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E' un sasso nello stagno, per me

Analisi Opinioni Dibattitidialogo 350 min

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  1. Dialogo con Alteri
  2. Il respiro di riposo

Dialogo con Ivano Alteri

platone dialogo filosofia minLo scritto di Ivano Alteri “Un sasso nella Stagno” deve avere una ragion d’essere. La voglio ricavare dalla mia ottica di osservazione: Il travaglio di questo mondo in cui viviamo non tanto e non solo per l’aggressione di un virus quanto mai pericoloso e difficile da debellare, il covid 19 contro il quale lottiamo ogni giorno, quanto per un male ben più grave che gli preesiste: è l’ingiustizia sociale, giunta ad un punto tale di sofferente diseguaglianza che domanda nuove visioni di convivenza sociale e una nuova organizzazione di società. Questa richiesta di giustizia per la sopravvivenza dell’umanità è contrastata e ostacolata dalla resistenza immodificabile dell’attuale assetto che vede concentrato il 60% delle ricchezze nelle mani di un pugno di persone. (da IlSole24ore)

A dieci anni dall’inizio della crisi finanziaria i miliardari sono più ricchi che mai e la ricchezza è sempre più concentrata in poche mani. L’anno scorso soltanto 26 individui possedevano la ricchezza di 3,8 miliardi di persone, la metà più povera della popolazione mondiale. Nel 2017 queste fortune erano concentrate nelle mani di 46 individui e nel 2016 nelle tasche di 61 miliardari. Il trend è netto e sembra inarrestabile. Una situazione che tocca soltanto i paesi in via di sviluppo? No, perché anche in Italia la tendenza all’aumento della concentrazione delle ricchezze è chiara.

In Italia l'1% dei 'paperoni' possiede la ricchezza del 70% più povero. (fonti: IlSole24ore.com e AGI.com)

Penso che Ivano Alteri parta da questa realtà che insieme alle ingiustizie si porta con sé concreti disagi, guerre e sistemi autoritari.
Considero accattivante che Alteri avvii la sua riflessione partendo in maniera così esplicita da ricordi personali. Di questi, quello che conta al fine della considerazione delle idee esposte nel testo mi pare sia la figura della «donna che, assidua frequentatrice dei riti religiosi, non solo della domenica e delle feste comandate, … votava e faceva votare, come si diceva allora, il Partito Comunista Italiano». Mi pare un modo assai diretto di proporre una caratterista determinante dei vecchi partiti di massa e dei risultati che poteva dare il modo con cui svolgevano il confronto delle idee. Tornerò più avanti su questo punto. nelle considerazioni con cui concluderò la nota.

Ora voglio concentrarmi nell’individuare il punto su cui aprire un confronto costruttivo con tutto lo scritto che ho difronte.

Alteri vede un trauma nella nascita, perché «transitiamo tra urla e strida (a suo dire) da un caldo ambiente liquido, confortati da ogni cura, preventiva di ogni bisogno, ad uno gassoso, dove la fame e il freddo si fanno invece già sentire, e dobbiamo già iniziare a respirare aria, aprendo per la prima volta e dolorosamente i polmoni alla vita; senza più smettere, fino alla fine dei nostri giorni, di respirare, mangiare, bere, dormire, coprirci e procurarci una qualche tana che ci sia di qualche conforto. Dopo questo, penso io, nessun trauma potrà mai angustiarci più di tanto…» E qui si passa ad un’altra interessante valutazione, ma aperta a più diverse interpretazioni come la precedente. Infatti, Ivano ci fa sapere che per lui «invece, ve n’è uno maggiore (trauma nda), tanto grande e terribile, nello scoprire infine che i propri convincimenti coincidono in buona parte con quelli di chi un tempo si considerava persecutore e nemico. Anzi, peggio: che quei propri convincimenti, con ogni probabilità, non vi sarebbero mai stati, non avrebbero mai potuto esserci, senza che, per primo, proprio quel persecutore e nemico li avesse prodotti, introdotti e preservati nella storia per lunghi secoli, per quanto contraddicendoli di frequente e profondamente; e che quella mia cara donna tanto cattolica quanto comunista aveva già sentito vivificarsi armonicamente in sé, senza aver mai avuto alcun bisogno di sapere né capire.»
Ahi, parliamone di questi due “traumi” a partire nel definire se sono tali e poi se sono confrontabili (nel dettaglio magari in altra occasione).

Perché spaventarsi che altri la pensino come noi anziché rallegrarsene?
La voce da cui attinge Alteri e quella di Benedetto Croce che qui nel suo scritto ha le vesti ed il ruolo di un Virgilio dantesco che rivela al nostro Ivano: “Il cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuta …Tutte le altre rivoluzioni, tutte le maggiori scoperte che segnano epoche nella storia umana, non sostengono il suo confronto, parendo rispetto a lei particolari e limitate”.

Bene. Non faccio certo fatica rintracciare nella figura del Cristo perseguitato una guida anticipatrice e portatrice di valori nuovi ed immortali fra cui solidarietà e fratellanza primeggiano insieme alla domanda di giustizia e pari diritti fra tutte le persone. È anche mio patrimonio d’intelligenza e di sentimenti. È quello che siamo soliti chiamare cultura. Ed è la mia cultura. Mi ritrovo anche nel passaggio successivo che sostiene come tutte le altre rivoluzioni che «investirono tutto l’uomo, l’anima stessa dell’uomo, non si possono pensare senza la rivoluzione cristiana, in relazione di dipendenza da lei, a cui spetta il primato perché l’impulso originario fu e perdura il suo»

Io sono ateo. Se qualcuno, ora, vuole chiamarmi cristiano, lo faccia pure. Io aggiungo che anche nel confronto con altre religioni che guidano popoli nel mondo, a partire da quella musulmana, ad esse manca qualcosa per cui non tengono al confronto con quella cristiana. Infatti se ognuna di loro porta in sé segni di innovazione e cambiamento, nessuna parte dal riconoscimento dei bisogni per vivere e dalla necessità di soddisfarli, cosa che avviene pienamente nel cristianesimo assicurandogli il primato. Il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci sta lì a simboleggiare il diritto alla vita, nella solidarietà e nell’amore. Tre valori che insieme non si riescono a rintracciare facilmente in altri credi. Il verbo “credere” è voluto perché è un atto che senza volontà non esiste.

Mi convincono meno le ragioni per le quali il Cristianesimo costituisca una rivoluzione così radicale e profonda come ancora dice Croce che precisa: essa “operò nel centro dell’anima”. Bene mi fermo qui. Perché qui si ferma la rivoluzione, nell’intimo dell’anima, purtroppo, infatti, ad ora è incompiuta non avendo potuto modificare, se pure lo voleva, i rapporti di forza nella società. I ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri e sempre più numerosi. E poi chiediamoci, ma è funzione di una religione, da sola, operare questi cambiamenti? Ivano Alteri forse pensa questo? Credo di no. Croce sente anche il bisogno di dire: «anche questa rivoluzione non è una “creazione” dello spirito, bensì “un processo storico, che sta nel generale processo storico come la più solenne delle sue crisi”.» Mi suona come una rassicurazione che mi fa sentire una indistruttibile certezza di razionalità.

L’ispirazione Cristiana alla solidarietà e alla fratellanza resta assolutamente condivisibile e la loro validità attuale non è in discussione. La questione che si pone è come si passa dall’ "IDEA" alla realizzazione di regimi sociali che quei valori rendano praticabili stili di vita. A fronte della vita reale mi pare un’affermazione un po’ datata parlare di rivoluzione “radicale e profonda”.
Capire i bisogni e trovare la loro soddisfazione sono gli imperativi individuati, che dopo oltre 2000 anni trascinano ancora disagio, migranti, povertà, senza lavoro, (Papa Francesco docet), basta vedere quanta parte fondante siano dell’operato e dell’elaborazione di Francesco d’Assisi, figura a me molto cara.

Dal lontano 1891, con la prima enciclica sociale Rerum Novarum di Leone XIII, e a seguire con la Quadragesimo Anno di Pio XI del ’31 anche la Chiesa da un esempio concreto di come i bisogni e la lettura della realtà che muta costituiscano bagaglio permanente della rivoluzione di Cristo. Poi qualcuno fa di tutto per dimenticarsene, ma questo è altro discorso.

Gli aspetti morali, certamente importanti meritano, tuttavia, una considerazione specifica. Non voglio intrecciarli agli elementi che costituiscono la rivoluzione concreta anche se di essa costituiscono il miglior brodo di cultura.
Ivano sottolinea, direi con meraviglia, «la tenacia con cui la Chiesa riesce a mantenere la propria persistenza nella storia, che offre a Croce anche l’opportunità di individuare e fornire un principio, che possiamo accogliere come universalmente valido, secondo cui “un istituto non muore per i suoi errori accidentali e superficiali, ma solo quando non soddisfa più alcun bisogno, o a misura che scema la quantità e si abbassa la qualità dei bisogni che esso soddisfa”.» Non dimenticare.

Un istituto muore quando non soddisfa più alcun bisogno

popoliinrivolta 390 minDa tenere rigorosamente a memoria come concetto guida per chi vuole parlare alle genti e farsi capire.
Fra le citazioni tratte da Croce c’è anche un’espressione nuova: il “respiro di riposo”, cioè una certa inerzia della Chiesa, che Croce nobilita subito dopo dandole un ruolo affermando che proprio grazie ad esso, la carica rivoluzionaria del Cristianesimo torna nella storia e a vivificarne il proprio pensiero e le proprie opere.

A questo punto sento il bisogno di esternare un dubbio che potrebbe essere generato da una commistione. Croce si rammarica o meglio critica (è possibile) che «la Chiesa non può “a niun patto piegarsi al concetto che vi siano cristiani fuori di ogni chiesa, non meno genuini di quelli che vi son dentro, e tanto più intensamente cristiani perché liberi”.»

Si passa dall’ammirazione dell’idea della rivoluzione alla “considerazione” del risultato ottenuto dalla costruzione reale della chiesa. È giusto? Mi dico che può essere istintivo, ma io percepisco chiaramente che la “rivoluzione cristiana”, per dirla con Croce, è cosa diversa dalla chiesa, come sono certo che il marxismo è altra cosa dai partiti comunisti e socialisti che si sono realizzati e hanno preteso di interpretarlo.

Non è una presa di distanza, preciso con decisione, ma vorrei che si guardasse nella realtà: le idee devono trovare le gambe per camminare, ma sono solo quelle possibili. “Quelle gambe non sono e non saranno mai la traduzione organizzativa fedelissima dell’idea”. Anzi per essere le “gambe possibili” hanno sicuramente dei limiti nel camminare e nel fare tutti i passi che l’idea avrebbe voluto o vorrebbe. Sono però perfettibili se lo si vuole.

Le azioni non possono e non debbono essere identificate semplicemente con l’idea, ma vanno esaminate per quelle che sono criticando opportunamente i limiti, i difetti che ha proprio rispetto all’ “IDEA” e constatando i danni che “i comportamenti reali” producono. Altrimenti buttiamo l’acqua sporca con il bambino.
Da questo punto di vista la critica al capitalismo di Marx ed Engels rappresenta una lezione di stile.

Giusto, perciò. L’idea è una cosa, l’organizzazione che la diffonde è altra cosa con regole e discipline interne che almeno per ora non sono eliminabili, ma certamente modificabili e migliorabili. Se si vuole (lo ripeto per la seconda volta).
Che significa dire «gli uni al cospetto della Chiesa e del Cristianesimo e gli altri al cospetto del marxismo e della storia» - questa relazione mi pare impropria.
Se si parla di Cristianesimo e di marxismo si parla di idee e indirizzi.
Se si parla di chiesa si deve specularmente parlare di partiti: gli strumenti del proselitismo e dell’organizzazione vanno valutati in rapporto all'ispirazione: quanto sono fedeli a questa?

Ivano scrive: «Quella sinistra che predicava l’edificazione del “paradiso in terra”, sprezzante nei confronti di chi ne predicava uno, surrettizio, rimandato negli impalpabili cieli, ora si è inginocchiata davanti a chi i paradisi in terra, quelli fiscali!, li ha edificati in nome del dio-quattrino, scavando contestualmente per tutti gli altri una gigantesca fossa infernale.»

Per me quest’affermazione contiene verità. Che altro è l’occhiolino malizioso di consenso ai dettami del liberismo, se non l’inchino a quel cosiddetto “paradiso in terra”? Si sono votate leggi (da partiti si dichiaravano di sinistra), per dimostrare di ubbidire alle sue regole. E, si badi bene, le regole del liberismo non sono quelle della liberalità, sono le regole del potere che “fa quello che gli pare”.

Ma chi riguarda questa verità. Una sinistra astratta, non meglio identificata. Quali sono queste organizzazioni, con nome e cognome, che ad essa dicono di richiamarsi?

Questa domanda è imprescindibile. Non ci possono esser mille sinistre ognuna più vera di un’altra, così come non esistono mille cristianesimi. (fatte le debite differenze)
Oggi queste “mille” sinistre si parlano addosso.

Devono rifare anch’esse il percorso che parte dalla riscoperta dei bisogni, della loro soddisfazione in termini di soluzioni politiche. Se Ivano propone alla sinistra di riscoprire le sue motivazioni originarie come ha fatto Papa Francesco è un discorso da condividere ma soprattutto da attuare. Non basta fare autocritiche a parole! Occorrono espliciti e costanti comportamenti di reale e concreta correzione delle linee politiche e dei conseguenti comportamenti. Sapendo rintracciare quali sono le cause e chi sono i responsabili di questo mondo così diseguale.

Tiriamo una linea e ripartiamo dai bisogni dei più deboli, degli esclusi, dalle ingiustizie, dalle enormi aree del disagio nel mondo, dai diritti conculcati. Gli elenchi si possono fare facilmente in altra trattazione. Non si tratta di invitare al credo religioso o all’ascetismo si tratta di essere convinti che occorrono gli strumenti e la cultura della politica seria democratica e organizzata. Non basta, però.

Anche qui qualcosa si può prendere in prestito e se si preferisce copiare da Papa Francesco. Se si vuole leggere il suo operato non si può fare a meno di vedere e mettere in rilievo l’impegno che lui ha messo per recuperare credibilità. Chi sa che la propria missione è parlare alle intelligenze e ai cuori sa anche che la sua prima dote deve essere la credibilità. Senza di questa neppure il più straordinario progetto vale più di un soldo bucato. La crisi dei partiti, di tutti i partiti sta qui. Ma quello che preme a me e, penso, anche a Ivano è la crisi dei partiti che si autodefiniscono di sinistra. Hanno perso credibilità perché chi credeva di essere rappresentato da loro non li riconosce più.

Annunci senza risultati, cosiddette riforme che hanno colpito i più deboli e i più indifesi come il Jobs Act, i soldi tolti alla sanità pubblica che hanno reso difficilissima la lotta alla pandemia, che senza l’accorta tempestività del Governo Conte e soprattutto senza disponibilità, generosità e solidarietà degli italiani, in particolari quelli impegnati negli ospedali e nella sanità in genere sarebbe stata un tragico disastro e ancora oggi può esserlo. Senza dimenticare, è necessario, la mancanza di finanziamento e di rinnovo della scuola pubblica, tanto per citare i danni più gravi arrecati all’Italia. Ma, guardiamo in faccia pure la realtà dei quadri dirigenti, spesso si tratta di personale culturalmente discutibile e a volte anche moralmente discutibile.

Nella riflessione di Ivano ci troviamo di fronte ad un parallelismo fra cristianesimo e la sinistra? Non proprio. Ci troviamo di fronte a come le istituzioni delegate a tradurre in realtà operative le “idee” – chiesa e partiti – si sono comportate e si comportano di fronte ai cambiamenti della vita reale e delle società.

Bene. Grazie Ivano, io ci sto a fare questo esame parallelo e ci sto a proporlo perché si estenda nella ricerca di approfondimenti, proposte e di soluzioni.

Pensando a questo quadro debbo ricordarmi di quella donna cattolica e comunista che tanto è rimasta impressa ad Ivano. Perché nella sua mente e nel suo animo convivevano due messaggi di diversa provenienza? Può esser che ella non li trovava così estranei come a prima vista poteva sembrare)? Chi l’aveva aiutata a trovare punti di contatti fra i due linguaggi? Quali risposte nella vita di tutti i giorni le erano apparse tali da farla sentire cittadina e non suddita restando fedele alla sua religione? Può essere che l’articolo 7 della Costituzione, che assicura pace religiosa al nostro popolo, le facesse apprezzare la ricchezza di proposte di diversa provenienza?
Certo doveva esserci qualcuno che portava messaggi sapeva ascoltare e tradurre in risposte concrete le “domande”. Ecco “cari sinistri”, oggi non c’è. Questo è stare con i cittadini e significa anche stare con gli ultimi. Non servono annunci e enunciazioni. Deve esserci una scelta senza ripensamenti che obbliga ad atti concreti che partano dal capire e conoscere le esigenze, individuare le cause che le generano e quando possibile rimuoverle e poi infine individuare le proposte possibili da attuare.

Chiudo questa nota, ricordando, intanto a me, che la maturità politica di questa Italia può tutta essere recuperata. È una cultura che si è formata nei secoli, per brevità, da Machiavelli a Gramsci, passando per Cavour, fino a Don Sturzo, De Gasperi e Togliatti, Pertini e Berlinguer.
Qualcuno a sinistra che non voglia liquidare tutto dicendo ma è roba passata, si domandi perché nello scenario politico mondiale PCI eccelle? Perché era il partito meno ideologico fra quelli esistenti e invece più coerentemente e concretamente portatore di politiche realizzabili.
Nessuno vuole riproporre modelli inattuali, ma ciò che costituisce patrimonio culturale anche in politica va usato con scienza e coscienza. IM

 

 

ultima  modifica 24 ottobre 2020

 

 

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