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Tristezza

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formigli casa foto social renzi piazza pulita 400 mindi Aldo Pirone - Hanno suscitato scalpore a sinistra le ultime vicende giudiziarie e para giudiziarie che stanno interessando la persona di Matteo Renzi. Personalmente, non è che mi appassionino, di solito mi intristiscono, in un senso che fra poco chiarirò. Mi ha, invece, indignato quello che è stato fatto al giornalista Formigli, tramite la “bestia” social organizzata dagli aficionados del “bomba”. Il giornalista, com’è noto, aveva osato fare delle domande scomode allo statista di Rignano a proposito dell’acquisto di una casa, non proprio popolare, in una zona esclusiva in quel di Firenze con un prestito, poi restituito, ottenuto da un suo amico, Riccardo Maestrelli. E fin qui nulla di male, sennonché il Riccardo era stato da Renzi medesimo inserito precedentemente nel Consiglio di amministrazione di Cassa depositi e prestiti immobiliare ai tempi ruggenti del suo governo nel 2014. Il che non è cosa corretta. In altri paesi di consolidata irreprensibilità della classe politica la cosa avrebbe già avuto conseguenze politiche.

Per tutta risposta Formigli si è visto mettere sui social, in modo particolareggiato, la sua casa. Alle proteste private di Formigli, Renzi ha reagito rendendole pubbliche per poi dire che anche lui era stato oggetto di simili curiosità. L’assimilazione del suo caso a quello di Formigli – assai simile all’indegno accostamento sul tema “minacce” fatto da Salvini fra se medesimo e Liliana Segre – conferma che il “bomba” non percepisce nemmeno lontanamente la differenza fra le due case e le due cose, fra un giornalista che fa il proprio mestiere e un politico che, in quanto tale, pretende una privacy e anche un’impunità che non può avere. E che reagisce, tramite social, come un manganellatore qualsiasi a domande scomode. Un onorevole senatore che, evidentemente, come alcuni suoi illustri, si fa per dire, predecessori e contemporanei, “conducator”, “capitani” e capitane di destra, non comprendono la differenza fra una democrazia liberale e una democratura nazionalista. Ma Renzi è quello che è. Molti, dopo un iniziale favore, l’hanno giudicato un gran contaballe. Vedesi i ripetuti e catastrofici risultati elettorali di varia specie e natura. Oggi, dopo tanto finto rottamare, si è acconciato al suo vero profilo di raccoglitore di rottami politici e pur di farsi notare che esiste, si agita convulsamente sulla scena come il bendato che nel gioco delle pignatte tira fendenti a destra e a manca senza colpire alcunché. Salvo chi gli sta vicino.

Il tema Renzi, però, solleva, culturalmente, ben altra questione. E qui arriviamo al punto che m’interessa e che, come avevo accennato all’inizio, m’intristisce. Faccio una premessa. Nell’analizzare il consenso largo che per ora hanno Salvini e Meloni, alcuni politici e molti intellettuali, maître à penser della sinistra, non capiscono come ciò possa succedere. E talvolta guardano schifati ai fans dei suddetti, dall’alto della loro sapienza e cultura radical chic.

E qui viene la tristezza. Non si ricordano di quello che hanno detto del genio di Rignano. Di come ne rimasero abbagliati e affascinati e lo appoggiarono ancor dopo le sue sonore sconfitte. Fra i politici, Piero Fassino, per esempio, dirigente politico ex segretario dei Ds, per la verità non una cima, lo ebbe a paragonare il 26 ottobre 2017 a “Un giorno da pecora” al barone di Munchausen “che tirandosi su per i capelli riuscì a scavallare la palude. Renzi, lui ha questa forza, può tirare su il paese”. Sempre in quel periodo Graziano Delrio lo definì “il nostro Maradona” aggiungendo “Renzi è l’interprete del nostro sogno”, Franceschini, più sobriamente – e anche per lasciarsi aperte tutte le porte girevoli - disse che era un “leader forte e autorevole”.

E questo, dopo la sconfitta al referendum e quella prevedibile alle elezioni amministrative e politiche. Qualche tempo fa, prendo a caso fa gli intellettuali più noti, Corrado Augias si è detto deluso da Renzi riconoscendo di aver sperato in lui e di averlo sostenuto nei suoi scritti quotidiani su Repubblica. Per non dire di altri politici come Veltroni e Prodi; e intellettuali maître à penser come Scalfari, Serra, e compagnia scrivente.

Tutto questo per dire che certe difese immunitarie abbassate, certi anticorpi dileguatisi, se sono più comprensibili - non giustificabili - nelle persone meno acculturate, non lo sono per niente negli intellettuali e politici sedicenti di sinistra e progressisti. Renzi, bastava ascoltarlo per capire che era un contaballe. Bastava sentirgli dire, all’inizio, che avrebbe fatto “una riforma al mese” per capire che apparteneva non al genio ma alla genia dei venditori di tappeti. Perché le riforme – se non hanno, come le sue, il contenuto di controriforme - sono cose serie e non si fanno mensilmente. Non era necessario aspettare i suoi sbrodolamenti successivi.

E’ mancata l’intelligenza? Forse. Più probabilmente è mancato il coraggio. Certamente non è mancato l’opportunismo mascherato da realismo politico.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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