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'Offerta formativa'. Ma cos'è?

offerta formativa 350 260 mindi Daniela Mastracci - La espressione "offerta formativa" è illuminante per comprendere il contesto entro il quale la legge 107/2015 abbia contribuito, sembra definitivamente, a immettere la scuola pubblica italiana nel Mercato, con le sue regole, la sua produzione, le sue merci, i suoi consumi, la sua valorizzazione, ovvero l'estrazione di valore cioè denaro.

La 107 è la punta dell'iceberg. Non è la sola legge responsabile di tale modificazione della scuola in un'azienda, produttrice e consumatrice di quanto nel mercato entri, si produca, si acquisti. Essa, la scuola, è una merce nella misura in cui viene scelta in virtù della sua "offerta formativa": le scuole dei territori, le scuole "autonome", dalla legge di Luigi Berlinguer a seguire, si immettono nel mercato dell'istruzione, cercando spazi, studenti-clienti, famiglie cui offrire il loro prodotto, in cambio di iscrizioni e contributo volontario (nella secondaria superiore già da qualche anno).

Cosa si nasconde dunque dietro l'espressione "offerta formativa"? Un insieme di progetti, attività, piani di lavoro, che sia abbastanza accattivante da competere con simili insiemi contenuti nei Ptof degli altri istituti scolastici.
Un'offerta che diventa vetrina della scuola: famiglie che guardano, leggono, provano a distinguere un'offerta da un'altra, e poi scelgono. Alcune famiglie già usano dire che una scuola "costa" un tot, meno o più di un'altra scuola. Evidente che la scelta vada sulla scuola che "costa" meno, se a scegliere è una famiglia in ristrettezze economiche, dato invece irrilevante per famiglie benestanti. Rilievo sul quale rifletteremo ancora.
Tornando al mercato, ci chiediamo come si possa invertire la rotta e ricacciare indietro tale impianto mercificante.

Il mercato arriva e assorbe, identificando a sé il diverso (ciò che prima era diverso)
Lo rende uguale a sé. Annulla la differenza. Toglie dialettica e con ciò egemonizza. Allora la risposta non può che stare dentro ciò che si tenta di assorbire.
Occorre una piena presa di coscienza di ciò/in ciò che viene assorbito. Qui si tenta di assorbire la scuola pubblica, i docenti, gli Ata, gli studenti, le famiglie. Occorre in queste categorie, che fanno la scuola Pubblica, una presa di coscienza che si faccia lotta per ri-affermarsi come diverso. Diverso dal vorace mercato.
Parliamo qui intanto degli insegnanti. Ci riserviamo di analizzare anche a partire dalle altre categorie sopra citate.
Chi, tra gli insegnanti, ancora dice che ci vuole ad esempio il latino e la grammatica, o gli esercizi e i problemi di matematica, la traduzione, le regole, chi ancora dice che ci vuole la conoscenza, e che oggi mette voti alti a studenti preparati, ma ha ancora il coraggio di mettere 4, 3... costui/costei sta resistendo. Il problema è che sta resistendo in modo inconsapevole, avendo ancora però nella testa ciò che era, prima dell'egemonia del mercato: era insegnante, e insegnante vuol dire insegnare, e si insegna conoscenza (non competenza) e se mettono valutazioni che vanno dal 10 al 4, 3... è perché crede di essere ancora un insegnante e che gli studenti siano ancora studenti, cioè studino, cioè comprendano le lezioni, e poi riescano ad interiorizzarle e farle proprie. Così facendo gli insegnanti resistono perché tengono il punto, tengono duro.

Occorre riuscire a governare questo tenere duro, fortificarlo, renderlo dialettico, antagonista. Occorre far crescere quelle energie, portarle bene alla luce e farle ergere come polo dialettico, che sia argine all'assorbimento del mercato, che, anche se adesso solo in potenza, possa poi rovesciare il rapporto di forza, prendendo esso la forma della potenza che esonda, che sa assorbire, quanto meno la potenza del ricacciante indietro la marea montante del Mercato, e ributtarlo fuori dalla scuola. Questo movimento sarebbe foriero del riprendere l'identità dell'insegnante, della scuola, e, con una identità chiara, tornare a giocare il ruolo dell'Altro, riaprire la partita, riaprire la dialettica. Ciò darebbe Pluralità di centri di forze, di pensiero, di potere. Questo riscatterebbe dalla subordinazione, dal ruolo gregario e fiancheggiatore, anzi del tutto funzionale che la scuola ha oggi nei confronti del mercato stesso.

Si tratta di una lotta dall'interno, foriera di affermazione di un ruolo altro. Le definizioni, le differenze, e con ciò la pluralità dei punti di vista sul mondo, sui modi di stare al mondo, non può non passare per l'identità, ma al contempo, nel movimento del differenziarsi.
La scuola potrebbe tornare ad avere il ruolo Costituzionale di istituzione dedicata alla educazione, all'istruzione pubblica, gratuita, universale, libera, emancipante. Tornerebbe a svolgere il ruolo costituzionale di ascensore sociale: di scuola preparatoria che formi cittadini attivi e consapevoli, che metta tutti nella condizione culturale di divenire "persona capace di pensare, di studiare, di dirigere, o di controllare chi dirige" per dirla come Gramsci nei Quaderni dal carcere (dal Quaderno 4, paragrafo 55 "Il principio educativo nella scuola elementare e media"). Perché emancipare, eliminando gli ostacoli alla piena e libera cittadinanza, articolo 3 della Costituzione, ci pare risuonare delle parole di un intellettuale che prima della scrittura della Carta del '48, aveva già fornito l'orizzonte entro il quale pensare e realizzare, appunto, la scuola pubblica italiana.

 
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