fbpx
Menu
A+ A A-

Riflettendo sulla pandemia Covid 19

Le conseguenze del coronavirus

coronavirus pandemia 370 minNel 2017, in pieno sviluppo dell’epidemia suina che devastava la regione del Guangdong in Cina, vari ricercatori virologi americani pubblicarono uno studio in cui si indicavano i pipistrelli come la maggiore riserva animale di coronavirus del mondo.
Alle medesime conclusioni arrivò la ricerca sviluppata in Cina: l’origine del contagio fu localizzata precisamente nella popolazione di pipistrelli della regione.

Ma che c’entrano i maiali con i pipistrelli? La risposta a questa domanda arrivò l’anno successivo in seguito ad un altro studio: la crescita dei macro-allevamenti di bestiame aveva alterato gli spazi vitali dei pipistrelli. In sostanza il sistema dell’allevamento industriale ha incrementato la possibilità di contatto tra la fauna selvatica e il bestiame, facendo esplodere il rischio di malattie originate da animali selvatici i cui habitat sono stati drammaticamente compromessi dalla deforestazione.
Negli ultimi decenni alcune delle infezioni virali con maggiore impatto si sono prodotte grazie a infezioni che, oltrepassando le barriere della specie, hanno avuto origine nello sfruttamento intensivo dell’allevamento di bestiame.

Dunque le origini di questo coronavirus e di questa pandemia sono naturali. Non sembri banale questo rilievo perché la disputa sulle origini del virus, naturale o di laboratorio, non è semplicemente una schermaglia che appartiene ad una ristretta cerchia di scienziati o capi di stato, ma ha delle implicazioni profonde su ciò che ci attende nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Nel senso che, se si afferma che il virus è di origine animale, allora vanno indagate le condizioni in cui la natura è riuscita ad elaborarlo, e quindi, in ultima analisi, va verificata la sostenibilità del rapporto che c’è oggi tra uomo e natura. Se, invece, si afferma che è un prodotto di laboratorio, allora c’è semplicemente da individuare il colpevole senza mettere in discussione il modello che ha fin qui retto il mondo. La prima ipotesi impone un deciso salto di qualità nel sistema della collaborazione internazionale per affrontare le cause e per correggere gli squilibri globali. La seconda è invece perfetta per mantenere una linea nazionalista e sovranista che accresce la tensione e ripropone la logica della “guerra fredda”.

Se una cosa è evidente è che di fronte a queste emergenze la sola dimensione dello stato non è affatto sufficiente a garantire la sicurezza e la salute dei cittadini. Neanche gli stati più grandi e più forti sono in condizioni di fare da soli. È impossibile. E pensare di farlo lo stesso espone tutti a maggiori pericoli. Se non riacquisteranno peso i luoghi di decisione sovranazionali; se gli stessi non saranno sempre di più luoghi di rappresentanza democratica, sfide come quelle che stiamo vivendo potranno essere soltanto tamponate ma mai vinte veramente. Ciò che ancora non si calcola in questa crisi sono i ritardi connessi alle decisioni dei singoli stati che hanno agito come se non ci fosse una dimensione globale del problema che avrebbe richiesto, invece, un governo globale delle risposte. Quante morti in più ha comportato tutto questo? Non credo lo sapremo mai.

Che lo si voglia o no la realtà impone un capovolgimento totale del paradigma politico e culturale che si è affermato nel mondo nell’ultimo decennio. Quello che è sfociato nel brexit, nell’ “America first”, nel “prima gli italiani”, prima gli austriaci, prima gli ungheresi, ecc. Ad oggi i paesi maggiormente colpiti dalla pandemia sono gli Stati Uniti d’America, il Brasile, la Russia e il Regno Unito, a dimostrazione della oggettiva difficoltà che hanno avuto le forze della destra ad elaborare la natura della crisi e a fronteggiare l’emergenza proprio perché rimaste chiuse in una logica nazionalista inconcludente e dannosa.

L’evidenza per la quale la vita di ognuno è legata a quella degli altri rende obsolete e pericolose tutte le barriere e tutti i muri artificiosi e ammette soltanto i limiti dovuti all’esercizio consapevole e responsabile delle proprie libertà. Dire “siamo tutti sulla stessa barca” significa esattamente questo. Significa che ciò che viene prima del resto è l’umanità, ovvero la salute e i diritti fondamentali degli esseri umani su un pianeta che non regge più i ritmi e le storture imposti da un sistema capitalistico diventato cieco e distruttivo.

“Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri e del nostro pianeta malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato”. Sono le parole di Papa Francesco pronunciate durante la benedizione urbi et orbi del 27 marzo scorso e rappresentano l’analisi più lucida che si potesse fare in questo tempo.

La salute degli esseri viventi e la salute del pianeta. È interessante ripercorrere brevemente le epidemie nel corso di un secolo di storia. Spagnola (Prima guerra mondiale), Asiatica (dal 1957 al 1960), Hong Kong, tipo Aviaria (1968), Sars (2003), Suina (2009), Coronavirus (2020). Se così stanno le cose non dobbiamo semplicemente fronteggiare e sconfiggere questa pandemia. Dobbiamo sapere che il mondo è esposto a rischi di nuove pandemie e quindi dobbiamo pensare alla prossima che, con ogni probabilità, ci sarà e non potremo farci trovare impreparati come lo siamo stati in questo inizio 2020. Non basta più una riflessione, serve la costruzione di un nuovo modello di sviluppo che difenda e preservi i beni comuni attraverso un diverso equilibrio tra le ragioni dello sviluppo e del benessere dell’uomo e quelle, altrettanto stringenti, della salvaguardia della natura e del pianeta in quanto tali.

In questo senso il problema del rapporto tra l’uomo e la natura porta con sé quello del rapporto tra pubblico e privato. Sono alcuni decenni che il potere decisionale dell’economia è divenuto più forte del potere politico espresso per via democratica. Qualora ce ne fosse stato bisogno, ora è più chiaro che quando l’interesse generale diventa subalterno all’interesse particolare crescono a dismisura le disuguaglianze, cresce la povertà ed aumentano i rischi per tutti. Se ne parla poco ancora, ma su questo terreno si è già aperto uno scontro di straordinario rilievo di cui le posizioni del nuovo Presidente della Confindustria italiana ne sono un esempio. Il ruolo degli Stati tornerà a crescere e servirà una politica più determinata e più forte per riscrivere un patto per la ricostruzione in cui sia il pubblico a fissare gli obiettivi di benessere e di sostenibilità, e il privato a concorre al raggiungimento degli stessi.

Parlo naturalmente di un pubblico efficiente ed efficace, che elimini farraginosità, complicazioni ed eccessi burocratici e si dedichi a riqualificare tutti i suoi apparati e tutti i suoi servizi. Le sfide che abbiamo sotto gli occhi non ammettono ritardi, negligenze, scarsa trasparenza e inadeguatezza. Non sono più rinviabili la lotta al cambiamento climatico, alle disuguaglianze, alla povertà; la lotta per affermare il valore e la dignità del lavoro. Ma per affrontarle serve una politica democratica capace di recuperare rapidamente una dimensione globale per definire le nuove regole del gioco. Anche durante la crisi economico-finanziaria del 2007/2008 si disse così. Poi le cose andarono diversamente e da quella crisi della globalizzazione il mondo ne uscì a destra. Quindi davvero nulla è scontato. Da questo punto di vista non può sfuggire a nessuno l’importanza delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti d’America del prossimo novembre.

L’emergenza sanitaria mette in luce gli errori compiuti per troppi anni nell’aver sottovalutato l’importanza di un servizio sanitario pubblico e universale, e nell’aver ritenuto che si potesse semplicemente lasciare al mercato la facoltà di risolvere problemi complessi. Durante questa pandemia il mercato non ha risolto nessuno dei problemi sul tappeto. Sono dovuti intervenire gli Stati. L’esempio più banale è quello delle mascherine e dei dispositivi di protezione individuale. Costava troppo produrli a fronte di una domanda che, in tempo di pace, non c’era quasi più. Per questo in occidente si è smesso di realizzarli. Adesso invece è chiaro che, a prescindere dalla situazione contingente, noi come Italia, o noi come Europa, dobbiamo ripristinare la produzione di questi beni e, magari, con l’occasione, compiere la scelta più impegnativa di tornare ad investire di più, non solo sui vari sistemi sanitari nazionali, ma per la ricostruzione su scale europea di una filiera produttiva che garantisca dotazioni di qualità e di eccellenza per ogni evenienza. Ma non dovremo fermarci qui. Perchè la vera opzione da compiere è la sanità e la salute pubblica come asset strategico della ricostruzione post coronavirus.

Una sanità di qualità in ambito europeo in grado di diventare un polo di attrazione a livello mondiale fatto di ricerca avanzata, strutture altamente specializzate, tecnologia diffusa, industria farmaceutica, strumentazione d’avanguardia, servizi sanitari territoriali e di prossimità. Questo sarebbe un bel pezzo di PIL, di sicurezza e di benessere. Per quanto riguarda l’Italia è naturale che sia nostro interesse utilizzare le risorse previste dal MES. Ma non sarà soltanto questo a consentirci di risolvere il problema perché la necessità di rinvigorire i sistemi di welfare richiederà lo spostamento di notevoli risorse che implicheranno la definizione di un nuovo equilibrio rispetto all’impianto consolidato su cui il Paese, non dico si sia abituato, ma sostanzialmente si è adagiato, nell’incapacità “storica” di cambiare e di innovarsi.

Il costo di questa operazione, per essere sostenibile, deve essere ripartito su una platea più larga di contribuenti pena il suo fallimento. Il che significa che non possiamo più permetterci sacche (ormai gigantesche) di economia sommersa e illegale. Se è vero che in Italia l’economia illegale vale circa 100 miliardi all’anno, allora bisogna lavorare per l’emersione del “nero” in modo da garantire una più larga base imponibile, una più larga redistribuzione dei costi e una più ampia partecipazione alle responsabilità dello Stato da parte dei cittadini. Conosco già l’obiezione. E’ la solita sinistra delle tasse mentre il paese avrebbe bisogno delle briglia sciolte per poter ripartire. No. Non è così. E dopo quello che è successo questa storia non si può più raccontare così. Perché è sicuramente vero che oggi il paese va sostenuto per impedire il crollo del sistema produttivo, con un occhio di particolare riguardo al mondo delle piccole e medie imprese messo letteralmente alle corde dal lockdown e alla parte più fragile della popolazione.

Ma mai come in questa occasione si è visto il nesso che c’è tra l’evasione fiscale, i limiti dei servizi pubblici e i rischi per la vita delle persone. Non si può più fare finta di niente. Senza alcuna logica punitiva è indispensabile fare un deciso passo avanti verso il superamento di una delle contradizioni più macroscopiche del paese. Certo per avere una base più larga di contribuenti si deve lavorare per una uscita veloce dalla crisi economica e per una forte ripresa dell’economia utilizzando al meglio le risorse europee. E’ la sfida di questi giorni e delle prossime settimane. Un piano di ricostruzione del paese fondato su innovazione, digitalizzazione, green economy, ricerca, scuola, salute e nuove reti di protezione sociale, impresa e lavoro. Quindi non l’Italia di prima, ma un’Italia migliore.

Se queste considerazioni hanno senso, allora in gioco non c’è una generica ripartenza. Né per l’Italia, né per l’Europa, né per il mondo. In gioco c’è appunto verso quale modello vogliamo riaprire e ripartire. Ed è su questo che bisogna capire come si collocano le forze politiche, culturali ed economiche in ambito nazionale e internazionale. Anche perché pensare di tornare a come eravamo prima è piuttosto velleitario posto che, per tutta la durata della convivenza con il virus, non riavremo né il paese né il mondo di prima. È del tutto comprensibile la richiesta di normalità, e ad essa va data una risposta vera, seria e convincente. Ma la normalità non può essere quella di prima perché è proprio quella normalità che ci ha esposto ai rischi e ai pericoli nei quali siamo finiti.

 

 

 

 

Articoli e news di questo giornale online direttamente sul tuo Messanger  clicca qui
aspetta che appaia tutto il testo - 6 righe

 

 

youtube logo red hd 13 Iscriviti al nostro canale Youtube di UNOeTRE.it 

 

Sottoscrivi abbonamento gratuito all'aggiornamento delle notizie di https://www.unoetre.it - Home

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

 

Sostieni UNOeTRE.it

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

 

Torna in alto
Bookmaker with best odds http://wbetting.co.uk review site.

Privacy Policy

Sezioni

Pagine di...

Notizie locali

Strumenti

Chi siamo

Seguici