sinistra del PD e che non intendono rifugiarsi in un antifascismo di maniera. Quando, cioè, avrà termine quella sorta di “aventiniana” desistenza che, dinanzi alla terribile crisi socio-economica dell’ultimo decennio e alla decimazione dei ceti medi, ha suggerito alle forze autenticamente democratiche di ritrarsi nel circuito asfissiante delle diatribe interne, perseverando in una strategia suicida? E, infine, quando si smetterà di indicare sempre e solo altrove, nel territorio del vicino confinante, la causa dell’avanzata trionfale della destra più becera e regressiva, piuttosto che assumere direttamente la responsabilità degli errori e delle rimozioni che l’hanno resa possibile? Quando la sinistra cesserà di farsi complice inconsapevole dell’attuale dissesto politico, cercando di rimediare ai propri interni disastri? Peraltro, proprio le recenti scissioni dal PD della renziana Italia Viva e di Azione di Carlo Calenda e Richetti, ammaliati dal revival (a tempo scaduto) dell’utopia neocentrista, potrebbero favorire finalmente una chiara ridefinizione di campo anche all’interno dello stesso PD. In questo senso, un breve riepilogo della grottesca telenovela di catastrofi che hanno interessato l’area della sinistra può forse giovare ad un fecondo ripensamento. Limitiamoci al biennio 2018-2019, successivo al nobile appello del teatro Brancaccio da parte di Tomaso Montanari e Anna Falcone, rimasto regolarmente inascoltato.

Nel 2018, alle politiche c’erano di nuovo due liste concorrenti: da una parte Liberi e Uguali (con dentro Sinistra Italiana, cioè l’erede di Sel, e i fuoriusciti del Pd come Bersani e D’Alema, oltre a Laura Boldrini e Pietro Grasso); dall’altra parte c’era Rifondazione comunista, che nell’occasione si è presentata nella lista di Potere al Popolo, una rete nata da un centro sociale di Napoli. LeU ha preso poco più del 3%, entrando in Parlamento; Rifondazione e Potere al Popolo sono rimasti fuori. Subito dopo il voto del 4 marzo, anche Liberi e Uguali hanno iniziato a disgregarsi. Quelli che venivano da Sel e quelli fuoriusciti dal Pd non andavano d’accordo tra loro, specie sulla possibilità di ri-allearsi con il Pd stesso. L’uscita di scena - nel Pd - del detestato Renzi (dopo la débâcle del referendum costituzionale) e la vittoria del più “inclusivo” Zingaretti, ha accentuato il litigio e i fuoriusciti sono quasi tutti rientrati. Con l’approssimarsi delle nuove elezioni europee, a sinistra del Pd iniziarono le grandi (si fa per dire) manovre, con lo scopo di pervenire a una lista unitaria delle formazioni di sinistra.

Il pulviscolo di sigle che avrebbero dovuto confluire in un unico alveo, comprendeva come suoi principali affluenti, i seguenti movimenti:

Sinistra Italiana (ex Sel) rimasta sola dopo l’addio a LeU degli ex fuoriusciti del Pd (leader: Nicola Fratoianni); Rifondazione comunista (sopravvissuta alla fine del bertinottismo, con il leader: Maurizio Acerbo); Potere al Popolo (leader Viola Carofalo, napoletana) e l’ex sindacalista Giorgio Cremaschi (bolognese, avversario di Landini alla Fiom, oggi pasdaran antieuro). Potere al Popolo si era presentato dapprima insieme a Rifondazione, ma pochi mesi dopo i due gruppi si erano già separati; DemA, movimento creato dal sindaco di Napoli Luigi De Magistris (in teoria, DemA sta per Democrazia e Autonomia; in realtà evoca espressamente il nome del suo fondatore, non indenne da una buona dose di autocompiacimento); il gruppo di Possibile che raccoglie i primi fuoriusciti del PD dopo l’arrivo di Renzi (leader: Pippo Civati e Beatrice Brignone, entrambi ex-deputati del PD); Diem25, associazione transnazionale ed europeista fondata dall’ex ministro greco Yanis Varoufakis (Diem sta per “Democracy in Europe Movement”, il 2025 è la data-obiettivo per l’elezione di una Costituente europea); Italia in Comune, la rete di sindaci costruita dal primo cittadino di Parma, l’ex grillino Federico Pizzarotti. Infine, la Federazione dei Verdi, erede di quel movimento che negli anni ‘80-’90 ebbe un discreto successo (e anche qualche ministro ai tempi dell’Ulivo) e che ha dilapidato gran parte dell’eredità dopo le contorsioni ideologiche di Alfonso Pecoraro Scanio.

Tutti questi gruppi hanno molto discusso, ma nella forma del “monologo interiore”. Infatti un tavolo unico non c’è mai stato perché sono subito iniziati i veti incrociati: i Verdi ad esempio hanno detto che non erano interessati a discutere con Sinistra Italiana; quelli di Potere al Popolo (anti Europa) rifiutavano l’incontro con i Diem25 (europeisti); e così via. De Magistris, che avrebbe voluto prendere la guida del poliedrico convoglio, ha rapidamente capito che il caos era ingovernabile e, irritato già dall’idea di dover ricandidare l’europarlamentare uscente Sergio Cofferati (su pressante richiesta di Sinistra Italiana), ha gettato la spugna. Ma con l’uscita di De Magistris, il caos è perfino aumentato. Potere al popolo, che aveva nel sindaco di Napoli il suo principale sponsor, ha mollato di colpo decidendo di non partecipare più ad alcuna lista. I Verdi e Italia in Comune di Pizzarotti per qualche settimana hanno trattato per una lista unitaria: sembrava quasi fatta, invece - a sorpresa - Pizzarotti ha mandato un sms ai Verdi per comunicare che preferiva aderire a +Europa di Emma Bonino e Benedetto Dalla Vedova.

Anche Diem25, vista l’impossibilità di una lista «aperta e ampia», ha deciso con una consultazione on line tra i suoi iscritti di non aderire ad alcuna coalizione. In questa sorta di torneo a eliminazione diretta, sono rimasti in campo solo 4 componenti: i Verdi (abbandonati da Pizzarotti), Possibile, Rifondazione e Sinistra Italiana. Dunque, più nulla impediva di presentarsi insieme… e invece no! Pur essendo rimasti in quattro - e non esattamente dei colossi - hanno deciso di marciare divisi con liste contrapposte. Da una parte i Verdi, insieme Possibile (ma con Civati che si ritira dalla corsa quando già è candidato). Dall’altra parte Sinistra Italiana e Rifondazione, che si sono rimesse insieme come nel 2014 dopo essere state avversarie nel 2018. La loro lista ha scelto il nome -non proprio originale - La Sinistra, faticoso risultato di un voto on line dove ha prevalso su altre opzioni come “Bella Ciao” e “Umana”.

Per la verità, qualcuno aveva cercato di sottrarsi a questo vortice centrifugo di micromolecole. Ad esempio, dalle parti di Possibile era arrivata la proposta di una lista aperta a forte impronta femminista, ambientalista e di sinistra sul tema delle disuguaglianze, ciascuno abbandonando il suo simbolo e la sua parrocchietta. Qualcosa di simile, come progetto, era arrivato anche dagli europeisti di Diem25. Ma, alla fine ha prevalso il richiamo identitario dei partitini bonsai. Per gli appassionati di entomologia estrema, la lista La Sinistra, oltre alla coppia Sinistra Italiana-Rifondazione, annoverava altre nano-particelle, la cui energia quantica è difficilmente calcolabile. C’era ad esempio il gruppo che diede vita alla lista L’Altra Europa con Tsipras, guidato dall’ex deputato di Rifondazione Alfonso Gianni e dall’attivista fiorentino Massimo Torelli; Convergenza socialista, una scheggia della diaspora del vecchio Psi; infine il Partito del Sud, d’ispirazione meridionalista, ecc. ecc.

Le elezioni europee del 26 maggio 2019 che, per l’area di sinistra hanno, segnato il peggior risultato di sempre, hanno sancito l’esito disastroso di questo pervicace infantilismo (cfr Lenin, Estremismo malattia infantile del comunismo). Esemplare il naufragio della lista Tsipras: partita attorno al 7% nei sondaggi, ha superato per un soffio il 4 ed è implosa un’ora dopo la chiusura delle urne, con litigi furibondi, risse violente e promesse disattese (memorabile il voltafaccia di Barbara Spinelli). Peggior destino quello di Liberi e Uguali che, per intercettare l’ondata anti-establishment, aveva avuto la bella pensata “omeopatica” di presentare come suoi frontmen i presidenti delle due Camere, più D’Alema, allestendo un efficace preparato di eutanasia politica.

All’origine di questi suicidi, non c’è stata soltanto una letale miopia tattica. Le ragioni determinanti sono profonde ed endogene, e riguardano piuttosto un approccio cognitivo, un modo di pensare e di agire lontano dalle impetuose trasformazioni del reale, dalla società, dal mondo, segnato dall’adozione di un linguaggio magniloquente, infarcito di retorica contestataria. Per colmo di paradosso, proprio la sinistra radicale, che per mandato e formazione culturale dovrebbe essere luogo di incontro e di contaminazioni, si è invece rinchiusa in una sorta di sovranismo psicologico, alzando i muri tra se stessa e il mondo. Compreso quel pezzo di mondo che (per fortuna) ancora esiste in Italia – la Cgil di Landini come i sindacati di base, le associazioni femministe, i movimenti di studenti e insegnanti contro la “Buona scuola”, il popolo degli striscioni sui balconi, l’associazionismo sui territori, Riace, il Baobab di Roma, Radio Popolare di Milano, le Ong ec. ec. .

E, non c’è da illudersi, anche il recente movimento delle “sardine”, che sta riempiendo le piazze d’Italia, rischia, se male interpretato come semplice serbatoio elettorale, di essere fagocitato e dissolto dalle risse di bottega. Infatti, anche questo pezzo di Paese, il giorno delle urne, a meno di un profondo rinnovamento, finirà per snobbare i partitini della sinistra radicale: va altrove, sta a casa, si disperde. Comunque non vota se non in minima parte le liste di sinistra che proclamano di rappresentarlo e da cui invece non si sente rappresentato. Del resto, anche i più miopi vedono che senza un cambiamento di progetto e di uomini, il massacro continuerà. Soprattutto se le pratiche di confronto rimarranno quelle di sempre: trattative e litigi tra vertici di partiti sempre più imponderabili e irrilevanti, sommatorie e sottrazioni, sfanculamenti reciproci, ripicche personali tra “piccoli padri”, tradimenti e fughe dell’ultimo minuto. Insomma uno spettacolo grottesco, che rischia di sfociare in un tragico finale.

Già, perché come sapevano gli storici antichi, dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur; a meno che, in un estremo sussulto consolatorio, non ci si aggrappi nuovamente alla speranza di “adda venì Scipione”….

 

 

 

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