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"Non mi venite a dire che in Italia non c’è razzismo!"

razzismoneilocalinotturni 360 mindi Antonella Necci - Diverso da me, ma uguale. Bolzano: È la festa della donna, venerdì 8 marzo. Mouhamedali Toumi va assieme ai suoi amici in una discoteca del capoluogo altoatesino per festeggiare il suo 24esimo compleanno. Indossa t-shirt bianca e blue jeans, così come diversi suoi compagni di serata, ma a differenza di loro non ha bevuto, perché per motivi religiosi non tocca gli alcolici. Lo stesso un suo amico originario del Pakistan (H.A.). Eppure sono proprio loro due, gli unici completamente sobri del gruppo, a non poter entrare nel locale.

«Verso mezzanotte e mezza abbiamo lasciato le giacche in macchina e siamo andati all’ingresso. Al nostro arrivo, il buttafuori ha controllato i documenti e mi ha detto di aspettare un attimo. Quindi mi ha guardato e mi ha detto: “Tu stasera non entri”. Poco dopo, è arrivata una coppia dell’Est, sui 25 anni, e lo stesso buttafuori non ha ammesso i due nel locale, sempre senza dare una spiegazione. Per loro fortuna, però, è arrivato un altro adetto della sicurezza che li conosceva e li ha fatti entrare».

Vista questa scena, Mouhamedali si innervosisce. «Non mi stava bene – continua –, quindi ho chiamato una Pr del locale che conoscevo ma non rispondeva. Poi casualmente lei è uscita, così ho visto un barlume di speranza e le ho spiegato l’accaduto, per vedere se potesse fare qualcosa». Ma è a questo punto che, secondo il racconti di Toumi la vicenda prende, se possibile, un piegha ancora peggiore. «Io fino a quel momento – dice Mouhamedali – avevo parlato in italiano, mentre il buttafuori si è messo a parlare con la Pr in tedesco, forse pensando che non lo capissi. Ma io invece capivo tutto… Alla domanda della ragazza sul motivo per cui io fossi rimasto fuori, lui le ha risposto: “Guardalo”».
«I motivi per cui qualcuno viene lasciato fuori – spiegano dal locale – non sono legati al colore della pelle, bensì a come il cliente si presenta all’ingresso, con riferimento sia al dress code sia al comportamento da tenere nella discoteca». Peccato che la sicurezza abbia tenuto fuori solo Mouhamedali e il suo amico di origine pachistana, gli unici due del gruppo che non avevano toccato alcol per tutta la serata e vestiti come tanti loro amici.

Torino. Una festa studentesca in un locale. Poi una telefonata: "Papà, non mi lasciano entrare in discoteca perché sono nero". L'episodio si è verificato lo scorso 23 dicembre, quando a un ragazzo di origine brasiliana di 16 anni è stato negato l'ingresso al Club 84, nel parco del Valentino, dove era in corso una festa natalizia organizzata dagli studenti del Curie Vittorini, la scuola frequentata dal ragazzo. Un giovane originario di Salvador de Bahìa e in Italia da quando aveva 8 anni, figlio adottato di una coppia torinese.
"Sono molto dispiaciuto per quello che è capitato", racconta il padre del ragazzo a La Stampa: "Lunedì scorso è stata organizzato un party, con prevendita degli ingressi, in occasione delle vacanze di Natale per tutti gli studenti del liceo. Quindi io e mia moglie abbiamo deciso di mandare anche lui con i suoi compagni". Ma a differenza degli amici, il ragazzo non è potuto entrare. Il padre racconta di aver ricevuto la telefonata poco prima della mezzanotte, e ha deciso di recarsi sul posto: una volta arrivato ha trovato il figlio in un angolo, insieme ad un gruppetto di ragazzi marocchini, probabilmente esclusi allo stesso modo per il colore della pelle.

"Ho parlato con il capo della sicurezza chiedendo spiegazioni, ovviamente non me ne ha date, ma ha guardato il documento e l’invito e lo ha accompagnato dentro. Devono ringraziare che il tragitto da casa alla discoteca è stato lungo e mi ha dato modo di calmarmi. Non mi venite a dire che in Italia non c’è razzismo. Certo, tutto questo è successo solo per entrare in discoteca, quindi alla fine nulla di così importante. Ma l’amarezza e anche altro mi rimane", ha continuato il padre del ragazzo.

Dal locale, nel frattempo, arrivano le giustificazioni. Il gestore del locale Enzo Catanzaro, contattato dal quotidiano di Torino, ha spiegato: "Ricordiamo perfettamente l’accaduto. Il ragazzo non aveva i documenti e siccome abbiamo avuto tanti problemi, la regola è che senza documenti non si entra". E ancora: "Dobbiamo fare attenzione, organizziamo tante feste in collaborazione con le scuole e basta vedere le foto su facebook per capire che ci sono giovani di qualsiasi colore e Paese. Ma proprio perché si tratta di minorenni non possiamo permetterci errori. Qui al Valentino siamo in trincea tutti i weekend"

Catanzaro ha quindi raccontato: "Abbiamo avuto per due anni consecutivi il problema dello spray al peperoncino, siamo riusciti a identificare una baby gang che fino all’altro inverno veniva a rubare nel locale aiutandosi con lo spray. I nostri uomini della sicurezza sono solo scrupolosi. Mi dispiace per quanto è capitato, ma io devo pensare a tutte le persone che sono nel locale per divertirsi. Aggiungo che da anni il Club 84 collabora con l’associazione Asai per promuovere percorsi di integrazione sociale e interculturale".
Ma il padre non ci crede e assicura che il ragazzo avesse con sé i documenti: "È stato escluso".

I casi di ragazzi dal colore della pelle un pochino più scuro di quello degli italiani, sono tanti e si concentrano molto sulla vita notturna.
Si parla di discriminazione se, a parità di condizioni, il bianco viene preferito al nero.
Si parla di razzismo se il nero non entra nello stesso locale del bianco.
Nei casi recenti si può parlare di entrambe le cose, visto che i casi riportati sia a La Stampa che al quotidiano locale di Bolzano sono discriminanti e razzisti.
Chi non ha i documenti sta fuori. Chi non ha l'outfit (equipaggiamento o abbigliamento ndr) griffato al punto giusto sta fuori. Chi non ha il colore giusto è fuori discussione.
Verrebbe da rispondere che grazie agli austriaci, anche Bolzano non vanta bianchi veri. Anche a loro dovrebbe essere negato l'accesso.
Torino, poi. Quanti torinesi veri ci saranno? Un centinaio?
Salvini ha una pelle scura spaventosa, la fidanzata idem. Sono orrendi quando si presentano nei locali soprattutto ora che l'abbronzatura ha assunto un tono giallognolo. Perché li fanno entrare?
Quale è il tono di bianco preferito dal sovranismo? E quale la tonalità di nero?

Di diversa entità sembra essere l'ultimo episodio accaduto a Falconara Marittima, poiché l'ombra del dubbio rimane dopo aver letto le versioni dei fatti sia del gestore del locale che del ragazzo lasciato fuori.

«Come ogni ragazzo di 25 anni volevo far serata con gli amici, ma son ritornato a casa alle 3 senza essere entrato e con me c’era la mia ragazza e Gianluca che per quello che è accaduto ha rifiutato l’ingresso. Ebbene sì è capitato anche a me in questo clima che si è formato in questa Italia di non aver passato la selezione semplicemente per il colore della pelle. Sono un ragazzo di colore, fiero di esserlo, cittadino italiano, adottato quando avevo 10 mesi dalla mia famiglia per me e spero anche per altra gente questa cosa non deve più esistere».

Così Anish Graziosi, 25enne di Falconara. Stamattina ha denunciato quella che a suo dire è stata una vera e propria discriminazione razziale nei suoi confronti. Secondo il giovane, infatti, ieri non l’avrebbero fatto entrare al Brahma di Civitanova per il colore della pelle e il post che ha pubblicato sul suo profilo Facebook sta impazzando sul web, con decine di commenti di solidarietà. Tutt’altra versione però quella del locale. «Non è stato fatto entrare perché era in uno stato che sembrava alterato. Questo locale si fonda sul concetto di integrazione e inclusione, noi rispettiamo ogni singolo individuo. E quella del ragazzo è un’offesa gratuita nei nostri confronti fatta solo per propaganda personale», spiega Edoardo Ascani.
Ma andiamo con ordine. Il 25enne ieri notte si è presentato all’ingresso del nuovo locale di Civitanova con l’amico Gianluca e le rispettive ragazze. «Mancavo 3-4 persone davanti a noi sentivo lo staff della discoteca che discuteva del mio outfit. – racconta Graziosi – Sia io che il mio amico indossavamo jeans strappati, ma lui sarebbe potuto andare io invece sarei dovuto andare a cambiarmi a casa. Ce ne siamo andati tutti e quattro. Siano risaliti in auto ma arrivati al casello dell’A14 ho deciso di tornare indietro per chiedere spiegazioni al ‘baker’ del locale che ha subito chiarito di essere laureato in Moda. Mi son sentito dire in faccia che la mia immagine, la mia presenza rovinava il locale. Il baker ha chiarito di non essere razzista perché la sua ragazza era cubana e la serata era anche a tema ‘Vita loca’. Ha precisato di tenere molto all’eleganza. Io lavoro alla Paima di Osimo che realizza capi per l’alta moda e so bene di che cosa si parlava. Nel confronto prima lui ha ribadito che il mio amico poteva entrare e io no, che dovevo andare a cambiarmi – continua ancora il giovane – Poi però dopo i dovuti chiarimenti ha cambiato idea: mi ha detto che sarei potuto entrare lo stesso. Perché a quel punto avrei dovuto farlo: prima l’abbigliamento era sbagliato poi era diventato adeguato? Mi sono sentito preso in giro e ci sono rimasto male. No, non era una questione di look, c’era qualcos’altro secondo me. Mi sono sentito discriminato, per questo ho voluto un chiarimento faccia a faccia. Non troviamo giustificazioni di fronte ad un atto che nel 2020 è inaccettabile».
Questa appunto la versione del giovane. Di tutt’altro avviso il gestore del locale. «Il nostro locale nasce e si fonda su un concetto di inclusione e integrazione – replica Edoardo Ascani – qui lavorano e vengono a passare la serata molte persone non italiane. Figuriamoci quindi se andiamo ad adottare come canone di selezione il colore della pelle, è una tesi assurda che non sta né in cielo né in terra. Il ragazzo vuole farsi pubblicità e questo mi dà fastidio. La nostra selezione all’ingresso si basa prima di tutto sulla sicurezza, quindi chi è in uno stato alterato o eccessivamente euforico; poi sull’abbigliamento. E il ragazzo in questione non è stato fatto entrare semplicemente perché era in uno stato alterato, per cui la sicurezza ha pensato fosse meglio che magari tornasse dopo un po’».

Il distinguo in alcuni casi deve avvenire. Ma la difficoltà risiede sempre nelle abitudini troppo radicate di una società bigotta e retrograda.
Se i social media ingigantiscono sia il bigottismo che il vittimismo essi devono essere moderati attraverso il pagamento di una multa che colpisca così tanto i loro interessi da fargli ridefinire le condizioni di libertà di pensiero.

Diverso da me, non significa non uguale a me.

 

 

 

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