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Relazioni a distanza: se questa è scuola

  • Scritto da  Giulia Milazzo

 La scuola al tempo del Covid 19

Chi è un “docente Covid”? Leggiamo qui per conoscerlo

di Giulia Milazzo*
covid 19 a scuola 370 minTra i settori pubblici già compromessi che la pandemia ha finito per ridurre in ginocchio c’è quello dell’istruzione. Da insegnante mi sento disorientata e impotente, nel tentativo di rimanere integra su nave che fatica a restare a galla.

Vorrei raccontare la mia esperienza come “docente Covid” per offrire una testimonianza e insieme contribuire ad una riflessione critica sul modello attuale di scuola. Anzitutto, cosa sono i “docenti Covid”? Essi costituiscono un organico di emergenza assunto dalle scuole per rendere possibile lo smembramento della classi “pollaio” e il distanziamento fisico tra gli studenti. Per ogni classe numerosa se ne formano due piccole: una rimane in seno al/alla docente titolare e l’altra viene assegnata al/alla “docente Covid”.

La scuola in cui lavoro, nella regione Emilia-Romagna, ha fatto una scelta di gestione peculiare: gli alunni divisi in due classi con i docenti in presenza comunicano attraverso l’istituzione di una riunione virtuale. Ne deriva che i docenti assegnati alle classi non svolgono percorsi didattici paralleli e autonomi; la didattica rimane unica e corrisponde a quella dell’insegnante di cattedra. Il/la docente di cattedra fa lezione nella propria aula raggiungendo al contempo anche gli alunni che si trovano in collegamento nell’altra aula, lasciata in sorveglianza al/alla “docente Covid”.

In questa modalità di apprendimento a distanza viene meno la possibilità per gli studenti e per l’insegnante di interagire attraverso il linguaggio del corpo. Il corpo infatti comunica significati attraverso i gesti e le espressioni del volto. Mostrarsi agli altri attraverso lo sguardo permette il reciproco riconoscimento, nonché la simpatia emotiva - nel senso etimologico di "sentire insieme" - che è condizione ineludibile del processo educativo.
E’ preclusa agli studenti anche la possibilità di condividere con l’insegnante l’occupazione del medesimo spazio, in cui far emergere azioni, intenzioni e sforzi collettivi secondo l’idea di una classe che è al contempo comunità.

Immaginiamo infine una connessione Internet irregolare e microfoni scarichi: del messaggio originario non rimane che un involucro di suoni incomprensibili che riecheggiano in una stanza. Dubbi, curiosità e stimoli rimangono inespressi, perché interrompere il flusso del discorso di chi si trova altrove implica dei passaggi comunicativi indiretti che scoraggiano la presa di parola.

Veniamo ora all’aspetto etico e professionale. Come “docente Covid” mi trovo di fatto privata della libertà di insegnamento, intesa come autonomia didattica e libera espressione culturale della persona. A dispetto del contratto di docenza, non programmo spiegazioni, attività e neppure valuto gli studenti. Invece di accendere passioni negli studenti, avvio computer e videoconferenze. Le manchevolezze della didattica a distanza potrebbero evitarsi grazie al contributo umano di una insegnante fisicamente presente, le cui competenze vengono però disconosciute e sprecate. Ho l’impressione che la tecnologia nella sua capacità di proliferare secondo le esigenze di mercato abbia piegato alle proprie necessità l’essere umano.

La spersonalizzazione della prestazione lavorativa fa sì che mi riconosca del tutto sostituibile e persino assimilabile ad una macchina esecutrice. La critica prescinde da me e si estende alla figura dell’insegnante come tale, quella precaria nello specifico.
L’assunzione a chiamata ci vuole immediatamente disponibili in classe, a ricoprire le funzioni più disparate, spesso non previste dal contratto di lavoro. Il sistema del precariato non prevede la creazione di una dimensione affettiva stabile, certezza di impiego né costanza nell’insegnamento delle proprie materie, in quanto sono sempre più numerose le figure professionali “ibride” nelle mansioni che svolgono: l’organico di emergenza variamente impiegato incarna in modo esemplare la concezione di una forza-lavoro duttile come la plastilina.
Aggregato informe e indistinto di lavoro mentale, le graduatorie dei precari costituiscono un serbatoio inesauribile di potenziale cognitivo addestrato alla flessibilità e alla riconversione continua. Il modello economico liberista richiede disponibilità di forza-lavoro pura e indifferenziata, che andrà liquidata a contratto terminato, per poi essere reimpiegata altrove e in altro modo al momento del bisogno, in un riciclaggio svincolato da competenze professionali fisse.
Di questo anno scolastico vorrei dimenticare l’alienazione rispetto a me stessa.

Vorrei denunciare l’umiliazione che deriva dal lavorare senza percepire stipendio: i ritardi dei pagamenti per i supplenti con contratti a termine riguardano infatti almeno tre mensilità, condizione che ha costretto molti insegnanti fuori sede ad abbandonare l’incarico. Vorrei però ricordare le espressioni timide sotto le mascherine, gli occhi parlanti degli studenti e delle studentesse, le volte in cui li ho trovati persi, costretti alla passività dell’ascolto di fronte ad un monitor. Questi alunni e alunne spero ritroveranno un giorno una scuola diversa, lontana dagli schermi, che metta al centro l’essere umano e che lo valorizzi in quanto tale, a partire dalla sua capacità di intessere relazioni.

*Giulia Milazzo, insegnante di lettere

 

 

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