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Perchè la scuola non ha un Ministro competente?

MIUR 350 260di Antonella Necci - C’è una gran voglia di dire: chissenefrega delle vere motivazioni dell’ex-ministro dell'Istruzione Lorenzo Fioramonti. Chissenefrega se ha agito per costruire un gruppo salva-Conte. Se ha versato o no i rimborsi dovuti al gruppo M5S. Se il suo addio rende più debole il governo, oppure lo rafforza con la prospettiva di un drappello di Responsabili. Chissenefrega che il premier riferisca alla Camera, come chiedono le opposizioni, e persino di che cosa riferirà: a questo punto è del tutto irrilevante se l’esponente grillino ha agito per coerenza o per calcolo, se il miliardo che è mancato al suo dicastero è davvero così indispensabile come dice oppure se ne poteva fare a meno.

Quello che invece è lecito chiedere al governo è se questa fiera di ministri per caso alla Pubblica Istruzione sia finita, se il governo si è per caso reso conto del disastro della ricerca, dell’università, persino del ciclo dell’istruzione obbligatoria nel Paese che in tutte queste cose, fino a vent’anni fa, era un’eccellenza assoluta.
Sarebbe il caso di rassicurare tutti, operatori dell'istruzione e famiglie italiane che i nomi prescelti siano di totale reputazione e autorità – non gli ennesimi funzionari di partito in quota-qualsivoglia.

Vorremmo anche sapere se la formazione dei nostri figli non sarà mai più in mano alle seconde file dei partiti, mosse dall’unico scopo di conservare il colossale bacino di interessi (anche elettorali) che ruota intorno alla Pubblica Istruzione.
Ci chiediamo perché non sia stata scelta Fabiola Gianotti: dirige il Cern di Ginevra, è così brava che le hanno offerto un secondo mandato – cosa mai successa - per tenersela lì. Non vi piace? Troppo scienziata? Troppo lontana dalla politica?
Perché allora non optare su Roberto Burioni? È più divulgatore, lo conoscono tutti e di sicuro prenderebbe sul serio il lavoro al ministero come ha preso sul serio la battaglia sui vaccini. È divisivo? Preferite una formazione classica? Perché non siete andati in giro tra le tante e spesso sconosciute eminenze italiane?

C’era, ad esempio, il direttore del Museo Egizio Christian Greco, che ha lavorato a lungo come insegnante, conosce per via diretta la prima linea delle scuole superiori. Insomma, perché non avete cercato uno con una reputazione di tutto rispetto che avrebbe saputo dove mettere le mani sul tavolo delle trattative, invece di affidarvi all’ennesimo figurante destinato a non lasciare traccia?

Il caso Fioramonti, se non altro, ha avuto il merito di squadernare sui media italiani le cifre del declino del nostro sistema di istruzione. La scuola italiana ha percentuali di abbandono superiori quasi a ogni altro Paese europeo: 14,5 per cento, quattro punti sopra la media continentale, con un incremento esponenziale negli ultimi anni (solo nel 2016 stavamo al 13,8 per cento). I laureati sono appena il 26 per cento degli adulti, dieci punti in meno rispetto al resto d’Europa. Il collegamento tra istruzione e possibilità di occupazione, istruzione e reddito, istruzione e Pil, istruzione e abbattimento dei costi sociali, è chiaro a tutti. Le analisi specializzate sostengono che il costo complessivo per lo Stato di ogni studente che lascia gli studi, arriva a oltre un milione di euro nel corso della vita. In nessun settore come in questo serve una svolta, un’inversione di tendenza chiara e finalizzata nei tempi medio-lunghi.

Così, se è comprensibile che la formazione iniziale del Conte Bis sia stata scelta in stato di necessità, facendo più attenzione alle quote e agli equilibri interni che alle competenze e alle priorità, ora, sul crinale di questa imprevista emergenza, ci sarebbe stata la possibilità di dare un segnale forte al mondo della scuola e ai milioni di italiani che hanno figli che la frequentano.

Ma anche in questo caso: missione fallita.

 

 

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