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I giovani conoscono sempre meno vocaboli

parole 350 260di Daniela Mastracci - Il numero delle parole note diminuisce. Cosa vuole dire conoscere meno vocaboli? Cosa è a rischio se gli studenti italiani hanno un lessico più povero rispetto agli studenti di una o due generazioni fa? Stanno uscendo articoli dove si informa circa la diminuzione drammatica del numero di vocaboli noti ai giovani, agli studenti di oggi. Se ci facciamo caso, proviamo a domandarci perché sta accadendo questo fenomeno sociale così estesamente, e come può accadere fin dentro la scuola, specie se, come è oggi, scuola delle competenze, delle nuove tecnologie, del clil ("Content Language Integrated Learning” – apprendimento integrato di lingua e contenuto*), della didattica laboratoriale. Pensiamo cioè a quanto si guadagni o si perda con l'utilizzo di certe "novità" introdotte con le ultime riforme della scuola, inclusa ovviamente la legge 107/2015. La frequentazione massiccia del web, l'uso delle piattaforme di e-learning, i test on line predisposti, gli eserciziari a risposta chiusa (test strutturati e semistrutturati), la prassi di una ricerca usa e getta, basta che si trovi l'informazione che serve, nel momento in cui serve (sta là, in rete, tutto sommato a cosa serve che lo studente la sappia per suo conto?), l'insegnamento Clil in lingua straniera (che richiede un livello B2 agli insegnanti: meno di quanto sia richiesto agli studenti stessi in uscita dal percorso di scuola superiore), tutte queste pratiche in uso nella scuola, e dovute alle riforme che le hanno introdotte, stanno, di fatto, producendo un livellamento verso il basso dell'insegnamento, perché questo è pensato come veicolare rispetto al web medesimo (dove si trova già tutto, quindi tutto sommato l'insegnante a cosa serve più?), così come produce un minore numero di vocaboli imparati e utilizzati dagli studenti. La velocità del web è funzionale alla velocità con cui si intende giungere all'obiettivo di "sapere" in real time l'informazione, se riduce il numero di parole, se si riesce a individuare la "parola chiave" con cui operare la ricerca, e se l'informazione stessa viene data in maniera sintetica e più comprensibile possibile a qualunque tipo di utente: il web non nasce certo per far crescere le conoscenze di qualcuno, viceversa per "arrivare" a tutti, di qualunque livello culturale e perciò riduce complessità a poche scarne battute, con un numero di vocaboli limitato allo stretto necessario (stabilito da chi e perché e come, è tutto da vedersi, ma guai a porsi certe domande visto che dobbiamo andare veloci).

Si mortifica la conoscenza dei vocaboli

Gli stessi test preformati strutturati e semistrutturati danno già la risposta, basta individuarla tra le opzioni date. Anche qui si mortifica la conoscenza dei vocaboli perché non ce n'è più bisogno: basta crocettare, o riempire spazi ... Insomma non dobbiamo meravigliarci se gli studenti conoscono meno vocaboli: questo fenomeno è un risultato preciso di un modo voluto di fare scuola. Una scuola per competenze, pensata sul fare piuttosto che sul pensare, ragionare, discutere insieme, confrontarsi, con il tempo che occorre per parlare e comprendere e poi rispondere e così via, è una scuola che chiede meno lessico, così come meno lettura, meno confronto, meno scrittura creativa, dove cioè sia lo studente a produrre interamente un suo testo dovendo perciò immaginare, elaborare, cercare le parole, scrivere, argomentare .. (meglio ancora se poeticamente). Però una scuola che chiede meno lessico, abitua a usare poche parole "essenziali", riduce complessità in mappe, slides, percorsi multimediali e test vari, è ancora una scuola che educa, oltre che istruire? Che si preoccupa del sapere oltre che del fare? Che faccia diventare cittadini liberi e consapevoli piuttosto che operatori del web, in qualsiasi forma ciò sia poi declinato? La lingua, con la sua ricchezza lessicale non è una ridondanza di cui liberarsi è meglio, non è una zavorra che occorre buttare via per poi andare veloci e spediti verso il magnifico futuro. La lingua è depositaria di mondi, la lingua dice il mondo che abitiamo, lo dice e lo discute, lo descrive ma anche analizza, ne osserva le pieghe e le può evincere, può interagire con il mondo di cui è dicente, non supina, non subalterna, ma protagonista, critica, disvelante, e trasformatrice. Se la lingua viene costretta entro numeri di vocaboli sempre decrescenti essa, impoverita, sarà impotente, sarà piegata all'esistente, e l'esistente diventa con ciò perdurante: una lingua povera è espressione di un pensiero povero, che non coglie sfumature, che non si sofferma a individuare differenze, che al contrario appiattisce tutto, rende tutto uguale, priva di penetrazione, essa perpetua il presente. Propongo questa riflessione ricordando un passaggio focale di Orwell nel suo "1984". Una lingua impoverita può essere luogo di discussione di idee e concetti? può assolvere al compito, se ancora glielo riconosciamo, di critica del presente, di pensiero "divergente", non omologato, non puramente conformista?

Si perde la ricchezza comunicativa a tutto vantaggio di una lingua ridotta all'essenziale

C’è da dubitarne, se si pensa che l’abbandono della ricchezza comunicativa a tutto vantaggio di una lingua ridotta all'essenziale (qualunque cosa questo sia) può essere assimilato per molti versi all’adozione della Neolingua acutamente descritta da Orwell in 1984 come strumento esplicitamente votato al depauperamento del pensiero: “La Neolingua era intesa non a estendere, ma a diminuire le possibilità del pensiero; si veniva incontro a questo fine appunto, indirettamente, col ridurre al minimo la scelta delle parole”. “Tutte le ambiguità e sfumature di significato erano state completamente eliminate”. “Ogni riduzione [del vocabolario] rappresentava una conquista, perché più piccolo era il campo della scelta e più limitata era la tentazione di lasciare spaziare il proprio pensiero”. Perché impoverire il linguaggio, come per necessità avviene quando si riduce, si semplifica, si uniforma, significa ridurre le possibilità di trasmettere pensiero, idee, concetti, sfumature, sottili distinzioni. Così come vuol dire appiattire mortalmente la ricchezza comunicativa di una buona lezione, che invece si fonda sul gioco delle sfumature, linguistiche ma sempre anche concettuali, dei sensi molteplici, degli esempi, delle interlocuzioni. E dal lato degli studenti, vuol dire appiattire l'apprendimento, limitare le conoscenze, e di conseguenza limitare le possibilità di pensare, ragionare, criticare, modificare. Wittgenstein diceva “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”. Non mi pare che siamo lontani da questa illuminante proposizione. Scuola è ampliare o limitare il nostro mondo? Ovvero comprenderlo oppure subirlo? Trasformarlo oppure perpetuarlo? Attenzione alla sempre verde categoria di “egemonia”: chi la detiene, per ottenere cosa, come? Ridurre complessità in che direzione opera? Apparentemente in quella della presa concettuale sul reale. Ma può nascondere l’inganno di una semplificazione cui invece il reale si sottrae, rimane nascosto e perciò inamovibile.

 

*Approccio basato sulla comprensione e la comunicazione passando per l’uso di strumenti multimediali. Si tratta di un approccio metodologico che prevede l’insegnamento di una disciplina non linguistica, in lingua straniera veicolare al fine di integrare l’apprendimento della lingua straniera e l’acquisizione di contenuti disciplinari, creando ambienti di apprendimento che dovrebbero favorire atteggiamenti plurilingue e sviluppare la consapevolezza multiculturale.

 
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