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La Ditta della buona scuola

giannini renzi 350 260di Fausto Pellecchia - La scuola italiana è da decenni ridotta allo sfascio. Certamente, come denunciato da vari organismi internazionali di valutazione, ciò dipende essenzialmente dalla progressiva diminuzione degli investimenti pubblici dei nostri Governi nel settore della formazione a tutti i livelli, nonché dalla miriade di grida manzoniane, ironicamente denominate "riforme", promulgate dai ministri della P.I. negli ultimi 20 anni, relativamente ai requisiti dei docenti e alle forme di reclutamento, nonché all'infaticabile affilar di coltelli dell'innovazione didattico-metodologica destinata a vivisezionare e a ridurre in pillole il corpo vetusto dei programmi (praticamente immodificabili nei loro contenuti fondamentali).
Tuttavia -al di là delle gravi carenze strutturali che hanno devastato e devastano le nostre scuole, reprimendo i bisogni e le attese di chi vi lavora e dei giovani che le frequentano, al di là della mostruosa macchinosità del sistema di reclutamento degli insegnanti - il dato più destrutturante è concentrato nella mentalità gestional-aziendalisitica che ha sussunto e permeato anche l'approccio ai problemi dell'educazione e della formazione. Basti pensare al paradosso rappresentato dagli struggenti anglismi, tratti dall'economia e dall'informatica, mutuati dal Governo pur di rimuovere dalle coscienze dei docenti e dei discenti l'avvilente scarsità di risorse finanziarie e di strumenti informatici che contrassegnano le scuole italiane nel contesto europeo. Nel progettato ddl di Renzi e Giannini sulla "buona scuola" si va dal management e dalla governance, alla comfort zone, dal problem solving, al design challenge, dal digital divide alla gamification, dal nudging al digital makers, all' hackathon,. Un'anglofilia –tipica del parvenu di provincia- che, pur di esibire le stigmate della "globalizzazione", sembra ricalcare lo slang di Nando Meniconi, l'indimenticabile personaggio di Un americano a Roma interpretato da Alberto Sordi.
Quest'incontinente americanismo non è tuttavia soltanto un innocente vezzo linguistico. Segna piuttosto l'acme dell'ideologia aziendalistica elevata a sacro dogma della modernizzazione. È questo il presupposto che realizza l'immediata equiparazione degli alunni e delle loro famiglie a potenziali clienti nel mercatodell'istruzione, per l'appunto secondo la legge della "domanda" e dell' "offerta (speciale) formativa". Il suo "equilibrio" – istruzione per tutti al più basso costo possibile- costituisce il principale meccanismo della formazione del "prezzo" nella concorrenza dei possibili percorsi scolastici. In generale, un Istituto scolastico è tanto più appetibile, quanto più basso – a parità di valore dei diplomi e delle certificazioni- è il prezzo da corrispondere in termini di impegno di studio e di serietà nei criteri di valutazione nei processi di apprendimento. Del resto, per coloro che non riuscissero, nonostante i "calmieri" ministeriali, a saldare il conto nei tempi e nei modi previsti, le scuole dispongono di appositi "sportelli didattici", che consentono di dilazionare quei pagamenti in comode rate. E va da se che, come in tutti gli spacci commerciali, la regola aurea alla quale sono innanzitutto sottoposti i commessi-insegnanti è che "il cliente ha sempre ragione"; perciò le famiglie dei consumatori-discenti vanno assecondate in tutte o quasi le loro richieste, anche le più stravaganti sotto il profilo educativo. La spietata concorrenza degli Istituti d'istruzione superiore, che si celebra solennemente nei cosiddettiopen day, con la distribuzione di apposito materiale pubblicitario, ha il preciso scopo di ampliare o di "fidelizzare" il più possibile il target della clientela per massimizzare il profitto aziendale: ci si sforza pertanto di incrementare il numero delle iscrizioni (dal quale dipende l'erogazione di fondi ministeriali e la possibilità di nuove assunzioni di personale), veicolando l'implicita promessa di praticare "prezzi popolari" riducendo la qualità e la consistenza dei contenuti dell'istruzione e abbassando i criteri di valutazione. Questa tattica commerciale, peraltro, consente di comprimere ulteriormente il salario degli insegnanti, costretti a sacrificare progressivamente la loro dignità professionale e la loro autonomia sull'altare del marketing incentrato sull'espansione degli indici quantitativi, delle percentuali dei promossi e/o dei diplomati considerati come documenti della "produttività" dell'azienda scolastica. In compenso, gli insegnanti potranno sbizzarrirsi nella fiera "meritocratica" dei cosiddetti "progetti didattici", dai contenuti sempre più fantasiosi e velleitari : un piccolo "omaggio" erogato dalla ditta come "premio" di produzione, che si aggiunge al loro magro salario di commessi culturali.
Ultima ciliegina del ddl Renzi-Giannini sulla torta della "buona scuola" è la figura del Preside-manager, investito della chiamata diretta dei docenti (anche per discipline lontanissime dal loro curriculum personale), oltre che delle responsabilità amministrative e gestionali, che vanno dal controllo degli uffici di segreteria all'ispezione sul lavoro dei bidelli. Per questo, può capitare che un Preside laureato in Scienze motorie, ex-insegnante di educazione fisica, si veda affidato il compito ineseguibile di selezionare un docente di latino e greco nei Licei classici o un docente di matematica e fisica nei Licei scientifici, esponendosi così personalmente alla marea di eventuali ricorsi da parte degli insegnanti inspiegabilmente esclusi. Eppure ancora nessuno oserebbe pensare a un Presidente di Tribunale nel ruolo di manager della giustizia, o a un primario di chirurgia come manager della sanità pubblica. Ma l'idea di un Preside-manager, che come un gigante Manga squarci finalmente la ragnatela burocratica di leggi, leggine e regolamenti, contiene un fascino irresistibile: è un'energica museruola pensata per imbavagliare il vociare confuso dei bisogni frustrati e dei disagi della scuola italiana.

pubblicato su L'Inchiesta il 20.05.2015

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