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Ora c’è bisogno di una Sinistra vera

  • Scritto da  Ernesto Cossuto

LAVORO 350 260di Ernesto Cossuto - Oggi alla luce delle condizioni politiche, economiche e sociali che costringono gli italiani, specie i più deboli, le donne ed i giovani a vivere la peggiore crisi dalla fine della guerra, appare sempre più chiaro che c’è bisogno di una Sinistra vera che con l’elaborazione e la pratica di una proposta adeguata sappia far uscire dalla fase di difesa e di resistenza le forze democratiche che hanno respinto, lo scorso quattro dicembre, l’attacco finale che le forze del neoliberismo europeo hanno sferrato alla Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza al nazi-fascismo. Ma, a mio parere, c’è poco da star tranquilli: è stata vinta una battaglia, certo importante, ma non la guerra, ammesso che la battaglia per la democrazia, per la giustizia sociale e la libertà si possa vincere una volta per sempre.

Gli sconfitti tentano già di riorganizzarsi: la crisi del PD, formazione di punta del neoliberismo in Italia, va letta come tentativo di creare uno strumento più efficace per raggiungere l’obiettivo mancato il quattro dicembre. Occorre che in questa delicata fase della storia italiana le forze che si dicono di sinistra siano consapevoli di cosa è in gioco e che si attrezzino in modo adeguato. Per questo fine ritengo:
-Va recuperato e fatto rivivere il filone politico-culturale comunista che è stato alla base di ogni iniziativa, lotta e conquista democratica nel nostro Paese. Non è, questo, un cedere alla nostalgia della quale non c’è né può esserci alcuna necessità. Il fatto è che l’opzione della Sinistra non può restare una opzione generica. Si tratta di recuperare, come si diceva, un filone di idee e di lotte che ancora oggi appare vitale e necessario se si vuole lavorare e lottare per l’attuazione della Costituzione, per la libertà, la giustizia e la democrazia. Che questo sia un tema attuale e sentito da molti che appaiono delusi dai partiti e dalla politica di oggi è dimostrato dalle numerose iniziative che si mettono in campo per questo obiettivo. Mi piace a tal proposito riportare quanto scritto su Micromega da Francesco Raparelli: ”Migliaia di persone per cinque giorni di fila, hanno letteralmente invaso i dibattiti di C17—La Conferenza di Roma sul comunismo, tanto a Esc quanto alla Galleria Nazionale. In migliaia hanno attraversato la mostra Sensibile Comune (presso la Galleria Nazionale), alla conferenza connessa. Un successo straordinario, destinato a lasciare il segno. Successo ancora più potente se si concentra l’attenzione sul tema: il comunismo.

Il Lavoro

Una parola dimenticata, offesa, impronunciabile, maledetta, che ancora non smette di attirare l’odio delle penne forcaiole, d’improvviso riconquista la scena. E la scena esplode di corpi, di controversie e di passioni. Sarebbe accaduta la stessa cosa se si fosse deciso di parlare d’altro? Magari temi radicali, ci mancherebbe, omettendo però la parola comunismo? La risposta è netta: no. Ma soprattutto occorre rimettere al centro dell’elaborazione programmatica e della battaglia politica la questione del lavoro.

E’ sul lavoro, infatti, sulla sua evoluzione nel periodo della globalizzazione, sulla sua trasformazione nel periodo della rivoluzione informatica che la sedicente sinistra riformista specialmente italiana, ma non solo, ha accumulato i ritardi maggiori. Della globalizzazione, infatti, che pure ha i suoi aspetti positivi essa ha pienamente assunto esclusivamente il punto di vista liberista. Quello che ha ridotto il lavoro a merce, che ha “finanziarizzato” l’economia assegnando un ruolo decisivo alle banche che detengono nelle loro mani praticamente il destino dell’umanità. Compito di una sinistra che vuole essere lo strumento dei più deboli, degli sfruttati, di quelli che non ce la fanno e che restano dietro nella società deve essere perciò, in via prioritaria, riformare il lavoro, recuperando il senso che ad esso dà la Costituzione come strumento di crescita complessiva dell’uomo che grazie ad esso diventa cittadino attivo e contribuisce allo sviluppo della società e della civiltà umana. E allora occorre recuperare il significato del conflitto sociale come momento della lotta di classe contro chi oggi sfrutta il lavoro che non è più solo lavoro di massa ma è divenuto lavoro sociale, cioè lavoro di tutti coloro che cooperano alla organizzazione della produzione, compreso i precari, i disoccupati specie giovani, le donne, i lavoratori saltuari, le cosiddette Partite IVA ecc.).

Occorre acquisire piena consapevolezza che il lavoro, il capitalismo sono cambiati, è cambiato il comando nella società, ma altrettanta consapevolezza occorre per comprendere che, malgrado i profondi cambiamenti, l’alienazione capitalista non ha raggiunto l’animo, il cervello del proletario. Occorre scoprire e valorizzare la nuova soggettività proletaria che produce oggi lavoro vivo (“non più quindi solo lavoro salariato dal quale anzi bisogna liberarsi, ma lavoro, grazie al sapere, come pura potenza di produrre, in grado oggi, essenzialmente, di comunicare in termini scientifici e relazionali”, per parafrasare in modo elementare il Marx dei Grundisse). E il ritardo non è solo della Sinistra riformista, il ritardo è anche (e forse in maniera ancora più grave) del Sindacato, diventato spesso mero strumento corporativo dei “garantiti”.

Ci vuole un partito?

-Certamente è aspetto non secondario del problema la forma organizzativa dello strumento necessario per ridare un ruolo da protagonista alla Sinistra nella Società italiana. A mio avviso, alla luce delle esperienze che si sono succedute nella nostra provincia in particolare, ma non è andata troppo diversamente a livello nazionale, la scelta migliore sarebbe quella di un “Partito leggero”. Un Partito, cioè, poco o per nulla burocratizzato, agile e capace di entrare velocemente in sintonia con le articolazioni (Associazioni, aggregazioni ecc.) più serie ed impegnate della società. Il nuovo Partito dovrebbe essere in grado di recepire le elaborazioni più serie relative all’utilizzo e alla gestione dei Beni Comuni (acqua, territorio, cultura e formazione, salute, lavoro, difesa della Costituzione, democrazia nei luoghi di lavoro, diritti di cittadinanza ecc.), sintetizzarle in proposte politiche e sottoporle all’esame degli iscritti utilizzando tutti gli strumenti che assicurino la effettiva partecipazione democratica, da quelli più tradizionali a quelli più moderni. Particolare attenzione dovrebbe essere rivolta ai rapporti con il sindacato, di cui va rispettata la piena autonomia e che va incalzato quando si riscontrano timidezze e indecisioni nel suo ruolo di difesa dei lavoratori e della dignità del lavoro, e che va affiancato e sostenuto nella sua lotta per la democrazia nei luoghi di lavoro.

Radicamento e lotta democratica

-Il radicamento territoriale del nuovo strumento politico va perseguito, come si affermava, con la capacità di collegarsi con i movimenti democratici “di protesta e di proposta” più seri e responsabili, nel senso che debbono risultare capaci di impegnarsi responsabilmente per gli obiettivi assunti di fronte ai cittadini, il conseguimento dei quali chiaramente è condizionato dai rapporti di forza rispetto alle controparti. Il rispetto della Costituzione e l’opzione irrinunciabile del terreno democratico per la lotta politica saranno certamente fattori di radicamento in una società come quella italiana che, malgrado i tanti limiti, ha chiaramente dimostrato il quattro dicembre 2016 che la democrazia è una scelta irreversibile. La chiarezza dell’obiettivo politico è un altro fattore del radicamento sociale: la nuova formazione politica deve apparire come una forza costituente, cioè come una forza che quando si impegna in una lotta anti istituzionale, lo fa perché lotta per istituzioni più democratiche, più trasparenti e più vicine ai cittadini (es. destino degli Enti di secondo grado, destino dei piccoli comuni ecc. ) .
Cassino 20 febbraio 2017

 
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