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Una Sinistra per cui l'Uomo vale di più del denaro, sempre e comunque

qualesinistra 350 260di Daniela Mastracci - Sono diventata adulta cercando di orientarmi nel panorama politico italiano, volendo con forza trovare il partito in cui potessi riconoscermi. Ho fatto un grande sforzo. Ma oggi, a posteriori, non mi sento proprio una sciocca ad averci messo tanto a capire chi potesse rappresentarmi. Perché noi che abbiamo iniziato a votare dall' 89 in avanti, abbiamo avuto davvero seri problemi di orientamento politico. Perché cadevano ideologie? Perché non c'era più né destra né sinistra? E poi il colpo finale di mani pulite? Ecco che tra un Pci che non esisteva più e la categoria di Socialismo che perdeva ogni credibilità e sembrava parola che diveniva impronunciabile, i miei guai non erano mica finiti, anzi!
Sì perché, pur nel disorientamento, cercavo la Sinistra: veramente cercavo quell'idea per cui l'Uomo vale di più del denaro, sempre e comunque. Per cui l'Uomo fosse il faro, punto di partenza e meta di un fare politico che lo emancipasse e lo liberasse da ogni sfruttamento. Per cui l'uguaglianza fosse l'obiettivo; la libertà coniugata alla pienezza dei diritti sociali. E tanto altro ma non è necessario elencare tutto.
C'era però almeno un faro che mi apparteneva e che ritrovavo, quello sì. E si chiama antifascismo. Dalla Resistenza in avanti io volevo seguire e stare dentro la storia dell'antifascismo. Certo il problema è che mi stavano fuorviando anche su questo, perché si cominciava a dire che il fascismo fosse cosa morta e sepolta, una volta per sempre. Me lo volevano far credere, a me come a tutti. Ma non ci credevo, ho resistito alla falsa coscienza che voleva occultarmi la vista e la ragione.
E poi, di segni, solo chi non vuole vederne non li vede. Oppure si deve pensare che siano entrati così prepotentemente nel quotidiano fare e pensare, da non rendercene nemmeno conto. Però è facile riconoscerlo: si tratta di vedere cosa metti prima nella scala dei valori: l'uomo oppure la nazionalità? L'uomo oppure l'etnia, la razza (qualunque cosa si pensi che sia), la lingua, i costumi, l'orientamento sessuale, la differenza (comunque declinata)? Basterebbe questo, penso, a riconoscere i segni. Provate a leggere aprendo questo link
http://espresso.repubblica.it/opinioni/editoriale-cerno/2017/08/17/news/memorandum-per-resistere-nell-italia-che-torna-nera-1.308136
E se i segni, questi segni, non si colgono appieno, anche proprio sul loro primo albeggiare, essi crescono e si rafforzano, ci innervano tutti, ci inducono all'esclusione, come minimo, al respingimento, in una parola a cercare di fare il deserto intorno a noi. Ma nel deserto si muore. Erigere muri in difesa di non so cosa, ci mette gli uni contro gli altri, in uno stato di guerra (esplicita oppure latente, sotterranea) permanente. Invece andare oltre certe discriminanti, oltre che giusto, è foriero di Pace.

Finora ho guardato a chi mi ha tolto la possibilità di votare qualcosa di votabile in ordine ai miei ideali. Ma c’è da chiedersi anche se chi dalla parte, diciamo di sinistra, non abbia responsabilità.
In fondo a sinistra, alcuni e non pochi, si sono fatta sfilare via la possibilità dell’egemonia. Perché hanno cominciato a chiamarsi centro-sinistra proprio quando questa formula nata nel 1963 aveva già mostrato tutti i limiti progettuali e realizzativi di una politica che sapesse rispondere ai bisogni e ai diritti di tutti membri della società? Allora io voglio riflettere bene sulla vicenda centro-sinistra, perché ci sono nodi che penso vadano sciolti.
Ma soprattutto vorrei porre una domanda: ha qualche senso riproporre oggi il centrosinistra? C’è un centro? Dov’è la sinistra quella che si batte per i diritti, l’avanzamento sociale, che organizza la mobilitazione sociale e la porta al successo? Si sono posti la questione di chi come me, e dopo di me, cercava di capire cosa e come votare? Hanno pensato ai giovani e ai più giovani che dopo si sarebbero avvicinati alle urne? Il panorama si è fatto sempre meno leggibile: se chi si dice di sinistra, fa cose di destra tutto appare sempre meno chiaro, tutto si confonde.
E intanto alla tv stravince Mediaset. E la Rai ci è va dietro. Le comunicazioni hanno ceduto al mainstream del mero distrarsi, obnubilando i cervelli, perché “tanto cosa cambia”, ormai?
Chi ha ceduto, non credeva più all’egemonia? Oppure ha cambiato parere? Quando oggi diciamo che la sinistra si è piegata al neoliberismo, cosa davvero diciamo? Certo non voglio estremizzare, né tagliare con l’accetta un panorama assai confuso, difficile da individuare, e non voglio essere approssimativa. Questo farebbe il gioco della confusione.
Però se adesso in rete c’è tanto fascismo, spregiudicato odio, grossolanità, parole buttate là a offendere, insultare, parole sessiste, di sufficienza, di rancore, di rivalsa, di razzismo, che si debba fare una grande riflessione mi sembra cosa fondamentale. E non farla solo contro chi esprime questi brutti sentimenti, ma farla su noi che quei sentimenti li disapproviamo, li vorremmo combattere.
Manca il necessario antagonismo a questo degrado politico e sociale. Intanto urge non rimuovere il problema: vedere i segni per poterli aggredire con la ragione critica, e appunto attivarsi razionalmente. Ma cercare i limiti anche in noi, cioè provare a domandarsi se siamo stati abbastanza attenti e se abbiamo pensato a chi veniva dopo di noi, le generazioni che sono nate e cresciute con la distrazione come un imperativo. Ecco, quello che vorrei sarebbe una discussione aperta.
Ma intanto, per cominciare, sarebbe necessario il ripensamento dell’intera esperienza di centro-sinistra in tutte le sue edizioni fino allo sfacelo che ha prodotto oggi. Abbiamo bisogno di chiarezza, più che mai. Non sarà il meno peggio a salvarci. Ciò che percepisco è ancora tanto posizionarsi, tanto cercare di spostare voti dando ragione alla pancia del Paese, come anche cercare voti tentennando su cosa davvero è fondamentale oggi. Io vorrei che si discutesse di questo. E se faccio un salto dagli anni ’90 ad oggi, mi sento di ricollegarmi all’esperienza del Brancaccio perché ci ho trovato chiarezza, di sicuro un grande coraggio nell’individuare anche nella pseudo sinistra un avversario da battere: perché se la sinistra fa cose di destra, non si differenzia affatto da quest’ultima. È quella confusione che in me ha generato tanto disorientamento agli inizi degli anni ’90. E, sarebbe altrettanto disorientante, non solo per me che ancora vado cercando la sinistra unita, ma soprattutto per i più giovani che si affacciano e non si raccapezzano, certo non per loro colpa. Perché qui, ad esempio, si aprirebbe il capitolo Scuola. E ce ne sarebbe di che parlare!
La proposta di ipotizzare un rinnovato centrosinistra divide anche perché ripropone cose vecchie. Invece il “18 giugno”, il movimento di Anna Falcone e Tomaso Montanari “Per la democrazia e l’uguaglianza” può unire in una prospettiva di futuro, perché in esso finalmente la Costituzione antifascista viene assunta come un progetto unitario per costruire una nuova società qui e forse altrove.

 
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