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Università oggi

assemblea1dic17 350 minTesto dell'intervento per l'assemblea del 1° dicembre "Meno Individualismo PIU' SOLIDARIETA'" nell'ambito del Progetto per "la Democrazie e l'Uguaglianza" .

di Fausto Pellecchia - Per offrire un’immagine sintetica dello stato di sofferenza attuale dell'università, si può cominciare dai problemi denunciati dai docenti universitari con l'inedita astensione dal lavoro relativamente al primo appello di verifiche della sessione autunnale.
I docenti universitari non si limitato a rivendicazioni inerenti al trattamento giuridico ed economico, ma pongono la questione più generale dell’evidente tendenza alla dismissione del sistema universitario italiano, della drammatica insufficienza degli stanziamenti pianificati dai governi per la ricerca scientifica [siamo da molti anni al penultimo posto tra i Paesi dell’Ue], del conseguente svilimento per il ruolo sociale del docente universitario e per la qualità della formazione della classe dirigente. (per leggere tutto, completata una pagina, vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

 

  1. Inerzie ed errori
  2. Scontenti e...

Inerzie ed errori

In una parola, la crisi dell’università italiana è diventata il paradigma negativo della valutazione sociale del pensiero critico e delle connesse prospettive di innovazione scientifica e tecnologica del nostro sistema produttivo. Lunghissima è la sequenza d'inerzie e di errori, non esenti da vere e proprie ingiustizie. Non è necessario ripercorrerla, quanto semmai ricordare sinteticamente a quale situazione questo impasto di atteggiamenti ha condotto.
L'università italiana si trova in un tornante in cui si manifesta un’accelerazione inaudita della crisi storica che fa impallidire la denuncia, ormai vecchia di alcuni decenni, circa il degrado e il declino dell'università allora sagomata sul modello "di massa" degli anni ’70 e ‘80. Partiamo dalle problematiche più squisitamente "sindacali": il docente universitario ha pagato più di ogni altra categoria pubblica la crisi di questi anni. Agganciato da sempre nel trattamento ai magistrati per la comune natura di argine verso ogni rigurgito settario, corporativo, autoritario (più ancora che con le garanzie giurisdizionali, con la preservazione del libero pensiero), si è visto poi, per decisione politica e con l'avallo dei tribunali, di soppiatto sganciato da questo collegamento non solo “simbolico”.

Come dipendente pubblico, il docente "non contrattualizzato" soffre come e più degli altri dipendenti pubblici della lunga stagione del mancato rinnovo del contratto, che ancora non si è concretizzata nei modesti aumenti concordati. In più il docente universitario ha perso con un trattamento ingiustificatamente discriminatorio e quasi punitivo (esplicito con la destra al potere, e forse più frutto di “riformismo” astratto e scarsa conoscenza delle situazioni reali, per i governi di centro-sinistra) gli scatti di carriera che, peraltro, sarebbero diventati triennali e non più biennali. Di fatto gli stipendi sono assolutamente fermi da molti anni, mentre quelli dei magistrati per esempio sono stati regolarmente sbloccati in termini reali si sono ridotti in modo non impercettibile. Non esiste tra l'altro un'adeguata consapevolezza sociale sul livello stipendiale dei docenti universitari, frutto di una percezione che lo ricollega in modo tralatizio ad certo status sociale e alla condizione (più che altro teorica) di dirigente dello stato: è un trattamento economico analogo o di poco superiore a quello di una figura preziosa ma non certo parte per definizione della ruling élite quale è un operaio specializzato. Con tutto il rispetto, quale idea di paese c'è dietro la realtà di una equiparazione della tecnica e della scienza? O che dire del fatto, incontrovertibile, che in sostanza lo stipendio è una retribuzione della didattica (limitatamente all'impegno minimo richiesto: le supplenze spesso non sono più pagate) ma non della ricerca, dal momento che passano poche centinaia di euro tra la retribuzione di professore universitario ed uno di scuola? Non richiede, la scienza, investimento personale, infinita pazienza, sacrificio, studio, e il dovere istituzionale dell'originalità?

Ma non è tutto. Molti docenti universitari sono abilitati e non ancora chiamati e questo è, pur in assenza di una pretesa giuridica, un danno giuridico ed economico non da poco (anni di differenza di stipendio e trattamento pensionistico andati in fumo).
In più c'è la precarizzazione della docenza universitaria. In particolare i ricercatori, la cui età media supera i 40 anni e che, per la maggior parte, hanno un contratto a termine). Inoltre il pensionamento del 50% dei docenti universitari (2007-2013) è avvenuto senza turn over, prima bloccato per anni, poi sbloccato in misura del tutto insufficiente, con il conseguente rischio di chiusura di molti corsi di laurea. Molti docenti universitari vivono con estrema ansia il proprio futuro che è divenuto uno slalom tra ostacoli di ogni tipo e soggetto al realizzarsi di condizioni imperscrutabili. Le regole concorsuali cambiano quasi a ogni cambio del governo e il reclutamento non riesce ad essere continuo e fluido. L’attuale dispositivo delle “abilitazioni nazionali a termine”, subordinate all’eventualità della chiamata entro il triennio successivo– unitamente all’aggravarsi della situazione di bilancio di molte università- determinano incertezza e precarietà tra i neo-abilitati, costringendoli a perseguire logiche clientelari per non vedere vanificato il loro titolo.

Le carenze di risorse degli Atenei, soprattutto nell’Italia meridionale, per i tagli dei trasferimenti pubblici, creano infatti lunghe code per le chiamate, con effetti deprimenti sulla serenità del lavoro e sulle prospettive di carriera. Si sono perciò introdotti sempre più esplicitamente canali di finanziamento privatistico che disturbano il dispiegarsi di logiche istituzionali orientate alle scelte migliori nell'interesse pubblico.
Se guardiamo ai giovani, i posti di dottorato si sono drasticamente contratti e la formazione dottorale è diventata spesso irrilevante, per la chiusura di molti corsi di dottorato pregevoli e il confluire dei docenti in calderoni senza identità, sotto la sovrintendenza delle scuole di dottorato con nomi ecumenici, che comprendono le aree più disparate senza alcuna possibilità di seria formazione. E ciò per un titolo, ricordiamo che invece all'estero gode, dalla Germania agli Stati Uniti, di grande prestigio. Ma è dopo il dottorato che la situazione diventa ancora più dolente. Molti Atenei non bandiscono più assegni di ricerca con fondi pubblici e pertanto si limitano a bandire con risorse che provengono dal privato. Risorse che sono auspicabili se aggiuntive ma non sostitutive di quelle pubbliche, e che se non adeguatamente inquadrate creano situazioni opache. Il che è ancora più grave quando l'assegno di ricerca, reiterato per un certo tempo, è divenuto una condizione imprescindibile per partecipare ai concorsi di seconda fascia (professore associato). A tale proposito, la docenza continua ad essere articolata, a differenza di molti paesi simili a noi, in ben tre fasce (ricercatore, associato, ordinario) ciascuna delle quali prevede la conferma triennale, con la conseguenza che la fascia più ambita si consegue spessissimo dopo il cinquant'anni (sei ordinari under 40 censiti nel 2015!), spesso dopo i sessanta, e talora mai. In altri paesi dopo selezioni severe si diventa professori a tutti gli effetti (senza specificazioni) in giovane età o si entra in posti di prestigio nelle strutture dello stato, quando si è ancora assistiti da grandi energie e non quando si è sfibrati da una lunghissima, e spesso, avara e poco dignitosa, gavetta.

In questo contesto invogliare un giovane a intraprendere il sentiero della ricerca può diventare un atto di irresponsabilità, almeno quanto invitarlo a farsi un futuro fuori dall'Italia (nei settori in cui è più possibile) - dove non mancano le soddisfazioni - un atto a dir poco fallimentare per lo Stato. (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo

Scontenti e qualche volta frustrati o demotivati,

Docenti e giovani hanno più di qualche ragione per essere scontenti e qualche volta frustrati o demotivati, mentre vengono bombardati di convocazioni per commissioni, mail con scadenze e infinite schede da compilare di valutazioni e autovalutazione (affidate alla sovraintendenza dell’ANVUR) che tolgono tempo prezioso e, nella migliore tradizione italiana, non approdano quasi mai a nulla. A tale proposito, si ha la sensazione che la cultura della valutazione di tipo anglosassone, apprezzabilmente introdotta, non ha forse raggiunto ancora quella soglia critica da lasciar intravedere i suoi grandi benefici, mentre se ne scorgono molti difetti. Tra questi è indubbio un percepibile peggioramento della qualità media delle pubblicazioni scientifiche e una certa crescita delle frodi scientifiche. La ricerca italiana nonostante ciò, è bene ribadirlo, resta ad un livello decisamente alto per le pubblicazioni e a un livello discreto per i brevetti, e si colloca, anche se in mancanza di cambiamenti è verosimile che avvenga ancora per poco, nel gruppo di testa mondiale. Ciò rappresenta un miracolo nelle condizioni date e qui illustrate. Basti dire che i docenti dei grandi paesi con i quali ci confrontiamo guadagnano, negli atenei pubblici, generalmente il doppio, se non il triplo, per non dire della Germania dove, per avere il senso delle abissali differenze, ogni professore ordinario è messo in condizione di fare al meglio il proprio lavoro didattico e di ricerca grazie alla preziosa disponibilità di una segretaria. Si paragoni la situazione con l'Italia, dove una segretaria di dipartimento fa i salti mortali per essere utile anche a cento e più professori costituenti il dipartimento, che ovviamente evitano di disturbarla se non per il minino necessario. Così il professore universitario perde ore a compilare moduli, prepararsi itinerari, diffondersi via posta i prodotti della ricerca e così via.

Se dalle "risorse umane" passiamo alle strutture, non va meglio. Le biblioteche universitarie fanno estrema fatica, e la gran parte in pratica non acquista più se non, con ritardo, lo stretto necessario per non aprire lacune, anzi voragini, incolmabili. Le riviste cartacee sono spesso in dismissione con rottura di continuità di serie in genere prestigiose. Si sopravvive con il pregresso, gli invii tra colleghi, i prestiti interbibliotecari e con l'online. Ma non può essere tutto. Spesso i docenti, anche per la passione genuina che nutrono per i testi, ma pure per ovviare a procedure burocratiche poco snelle, preferiscono acquistare volumi con risorse proprie, sottraendo ulteriori risorse alla famiglia. Tra l'altro i fondi di ricerca a disposizione dei docenti sono ben poca cosa, spesso insufficienti anche per andare a un paio di convegni all'anno (quelli dell'associazione scientifica di riferimento...), e quindi vengono utilizzati per comprare toner, cartucce, stampanti, risme di carta e, ancora, qualche libro.
Lo stato delle sedi è, naturalmente, molto variabile ma in linea con l'edilizia pubblica italiana, ma la manutenzione è, come in generale per il patrimonio pubblico, carente. Le tasse, è vero, non sono particolarmente alte ma i servizi complementari (residenze, borse di studio, assistenza ai disabili, aule studio, etc.), al netto della formazione di un titolo di laurea che regge, e piuttosto bene, il confronto all'estero hanno spesso punte critiche e palesi irrazionalità, dovute anche al nostro Welfare State che, come noto, funziona al rovescio a causa di un’evasione fiscale da record, del lavoro nero e delle dichiarazioni mendaci.

È noto peraltro che un meccanismo squilibrato (oggi in parte riequilibrato, se non erro) ha portato molte risorse dagli Atenei del Centro-Sud a quelli del Centro-Nord, impoverendo la parte meridionale del paese di docenti, studenti e corsi di laurea per lo più specialistici, che insieme a tutto il post-laurea, dovrebbero accompagnare la transizione dallo studio al lavoro dei giovani.
Il meccanismo del finanziamento tarato sugli studenti, lungi da una cultura del risultato, ha portato (con altri fattori) a una concorrenza al ribasso per il conferimento di un titolo che pure avrebbe valore legale, e la situazione si è aggravata con la comparsa di nuovi Atenei (telematici e non), non sempre dotati di strutture e di personale rispettabili.

Dell'emigrazione di un numero enorme di giovani ogni anno, per parte significativa laureati, è tema troppo risaputo, anche nei costi economici e sociali, per dire qui altro.
A questo quadro complessivo, decisamente poco esaltante, dell’Università italiana, l’Università di Cassino e del Lazio meridionale aggiunge criticità peculiari, dovute ad alcune congiunture della gestione amministrativa che sono ancora (o dovrebbero essere) oggetto di indagine da parte della magistratura. Per molti anni, fino al 2015, con un’operazione di bilancio a dir poco disinvolta, sono stati stornati i contributi INPS del personale amministrativo e del personale docente, per far fronte agli investimenti destinati all’edilizia del Campus Folcara, in attesa dei fondi ministeriali. Ma, in forza dei tagli intercorsi, si è creato un buco di bilancio di alcune decine di milioni di euro, per il quale l’attuale Rettore è riuscito a strappare al Miur la concessione di una procedura “rottamazione”. Tuttavia, questa situazione di deficit di bilancio impedirà, fino al 2023, la possibilità di chiamare docenti neo-abilitati, con evidenti gravi ripercussioni sul turn-over e sulla regolare didattica dei corsi di laurea. Inoltre, per fronteggiare il debito contratto negli anni precedenti, oltre alla drastica decurtazione dei fondi di Ateneo è stata introdotta – caso quasi unico in Italia- una tassazione sui compensi per le attività extra-accademiche dei docenti (conferenze, collaborazioni editoriali, articoli su riviste, partecipazione a commissioni ecc.) per le quali sia stato concesso il nulla osta dell’Università. Praticamente una ulteriore misura punitiva per scoraggiare la ricerca e la diffusione della cultura che colpisce i docenti più apprezzati nel panorama nazionale. Ce n’è abbastanza per comprendere come molti docenti, ed in particolare i neo-abilitati stiano cercando disperatamente di essere chiamati in altre Università, avviando così una inesorabile “eutanasia” strisciante dei corsi di laurea dell’UNICLAM.

Né va sottaciuto che il bilancio positivo delle immatricolazioni per l’anno accademico 2017-2018, dopo anni di recessione, ha cause contingenti che non possono essere trascurate: da un lato l’acquiescenza dei giovani laureati alla prospettiva di emigrazione nei Paesi dell’Ue, che promettono maggiori probabilità di sbocchi occupazionali; dall’altro l’aumento di immatricolati già occupati che si iscrivono per migliorare la loro posizione lavorativa, e che usufruiscono di percorsi accademici agevolati (secondo il progetto “laureare l’esperienza), con età media (tra i 40 e i 50 anni) decisamente superiore agli studenti in possesso di un diploma di scuola media superiore.
Di fronte a questa situazione la recente protesta dei docenti universitari impone una decisione che vada oltre le retoriche e, direi, le stucchevoli precisazioni. E che non esclude, naturalmente, anche un impietoso esame di coscienza. Ma non c'è dubbio che è la politica la maggiore responsabile di questo stato, tra ristrettezze di bilancio, incertezza normative e di modelli.

 

 
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