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Il rapporto famiglie insegnanti è ormai malato?

corteo scuola caponetto tommaso natale 460 min minI recenti fatti di cronaca, eventi di microcriminalità e violenza, dove ora uno studente, ora un genitore, aggrediscono e feriscono un insegnante, ci raccontano un disagio crescente tra alunni e docenti. Dove rintracciare le cause? Quanto pesa il condizionamento della realtà in cui i ragazzi vivono, quanto il livello della comunicazione verbale e non verbale? La famiglia ha perso il suo ruolo di istituto educativo primario? È in crescita il fenomeno della dispersione e dell’abbandono scolastico, al quale manca una attenzione politica e una risposta sistematica che dovrebbe chiamare in causa tutti gli attori, dalla famiglia, alla scuola, il territorio e le istituzioni.
Come è cambiato il ruolo del docente con l’affermarsi dell’autonomia scolastica e delle più recenti riforme?
Una scuola dovrebbe offrire tra i suoi banchi quella che Erri De Luca chiama una “generosità civile”, perché non ha il potere di eliminare le disuguaglianze ma tra le sue mura può garantire uguale dignità e attenzione a tutti i suoi alunni. Questo è quello che recita in maniera impeccabile la nostra costituzione. Eppure è in crescita il numero di istituiti che vantano un prestigio derivato da alunni di alta estrazione sociale, assenza di immigrati e di disabili. E a questi soggetti più deboli una scuola pubblica e gratuita sa offrire adeguata attenzione? I docenti, per ruolo e preparazione sono pronti a garantire l’inclusione dei soggetti più vulnerabili? Questi sono i temi affrontati con alcuni insegnanti degli istituti superiori del nostro territorio. La presentazione e le interviste sono a cura di Nadeia De Gasperis

La prima intervista è a Luigi Gulia, già preside di istituti scolastici del territorio e presidente del Centro di Studi Sorani Vincenzo Patriarca. 

  1. Luigi Gulia 1 e 2
  2. Luigi Gulia 3 e 4
1. Come è cambiata la scuola a distanza di qualche anno dall’entrata in vigore dell’autonomia scolastica? Come le riforme della scuola hanno cambiato il ruolo del docente nell’ordinamento scolastico e con esso il rapporto docenti-alunni?

R./ Per motivi anagrafici ho vissuto in prima linea la stagione dei passaggi, dei cambiamenti, delle prospettive di riforma, in qualche modo anticipando, sperimentando – per non pochi di noi l’esigenza era nell’aria e nelle nostre volontà – idee, metodologie, percorsi, strumenti e modalità che nel corso degli anni (rispetto alla mia posizione professionale) l’autonomia scolastica avrebbe cominciato a indirizzare e condurre a sistema. In fondo sembrava lo sbocco naturale e il compimento della stagione iniziata con i decreti delegati del 1974, che avevano recepito e attivato la gestione sociale della scuola (stato giuridico del personale, sperimentazione e aggiornamento, organi collegiali).
Tutte queste novità, con le successive innovazioni legislative (intraprese, abrogate, realizzate, avviate negli ultimi venti anni) fino alla cosiddetta “buona scuola”, pur esprimendo e risentendo delle idee e dei profili politici delle maggioranze parlamentari che le hanno prodotte, hanno sollecitato la scuola, e tutti coloro che la animano, nel bene e nel male, a ripensare se stessa, a ridefinire la propria identità sociale, in un’ottica di responsabilità progettuale e di protagonismo dei soggetti che concorrono, nella diversità dei ruoli, all’efficacia o inefficacia del sistema. Una scuola più attenta – si è detto e si dice – alla persona e al valore della conoscenza e della sua elaborazione come acquisizione ed esercizio consapevole della propria dignità di essere libero e pensante.
Sapersi inventare e spendere, costantemente interrogandosi, attrezzandosi, rinnovandosi e proponendosi è l’impegno di cui il docente è chiamato a farsi carico, non in solitudine, ma in sintonia operativa (ricerca, riflessione, azione) con dirigenti, colleghi, personale tutto della scuola, genitori, enti e istituzioni territoriali, in una condizione non di perenne conflittualità e di contrapposizione (come purtroppo si registra nella prassi causata dallo stress di operazioni prive di saggezza organizzativa e di adeguato dosaggio dei tempi) ma di forte e condivisa passione educativa.
L’autonomia, le leggi di riforma, le innovazioni da sole non cambiano la scuola, o meglio: esse sono solo strumenti (perfettibili, modificabili, come tutti gli strumenti umani), la cui traduzione in prassi efficace può dipendere principalmente dal discernimento intelligente degli operatori (risorse umane) oltre che dalle risorse economiche disponibili.
È cambiato il ruolo del docente? È sicuramente diverso dal modello (autoritario, ma – va onestamente ammesso – in molti casi autorevole) che abbiamo conosciuto come studenti (parlo della mia generazione), riformulato nel suo statuto da quello che molti di noi hanno espresso esercitandone la funzione prima della stagione inaugurata dall’autonomia. Sempre valido l’antico metodo socratico: «Socrate rinvia il sapere che l’allievo ricerca in lui, mantenendo aperto il luogo del sapere come luogo di una mancanza strutturale» (Massimo Recalcati, psicoanalista, nel suo libro L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento, 2014, p. 43).
La domanda da porsi mi pare piuttosto la seguente: il ruolo del docente riesce a farsi oggi adeguato alle prerogative di una scuola che intende affermare il proprio ruolo centrale nella società della conoscenza (come recita l’incipit della “buona scuola”) anche come comunità di accoglienza e di scoperta dei valori più autentici della persona umana?
E come può il docente, in questo contesto, plasmare anche la propria personalità per essere in attitudine di ascolto, di dialogo, di interazione con i propri allievi e con i colleghi con i quali condivide progetto e percorso educativi?
Docenti che hanno buona memoria ricorderanno che era mia abitudine chiudere le riunioni collegiali con l’invito ai presenti di ricordarsi anche di far l’amore, inta scuola studentesseendendo dire di dedicare spazio agli affetti, alla cura di sé, allo studio, all’arricchimento spirituale e culturale, all’arte, alla musica, al tempo libero e liberante, per riuscire a mostrarsi ed essere nelle relazioni interpersonali, prime fra tutte quelle con i propri allievi, persone capaci – col proprio stile di vita – di ispirare e testimoniare fiducia, serenità, ricerca del vero, del buono e del bello.
E mi pare calzante, in conclusione, quel che, secondo il citato passo di Recalcati, deve caratterizzare “il lavoro di ogni insegnante degno di questo nome”: «Aprire vuoti nelle teste, aprire buchi nel discorso già costituito, fare spazio, aprire le finestre, le porte, gli occhi, le orecchie, il corpo, aprire mondi, aprire aperture impensate prima».

2. Prendo spunto dai recenti fatti di cronaca. Quando un ragazzo accoltella una insegnante, dove vanno rintracciate le cause? Semplificando il problema, c’è chi attribuisce la “colpa” alla scuola, che non è riuscita a intercettare le esigenze di una generazione mutevole e vulnerabile, sempre più sottratta alla realtà dai social network. Alcuni attribuiscono le cause alla famiglia, che ha perso il suo ruolo di istituto educativo primario. Come la pensa in merito? quanto pesa il condizionamento della realtà in cui i ragazzi vivono?

R./ Esistono e si fanno indagini, studi e dibattiti. Tutti utili. Ma quali sono le cause del fenomeno? Difficile individuarle e isolarle, senza un quadro generale di riferimento. Soffriamo, a vari livelli, di iperattivismo (e poi di stress e di depressione), di deficit spirituale (resistenza alla contemplazione e allo stupore), di difficoltà a raccoglierci nel silenzio, colpevoli di carenza di equilibrio tra l’essere e l’avere, di incapacità a coniugare il “noi” come cifra esistenziale, di difetto di presenza, di irrisione della legalità…
Quando uno stimato personaggio della canzone, e per giunta televisivo, sul palco dell’Ariston se ne esce con un “E chi se ne frega!” (subito applaudito da un pubblico che nemmeno se ne è reso conto, distratto dallo sfolgorio scenografico) rispetto alla regola della par condicio in periodo di campagna elettorale, non fa né ironia né umorismo né satira, compie invece (inavvertitamente? ancor più grave!) una rozza azione, verbale e di atteggiamento, che, aggiunta alle altre, assai diffuse, dello scadimento quotidiano del linguaggio in volgarità compiaciuta, quale messaggio volete che arrivi ai ragazzi, ai giovani (ma anche agli adulti)?
L’episodio citato, facilmente sfuggito, è esempio minimo di superficialità e di trasgressione apparentemente innocua. Può sembrare irrilevante, è invece emblematico di un clima che indulge alla scostumatezza, alla arroganza, alla irrisione di valori che fanno la dignità della persona, perfino alla noncuranza di quelle più fragili e indifese
Sempre più rara l’etica professionale di molti che operano nel variegato (e pervasivo) mondo della comunicazione. Altrettanto avviene nella produzione letteraria, televisiva e cinematografica, che dovrebbe commisurare la propria libertà di espressione al rispetto della libertà e della sensibilità dei destinatari. In questo ambito altrettanto deleteria è la banalità. Il campo è seriamente minato dalle interferenze sempre più frequenti di network fraudolenti e manovrati da esclusive ragioni di profitto. Il potere del denaro sembra rendere lecita ogni azione. Perfino la passione sportiva è oggi infestata dagli interessi di “eserciti mercenari”.
E si potrebbe continuare così se si volge l’attenzione anche ai personalismi degli scontri politici, alla corruzione dilagante, alla malavita organizzata, alla illegalità assurta a sistema…
Il quadro rischia di farsi buio, e culturalmente molto preoccupante, se non tenessimo conto, al contrario, dei molteplici motivi di luce e di speranza, che la responsabilità di ciascuno potrebbe cominciare ad assumere e moltiplicare come impegno personale oltre che condiviso. Basti pensare a quanto spazio di rigenerazione di bene comune potrebbe profilarsi sui grandi temi (e sfide) della giustizia sociale, del diritto al lavoro, della salvaguardia dell’ambiente, della ricerca scientifica, dei servizi alla persona, del volontariato, della pace, e così via…
In questa realtà, ricca di contraddizioni, le forme di violenza e di intolleranza emergono come crisi profonde, ferite, lacerazioni, dissidi nelle relazioni interpersonali, più frequentemente proprio nei luoghi dove la qualità dei rapporti dovrebbe sostanziare l’esperienza della vita umana: nella famiglia e nella scuola.
Perché? Difficile dare una risposta univoca. È possibile ipotizzare, tuttavia, che occorre ripartire proprio dagli spazi dell’educazione e dell’amore, con volontà individuali e collettive. E con il sostegno di una legislazione più attenta alle necessità di vita delle persone e di rimodulazione dei tempi delle città, riprendendo e ampliando istanze recepite negli anni Novanta dalla sensibilità di una donna ministro, Livia Turco, e parzialmente confluite nella legge 8 marzo 2000, n. 53, che si prefiggeva di promuovere un equilibrio fra i tempi di lavoro, di cura, di formazione e di relazione. Ecco: ripartire dalle persone e dall’educazione alla legalità e alla memoria per costruire un sano tessuto sociale, quello dei principi fondamentali della nostra Costituzione. Tempi lunghi, ma urgenti. (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

3. La formazione del corpo docente è in grado, per ruolo e preparazione, di gestire la inclusione dei soggetti più vulnerabili?

R./ La formazione è un diritto/dovere che investe in via permanente sia la responsabilità individuale della propria dignità professionale sia il compito istituzionale della Scuola di promuovere, assicurare, verificare costantemente la qualificazione (e valorizzazione) dei propri operatori, affinché la comunità scolastica sia pronta e idonea a rispondere alle esigenze educative di generazioni in continua trasformazione ed a rischio di manipolazione.
La formazione dei docenti è priorità costitutiva della dimensione e funzione professionale: competenze culturali, disciplinari, didattiche, relazionali, organizzative, di ricerca e di documentazione non si acquisiscono una volta per sempre; necessitano di essere aggiornate, reinventate, implementate, ridefinite sul campo. Basti pensare alle strategie didattiche suggerite dalla flessibilità dell’autonomia organizzativa per rendersi conto della primaria necessità di potenziare le risorse umane di cui ogni istituzione scolastica dispone per elaborare, progettare, realizzare, misurare l’incidenza della propria ragion d’essere.
Proprio sul versante della inclusione dei soggetti più vulnerabili, la sfida educativa chiama in causa e in azione l’intera comunità scolastica, finalmente riconosciuta e definita come “comunità educante”, anche per superare quella distorta prassi che nel passato (forse tuttora perdurante) faceva ricadere ogni responsabilità sulla sola presenza del docente di sostegno.
Ciò significa che questa “comunità” è “educante” nella misura in cui pone al centro la persona (cioè ciascun membro che a vario titolo ne faccia parte) e si fa carico di accogliere, rispettare, integrare, valorizzare le diversità, comprese quelle etniche, culturali e religiose. E significa che questa comunità si connota di una ulteriore apertura educativa (alla interculturalità e alla cittadinanza globale) che riguarda e investe la crescita personale sia dei docenti sia degli allievi, affinché in ciascuno maturi una coscienza sociale più democratica (e solidale) e senza confini.
A questo scopo, oltre alla iniziativa individuale, occorrono energie e investimenti cospicui e irrinunciabili per la formazione permanente del corpo docente in stretta connessione strategica con la progettazione di istituto e territoriale. Sotto questo profilo è di fondamentale importanza una intelligente capacità di raccordo del dirigente, leader educativo, promotore di risorse e animatore di sinergie.

4. Si registra sempre di più la tendenza a promuovere con facilità. Quali sono le ragioni? La sopravvivenza stessa della scuola? L’esigenza di preservarne il prestigio o l’immagine? Come influisce ciò s
alunni scuola professore 350
ui ragazzi e nella relazione docente-alunno?

R./ A cinquant’anni dalla “lezione” della Scuola di Barbiana, a quasi cinquantasei dalla legge istitutiva della scuola media unica, a venti dallo Statuto delle studentesse e degli studenti, a circa venti dal dibattito sulla garanzia del “successo scolastico”, ancora barcolliamo sulla corretta traduzione del verbo “promuovere”, relegato – come il suo contrario “bocciare” – a mero esito amministrativo.
La scuola non ha altro (e altissimo) compito che quello di “promuovere”: glielo consegna e sancisce (come a tutti coloro, persone enti e organizzazioni che formano il tessuto civile della Repubblica) l’Art. 3 della nostra Costituzione repubblicana e democratica. La scuola (“comunità di dialogo, di ricerca, di esperienza sociale… [in cui] ognuno, con pari dignità e nella diversità dei ruoli, opera per garantire la formazione alla cittadinanza, la realizzazione del diritto allo studio, lo sviluppo delle potenzialità di ciascuno e il recupero delle situazioni di svantaggio, in armonia con i principi sanciti dalla Costituzione…”: Statuto delle studentesse e degli studenti, Art. 1, comma 2) ha la specifica responsabilità (si veda l’Art. 34 della Costituzione) di garantire il diritto di ogni cittadino ad imparare a conoscere, a fare, a vivere insieme, ad essere (i pilastri dell’educazione del Rapporto Delors che precede di un anno il conferimento, in Italia, dell’autonomia alle istituzioni scolastiche).
Il passaggio è epocale: da una scuola selettiva (ed elitaria) ad una scuola inclusiva, della quale occorre oggi capire il senso autentico, che non è quello di una “scuola facile”. Su questo punto intervenne con chiarezza nel 1980 il magistrato Gian Paolo Meucci, amico di don Lorenzo Milani, presidente del tribunale dei minori di Firenze (lo avevo conosciuto e ascoltato negli anni giovanili ai ricorrenti convegni della Pro Civitate Christiana di Assisi): «L’equivoco in cui la scuola è incorsa riguardo al “non bocciare” milaniano è duplice. Da un lato, coloro che hanno interpretato il “non bocciare” come lassismo degli studi, come scuola facile, il cosiddetto “6” garantito. Dall’altro, c’è chi ha interpretato la proposta milaniana come la fine della scuola. Infatti, in una dialettica scolastica autoritaria la bocciatura e la sospensione sono i cardini del potere disciplinare. Se si tolgono queste due armi – sospensione e bocciatura – a chi vive il mondo scolastico in questa logica autoritaria è come se gli decretassimo la fine della scuola, delle vecchie certezze e gerarchie. In questo duplice senso – lassismo e fine della scuola autoritaria – il “Non bocciare” milaniano equivale a un livellamento culturale in basso. Invece il “Non bocciare” milaniano è il compito più difficile che la scuola possa proporsi perché equivale a un livellamento, sì, ma in alto. La differenza è abissale».
Ricordo che nel 1998 o ’99 (in quegli anni ero preside del Liceo classico di Anagni, poco prima che alla nostra professione di presidi venisse attribuita la “funzione” di dirigenti), in una cerimonia di premiazione (gli studenti del mio Liceo erano risultati vincitori già nelle edizioni precedenti) intervenne l’allora presidente del Senato. Secondo lui, perché il merito emergesse, la scuola doveva tornare a bocciare (forse era incappato nell’equivoco…). Quando mi fu chiesta la ragione della ripetuta affermazione degli studenti del mio Liceo, profittai per ribadire, al contrario dell’autorevole carica istituzionale, quel principio sacrosanto della nostra Costituzione teso a promuovere le condizioni di pari opportunità rispetto al diritto allo studio (che è anche dovere di esercitarlo), di cui i risultati raggiunti e confermati dagli studenti erano una prova evidente.
In quegli stessi mesi il già citato Statuto delle studentesse e degli studenti, al comma 1 dell’Art. 1, aveva definito la scuola come «luogo di formazione e di educazione mediante lo studio, l’acquisizione delle conoscenze e lo sviluppo della coscienza critica», un percorso laboratoriale pedagogico e didattico, dunque, che coniuga insieme l’esercizio (effettivo, verificabile e ri-orientabile) di diritti e di doveri, la cui efficacia è fondata sulla “qualità delle relazioni insegnante-studente” all’interno di una comunità che, attraverso il protagonismo di ciascuna componente, ne favorisce la crescita nell’ottica di una educazione continua.
Una scuola che boccia è una scuola che se ne lava le mani, scaricando all’esterno le proprie responsabilità. Una scuola che “promuove” (in senso puramente amministrativo) per sanare la propria superficialità educativa (credendo così di sopravvivere) è una scuola altrettanto svuotata delle proprie prerogative. L’uno e l’altro modello determinano conseguenze negative sulla formazione della personalità dello studente (uomo-donna, cittadino) e gravi disarmonie sociali.
Impegno primario e specifico è quello, dunque, di modulare (e rimodulare) percorsi formativi partecipati e motivati che destino, orientino e valorizzino le potenzialità di cui ogni persona, nella propria individualità e con le proprie peculiarità (e diversità), è portatrice, non in astratto ma mediante l’attività di scoperta e di costruzione del sapere (dei saperi) e delle competenze per una partecipazione qualificata e attiva alla vita sociale (cooperazione, solidarietà, democrazia, “bene essere” comune).
E a questo punto non si dovrebbe dimenticare l’importante funzione della valutazione, intesa come processo di verifica delle azioni intraprese e dei risultati raggiunti, per ridefinire, correggere, perfezionare strumenti, modelli, linguaggi, conoscenze, competenze, obiettivi. Senza mai abbassare la guardia…
Certo, è una sfida! La più difficile per chi intenda oggi spendere la propria vita nella formazione e nella educazione (di sé oltre che degli altri). Potrà tanto esaltare quanto deprimere. Prima di aspettarsi legittimi e giusti riconoscimenti, occorre saper affinare le proprie sensibilità culturali e la propria preparazione professionale, sia individualmente sia in condivisione di risorse umane, spirituali e materiali, con quanti, a vario titolo, sono impegnati nell’ambito dei servizi sociali ed educativi.

 
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