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"Questione Femminile Paradigma di Liberazione"

OPINIONI

Raccogliere le sollecitazioni migliori dell'8 marzo

di Ivano Alteri
lottadonne 360 minTrascorso l’8 marzo con le sue ritualità e le sue retoriche, conviene raccoglierne le sollecitazioni migliori, soprattutto quella che invita ad estendere la discussione sulle donne, fatalmente commemorativa in quella giornata, a tutto l’anno; quindi, anche ad oggi, senza per ciò considerarla fuori tempo. In questo modo, anzi, abbiamo l’occasione di cogliere a mente fredda una peculiarità nella sua ricorrenza nel 2021 (ma forse era vero anche gli altri anni): la voce delle donne non è stata univoca; al contrario, si sono registrate articolazioni diverse tra donne e donne, producendo un notevole avanzamento nella discussione complessiva.

Questa mia affermazione, in mancanza di ulteriori specificazioni, potrebbe risultare contraddittoria, se non paradossale: come è possibile parlare di avanzamento della discussione sulle tematiche di genere, a fronte delle divisioni registrate? Ebbene sì, c’è un avanzamento, invece, in quanto le rilevate “differenze” non sono relative solo allo specifico vissuto delle donne ma, grazie ad una riflessione a tutto campo che ha coinvolto oramai da anni il movimento femminista planetario, colgono la totalità dell’oppressione materiale, ideologica e culturale della società capitalistica nella sua totalità.

Tra le divergenze di opinione che possiamo prendere ad esempio come strettamente legate al femminile, c’è senz’altro quella suscitata dal “direttore d’orchestra” Beatrice Venezi, la quale ha affermato a Sanremo che così vuole essere chiamata, direttore, e non direttrice d’orchestra, poiché quello d’orchestra non è un direttore qualsiasi, che possa essere declinato impunemente al femminile come in tutti gli altri casi (direttrice di un museo, di una scuola, di un’azienda, ecc.), ma il nome specifico di un mestiere, di una funzione, di un’arte, a cui lei, evidentemente, tiene molto. Molte donne si sono invece risentite per le sue affermazioni, poiché ritengono, non a torto, che esse possano essere strumentalizzate a fini reazionari e regressivi. Tuttavia, se questa specifica discussione è senz’altro utile all’emersione e all’avanzamento della condizione femminile, risulta essere del tutto estranea alla condizione del maschio, il quale, anche a fronte della declinazione al femminile di tutti i direttori in direttrice, infatti, continuerebbe a chiamarsi direttore.

Di tutt’altro valore, invece, sono le divergenze d’opinione seguite a un post della femminista Lorella Zanardo a proposito del diritto delle donne di rinunciare alla maternità, col seguito di perplessità e dissensi che esso ha suscitato in altre donne, per il timore, fondato, che quel diritto di scelta possa essere conculcato. Dice provocatoriamente la Zanardo: “Cosa pensereste se in un Paese in carestia io rivendicassi il mio diritto di mettermi a dieta?”, volendo con ciò intendere che è del tutto pleonastico rivendicare il diritto a rinunciare alla maternità nel momento in cui si registra una progressiva riduzione delle nascite e addirittura un loro crollo a causa della pandemia; per poi aggiungere molto significativamente, come riportato da Nadeia De Gasperis su questo stesso giornale, che “bisognerebbe rimuovere ostacoli sociali, economici, culturali [alla maternità, NdA], prima di affermare di non voler diventare madri”. Come si può notare, la Zanardo introduce nella propria riflessione di femminista concetti di grande valore, già noti alla riflessione generale, come nell’art. 3 della Costituzione (“E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli…”), i quali, ancorché non pedissequamente applicati, hanno già rivoluzionato l’intera visione del vivere associato, dal dopoguerra ad oggi, checché se ne dica.

La problematizzazione della discussione femminile e femminista, quindi, tutt’altro che deleteria ai fini propri, consente di porsene di più alti e coinvolgenti per tutti, e anche ad individuare, attraverso sé, la fonte originaria della sopraffazione generale di moltissimi esseri umani ad opera di pochissimi altri.

Infatti, nel prosieguo della discussione, quella problematizzazione consente ad una femminista come Roberta Pompili anche di indicare chiaramente il mondo femminile quale possibile ambito di “soggettivazione” del lavoro vivo, politicamente frammentato e de-soggettivizzato, oggi intento a difendersi inanemente dalle aggressioni del lavoro morto, accaparrato nei secoli dal Capitale (per il concetto di “soggettivazione”, v. Sandro Mezzadra, “Un mondo da guadagnare”, Meltemi Editore 2020). Ella, infatti, afferma: “La trasversalità del femminismo è stata la chiave che ha messo in discussione i meccanismi con cui si produceva (e si produce) la segmentazione del lavoro vivo: unire ciò che il capitale divide, uno strumento importante che costruisce un dualismo di potere, mentre trasforma l’idea stessa di potere”. E a questa sua affermazione si potrebbe aggiungere che quella stessa trasversalità ha consentito anche il processo di soggettivazione dei migranti, dei soggetti di discriminazione raziale ed etnica, dei popoli spogliati dal colonialismo e dal neocolonialismo, ecc., consentendo ad essi di dotarsi di strumenti di difesa, nonché di elaborazione tattica e strategica per avanzamenti sostanziali.

In tale modo, perciò, si può passare, concettualmente e nella prassi, dalla “liberazione della donna” alla “liberazione di tutti”, con la donna in primo piano; la quale, ben lungi dal considerarsi una specie nella specie, si considera bensì il paradigma della specie tutta intera, come si diceva; con ciò ponendosi come eccellente soggetto, strumento e luogo di analisi, prima, e di sintesi, poi, per la scoperta e il conseguimento di una auspicabile, possibile e necessaria civiltà di livello superiore.

 

 

 

 

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