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Fuori dal mondo

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regione al voto 400 mindi Aldo Pirone - Domani si voterà in Emilia Romagna. Se fossi cittadino di quella Regione, voterei senza se e senza ma Bonaccini. Pur sapendo che quella terra non è più da anni l’“Emilia rossa”, così come non lo era l’Umbria e ha cessato di esserlo la Toscana. Voterei Bonaccini non solo perché dall’altra parte c’è una candidata inconsistente che, per dirla con Petrolini, non ha orrore di se stessa. Una signora che non la vota neanche il padre e che solo il degrado della politica, arrivato con mafia e ‘ndrangheta anche in quella terra, ha potuto far emergere dandole qualche possibilità di vittoria. Voterei Bonaccini per fermare la Lega di Salvini: il maggior pagliaccio fra i tanti che popolano il panorama della classe politica nostrana, portatore e interprete, in questo momento, di tutto ciò che di negativo, meschino, egoistico, culturalmente regressivo si annida nelle viscere e nella storia di questa nostra Italia.

Ma questo mio voto lo darei non nascondendomi il disastro politico della sinistra avvenuto anche lì. Un disastro che sta costringendo tutti i progressisti e gli antifascisti a vivere il voto emiliano come una sorta di “linea del Piave”. La cosiddetta sinistra, in particolare il Pd, non ha compreso, e forse non comprende ancora, quel che stava maturando nel profondo della società emiliana. Di ciò, ieri, su Repubblica, Piero Ignazi, ce ne ha dato esempio preclaro. Il nostro politologo, in altre occasioni non privo di acutezza politica, constata, facendo l’elenco dei successi economici, dei servizi che funzionano e dell’occupazione crescente – un po’ quello che doverosamente fa anche il candidato Bonaccini – che “tutto ciò non basta più a riempire le urne per il partito del governo locale”. E perché? “Proprio perché – dice – sazia e appagata questa regione è, non da ora, alla ricerca di qualcosa di diverso, del brivido della novità e persino dell’indicibile”. Prima – afferma – con il “Vaffa day” di Grillo del 2007 e ora con Salvini.

Insomma, tutto si ridurrebbe a degli emiliano-romagnoli un po’ annoiati alla ricerca del brivido! A Ignazi sfugge la precarietà del lavoro e della vita con cui, anche in Emilia, malgrado ogni locale provvedimento correttivo, la gente ha a che fare quotidianamente. Sfugge che l’ottimo welfare regionale di per sé non dissolve le paure dell'immigrazione indotte nelle fasce più disagiate della popolazione. Paure che mettono in discussione, proprio fra i più deboli, quel principio di solidarietà che è stato il vanto del modello socio-economico costruito nell’ “Emilia rossa”. Ma, soprattutto, a Ignazi, come alla cosiddetta sinistra locale e nazionale, sfugge che un’opera di governo è tale e popolare non solo se nella “stanza dei bottoni” si spingono quelli giusti, ma se si sta fra la gente in modo organizzato; se non ci si ritrae dai paesetti di montagna, come dai quartieri di Ferrara e della bassa, per combattere le paure, per spiegare, per dare soluzione ai disagi che si vivono concretamente ogni giorno. Insomma per fare politica. Governo significa anche questo. Mi ha colpito che, a detta delle “sardine” bolognesi, nessuno del Pd sia andato a Bibbiano in quest’ultimo anno di vergognosa strumentalizzazione di quel paese da parte di Di Maio, Salvini, Meloni e dei loro ventriloqui in giornali, Tv e social.

Quella cultura politica che era alla base del modello emiliano romagnolo è stata dismessa, insieme all’organizzazione di partito che la sorreggeva e che in Emilia era simboleggiata dalle Case del popolo. I sedicenti innovatori di sinistra – ma sarebbe meglio definirli demolitori - l’hanno ritenuta semplicemente superflua e ingombrante. Il "Vaffa day" di Grillo, nel 2007, fu un segnale di un malessere che allignava a sinistra anche in Emilia. L’astensionismo alle elezioni del 2015 - gigantesco per una Regione abituata a livelli altissimi di partecipazione al voto - fu un'altra campana a morto. Dopo c’è stata la penetrazione grillina oggi declinante - oggetto principale dell'articolo di Ignazi -, su cui è transitata l’ondata nera della Lega. Personalmente – quando nel 2009 ebbi la ventura di andare da quelle parti - ricordo la preoccupazione dei compagni di Reggio Emilia per l’avanzare già percepibile della Lega; allora neanche di Salvini ma del vecchio Bossi. E non perché la gente cercasse il brivido della novità nell'Emilia “sazia e appagata”.

Se ci si continua a trastullare con queste scemenze elitarie, non si è in grado di capire quel che è successo e manco a mettervi riparo.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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