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La sinistra riscopra subito "solidarietà e mutualismo"

solidarietà retedimani 350 260di Daniela Mastracci - L'Articolo 41 (della Costituzione ndr): «L'iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali».

È difficile spiegare che cosa si deve intendere con “indirizzata e coordinata a fini sociali”
So quanto è difficile perché lo provo sulla mia pelle quando sono in classe e parlo di questo punto fondamentale della nostra Costituzione. Ai miei ragazzi viene da chiedermi spiegazioni. E già questo è un dato su cui riflettere. Perché, al contrario, io avverto il significato e non ho da domandarmi alcunché. Allora il problema è il cambiamento di modi di sentire e di linguaggio che li esprime, ancor prima che rispondere alla domanda che i ragazzi mi fanno. Ovvero il solidarismo e la mutualità, impliciti nell’espressione “indirizzata e coordinata a fini sociali”, hanno perso il posto che avevano prima nel nostro immaginario collettivo. Non sono più di casa nel mondo attuale. Riscontro cioè una differenza notevole tra come io approcciavo tali questioni da ragazza e come invece le approcciano oggi i miei studenti: per me solidarietà e mutualità erano il senso stesso dello stare assieme; facevano parte della mia lingua quotidiana; capivo il loro senso quasi immediatamente; erano parte di me e del mio modo di essere. Oggi non è più così. Perché? Mi vengono alla mente due possibili risposte: Max Weber e il nostro dirci cristiani. Con Weber impariamo che la “razionalità governa il mondo”: è razionale il nesso di causa- effetto, è razionale un’azione che sia causa di un effetto altrettanto razionale.

Razionale cos'è?

Ma razionale, nella società moderna contemporanea, dove vince la ragione scientifica, vuol dire innanzitutto calcolabile e il problema sta esattamente qui: calcolabile, ovvero quantificabile, lo è soltanto ciò che sia oggettivamente misurabile e intanto esperibile: l’azione esperibile è quella che “si vede” e dà origine ad un effetto altrettanto “visibile”: è calcolo razionale un investimento (causa) che dia come risultato un accrescimento dell’investimento stesso (profitto). Questi elementi sono visibili, misurabili: il loro senso sta nella crescita numerica, agisco perché ciò che faccio mi dia un risultato maggiore dell’investimento, ovvero dell’energia/quantità di denaro che avrò impiegato nell’azione stessa, sennò, come si dice, “non ne vale la pena”. Una attività produttiva gestita razionalmente prescinde, cioè, da norme che esulino dalla razionalità stessa intesa, ripeto, come calcolo costi – benefici/profitto. Questa divaricazione tra calcolo e norme che possiamo chiamare morali/etiche, ovvero appunto il mutualismo e la solidarietà, può essere espresso così:
Le condizioni della gestione razionale delle attività produttive – tra cui la nota separazione tra economia domestica e impresa, o tra reddito privato e denaro pubblico – funzionano contemporaneamente come potenti fattori che isolano l’azione finalizzata, razionale, dal rapporto con processi governati da altre norme (per definizione irrazionali), svincolandola dai postulati della mutua assistenza, della solidarietà, del reciproco rispetto e così via, postulati che vengono rispettati nelle associazioni non produttive (no profit, rimandate al privato cittadino e al suo “buon cuore”).

La “bancarotta dell’umanità” di Papa Bergoglio

Se i ragazzi sono immersi in un mondo calcolabile, dove ha senso il profitto, e soltanto il profitto, perché sorprendersi che chiedano spiegazioni a proposito di mutualismo e solidarietà? Per loro queste valutazioni etiche non hanno casa nella ragione calcolante, la sola che presieda alla logica del profitto.
Perciò prima ancora di provare a rispondere alla loro domanda occorrerebbe ripristinare un legame di senso tra azione finalizzata al profitto e i valori della mutualità. Ragione calcolante e valori morali sono oggi, invece, compiutamente separati.
La seconda risposta poggia sul nostro dirci cristiani. E’ sì o no da cristiani “schierarsi” nella difesa degli oppressi, dei deboli, dei meno fortunati? Questa visione affonda le sue radici nel cristianesimo, in un'istanza morale basata essenzialmente sull'empatia? Sul riconoscimento dell’altro come fratello, sull’amore? E in questa prospettiva non si incarna, forse, una visione del progresso civile come tutela e rivendicazione di diritti individuali, di diritti delle minoranze, come difesa della parte più debole rispetto alla parte più forte?
A me sembra di sì e lo ritrovo nelle parole di Papa Francesco quando dice della “bancarotta dell’umanità”. Il Papa non parla di rivendicazione a partire dal diritto del lavoro e di un lavoro inteso come “essenza umana realizzata”. Il Papa non parla da uomo di Sinistra, ma parla da Uomo che ama l’altro uomo e per il quale sente l’ingiustizia dello sfruttamento, la disumanità del servirsi dell’altro per i propri fini, il mancato riconoscimento dell’altro come fratello in Cristo, per il quale varrebbe il cosiddetto Comandamento dell’Amore “non fare all’altro ciò che non vuoi sia fatto a te stesso”.
Ma allora se ci diciamo cristiani non dovremmo sentire come familiare la solidarietà e il mutualismo? Ecco, vediamo anche qui una divaricazione fra dirsi fratelli ed esserlo in concreto. La capacità calcolante moderna ha spiazzato anche il sentimento dell’empatia. Oggi il senso del mutuo soccorso non si riconosce più come proprio in modo naturale e familiare. Ebbene se queste riflessioni hanno un senso compiuto dovremmo usarle per riportare le coscienze a sentire la mutualità. Ma dopo questo passo dovremmo APPLICARE l’articolo 41.

 
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