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No ingiustizie, dando battaglia per tutta un’altra scuola

laureadi Daniela Mastracci - «Per insegnare occorre la laurea, abbiamo specializzazioni e master, al concorso ci chiedono competenze di informatica e di inglese. Eppure valiamo di meno in busta paga dei colleghi che insegnano alle medie, alle superiori e in università: non è giusto».
«Vogliamo rivendicare il principio secondo cui è inaccettabile l'ingiusta distribuzione economica e di ore di servizio. Non è possibile che chi più lavora (docenti dell'infanzia e della primaria) percepisce meno rispetto ai colleghi dei gradi d'istruzione superiore», si legge nella prima petizione. «Nell'epoca in cui per accedere all'insegnamento di qualsiasi ordine e grado d'istruzione è prevista la laurea, in cui tutti i docenti sono laureati o addirittura in possesso di titoli post laurea non è pensabile né tollerabile questa diversità di trattamento, legata a vecchi schemi».

Divide et impera

Questi che precedono sono estratti da un articolo apparso ieri su Repubblica intitolato “Scuola, la rivolta dei docenti: "Stipendi uguali per tutti e in linea con quelli europei"
In verità dal display del mio telefono il titolo compariva fino a “stipendi”, il resto non si leggeva. Entusiasta di leggere di Scuola su Repubblica (solo perché testata nazionale, però) sono corsa ad aprire il link. La sorpresa è stata brutta: guerra fra poveri! La petizione dei maestri di infanzia e primaria contro le differenze di stipendio rispetto ai colleghi di medie e superiori. Addirittura si estende a università (ambiziosissimo obiettivo, direi). È una petizione che incide nel dibattito attuale sulla Scuola, l’educazione, l’istruzione, il delicato tema dell’alternanza scuola-lavoro e tanto altro? Mi pare di no. È un tipico esempio di protesta identitaria, di rivendicazione di tipo sindacale, di attenzione (sacrosanta) allo stipendio. Ma ciò che essa non tratta è la visione d’insieme cui invece ritengo debba mettersi anche tale rivendicazione. In proteste come questa, rilevo il carattere particolare che, anziché potenziare una battaglia per la scuola pubblica, tende a dividerne le componenti, e perciò ad indebolire quella che dovrebbe essere una riflessione e una resistenza di ampio e generale respiro Se infondiamo energie in questioni legate a parti del corpo docente, così come se le riserviamo al personale Ata piuttosto che agli insegnanti, e viceversa, non facciamo che il gioco dei poteri forti che sono dietro tutto quanto riguarda la scuola oggi: particolari e non universali, non tendiamo a capire il sistema nella sua complessità e vastità, non ci diffondiamo a comprenderne la logica, il vero fine che, lungi dal riguardare i singoli “pezzi” dell’istruzione pubblica, abbraccia l’intero. Ritengo assai più utile lo sforzo di una riflessione che vada al di là delle categorie docenti e Ata, ma anche al di là delle apparenti differenze fra livelli di docenza, quali si leggono sui nostri cedolini.

No alla guerra fra poveri dentro la scuola

Si nota sicuramente il tono aspro di chi, nelle righe citate, implicitamente se la prende con i docenti delle scuole superiori: sembra che siamo noi insegnanti le cause delle frustrazioni di noi stessi. Così si sposta l’attenzione e facciamo anche apparire lati psicologici che, alla gente che leggesse, non farebbe altro che pensare “ecco sono i soliti, si lamentano e però lavorano 4 ore al giorno”, con contratti e tutte le garanzie che, invece, tanta parte di italiani non ha più, per cui ci dileggiano, inviperiti ci criticano facendosi anche beffe di noi: saremmo insaziabili, parassiti che tolgono soldi pubblici ad altri, a via di questo passo. Oltre che naturalmente meschini, perché così litigiosi tra di noi, affogati in piccinerie da invidiosi e lamentosi. Così ci rendiamo invisi, dobbiamo capirlo.
Al contrario, spuntiamo le frecce avvelenate che riserviamo a noi stessi e affiliamo la critica verso il reale nemico della scuola pubblica e di ciò che essa dovrebbe significare per i bambini, gli adolescenti, che ogni giorno gli stessi nostri concittadini ci affidano. Domandiamoci “che cos’è” scuola, sì, proprio la domanda socratica. Cerchiamone insieme la quidditas, perché con una buona definizione saremmo armati concettualmente contro chi la scuola la sta trasformando in un mercato cui attingere mano d’opera, per di più gratuita, la sta svilendo a mercato essa stessa, dovendo ogni istituto fare a gara con gli altri per accaparrarsi studenti-clienti, la sta offendendo, negandole proprio ciò che renderebbe tutti noi più consapevoli rispetto ai fini altri che si sono proiettati sulla scuola pubblica in toto. Forse crediamo che noi siamo nemici a noi stessi, ma, al contrario, dovremmo mettere insieme le energie, attuare quel pensiero critico che noi ancora sappiamo che esiste, e che può essere efficace laddove si spegne ogni critica, laddove vince il mantra, il mainstream, il pensiero unico. Se siamo insegnanti, intanto dovremmo essere in grado di vederne i limiti, nonché la pericolosità. Una delle tante domande che affiora adesso alla mia mente è: oggi noi siamo ancora il prodotto di una scuola delle conoscenze, del pensiero critico, della cultura, dell’amore del sapere, della disciplina dello studio, della rigorosità della concentrazione, ad altro ancora.

La scuola-azienda non ci serve

Domani, con la scuola che oggi sdogana ogni forma di attivismo, assegna il primato alle competenze, svilisce la nostra professione docente qualificandoci a facilitatori, consegna adolescenti nelle grinfie di aziende e di spregiudicati d’ogni sorta, ecco, domani come saranno gli insegnanti? Formati in questa scuola-azienda, avranno ancora il nostro fuoco? Avvertiranno le ingiustizie? Sapranno lavorare per comparazione, cosi come le righe citate fanno tra il sistema scolastico italiano e quello europeo? Per arrivare a quella comparazione gli insegnanti hanno usato la ragione critica, hanno compiuto lo sforzo di una indagine, ma intanto hanno avvertito un disagio, un fastidio, anche. Mi basta questo per sostenere che hanno avvertito ingiustizia. Ebbene io vorrei che anche domani gli insegnanti sappiano avvertire ingiustizia e studiare per sanarla. Ma con la scuola odierna fatta di tempo fluido, di attivismo, di cambiamenti repentini tra una attività ed un’altra, con la scusa propalata di formare alla complessità e velocità dei mutamenti, essa in verità non si dà più il democratico e civile compito di educare al ragionamento, di disciplinare la concentrazione, di educare cittadini e non solo lavoratori, addestrati ma inconsapevoli. Lasciamo ai sindacati il compito di sostenere battaglie giuste per i nostri stipendi, per l’orario di lavoro, per gli impegni fuori contratto che sosteniamo ogni pomeriggio. Lasciamo ai sindacati la battaglia perché ai lavoratori della scuola si dia finalmente un nuovo contratto, scaduto orami da anni. Ma noi docenti mobilitiamoci per comprendere, resistere, e dare battaglia per tutta un’altra scuola, contro la legge 107, contro tutto intero il percorso che a quella ha condotto.

Il link all'articolo di repubblica.it

http://www.repubblica.it/scuola/2017/08/17/news/scuoloa_la_rivolta_dei_maestri_vogliamo_stipendi_come_i_professori_di_liceo_e_gli_universitari_-173213106/

 
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