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La finta tonta

Sovranisti&Sovranisti

A Roma dicheno “O ce fai o ce sei”.

di Aldo Pirone
GiorgiaMeloni 400 minII nostri sovranisti nazionalisti non ne azzeccano una.

Il Presidente Conte di fronte al crescere dei contagi da Covid 19 (ieri 2548 casi, 24 morti e 291 persone in terapia intensiva) ha detto che porterà in Parlamento la richiesta di prorogare lo “stato di emergenza” fino a gennaio. Perciò deciderà il Parlamento. Giorgia Meloni che, come il suo sodale Salvini anche nel campo pandemia non ci capisce nulla, si domanda perché negli altri paesi europei lo “stato di emergenza”, o provvedimento equipollente, non c’è più e solo noi dobbiamo subire questa malasorte. Basterebbe, per avere una risposta, confrontare i numeri, sempre che si sappia far di conto: preoccupanti i nostri e quelli tedeschi, catastrofici quelli spagnoli, francesi, inglesi. Siccome ha capito l’aria che tira (non buona per chi è stato lassista pur di attaccare il governo) si rifugia nel “fintotontismo” e chiede: “Stato di emergenza? Il governo ha il dovere di spiegare come stanno le cose. Se la situazione è grave, gli italiani vanno allertati. Sarebbe gravissimo, invece, se fosse l'ennesima trovata per tenere sotto scacco l'Italia e coprire i litigi tra Pd e M5s. Fratelli d'Italia chiede un dibattito parlamentare". Tutto già squadernato e previsto, basterebbe leggere i numeri e ascoltare le dichiarazioni di Conte. Poi insinua la solita piccineria: la richiesta governativa come “ennesima trovata per tenere sotto scacco l’Italia”. Con quei numeri?

A Roma, di solito, questi soggetti li si apostrofa dicendo: “O ce fai o ce sei”. Giorgia Meloni nel campo dell’insipienza furbacchiona non manifesta di queste alternative: ci fa e c’è.

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Da pulcinella a pulcinella

Un’ammiratrice senza se e senza ma di Orbàn

sondaggrillini sprofondano meloni clamoroso sorpasso mindi Aldo Pirone - Non c’è niente da fare, nonostante gli aiutini riguardosi che le sono venuti pure dagli antisalviniani de “Il Fatto Quotidiano” (Padellaro e company) e anche da altri, Giorgia Meloni non riesce a superare la sua impostazione demagogica e propagandistica, impregnata di bugie e improperi, di vecchia missina neofascista.

Il suo bersaglio preferito è ovviamente Conte e il suo governo. Ogni volta che interviene in Parlamento – ieri ha dato il meglio di sé in fatto di malafede, incompetenza e insulsaggine – o in qualche altro luogo, dove siano telecamere a disposizione, si esibisce splendidamente. C’è chi pensa che il tiro al piccione a Conte, in realtà, sia una specie di gioco di sponda. La signora sente di potere sostituire Salvini nel compito di masaniello de noantri. Il “bauscia”, infatti, ormai sembra un pugile suonato dagli avvenimenti e dalle traversie, ciniche e bare, del suo amato governatore Fontana. Perciò, la Giorgia nazionalista e sovranista, “donna, madre, cristiana e italiana” come ama definirsi, attacca Conte per scalzare Salvini da leader del centrodestra. Per far ciò, però, deve sostituirsi in tutto e per tutto al “bauscia” e assumere i suoi caratteristici toni cialtroneschi e bugiardi.

A questo imperativo Giorgia non si è mai sottratta, soprattutto dall’inizio dell’emergenza sanitaria, durante il periodo del lockdown e ora. Con qualche minima furba accortezza e distinzione che Salvini, “dall’inutile fronte spaziosa” come direbbe l’inimitabile Fortebraccio, non è in grado di avere. Nella sostanza non cambia nulla. E la prima a dircelo è proprio la Meloni. Il 10 aprile tacciò Conte e il governo di “alto tradimento” sul Mes (una bugia quella dell’attivazione) che lei, invece, aveva allegramente approvato nel 2011 quando era ministro nel governo di Berlusconi. Il 2 giugno, appena finito il lockdown, era alla testa del “mucchio selvaggio” di destra, senza mascherine e senza distanziamento, insieme a Salvini e Tajani, a chiedere le dimissioni del "disastroso" Conte. Poi il 4 luglio ha dato a Conte dell’incapace; il 25 luglio (data luttuosa per Giorgia e camerati al seguito) l’ha apostrofato, in quel di Palombara, come “matto e faccia di bronzo”; ieri alla Camera l’ha chiamato “pazzo”, “irresponsabile”, autore di una “deriva liberticida” perché ha oggettivamente illustrato i motivi del prolungamento dello “stato di emergenza” fino al 15 ottobre per meglio controllare il Covid 19 ancora presente in Italia e, soprattutto, negli stati a noi vicini (Spagna, Francia, Germania).

Tralascio le comiche cose dette e proposte, i giudizi rivelatisi strampalati e sbagliati su Conte e il governo, le previsioni cassandresche durante le trattative in Europa: basta andarsele a rileggere. La leader neofascista non ha mai chiesto scusa per averle dette, ha solo sorvolato fischiettando e rosicato di fronte al risultato ottenuto (Recovery fund). Una grande prova di onestà intellettuale, non c’è che dire.

A qualcuno può sembrare secondario quest'atteggiamento della Meloni aggressivo, insulso e pericoloso al tempo stesso, solo perché toglie voti a Salvini, ma è un grave errore. L’eventuale passaggio da Salvini a Meloni, visti gli obiettivi e gli argomenti per sorreggerli della signora di FdI, sarebbe il classico transito dalla padella alla brace. Più propriamente sarebbe la sostituzione di un pulcinella con un altro pulcinella: “donna, madre, cristiana e italiana”.

La signora Meloni, mentre ieri sproloquiava contro ogni buon senso ed evidenza accusando Conte di mirare alla tirannia “liberticida”, si è inalberata perché il Presidente del Consiglio non è riuscito a trattenere il sorriso di fronte a tanta esagitata esagerazione. Per di più se a interpretarla era un’ammiratrice senza se e senza ma di Orbàn, noto democratico e liberale europeo. Giorgia ha sibilato a Conte: “Non c’è niente da ridere”.

Vero, ad ascoltarla c’era solo da piangere.

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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Il pronipote

GiorgiaMelonie e Caio Giulio Cesare Mussolini mindi Aldo Pirone - Giorgia Meloni è a caccia di volti per le elezioni europee. Un filone che a lei sembra buono è sempre quello che richiama gli antenati attraverso i discendenti.
Essendo fascista le è naturale rivolgersi alla progenie del capostipite Benito Mussolini. In altre occasioni e per altri personaggi si potrebbe dire che vuole riproporre i propri quarti di nobiltà. Anche se, trattandosi del “duce”, parlare di nobiltà è una contraddizione in termini. La candidatura perenne dei discendenti di Mussolini è già stata consumata ingloriosamente, sebbene rumorosamente, nella seconda repubblica con la “nipotona” Alessandra. La quale, sebbene coniugata Floriani, per altro non felicemente, ha sempre preferito farsi chiamare e candidare con il cognome del nonno per lucrare consensi fra i nostalgici. L’impresa le ha fruttato finora 6 legislature fra nazionali ed europee. Anche la sorella Rachele ha provato la via delle Istituzioni e, sempre con Fdi della Meloni, è stata eletta consigliera comunale in Campidoglio.

Ma il tempo passa e bisogna far largo ai giovani. I nipoti non bastano più, c’è bisogno dei pronipoti. Perciò Giorgia ha subito provveduto, candidando niente meno che Caio Giulio Cesare (modestia a parte) Mussolini alle prossime elezioni europee. Ultimamente c'è capitato di verificare (con Calenda figlio di Cristina e nipote di Luigi Comencini e con Cristina Gandolfini figlia del leader del family day) che colpe e meriti di padri e nonni non ricadono su figli e nipoti e viceversa. E così dovrebbe essere anche per i discendenti di Cesare, pardon, del “duce”, cioè per Caio Giulio. Salvo controindicazioni; che il pronipote ci fornisce all’impronta.

Infatti, dice del bisnonno: “ha fatto tante cose positive e qualche errore. Il sostegno di Tony Blair alla guerra in Iraq è stato un crimine ma non per questo gli inglesi lo attaccano ogni giorno”.
Dal che si evince, senza ombra di dubbio, che il pronipote del “duce” è un degno discendente della stirpe perché, seppur con conseguenze necessariamente meno terrificanti, non possiede il senso della storia, della misura e del ridicolo.

Proprio come il bisnonno.

 

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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Primarie: come prima, peggio di prima

gazebarie 350 260di Elia Fiorillo - Erano su per giù le undici di sabato mattina quando al gazebo delle Gazebarie di corso Marconi a Roma, quasi dirimpetto alla Feltrinelli, si presenta Renato Brunetta. E’ lì per attirar gente che votino a favore del candidato Fi a sindaco di Roma, ovvero Guido Bertolaso. Brunetta stringe mani e accentua il sorriso, già stereotipato sul viso, mentre vengono scattati selfie con lui in primo piano. Non c’è a quell’ora molta affluenza di votanti. Una signora si allontana brontolando che con piacere avrebbe detto “no” a Bertolaso, ma non l’ha fatto per non accrescere il quorum dei partecipanti alle false primarie. “Queste sono delle c...azzebarie” dice scuotendo la testa. Al di là del mancato voto di protesta della donna incavolata, i partecipanti alle Gazebarie sono tra i 48 mila e i 50 mila romani che hanno votato al 96,7 per cento per l’ex responsabile della protezione civile. I dati non sono verificabili e bisogna fidarsi di chi li dà, appunto gli organizzatori della kermesse. L’affluenza alle urne, a cui la Lega e la Destra non si sono presentati, è stata superiore a quella del Pd del 6 marzo scorso: solo 44.500 votanti. Se quella è stata veramente la partecipazione di cittadini-elettori ai gazebo, niente male. C’è chi dice però che qualche manina, o manona, si è impegnata a gonfiare i risultati parecchio scarsi. Ed ora che cambia? Pare proprio che non muti niente. Berlusconi è raggiante per l’evento a lui favorevole. Salvini non ci pensa proprio a dare il suo consenso al candidato forzista e la signora Meloni non sa più cosa fare. Per l’unità della destra, sia pur in dolce attesa, sarebbe disponibile a candidarsi. A Salvini va più che bene. Per Berlusconi, soprattutto dopo il successo referendario su Bertolaso, manco a pensarci di un ritiro inglorioso del suo candidato e soprattutto della sua leaderschip. Un apparentamento tra la lista Bertolaso e un’altra con Meloni? Anche su questa ipotesi mediatoria il “no” di Forza Italia è senza appello. Insomma: “come prima, peggio di prima”.

Primarie, vere o farlocche...?

In casa Pd a primo acchito sembrava che fosse andato tutto liscio come l’olio: finalmente! Sì, c’erano le scarse schede imbucate nelle urne delle primarie a Roma, ma dopo tutto quello che era successo per Mafia capitale e per il marziano sfiduciato sindaco Marino, c’era d’aspettarselo. A Napoli nelle prime dichiarazioni del perdente Bassolino, ex sindaco e ex governatore della Campania, niente faceva prevedere quello che poi sarebbe successo. Insomma, solo per una mezza giornata le consultazioni pre-elettorali del Pd parevano avessero funzionato “senza trucco, né inganno”. Il tsunami si è poi abbattuto con una violenza verbale incredibile tra i soci della stessa “compagnia”. Le primarie si sono trasformate nella resa dei conti tra renziani e opposizione interna, mandando a ramengo tutto un partito. Sono scesi in campo per dire la loro contro il presidente del Consiglio e segretario del Pd Bersani e D’Alema. Si paventa una scissione con accuse cocenti da ambo le parti.

Sembrano lontanissimi i tempi quando nei partiti, DC e PCI, ma non solo, c’erano le correnti e pur combattendosi al calor bianco, mai era messa in discussione l’unità della compagine. “I leader passano... il partito resta”. Certo, le ideologie erano il collante della “ditta”, come direbbe oggi Bersani, ma non solo però. La “casa comune” in qualche modo andava salvaguardata. Dove andare se non sotto lo stesso tetto? Tutto cambia quando nascono i partiti personali. E’ la leadership che trascina, che assomma, che fa il partito. E così il capo è il partito stesso: finito lui tutto si ecclissa. Forse sarebbe il caso di ritornare al passato con partiti, e non con capi, che s’impegnino a “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”, art. 49 della Costituzione della Repubblica italiana.

Ritornando per un attimo alle primarie, vere o farlocche che siano, gli unici che esultano sono gli avversari. E’ molto probabile che i dissidi interni alle coalizioni che fanno capo a Fi ed al Pd facciano vincere nella Capitale Virginia Raggi di M5s e a Napoli l’uscente sindaco De Magistris. Entrambi miracolati andranno probabilmente l’una al Divino Amore a Roma e l’altro alla Chiesa del Carmine maggiore a Napoli a portare come ringraziamento una candela alla Madonna che ha fatto loro il miracolo.

 
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