fbpx
Menu
A+ A A-

Continua la battaglia di Capitan Ultimo

Capitan Utimodi Antonella Necci - A sostegno di quanto già pubblicato, e dopo l'apparizione televisiva di Capitano Ultimo a storie italiane il giorno 11 ottobre 2019, vogliamo riproporre questa lunga intervista rilasciata otto anni fa da uno dei 15 componenti del Crimor, l'unità che contribuì all'arresto del latitante Totò Riina.

Il colonnello De Caprio, nell'intervista televisiva, parla di demansionamento del gruppo di uomini che con metodi innovativi per l'epoca riuscirono ad infiltrarsi in un territorio poco ospitale e a catturare il latitante.
Se si osserva con attenzione il video, il cui link si allega qui di seguito e se si legge con attenzione l'intervista ormai vecchia, ma rilasciata in epoca non sospetta, si capisce il perché il Capitano Ultimo deve avere la scorta e anche perché non gliela vogliano riassegnare.

La posizione diametralmente opposta dei due magistrati intervistati, uno dei quali sembra una caricatura di un avvocato mafioso dentro ad uno degli episodi di Montalbano, ci fa però capire come l'opinione pubblica sia spaccata di fronte all'assegnazione delle scorte ritenendole un privilegio oneroso ed inutile e chiudendo gli occhi di fronte alle necessità e alle difficoltà ad esse collegate.

Vivere sotto scorta, o vivere con un volto coperto significa vivere peggio dei pentiti di mafia. Un prezzo da pagare che le persone oneste come Capitano Ultimo hanno accettato con stoicismo, ma che francamente dovrebbero meritare almeno un po’ di rispetto, se questo fosse un paese civile.

(https://youtu.be/5k8hw7-VxxU)

 

Intervista, in testo, pubblicata il 15 Gennaio 2011 da Paolo Visnoviz su freedom24-news

 

1. Roberto Longu lei è stato un carabiniere dei ROS appartenente al gruppo Crimor, guidato dal Capitano Ultimo che ha catturato Totò Riina. Quando nacque il vostro gruppo e quanti ne facevano parte?

Il gruppo nacque a Milano negli anni ’88/’89, composto da una quindicina di persone. Si formò per il volere del Capitano Ultimo, il quale venendo dalla Compagnia Carabinieri di Bagheria (Palermo) si era accorto di infiltrazioni mafiose presenti a Milano. A quel tempo in quella città non si facevano indagini per mafia, magistratura e forze di polizia erano orientate piuttosto a combattere la criminalità comune e il terrorismo.

2. A chi facevate riferimento?

Il comandante della sezione era il Capitano Ultimo e facevamo direttamente riferimento alla sezione del ROS Centrale di Roma, al Comandante Mori.

3. Un giorno decideste di partire da Milano per andare a catturare Riina. In Sicilia. Sarebbe potuta sembrare una operazione destinata al fallimento certo, in quanto non conoscevate i luoghi, l’ambiente, le consuetudini, la gente. Cosa accadde?

Proprio questo, invece, è stata la nostra forza. È vero che è stato difficile infiltrarsi, ma la mafia e i suoi meccanismi li conoscevamo già, avendo lungamente operato a Milano contro questa organizzazione, arrestando personaggi di primissimo piano quali Antonino Carollo e altri. Una volta compreso il modus operandi e la psicologia di questi personaggi non essere del luogo può essere addirittura d’aiuto per la loro individuazione. In un habitat familiare è più difficile identificare comportamenti anomali, mentre da estranei – e con occhio allenato – può essere più semplice. È una tecnica che viene utilizzata anche in scenari di guerra: infiltrazione ed esfiltrazione. Infatti ogni 15/20 giorni ritornavamo a Milano proprio per non assuefarci troppo al territorio d’indagine. Ribaltammo il concetto, quello che era considerato il loro grande vantaggio – la troppa sicurezza – lo facemmo divenire un tallone di Achille. Fino alla cattura di Riina per le forze dell’ordine del luogo fu difficile indagare la cupola e comunque mai vi fu un attacco diretto al vertice di Cosa Nostra. Prima di sbarcare a Palermo avevamo messo al setaccio la vita di Totò Riina. Passammo due mesi ad analizzare la sua vita, studiando atti giudiziari, il suo modus operandi, verificando sul posto gli obiettivi di interesse. Ciò che Falcone aveva fatto dal punto di vista giuridico noi l’abbiamo fatto dal punto di vista militare: collegare episodi di Cosa Nostra, apparentemente slegati tra loro, in un unico quadro d’insieme. Sin dalla nascita questa è sempre stata la filosofia di Crimor e quello che ci ha insegnato il Capitano Ultimo.
Proprio la strage di Capaci fu la causa scatenante che fece prendere la decisione al nostro gruppo, senza che nessun ordine partisse dall’alto, di andare a catturare Riina. Conoscevamo Falcone, veniva spesso a Milano e si era creato un rapporto di amicizia e collaborazione. All’epoca, né questo magistrato né Borsellino erano gli eroi che oggi tutti descrivono. Erano osteggiati, fuggiti da molti come appestati, guardati con sospetto anche dai loro stessi colleghi e dal CSM che li considerava affetti da protagonismo. Era solo invidia. In realtà, faticando e lavorando con il suo pool, Falcone aveva dimostrato che Cosa Nostra poteva essere combattuta e messa alle corde. Questo dava molto fastidio ai suoi colleghi perché sottolineava la loro incapacità e in molti casi pure la malafede. Anche a Milano non era ben visto, così come la Bocassini, molto amica di Falcone, che lo seguiva nei metodi d’indagine. Entrambi erano guardati con sospetto per i loro sistemi innovativi che mettevano in discussione il vecchio modo di operare. La lunga guerra al terrorismo era finita da poco e la procura di Milano era stata in prima linea a combatterlo, contribuendo a sconfiggerlo. Quasi tutti erano ancora concentrati su quel fronte, solo Falcone e pochi altri avevano iniziato l’attacco frontale alla mafia. Pure all’estero godeva di altissima considerazione: pensi che alla scuola dell’FBI, a Quantico in Virginia, in suo onore hanno eretto una statua. In Italia a quei tempi, invece, i suoi stessi colleghi lo avevano isolato e come diceva il grande Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa: “quando sei solo ed isolato diventi debolissimo e una facile preda.” Fu abbandonato non solo dalla magistratura palermitana, ma anche dalla politica. Non scorderò mai l’attacco in TV che Leoluca Orlando gli fece, sembrava volesse instillare il sospetto che il magistrato proteggesse i mafiosi. Uno schifo. Quando giunse la notizia dell’assassinio di Falcone, di sua moglie e degli uomini della scorta io ero a casa. Arrivò una telefonata e mi precipitai in ufficio. Trovai il Comandante e la Boccassini in lacrime, tutti erano sotto shock, qualcuno partì subito per Palermo. Noi provammo oltre al dolore una grande rabbia e decidemmo che avremmo dovuto fare qualcosa: arrestare il capo dei capi della mafia.

4. La cattura di Riina fu un grande successo, ma significò anche la fine della vostra squadra. Ultimo verrà addirittura processato e ne uscirà assolto. Fortunatamente la vostra eredità verrà ripresa dalla “Catturandi” della polizia di Stato di Palermo che arresterà Provenzano, Raccuglia e molti altri. Avete aperto loro la strada?

Credo di sì, abbiamo dimostrato che la mafia non era invincibile e che anche Riina, fino ad allora considerato quasi un mito, si poteva catturare. È stato un segnale importante per le forze dell’ordine che operavano sul territorio, ma anche per la gente comune. In molte persone la coscienza si risvegliò e trovarono la forza di alzare la testa.

5. Riuscendo anche a far arrabbiare qualche magistrato, vero?

Lo scontro ROS/magistratura iniziò con Caselli e la procura di Palermo. Noi ci siamo sempre mossi senza direttive, andavamo dove ci portavano le indagini, non i magistrati. Magistrati che per Riina sono entrati in gioco quando è stato catturato e si è pentito Baldassare Di Maggio. I magistrati dovrebbero fare i magistrati, non condurre le indagini. Queste devono essere svolte dagli investigatori che vivono giornalmente sul terreno in cui ci si scontra, che stanno tra la gente e sanno quali strategie adottare. È un processo che richiede la padronanza di tecniche che bisogna conoscere in prima persona e che non si possono pianificare da dietro una scrivania. L’investigazione è simile alla guerra, ma invece che al fronte si consuma nella vita civile e nella società, adottando gli stessi principi e sistemi. Questi atti non si possono ordinare da dietro una scrivania come fossero una scienza esatta perché non lo sono. Bisogna avere “mestiere” e i magistrati in questo campo non ne hanno, anzi, spesso fanno dei danni enormi all’economia delle indagini, proprio per la loro arroganza e incompetenza. Non tutti la pensano così, altri preferiscono rinunciare alla propria iniziativa e stare sotto il cappello del pubblico ministero. Più comodo e certamente più sicuro, privo di responsabilità.

6. Ultimo, Mori, ma per vicende diverse anche Ganzer. Nei confronti di quest’ultimo, pur essendo stato condannato in primo grado, l’Arma non ha preso alcun provvedimento, ma così facendo si è schierata platealmente contro la sentenza. Scontro tra Arma dei Carabinieri e magistratura, quindi?

Certo, c’è da tempo in atto uno scontro tra una parte dell’Arma dei Carabinieri e frange di una magistratura politicizzata. Una magistratura di sinistra che opera come la “Stasi”, attaccando le Istituzioni e alcuni servitori dello Stato esclusivamente per motivi politici. Inquisiscono alcuni di noi per sostenere le tesi di un accordo Stato/mafia. Mi sembra molto chiaro il loro gioco: dimostrare che Mori trattava con la mafia per addossare la colpa di ciò allo Stato, quindi al Governo, quindi a Berlusconi. Vogliono dimostrare che Berlusconi è la mafia sono la stessa cosa. Cercano addirittura di revisionare i processi delle stragi. Praticamente la Procura di Palermo contro la Procura di Caltanisetta. Mi sembra una pazzia. Guardi le dico una cosa: si è parlato molto di Vittorio Mangano, io sono stato uno dei pochi ad averlo potuto avvicinare sotto copertura e ad analizzarlo per un periodo. Sicuramente è stato un delinquente ed un mafioso, ma non un capomafia come in molti lo hanno descritto. Bistrattato e addirittura preso a schiaffoni da un macellaio. Fosse stato un padrino ciò non sarebbe stato assolutamente possibile. Parlano di fatti riferiti al 74, a quel tempo la mafia e i mafiosi erano considerati meno dei delinquenti comuni e sicuramente non era la mafia di oggi. E’ troppo comodo giudicare fatti di 40 anni fa con gli occhi di oggi, se non è strumentalizzazione politica questa…

7. Tornando all’arresto di Riina, mi racconta la sua versione riguardo la mancata perquisizione della casa di via Bernini e la sospensione della sorveglianza?

Noi abbiamo preso delle decisioni in base alla nostre esperienze e a delle precise esigenze investigative. Mai dentro l’abitazione dei boss latitanti è stato trovato nulla di veramente importante. E’ un fatto normale. Come può un capo mafia, latitante e braccato dalle polizie di tutto il mondo conservare dentro la sua abitazione documenti compromettenti per l’intera organizzazione? Mai nulla di simile si è visto. Ritenemmo che per le indagini fosse stato meglio non procedere alla perquisizione, decisione squisitamente tecnica dettata da esigenze investigative. Si può discutere nel merito, se fosse stata presa la decisione giusta o meno, ma sicuramente non è stato fatto in malafede come hanno sostenuto i PM, accusando Mori e Ultimo di collusione con la mafia. Questa è vera malafede. E lo è ancora di più andando ad analizzare un altro fatto: dopo le dichiarazioni del pentito e prima della cattura di Riina, il Pm Vittorio Aliquò insisteva affinché si effettuasse una perquisizione all’interno di un luogo detto “Fondo Gelsomino”, dove Di Maggio, sulla scorta di memorie di 4 o 5 anni prima, raccontava Riina si recasse. Il capitano Ultimo si oppose, effettuare una perquisizione in quel luogo, vicino alla zona “calda”, avrebbe vanificato ogni possibilità di continuare le operazioni. Allora si trovò un compromesso: le indagini sarebbero continuate come il capitano voleva, ma sarebbe stata fatta anche una osservazione del luogo indicato dai magistrati. Ciò per verificare se valesse la pena effettuare veramente una perquisizione presso quel sito. Abbiamo chiamato “Pluto”, un nostro collega, e lo abbiamo mandato a fotografare i fichi d’india.

8.Fichi d’india?

Certo. Fichi d’india e un contadino che zappava la terra. Altro non c’era da fotografare, eravamo sicuri quel sito non avrebbe condotto a nulla, ma avessimo fatto quella perquisizione Totò Riina non sarebbe mai stato arrestato. Se la malafede esiste per i Carabinieri, perché allora non esiste anche per il Giudice Vittorio Aliquò che voleva fare una perquisizione in un luogo diverso da dove viveva Riina, ma così tanto, troppo vicino alla zona “calda”? Perché non pensare che Aliquò volesse favorire il boss nella sua latitanza e quindi avvisarlo di quanto accadeva facendo una perquisizione nei pressi della sua abitazione? Perché la malafede può esistere per i Carabinieri, ma non per i Giudici? Due pesi due misure. Quello che dico non è solo frutto del mio pensiero, è scritto nella sentenza di assoluzione del Capitano Ultimo.

9.Quindi il processo è stato fatto perché non avete indagato come la procura voleva?

È stato creduto che scelte professionali, di strategia investigativa, fossero state prese in malafede per favorire la mafia. C’era stato l’incontro tra Ciancimino (padre), il colonnello Mori e il capitano Giuseppe De Donno. Colloqui effettivamente avvenuti, come normalmente avviene per chiunque chieda di essere ascoltato. Ma Ciancimino per noi non contava più nulla, era bruciato, essendo stato già arrestato e poi rilasciato. Nessun mafioso lo avrebbe più nemmeno avvicinato. Era finito già prima, nemmeno Falcone gli aveva mai dato credito. Non è la politica che cerca la mafia, ma il contrario. È sempre il mafioso che, se ha un interesse, cerca il politico e lo usa per i suoi scopi. Ed è pure il più forte perché il mafioso non parla, ma spara e uccide. Eravamo un gruppo con una altissima professionalità, una forte motivazione e dei grandi valori. Se ci fosse stato qualcuno che ci avesse detto di non arrestare Riina o di favorire la mafia, fosse stato anche il colonnello Mori o il Comandante dell’Arma, lo avremmo mandato affanculo.
Ma quel processo, a mio avviso, come quello che sta subendo ora il Generale Mori, accusato ancora una volta di concorso in associazione mafiosa per aver favorito la latitanza di Bernardo Provenzano, è solo uno dei processi politici contro l’attuale Governo e Silvio Berlusconi.
Ora le racconto ciò che per me è la farsa del processo a Mori. Lo accusano di non aver disposto una perquisizione in un casolare di un paese chiamato Mezzo Juso, dove un collaboratore, ora morto ammazzato, riferì di incontrarsi con Provenzano da latitante. Conosco quei fatti molto bene, svariate volte ho diretto i dispositivi esterni. [Per dispositivo si intende quel gruppo di uomini che compiono le indagini sul territorio, nda] Non vi era nessuna certezza che Provenzano fosse all’interno di quel casolare, perché di certezze il collaboratore non ne dava. Alcune volte diceva che Provenzano lo trovava già sul posto, altre volte che arrivava dopo, altre volte ancora che si incontravano in luoghi diversi. Certezza di trovarlo lì quindi, nessuna. Quel casolare si trovava a Mezzo Juso, paese vicino a Corleone ad altissima densità mafiosa, tutto era sotto il loro controllo. Il casolare era al centro di una piana scoperta, inavvicinabile senza essere notati. Giravamo lungo le strade in automobile, ma appena ci fermavamo si avvicinava qualcuno per chiedere se avessimo dei problemi. Questo non per cortesia, ma solo per capire chi fossimo. Mezzo Juso è un paese piccolissimo dove tutti si conoscono e tutto conoscono, veicoli compresi. Per osservare il casolare bisognava stare su una montagna lontana chilometri da dove non si sarebbe potuto scorgere nulla, dato che la tecnologia non era certo quella di oggi. Sono state fatte delle infiltrazioni, rischiando tantissimo, ed era stato accertato che mancava anche l’energia elettrica per poter installare un qualsiasi strumento tecnico.
In una operazione del genere non ci si può e non ci si deve fidare di nessuno. Per utilizzare un camion dell’Enel avremmo dovuto andare a chiederlo all’Enel, e ci avrebbero inevitabilmente fatto delle domande; idem se fossimo andati a chiedere qualcosa alla Telecom. Lei pensi che avevamo scoperto che un signore che lavorava alla Telecom di Palermo era un carissimo amico di un nipote di Bernardo Provenzano, molto attaccato alla famiglia. Proprio da questo episodio, invece, si riconosce la buona fede e l’alto valore del generale Mori. C’è infatti una nostra sacra regola che recita: “È meglio perderlo che essere sgamati”. In sostanza significa che se si perde di vista un soggetto, ma non si è stati individuati, c’è sempre la possibilità di ricominciare e sperare di catturarlo un altro giorno; se invece si viene individuati finisce l’indagine per sempre, bruciando quei luoghi e quegli uomini. Tutto ciò mettendo a repentaglio la propria vita e quella degli altri colleghi.
Se a quel tempo fossimo stati sgamati probabilmente Provenzano si sarebbe allontanato da quei luoghi, visto che proprio da quelle parti è stato arrestato.
Queste erano le condizioni in cui si lavorava e i magistrati lo sanno perfettamente. Per questo penso che questo processo sia una farsa, fatto solo per fini politici.

10. Il vostro metodo di lavoro però è rimasto?

Penso di si. Abbiamo indagato in un modo nuovo, non su un singolo reato, ma collegando più fatti assieme, cercando di scoprire quali fossero le persone coinvolte, le loro dinamiche, le loro strategie, cercando di cogliere la visione d’insieme. Metodo Falcone, metodo Ultimo.

11. La vostra esperienza è stata trasmessa alle nuove leve?

All’epoca la politica aveva messo pesantemente mano alla direzione dell’Arma, insediando altri generali e comandanti ed il vento cambiò. Dietro l’attacco che subimmo dalla procura di Palermo sono personalmente convinto ci fosse la spinta legata alla linea politica di Luciano Violante, ma ovviamente è solo una mia opinione. Certo è che venimmo smembrati. Io assieme ad altri rimanemmo ancora qualche anno a Palermo, ma con grosse difficoltà. Ci affiancarono dei colleghi che non duravano un mese, non riuscendo così né a proseguire le inchieste né a trasmettere nulla del nostro modo di indagare, le tecniche, il nostro bagaglio di conoscenze acquisito. Siamo stati marginalizzati e quasi tutti hanno chiesto il trasferimento. Io avevo inoltrato domanda per andare ad insegnare in una scuola d’addestramento carabinieri, mi sarebbe piaciuto insegnare agli allievi, ma l’istanza non fu accolta, così qualche tempo dopo me ne andai in congedo.

 

 

 

Articoli e  news di questo giornale online direttamente sul tuo Messanger  clicca qui

aspetta che appaia tutto il testo - 6 righe

 

 

youtube logo red hd 13 Iscriviti al nostro canale Youtube di UNOeTRE.it 

 

Sottoscrivi abbonamento gratuito all'aggiornamento delle notizie di https://www.unoetre.it - Home

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

 

Sostieni UNOeTRE.it

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

 

Leggi tutto...

Carabinieri forestali di Frosinone: premio nazionale Ambiente e legalità

carabinieri forestali Frosinone 350 mindi Antonella Necci - Ai carabinieri forestali di Frosinone il premio nazionale Ambiente e legalità.
Il riconoscimento, consegnato da Sandro Ruotolo, giornalista impegnato nella lotta alla camorra, è stato assegnato per le rilevanti attività svolte sul territorio della provincia ciociara a difesa dell’ambiente con particolare riguardo alle recenti operazioni legate all’indagine “Urban Waste

Il premio è’ stato assegnato da Legambiente al Nucleo Investigativo di Polizia Ambientale Agroalimentare e Forestale (N.I.P.A.A.F.) del Gruppo Carabinieri Forestale di Frosinone.
Si tratta di un premio nazionale denominato “Ambiente e Legalità”.
Il prestigioso premio è stato consegnato nell’ambito della manifestazione nazionale FestAmbiente organizzato da Legambiente all’interno del Parco naturale della Maremma in località Rispescia (GR), avente ad oggetto le tematiche ambientali.

Le motivazioni si riferiscono alle rilevanti attività svolte sul territorio della provincia di Frosinone a difesa dell’ambiente, con particolare riguardo alle recenti operazioni legate all’indagine “Urban Waste”.
Il premio è stato consegnato al Magg. Vitantonio Masi, Comandante del N.I.P.A.A.F. di Frosinone. Presenti alla cerimonia anche il fondatore di “Libera” Don Luigi Ciotti e il presidente nazionale di Legambiente Stefano Ciafani. Il premio, motivo di orgoglio, rappresenta un riconoscimento per tutto il personale del Nucleo impegnato con abnegazione e con spirito di sacrificio nella lotta agli ecoreati che attanagliano il territorio frusinate.

16 agosto 2019

Leggi tutto...

Capitano Ultimo e le polemiche nell’Arma

Cap.Ultimo 350 mindi Antonella Necci - Ancora una volta e suo malgrado, il Capitano Ultimo torna a far parlare di sé.
Stavolta non si tratta dell'arresto di un boss, ma della polemica che sta sorgendo nell’Arma tra il Colonnello Sergio De Caprio e il Comandante generale Giovanni Nistri.

Il conflitto tra i due alti ufficiali è esploso per diverse ragioni, prima fra tutte l’accusa verso il Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri di aver “impedito lo svolgimento di qualsiasi attività sindacale all’interno delle caserme anche a seguito di specifiche richieste del nostro sindacato (SIM Carabinieri)… ponendo in essere attività manifestamente antisindacale ed arrecando un grave danno economico al SIM, limitando le iscrizioni (che deve trovare giusto risarcimento in sede civile)”.

Il generale Nistri denuncia De Caprio per diffamazione militare aggravata

«Il Comando Generale – si legge in una nota del Colonnello De Caprio – ha avviato una serie di attività repressive dell’attività sindacale avvalendosi in maniera impropria dell’azione disciplinare da un lato e dell’azione penale militare dall’altro; in particolare impedendomi come Presidente del SIM Carabinieri, l’esercizio del diritto-dovere di critica sindacale nei confronti del Comandante Generale Giovanni Nistri. A tale proposito, su reiterate proposte tutte attivate dal Comando Generale, la Procura Militare della Repubblica ha condiviso il fatto che il Col. Sergio De Caprio è responsabile di diffamazione militare aggravata, perché «Col. CC, mediante un “post” pubblicato su profilo “Facebook” a lui riferibile, quindi comunicando con più persone, offendeva la reputazione del Gen.C.A. Nistri Giovanni lanciando il seguente sondaggio: “Tra #Carabinieri ci stavamo chiedendo, ma un #comandante #Generale che delega la #sicurezza del #capitanoultimo al #prefetto è ancora un #comandante #militare?” e prevedendo anche le due seguenti possibili risposte: “sì è un vero comandante” – “no è un funzionario” con altrettante fotografie del predetto Ufficiale Generale l’una in cui quest’ultimo viene ritratto in divisa e l’altra in cui viene ritratto in abiti civili. Con l’aggravante di essere militare rivestito di un grado e di aver impiegato un mezzo di pubblicità per recare l’offesa all’altrui reputazione». «Pertanto – continua De Caprio – , verrà avviato un processo penale contro di me”».

La vicenda dalla quale scaturisce il post su Facebook del Capitano Ultimo, si riferisce alla decisione di revocargli la scorta (un’auto non blindata ed un operatore), provvedimento poi annullato dalla Sezione I ter del Tar Lazio a seguito di ricorso da parte dell’ufficiale. In questo frangente il Colonnello De Caprio critica aspramente la “neutralità” del Comando Generale dell’Arma che avrebbe rimesso ogni decisione al Prefetto; da qui lo scontro aperto finito sul profilo social di Ultimo ed ora dinanzi al Tribunale militare di Roma.

Il Colonnello De Caprio ha quindi rassegnato le proprie dimissioni dalla carica di presidente del sindacato dei Carabinieri (SIM Carabinieri) per “tutelare l’unità del sindacato” ma anche – e forse soprattutto – per l’aperto contrasto con la segreteria del sindacato che non ha ritenuto di aderire ai suoi suggerimenti per una conduzione più incisiva dell’attività sindacale.
In un'intervista, Massimiliano Zetti, segretario aggiunto del SIM, spiega le ragioni che hanno spinto il Colonnello De Caprio a rassegnare le dimissioni, delineando anche la linea assunta dal neo-nato sindacato:

«Credo lo abbia fatto in dissenso con la linea “timida” tenuta della Segreteria nazionale nei confronti delle giuste battaglie da intraprendere contro le posizioni di chiusura espresse dal Comando generale dell’Arma nei confronti del sindacato. Avrebbe voluto organizzare sit-in di protesta, riunioni nelle caserme, ma i vertici dell’Arma ce lo hanno sempre impedito e su questa linea ha trovato anche il dissenso della maggioranza della Segreteria. Io ho appoggiato ogni sua iniziativa, ma mi trovo in minoranza in seno alla Segreteria del SIM Carabinieri, da tempo spaccata. Credo si sia perso lo spirito che animava tutti noi carabinieri il 2 febbraio 2019, quando a Roma nacque il primo sindacato militare, il SIM Carabinieri.»

Quanto traspare dalle parole di Zetti potrebbe avere risvolti al momento non prevedibili, poiché stiamo parlando di una personalità forte, che non si piega facilmente a compromessi.
A riprova di ciò, e in attesa di ulteriori sviluppi, si ricorda che il Colonnello De Caprio ha rifiutato, solo un paio di anni fa l’onorificienza di Cavaliere dell’ordine “al merito della Repubblica Italiana”, che fu revocata dal Presidente della Repubblica con un decreto che porta la data del 29 dicembre 2017. L’onorificienza fu concessa al colonnello Sergio De Caprio, il "capitano Ultimo", che nel 1993 arrestò Totò Riina.
La revoca arrivò per espressa rinuncia da parte dell'interessato a meno di un anno dalla nomina: Ultimo, infatti, era diventato Cavaliere con un decreto del 2 giugno 2017. "Sono un mendicante, non posso accettare i premi. Per questo ho rinunciato all'onorificenza, sempre con massimo rispetto", disse De Caprio in quell'occasione.

Quanti avrebbero osato tanto?

02/08/2019

Fonti: www.dagospia.com/; www.infodifesa.it/; www.affaritaliani.it; www.medicinadonna.com; www.rtl.it; it.blastingnews.com; www.ilgiornale.it; www.ilgiornale.it

 

 

Articoli e  news di questo giornale online direttamente sul tuo Messanger  clicca qui

aspetta che appaia tutto il testo - 6 righe

 

 

youtube logo red hd 13 Iscriviti al nostro canale Youtube di UNOeTRE.it 

 

Sottoscrivi abbonamento gratuito all'aggiornamento delle notizie di https://www.unoetre.it - Home

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

 

Sostieni UNOeTRE.it

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

 

Leggi tutto...

Capitano Ultimo e le polemiche nell’Arma

Cap.Ultimo 350 mindi Antonella Necci - Ancora una volta e suo malgrado, il Capitano Ultimo torna a far parlare di sé.
Stavolta non si tratta dell'arresto di un boss, ma della polemica che sta sorgendo nell’Arma tra il Colonnello Sergio De Caprio e il Comandante generale Giovanni Nistri.

Il conflitto tra i due alti ufficiali è esploso per diverse ragioni, prima fra tutte l’accusa verso il Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri di aver “impedito lo svolgimento di qualsiasi attività sindacale all’interno delle caserme anche a seguito di specifiche richieste del nostro sindacato (SIM Carabinieri)… ponendo in essere attività manifestamente antisindacale ed arrecando un grave danno economico al SIM, limitando le iscrizioni (che deve trovare giusto risarcimento in sede civile)”.

Il generale Nistri denuncia De Caprio per diffamazione militare aggravata

«Il Comando Generale – si legge in una nota del Colonnello De Caprio – ha avviato una serie di attività repressive dell’attività sindacale avvalendosi in maniera impropria dell’azione disciplinare da un lato e dell’azione penale militare dall’altro; in particolare impedendomi come Presidente del SIM Carabinieri, l’esercizio del diritto-dovere di critica sindacale nei confronti del Comandante Generale Giovanni Nistri. A tale proposito, su reiterate proposte tutte attivate dal Comando Generale, la Procura Militare della Repubblica ha condiviso il fatto che il Col. Sergio De Caprio è responsabile di diffamazione militare aggravata, perché «Col. CC, mediante un “post” pubblicato su profilo “Facebook” a lui riferibile, quindi comunicando con più persone, offendeva la reputazione del Gen.C.A. Nistri Giovanni lanciando il seguente sondaggio: “Tra #Carabinieri ci stavamo chiedendo, ma un #comandante #Generale che delega la #sicurezza del #capitanoultimo al #prefetto è ancora un #comandante #militare?” e prevedendo anche le due seguenti possibili risposte: “sì è un vero comandante” – “no è un funzionario” con altrettante fotografie del predetto Ufficiale Generale l’una in cui quest’ultimo viene ritratto in divisa e l’altra in cui viene ritratto in abiti civili. Con l’aggravante di essere militare rivestito di un grado e di aver impiegato un mezzo di pubblicità per recare l’offesa all’altrui reputazione». «Pertanto – continua De Caprio – , verrà avviato un processo penale contro di me”».

La vicenda dalla quale scaturisce il post su Facebook del Capitano Ultimo, si riferisce alla decisione di revocargli la scorta (un’auto non blindata ed un operatore), provvedimento poi annullato dalla Sezione I ter del Tar Lazio a seguito di ricorso da parte dell’ufficiale. In questo frangente il Colonnello De Caprio critica aspramente la “neutralità” del Comando Generale dell’Arma che avrebbe rimesso ogni decisione al Prefetto; da qui lo scontro aperto finito sul profilo social di Ultimo ed ora dinanzi al Tribunale militare di Roma.

Il Colonnello De Caprio ha quindi rassegnato le proprie dimissioni dalla carica di presidente del sindacato dei Carabinieri (SIM Carabinieri) per “tutelare l’unità del sindacato” ma anche – e forse soprattutto – per l’aperto contrasto con la segreteria del sindacato che non ha ritenuto di aderire ai suoi suggerimenti per una conduzione più incisiva dell’attività sindacale.
In un'intervista, Massimiliano Zetti, segretario aggiunto del SIM, spiega le ragioni che hanno spinto il Colonnello De Caprio a rassegnare le dimissioni, delineando anche la linea assunta dal neo-nato sindacato:

«Credo lo abbia fatto in dissenso con la linea “timida” tenuta della Segreteria nazionale nei confronti delle giuste battaglie da intraprendere contro le posizioni di chiusura espresse dal Comando generale dell’Arma nei confronti del sindacato. Avrebbe voluto organizzare sit-in di protesta, riunioni nelle caserme, ma i vertici dell’Arma ce lo hanno sempre impedito e su questa linea ha trovato anche il dissenso della maggioranza della Segreteria. Io ho appoggiato ogni sua iniziativa, ma mi trovo in minoranza in seno alla Segreteria del SIM Carabinieri, da tempo spaccata. Credo si sia perso lo spirito che animava tutti noi carabinieri il 2 febbraio 2019, quando a Roma nacque il primo sindacato militare, il SIM Carabinieri.»

Quanto traspare dalle parole di Zetti potrebbe avere risvolti al momento non prevedibili, poiché stiamo parlando di una personalità forte, che non si piega facilmente a compromessi.
A riprova di ciò, e in attesa di ulteriori sviluppi, si ricorda che il Colonnello De Caprio ha rifiutato, solo un paio di anni fa l’onorificienza di Cavaliere dell’ordine “al merito della Repubblica Italiana”, che fu revocata dal Presidente della Repubblica con un decreto che porta la data del 29 dicembre 2017. L’onorificienza fu concessa al colonnello Sergio De Caprio, il "capitano Ultimo", che nel 1993 arrestò Totò Riina.
La revoca arrivò per espressa rinuncia da parte dell'interessato a meno di un anno dalla nomina: Ultimo, infatti, era diventato Cavaliere con un decreto del 2 giugno 2017. "Sono un mendicante, non posso accettare i premi. Per questo ho rinunciato all'onorificenza, sempre con massimo rispetto", disse De Caprio in quell'occasione.

Quanti avrebbero osato tanto?

02/08/2019

Fonti: www.dagospia.com/; www.infodifesa.it/; www.affaritaliani.it; www.medicinadonna.com; www.rtl.it; it.blastingnews.com; www.ilgiornale.it; www.ilgiornale.it

 

 

Articoli e  news di questo giornale online direttamente sul tuo Messanger  clicca qui

aspetta che appaia tutto il testo - 6 righe

 

 

youtube logo red hd 13 Iscriviti al nostro canale Youtube di UNOeTRE.it 

 

Sottoscrivi abbonamento gratuito all'aggiornamento delle notizie di https://www.unoetre.it - Home

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

 

Sostieni UNOeTRE.it

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

 

Leggi tutto...

Sanità: arrivano i Carabinieri dei NAS

sanità malasanità 350 260di Angelino Loffredi - Sul sito www.unoetre.it e sul quotidiano “L’Inchiesta“ sin dal mese di settembre, avevo riportato con scrupolosa attenzione prima le inadempienze e successivamente l’intervento della Magistratura nei confronti dell’Ospedale SS. Trinità di Sora a proposito dell’uso della Risonanza Magnetica, per metodi che eufemisticamente potevano essere ritenuti “discrezionali“.
Qualche settimana dopo, presso l’Ospedale Santa Scolastica di Cassino, la Procura della Repubblica ha chiesto a Polizia e Carabinieri di controllare 5 ambulanze ( private ) Ares 118 per verificare se fossero dotate di strumenti salvavita.
Giovedì scorso presso il Pronto Soccorso di Frosinone ha avuto luogo una incursione ispettiva dei NAS Carabinieri per accertare la condizione poco dignitosa in cui versano i malati che arrivano al sito per chiedere cura e assistenza sanitaria degna di un paese civile.
Se da una parte oligarchi provinciali e regionali e stampa addomesticata annunciano che nella Sanità tutto va bene e si esce dall’emergenza, da un’altra c’è un vasto popolo non tutelato che soffre e si oppone perchè consapevole di perdere il diritto alla salute.

Sono mesi che scrivo di questioni sanitarie e quindi anche del Pronto soccorso di Frosinone. L’ultima volta ne ho descritto la grave situazione che si può conoscere attraverso il link
www.unoetre.it/notizie/sanita/item/5158-sanita-il-soccorso-nel-frusinate-quasi-mai-e-pronto-una-vera-odissea.html

I malati, dunque, arrivano al presidio per farsi curare ma non trovano le condizioni ottimali affinché ciò avvenga. Anzi! In quel luogo, nelle lunghe ed estenuanti ore di attesa, si aggravano il disagio e il dolore fisico e più in generale si avverte il senso di abbandono.
L’inevitabile arrivo dei Carabinieri, certamente previsto da tutti è stato commentato dal sindaco di Frosinone Nicola Ottaviani con una Nota dal titolo “Meno male che arrivano i Nas“. E’ una sintesi che ritengo essere consolatoria e nello stesso tempo disarmante, anche perché non credo che una buona sanità possa affermarsi per via giudiziaria. Il sindaco, purtroppo, nella sua esternazione si lascia prendere anche da qualche retrospettiva polemica elettorale nei confronti del dottor Fabrizio Cristofari (non nominato) per concludere con “L’unica ricetta utile per il Pronto Soccorso di Frosinone si può sintetizzare con la richiesta di meno politica e maggiore organizzazione per rispettare sia la dignità del malato sia per la pesante tassazione collettiva che ricade sul contribuente “.

Confesso di non poterlo seguire, il suo è solo un lamento; è una strada senza sbocco perché non è sufficiente una buona organizzazione ma è necessaria al contrario più politica, più Bella Politica. In termini concreti questo termine per me significa ristabilire il primato delle assemblee elettive, primo fra tutti quello del Consiglio Comunale di Frosinone, rispetto a tecnici superstipendiati e al servizio, non dei cittadini, ma solo di chi li raccomanda. Nello stesso tempo è necessario affermare il valore della trasparenza e della partecipazione nella gestione della cosa pubblica, strumenti fondamentali per prevenire il malaffare.

Il sindaco Ottaviani non può limitarsi a chiedere una generica, per quanto auspicabile, migliore organizzazione ma può far convocare il Consiglio Comunale del capoluogo per esaminare con particolare attenzione il disastro sanitario, le cause che l’hanno determinato per provare ad indicare le correzioni da prendere, il risanamento e la sua fuoriuscita.

Il sindaco è nelle condizione di pretendere, ottenere e fornire conoscenza di dati e di notizie di cui gran parte dei cittadini è priva. Sulla base dei dati acquisiti può avviare una discussione attenta e profonda per sapere di più circa il mancato coordinamento fra Guardia medica, Ambufest, Casa della Salute, Presidio Ambulatoriale di Ceccano, centri sanitari istituiti per filtrare a monte l’arrivo dei pazienti al Pronto Soccorso. Infine, nel programma da definire il Consiglio Comunale potrebbe ipotizzare una diversa e nuova organizzazione del personale e degli strumenti da chiedere e utilizzare per dare ai cittadini il giusto servizio.
Iniziative e approfondimenti che possono essere presi in tempi rapidi e senza produrre spese.

Ceccano 27 novembre 2017

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

Sostieni UNOeTRE.it
Leggi tutto...
Sottoscrivi questo feed RSS
Bookmaker with best odds http://wbetting.co.uk review site.

Privacy Policy

Privacy Policy

Sezioni

Pagine di...

Notizie locali

Strumenti

Chi siamo

Seguici