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Taglio dei parlamentari? Meglio di NO…

Tagliare è svuotare il Parlamento a tutto vantaggio dell’esecutivo...

ReferendumTaglioParlamentari_chidiceNO 370 mindi Fausto Pellecchia - La crisi che sta sgretolando i fondamenti della democrazia rappresentativa in Italia ha avuto un lungo periodo di incubazione. Lo svuotamento del Parlamento, che la nostra Costituzione ancora designa come organo legislativo, a tutto vantaggio dell’esecutivo, è in atto da alcuni decenni. Tangentopoli ne ha segnato il primo punto di svolta con il passaggio alla cosiddetta “seconda Repubblica”, costituita essenzialmente dalle macerie della prima, con i “piccoli padri” (di seconda e terza fila) dei partiti. Dopo la deflagrazione di Tangentopoli, non c’è stata alcuna riforma organica della struttura dello Stato; nessun serio progetto di superamento del bicameralismo perfetto; nessuna redistribuzione dei poteri tra governo centrale e regionale (riforma del famigerato titolo V della Costituzione), nessun tentativo di rafforzamento delle assemblee legislative, con una chiara limitazione del ricorso alla decretazione d’urgenza e al voto di fiducia.

Oggi, alla vigilia del referendum del 20-21 settembre, siamo di fronte alla svolta definitiva. Priva persino del sostegno certo di una riforma della legge elettorale in senso proporzionale, la riduzione dei parlamentari contenuta nel quesito referendario ha come unica motivazione il presunto taglio di spesa, con evidenti sottintesi demagogici provenienti dalla più rozza antipolitica populista. La posta in gioco è infatti nulla di meno che la fine della democrazia rappresentativa. Come ha lucidamente spiegato Massimo Cacciari, si è passati «dalla crisi della democrazia alla quale si assisteva, magari ignorandone le cause e nulla combinando per uscirne, tuttavia deprecandola, all’azione, consapevole o no poco importa, per distruggerla definitivamente. Per costoro democrazia deve diventare l’universale chiacchiera in rete, organizzata, diretta e decisa nei suoi esiti dai padroni della stessa, senza partiti, senza corpi intermedi, senza sindacati che disturbino la linea diretta, in tempo reale e interattiva, come recita il loro verbo, tra il Popolo e il Capo, espressione della volontà generale».

Del resto, lungi dall’essere un fenomeno esclusivamente italiano (imputabile ai Salvini o Di Maio di turno), il collasso della democrazia rappresentativa investe l’intero Occidente, con la crescente diffusione, nell’opinione pubblica, del luogo comune secondo il quale le istituzioni rappresentative sono un inutile ornamento, giacché ogni forma di rappresentanza alimenta una “casta di privilegiati”, indipendentemente dalle loro posizioni politiche, dalle funzioni esercitate e dalla valutazione del loro operato. Il dibattito e il confronto nelle assemblee legislative, perciò, può e deve essere surrogato dagli spot elettorali e dai like nei social network.
Anche il numero eccessivo dei parlamentari in Italia rispetto agli altri Paesi europei, sbandierato dalle classifiche populiste, è viziato da una clamorosa svista aritmetica: nel rapporto tra popolazione e numero di rappresentanti, l’Italia è al 23° posto, con un parlamentare ogni quasi 63mila abitanti. Fra i paesi più popolosi in UE, quindi, siamo quelli con il rapporto più elevato.

Da queste considerazioni discendono gli argomenti a sostegno di un voto contrario al taglio dei parlamentari così come proposto dalla riforma costituzionale.

a) In primo luogo, perché è dettata dalla logica del “taglio lineare” (peraltro con un risparmio alquanto modesto per le finanze pubbliche, specie se paragonato ai disastri economico-finanziari causati da un dilettantismo politico spinto fino all’improvvisazione delle competenze); si tratta di una riforma improntata semplicisticamente all’obiettivo del puro risparmio senza alcun riguardo per il funzionamento delle istituzioni , priva persino del tentativo di superamento del bicameralismo perfetto, prospettato, pur in maniera maldestra e abborracciata, dal precedente progetto di riforma Renzi-Boschi;

b) è una riforma che compromette la rappresentatività delle due Camere. In origine, la Costituzione prevedeva un numero di deputati e senatori variabile in dipendenza del variare della popolazione italiana. Nel 1963 una legge costituzionale determinò l’attuale numero di 630 deputati e 315 senatori a fronte di un numero di circa 51 milioni di abitanti; oggi la popolazione italiana supera i 60 milioni. Se passasse la riforma oggetto di referendum, la proporzione fra eletti ed elettori sarebbe una delle più basse rispetto a quelle relative alle assemblee parlamentari di altri Paesi europei (Germania, Gran Bretagna, Francia, Spagna) di dimensioni paragonabili a quelle dell’Italia;

c) la procedura per approvare una modifica costituzionale prevede maggioranze qualificate, superiori a quelle previste per l’approvazione delle leggi ordinarie (art. 138 Cost.), in quanto le revisioni della Costituzione devono essere il frutto di una larga condivisione da parte delle forze politiche presenti in Parlamento. Per la riforma in questione, pur essendo stata formalmente rispettata la procedura, la maggior parte dei parlamentari ha votato, almeno una volta, contro il disegno di legge di revisione sul taglio dei parlamentari: si è quindi ben lontani da quella necessaria ed ampia condivisione auspicata in sede costituente.

Infine, che lo sfondo implicito di questo progetto di riforma sia determinato dal nodo essenzialmente ideologico del M5S, che la destra leghista utilizza come grimaldello per manomettere l’alleanza con il PD e provocare una crisi di governo, rende ancora più urgente una forte opposizione popolare alle manovre politiche in corso.

Quale che sia la prospettiva dalla quale si valuti il testo di riforma in questione, esso appare il prodotto di una sub-cultura istituzionale che tende a sovvertire le regole della rappresentanza democratica al solo scopo di esibire almeno uno “scalpo” vittorioso per forze politiche che hanno perso, progressivamente, consensi e interesse da parte dei loro elettori.

 

 

 

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