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La crisi del PD come si risolverà?

 OPINIONI e SPERANZE

Ci sarà alleanza tra M5S, PD e Art.1 e che potrà fare?

di Ivano Alteri
M5S PD ART1 minLa nascente alleanza tra M5S, Pd e Art.1 restituisce speranze e legittime aspettative all’insieme dell’Italia progressista. Le dimissioni dalla segreteria del Pd a cui è stato indotto Nicola Zingaretti ne testimoniano ulteriormente l’importanza. A lorsignori, infatti, non è bastato far cadere il governo Conte II: finché il Pd resterà, anche solo potenzialmente, una forza progressista, quell’alleanza resterà per loro una minaccia incombente. Ma la “disinvoltura” politica con cui è stato proditoriamente abbattuto il governo e indotto Zingaretti alle dimissioni potrebbe essere l’ultimo e indecoroso sussulto post mortem di un sistema di poteri putrescente che ha continuato a vessare l’Italia per oltre un secolo e mezzo fino alle ultime ore (v. le posizioni della confindustria genovese e nazionale). Affinché questo auspicio si realizzi, tuttavia, a mio parere sarebbe necessario che i protagonisti dell’alleanza compiano, tutti e velocemente, un passo avanti nella definizione di sé e dell’insieme.

Nell’ordine, il M5S ha di fronte a sé un compito tanto arduo quanto affascinante, tanto attraente e attrattivo da rischiare, all’esito, di risucchiare parte dei suoi stessi alleati (se restassero immoti). Quel compito consiste, nientemeno, nella trasformazione di un movimento, che in pochissimi anni ha travolto furiosamente l’intero sistema politico italiano, in un partito solido e di governo. Le difficoltà sono formidabili, tali da irretire chiunque, fino a trascinarlo nel panico. Ma le ragioni che hanno determinato la nascita del movimento sono state anch’esse tante e tali da fornire oggi ottime basi per garantirne la persistenza politica sotto la forma di un partito vero e duraturo. L’ostacolo, di ordine psicologico e culturale, che più di altri rischia di apparire insormontabile, fino a condurre al fallimento del processo, è la ostilità, fondativa del movimento, proprio verso la forma partito. Ma ciò che loro, e non solo loro, giustamente contestavano era in realtà una forma già degenerata di partito; invece, ad una attenta lettura della Costituzione, essi potrebbero rintracciarvi significati molto diversi e positivi di partito, inteso come luogo in cui il popolo si organizza, perfettamente confacenti al proprio carattere originario, per arrivare così a procurarsi la necessaria tranquillità nel percorso di rifondazione.

Per il Pd il compito non è meno complesso. Sin dalla sua fondazione, esso ha tenuto un comportamento piuttosto neghittoso nella definizione di sé. Alla asserita volontà iniziale di essere un partito “colorato” dalle principali culture politiche nazionali, quelle socialista-marxista, cattolico-democratica e liberale, non sono seguiti atti e fatti conseguenti. Persino nella definizione del “pantheon” culturale di riferimento si è assistito a comportamenti imbarazzati e imbarazzanti, tanto che è lecito chiedersi: è così difficile, per gli eredi di quelle culture lì confluite, riconoscere la statura culturale e politica dei vari Gobetti, Gramsci, Don Sturzo, Togliatti, De Gasperi, Moro, Berlinguer… solo per citarne alcuni? È così difficile riconoscere la grandezza delle elaborazioni da essi compiute, dalle riflessioni di Gramsci alle encicliche sociali della Chiesa Cattolica? È così difficile riconoscere il valore immenso che quelle culture hanno saputo immettere, tra mille inenarrabili sacrifici, nella Costituzione Repubblicana? È così difficile dire che quelle culture hanno determinato, dopo la Seconda Guerra mondiale, i migliori decenni dell’intera storia unitaria? Certo che non sono la stessa cosa, ma il Pd non intendeva esattamente mettere insieme tre culture diverse? Non sarebbe stato esattamente quello lo sforzo primario da compiere? Invece, si è preferito abbandonare il partito all’inerzia correntizia, di certo non interessata a raccogliere quei valori, ma piuttosto all’azione lobbistica a favore di interessi particolari e particolarissimi (non sempre dicibili in pubblico). Ma eliminata la ragione fondativa non è rimasta più alcuna ragion d’essere, e il risultato è chiaro: da un partito “troppo” colorato si è arrivati ad un partito senza alcun colore. In tale contesto, le dimissioni di Zingaretti, che per lorsignori dovrebbe significare la fine di ogni progressismo nel Paese, per noi legati mani e piedi ad una cultura politica d’impronta fortemente popolare può invece essere l’inizio di un “progressismo” mai visto prima, se esse saranno occasione di definitivo chiarimento nel senso auspicato; soprattutto considerando (qui, sin troppo sbrigativamente) che il Pd è l’unico partito d’Italia ad avere strutture diffuse sull’intero territorio nazionale…

Ad Articolo Uno, nel perimetro dell’alleanza, è attribuito un compito di profondo fascino e responsabilità: creare i nessi tra il nuovo e l’antico; e cioè, da una parte, fornire gli stimoli per riconoscere ed eliminare il vecchio e l’obsoleto senza rinunciare alle buone esperienze del passato; e, dall’altra, segnalare le opportunità del nuovo e i pericoli del nuovismo. Questa forza di sinistra può costituire il punto di equilibrio di un’alleanza che altrimenti cederebbe alle spontanee forze centrifughe, come ha saputo ben dimostrare sin dalla prima costituzione della maggioranza di governo. Tuttavia, neanch’essa è immune da problemi d’identità. Se non vi sono dubbi, infatti, sul suo essere forza politica di sinistra, ve ne sono senz’altro riguardo la sua forma, che non è già più quella di un movimento, ma non è ancora quella di un partito. Le titubanze su questo tema cruciale, che hanno caratterizzato la sua breve vita dalla sua fondazione e ancora persistenti, restano legate a troppi attendismi rispetto a ciò che accade all’interno del Pd, anche a riprova di una troppo scarsa consapevolezza di sé e del proprio ruolo. In effetti, a ben guardare, quelle titubanze non sono prive di ottime ragioni, e ruotano tutte intorno ad una domanda chiara, ancorché inespressa: è più opportuno lavorare per la costruzione di un nuovo partito della sinistra (come era nelle intenzioni dichiarate inizialmente) o tentare di riconquistare spazi in quel Pd già dotato delle strutture e del radicamento necessari? La risposta non è semplice, e le titubanze, quindi, sono più che giustificate. Ma se si considera la necessità, ormai conclamata, della presenza di una forza politica organizzata, solida, strutturata, con chiari e inequivocabili caratteri popolari e di sinistra e, d’altra parte, non si vuole disconoscere la diversa funzione storica che nelle intenzioni ha dato vita al Pd, la scelta dovrebbe essere ormai chiara: creare un nuovo partito della sinistra, che non può limitarsi ad ArticoloUno, che sia un vero patito, solido e radicato nei territori sin dal suo primo vagito, con tutte le enormi difficoltà che questo comporta.

Dovrebbe essere anche chiaro, a questo punto, che se questo non accadrà, non vi sarà nessuno in grado di occuparsi dell’alleanza, e le singole parti saranno condannate alla marginalità in cui trascineranno inevitabilmente l’insieme. Al contrario, se tutto ciò dovesse avvenire, gran parte del carattere dell’alleanza ne risulterebbe già costituito, e ai singoli attori collettivi resterebbe il compito fondamentale di fornire ad essa quel surplus per renderla sinergica, di valore ben superiore alla somma delle singole parti.

Tutto ciò mi pare necessario per perseguire quegli obiettivi che stanno a cuore a milioni e milioni di cittadini italiani, animati dal desiderio di una civiltà nuova e di livello superiore. Non solo, quindi, per non soccombere alla destra e alle sue politiche trogloditiche (che se non sa adattarsi all’evoluzione figuriamoci al progresso degli uomini e delle donne), ma per affermare la propria visione del mondo e informare di sé la vita vera del terzo millennio.

Frosinone 7 marzo 2021
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