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Amazon e le banane dell’Assessore

USB. Sindacati

Istituzionalizzare un tavolo per governare una situazione destinata ad incancrenirsi

di USB Lavoro Privato SLANG
usb350 260Dopo quasi due mesi di attesa, l’assessore al lavoro della Regione Lazio, Claudio Di Berardino, si è degnato di concedere un’oretta del suo prezioso tempo agli ex lavoratori degli Hub di Amazon di Colleferro e Passo Corese e all’USB.

Al di là della ben nota situazione vissuta da migliaia di precari finiti negli ingranaggi della multinazionale, che sullo sfruttamento estremo delle persone ha costruito il proprio profitto, le richieste avanzate nell’incontro erano chiare e semplici.

All’assessore è stato chiesto di istituzionalizzare un tavolo volto a governare sul territorio una situazione destinata ad acuirsi nel prossimo futuro, con la prossima apertura del nuovo Hub di Fiumicino e la ricaduta in termini di precarietà della prossima fine del blocco dei licenziamenti.

All’assessore, ancora, è stato chiesto, nella sua veste istituzionale, di portare la questione all’attenzione della Conferenza delle Regioni, in larga misura coinvolte in situazioni analoghe, in moda da costruire le opportune sinergie, necessarie a determinare uno sviluppo positivo della questione.
Allo stesso assessore, infine, è stato chiesto di attivarsi perché il ministero del lavoro e delle politiche sociali, avvii un confronto al fine di giungere ad una modifica della normativa vigente, attraverso le maglie della quale la multinazionale aggira senso, spirito e logica della legislazione sociale, riducendo ai minimi termini il numero di lavoratori “garantiti”, rispetto a quelli somministrati.

A queste richieste, l’assessore, semplicemente, non si è degnato di rispondere.
Chiarito come un tavolo sia stato già attivato presso il ministero del lavoro, senza spiegare con la partecipazione di chi e per discutere cosa – ma conoscendo i trascorsi sindacali dal personaggio, le deduzioni sono abbastanza semplici –, l’ineffabile assessore ha affermato come avesse già provveduto a porre in essere quanto di propria competenza.

Cosa?
E’ qui che Claudio Di Berardino ha superato sé stesso, affermando come si fosse adoperato per “sensibilizzare” la multinazionale in ordine alle condizioni contrattuali dei lavoratori coinvolti.
In sostanza, assumendo l’escamotage con cui Amazon fa profitto sulla pelle di coloro che lavorano per essa, come la “legge” – lex dura lex -, ha trasformato la regione Lazio nella Repubblica delle Banane. In cui, ad esempio, ad un rapinatore non si impedisce di rapinare, ma gli si raccomanda di farlo con garbo …

E’ chiaro che fino a quando saranno questi gli amministratori che dovrebbero tutelare il territorio ed il lavoro del territorio, gli affari dei Bezos continueranno a superare la linea di Kàrmàn, prosperando sullo sfruttamento delle nuove generazioni di schiavi.
A margine dell’incontro telematico, è stato concordata l’organizzazione di una conferenza con i sindaci dei territori coinvolti, attraverso la quale rilanciare anche sul piano delle istituzioni la vertenza.

Ma non si illuda, il signor Claudio Di Barardino, di aver chiuso, oggi, la questione con gli ex lavoratori Amazon e con l’USB.

Non siamo usi accontentarci di parole - peraltro vane e vuote – e, ben consapevoli da che parte stiano la ragione e la giustizia, non mancheremo di turbare sonni e veglie di chi sta altrove.

 

 

 

 

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Anni Settanta: il lavoro femminile nella Cooperativa La Lumiera

DONNE: STORIE E FUTURO 

 Insegnano molto i racconti di vita delle sarte de La Lumiera

di Fiorenza Taricone
Leragazzedella cooperativa Civonline minLa Storia serve, come abbiamo ricordato molte volte nelle pagine di UNOeTRE.it, a ricordare ciò che è stato con rispetto, e per il bisogno di imparare, anche perché nulla passa mai del tutto senza lasciare un'impronta, e l’impronta segna anche noi contemporanei. E’ per questo motivo che parlo in quest’articolo di un’esperienza femminile degli anni Settanta, una cooperativa autogestita nata ad Allumiere, chiamata La lumiera.

L’antefatto è breve: durante la presentazione del libro "Le donne gli eroi Risorgimento" alla Casa Internazionale delle Donne a Roma, per il quale ho curato la Prefazione, mi è stato dato dall’Autrice Lucia Visca, fondatrice anche della casa editrice All Around, il libro dal titolo "Le ragazze della cooperativa". Perché mi è sembrato importante scrivere qui di una cooperativa che è stata ricordata in una mostra fotografica nel 2015 nel Cortile della scuola elementare di Allumiere? Alla fine del libro una foto ritrae le ex ragazze de La Lumiera cinquant’anni dopo, ma il significato di quell’esperienza non è solo romantico, tanto meno il racconto di un’avventura durata vent’anni e poi finita; quella coraggiosa esperienza ci dice che il lavoro non è solo globalizzato e delocalizzato, alienato e part-time, e che non è sempre stato così. Oggi finalmente che il lavoro ha smesso di essere solo postmoderno, smaterializzato, incorporeo, ma ha riassunto di nuovo i tratti che gli spettano, in relazione alla dignità della persona, alla professionalità, allo sfruttamento, al profitto di un capitalismo che non conoscerà limiti se i lavoratori e le lavoratrici non li tracceranno, questa straordinaria esperienza insegna molto. Personalmente, mi sono ritrovata in molte delle descrizioni dei lavori di sartoria, avendo avuto una zia e una madre sarta; quest’ultima aveva lasciato gli studi ancora prima delle ragazze che nel libro prendono parola, a dieci anni, per andare a imparare il famigerato lavoro di sarta, o peggio ancora nel linguaggio corrente sartina.

Come dice il libro in apertura, le brave ragazze di Allumiere una cinquantina di anni fa hanno capito di non avere altra strada, avendo abbandonato presto gli studi, per decisione della famiglia, o per disinteresse: quindi, o avere solo la prospettiva di una famiglia, figli, un lavoro da sartine sognando l’apertura di un negozietto di merceria, o lottare per un futuro diverso; in qualunque modo fosse andata, sarebbero state loro a scegliere per sé stesse. Allumiere, sui monti della Tolfa, dista circa novanta chilometri da Roma, un’ora di macchina oggi, circa quattro ore cinquant’anni fa; feudo della Democrazia Cristiana, poi nel 1975 conquistata dalla sinistra; un luogo scelto come buen retiro da alcuni dei radiati dal Pci, provenienti da Il Manifesto, anno 1969. Fra loro, una coppia: Giorgio Pirandello, nipote dello scrittore drammaturgo e Adriana Ferri, figlia di Ida Ferri, celebre per l’invenzione di una scuola di taglio e cucito, una scuola mitica allora in via Volturno a Roma, nei pressi della stazione Termini, ma anche dirigente dell’Unione Donne Italiane. Adriana esperta di taglio e cucito, lavorava con la madre come figurinista, conosceva a Roma non solo il mercato dei grandi stilisti, Valentino, Gattinoni, Sorelle Fontana, ma anche quello delle tante boutiques e atelier. Con Giorgio, ispirandosi ai principi marxisti, crearono con 80 operaie, una cooperativa di lavoro basata su principi egualitari; nata agli inizi degli anni Settanta, caduta e poi risorta come Nuova Lumiera, terminata all’alba del nuovo millennio, fu travolta come racconta il libro prima dalla Milano da bere, che spostò il baricentro della moda dal Colosseo alla Madonnina, poi dalle delocalizzazioni.

Nel libro sono le ragazze stesse a raccontare le prime riunioni organizzate da Adriana Ferri, dove andavano con i genitori perché tutte minorenni, alcune avevano appena 16 anni, la più grande 19, ma per le leggi del tempo non ancora maggiorenne. Il lavoro lo portava Adriana da Roma, pacchi di vestiti già tagliati, solo da cucire, ma per prima cosa le ragazze seguirono un corso di taglio e cucito: Adriana insegnò come fare la costruzione del modello dal figurino. L’attività iniziò con vecchie macchine da cucire con i motorini riparati, nella sede di via Roma dove ora c’è una pizzeria. Era nato il primo laboratorio a façon, cioè personalizzato del Lazio, completamente autogestito da donne, una rivoluzione femminile ricorda una di loro, ‘di cui neanche ci rendevamo conto’. Ditte che andavano e venivano portavano i figurini delle collezioni, e sapevano così in anteprima come si sarebbero vestite le signore nella stagione successiva. Mentre le sartine che lavoravano individualmente completavano un capo a settimana, la cooperativa arrivava a consegnarne anche cinquanta al giorno. Le banche le prendevano sul serio, quando chiedevano fidi. “Nel 1969 eravamo pronte a conquistare il mondo, nel 1970 ci sembrò di averlo afferrato quando andammo dal notaio a fondare La Lumiera, in 12: Adriana Ferri, Rita Moraldi, Cesarina Lucidi, Mirella Mignanti, Doriana Ciambella, Liana Ciambella, Antonietta Galimberti, Graziella Vela, Fabiola Appetecchi, Anna Maffei, Rosalba Pinardi, Maria Paolucci […]; noi lo abbiamo capito che cosa è stata la cooperativa. E’ stata una storia sociale. E’ stata la vicenda di una generazione. Di più generazioni. C’era un’organizzazione, c’erano i problemi economici e le fatture da pagare. Tutto però in un secondo piano rispetto a quel che è rimasto nello spirito del paese stesso. Ancora oggi ne vediamo le ricadute. Una certa propensione all’indipendenza soprattutto fra le donne”.

Sarebbe altamente pedagogico se parlando di lavoro alle adolescenti, si mettessero al corrente dei racconti di vita delle sarte de La Lumiera. Vittoria Pinardi racconta: "Come si viveva? Beh, vi racconto questo. Quando è nato il mio primogenito mia madre lo portava tre volte al giorno in cooperativa per l’allattamento. Lavorare nella cooperativa era come avere una seconda famiglia, avere tante sorelle con cui confidarsi, e confrontarsi, il tutto reso più confortante da una piccola paga mensile che, pur non cambiandoci la vita, ci dava la possibilità di tirare avanti e sperare in un futuro migliore […]; quando ho cominciato, la politica non m’interessava, il femminismo non lo conoscevo. Piano piano mi sono avvicinata, ho acquistato consapevolezza. Ricordo di aver partecipato anche a qualche dimostrazione, si chiamavano così”.

Luigina Profumo ricorda che a 18 anni era già di sinistra; la cooperativa rappresentò finalmente il lavoro e l’idea piacque anche ai genitori, meno al paese, ma a lei non fregava niente. ‘Vivevo, vivevamo un periodo fantastico’. Anna Rita Sgamma nel 1974 aveva 17 anni, e iniziò a lavorare part time con la vendita diretta dei capi al pubblico nel pomeriggio. Una volta presa la maturità, assunzione a tempo pieno, con il sogno di diventare indipendente economicamente e andare a vivere per conto proprio. L’idea portante era quella di dimostrare che anche persone semplici senza grossi mezzi finanziari e cultura industriale potevano con intelligenza e impegno far funzionare un’azienda e crearsi un lavoro con le proprie mani. La scommessa era quella di partecipare alla costruzione di una cultura operaia, appropriarsi dei mezzi di produzione, come si diceva allora, dimostrare l’inessenzialità del padrone e l’ingiustizia del profitto. Il fatto poi che fossero solo donne quelle che si cimentavano in quella sfida faceva di quella scelta una ribellione sul nostro territorio e la rendeva irrinunciabile.

 

 

 

 

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Lo sterco del serpente

CRONACHE&COMMENTI

Luana D’Orazio e la cabinovia del Mottarone 2 tragedie e uguale motivazione

di Aldo Pirone
static.reuters.com minGiovedì scorso, i periti tecnici chiamati ad accertare le cause della morte di Luana D’Orazio hanno acclarato nella loro relazione tecnica che all’orditoio che ha straziato la giovane operaia erano state tolte le misure di sicurezza per farlo andare più veloce nella produzione. Anche alla cabinovia del Mottarone era stata fatta, su per giù, la stessa operazione, disattivando i freni di sicurezza per non rallentare le corse. I “forchettoni” inseriti nei freni hanno causato la morte di 14 persone.

Che cos’è che unisce le due vicende luttuose e strazianti? Non la semplice ricerca del profitto che può benissimo esercitarsi mettendo in sicurezza i lavoratori o gli utenti di certi servizi, bensì la bramosia del guadagno. E’ la stessa bramosia che ha causato il crollo del Ponte Morandi (43 morti) o il disastro del Vajont, per andare più lontano nel tempo, con le sue duemila vittime. Di omicidi bianchi sul lavoro, come di disastri e stragi provocati in Italia dalla bramosia del profitto, se ne potrebbe fare un elenco lunghissimo.

Il profitto in economia, sia essa pubblica o privata, non si può sopprimere. E’ una leva senza la quale non c’è intrapresa economica. Una benedizione del Signore per il fedele dedito agli affari, secondo l’etica protestante. Ma la sua bramosia va repressa, perché porta a sopprimere non l’attività economica ma le persone: i lavoratori che la animano e gli utenti che ne usufruiscono in vari modi o semplici abitanti che vi abitano accanto.

In questo caso il denaro guadagnato dal padrone – cosa diversa dall’imprenditore – è proprio, direbbe Papa Bergoglio, “sterco del diavolo”. Un diavolo che, per i credenti, com’è noto, a volte si presenta con le sembianza del serpente biblico, subdolo e tentatore, al quale va schiacciata la testa.
Senza esitazione.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

 

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ArticoloUNO: I giovani e il lavoro

  • Pubblicato in Partiti

ARTICOLOUNO FROSINONE. Partiti

I nostri giovani non sono schiavi al servizio di imprenditori disonesti

ArticoloUNO fondorosso min 1Negli ultimi venti-trent’anni, tutta la politica italiana, purtroppo anche quella asseritamente di sinistra tranne eccezioni, ha consentito che si affermasse nel Paese un pensiero che, già dalle premesse, si presentava nefasto per tutti quei cittadini che vivono di lavoro, la stragrande maggioranza, a partire dalle giovani generazioni. I fatti di questi giorni sono la prova materiale del suo carattere truculento.

Ad opera di una certa parte del padronato italiano, proprietario dispotico di giornali epigoni di quel pensiero torvo, e della becera destra nostrana, infatti, è in pieno corso una campagna denigratoria contro ogni strumento di sostegno ai lavoratori e alle famiglie, a partire dal Reddito di Cittadinanza, perché essi, secondo il loro pensiero, indurrebbero i giovani a rifiutare il lavoro che gli si offrirebbe. Alla base di questa frenesia predatoria vi è l’accusa ai giovani, falsa e oltraggiosa, di essere dei fannulloni.

Ma si omette di dire che quel cosiddetto lavoro, quasi senza salario e assolutamente senza diritti, rasenta il lavoro schiavistico. Trecento-quattrocento euro al mese, per dodici-quattordici ore al giorno, sono un’infamia.

Fanno bene i giovani a rifiutarsi, ne va della loro dignità di uomini e donne, nonché della onorabilità dell’intero Paese.

La sezione di Articolo Uno di Frosinone chiede, perciò, che tutte le forze politiche democratiche del territorio si esprimano con nettezza contro tale ignobile campagna denigratoria nei confronti dei nostri giovani. Chiede espressamente che le organizzazioni sindacali si facciano carico di un surplus di impegno in questo drammatico momento, attivando e mobilitando le proprie strutture su tutto il territorio provinciale. Sollecita energicamente le autorità preposte al controllo ad esercitare le proprie funzioni a difesa strenua della legalità, della dignità delle persone e della loro sicurezza sui posti di lavoro.

I nostri giovani non sono schiavi al servizio di imprenditori disonesti, che danneggiano il territorio, il Paese e anche gli altri imprenditori che invece rispettano le regole e la dignità delle persone.

Articolo Uno di Frosinone
Ivano Alteri e Alberto Gualdini
ArticoloUno Provincia di Frosinone
Gaetano Ambrosiano.
Frosinone 10 giugno 2021
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Rerum Novarum dopo 130 anni

LAVORATORI, La lunga storia dei diritti

La questione sociale e del lavoro dopo 130 anni

di Donato Galeone*
LeoneXIII large Nuova Bussola Quotidiana 390 minIl prete don Gioacchino Pecci di Carpineto Romano fu incoronato Papa il 3 marzo 1878 con il nome di “Leone” in omaggio al Pontefice Leone XII che don Gioacchino ammirò molto in gioventù.

Il 15 maggio 1891 - Leone XIII - pubblica la Enciclica “RERUM NOVARUM” affrontando la “questione dei diritti e dei doveri del capitale e del lavoro” e, tra quei doveri, a ciascuno il giusto salario - sottolineando nella Sua enciclica - che “le leggi umane non permettono di opprimere per utile proprio i bisognosi e gli infelici, e di trafficare sulla miseria del prossimo defraudando, poi, il dovuto salario che è colpa così enorme e grida vendetta al cospetto di Dio”.

Da oltre 100 anni ad ogni decennale di ricorrenza della “Rerum Novarum” tutti i Pontefici - da Pio XI nella “Quadrigesimo Anno” del 1931 a Giovanni Paolo II nella “Laborem Exercens”del 1981 - si richiamano alla Enciclica di Leone XIII, come pietra fondante di insegnamento che viene assunto quale iniziale punto di riferimento di molti altri fondamentali insegnamenti, compresi in posizioni eminenti la “Populorum Progressio” del 1967 di Paolo VI e la “Sollecitudo Rei Socialis” del 1987 di Giovanni Paolo II.

La fecondità storica della Rerum Novarum verso l'intero impegno sociale non solo del cattolici su un messaggio universale della “questione operaia e del lavoro di fine ottocento” fu resa disponibile anche alla cultura politica italiana con la quale la cultura laica, progressista non conservatrice, si è incontrata nella resistenza al nazifascismo, nella scrittura della Costituzione con la nascita della Repubblica, nella ricostruzione post bellica e nello sviluppo - con il lavoro - da condividere nell'Unione Europea del XXI secolo.

In particolare - con quella “Magna Charta” - sin dall'inizio del secolo scorso e nel 1925-26 venne già usata da un uomo, comeRerum Novarum 350 min Giulio Pastore, fondatore della CISL nel 1950, che definirà la Enciclica di Leone XIII “il crisma pontificale del sindacalismo libero di ispirazione sociale cristiana in tutto il suo valore di documento storico” (da articolo su “Il Cittadino” di Brescia).

E con la Enciclica “Quadrigesimo Anno” - epoca fascista - viene perfezionato l'insegnamento sul ruolo delle organizzazioni professionali - del Sindacato - legittimando, anzitutto, la contrattazione collettiva per migliorare salari e condizioni di lavoro e la stessa azione di sciopero a sostegno delle rivendicazioni dei lavoratori.

Con altre Encicliche, la ”Mater et Magistra”del 1961, la “Gaudium et Spes” del 1965 e la “Populorum Progressio” del 1967 viene ripresa e sottolineato che la questione operaia, cioè, la “giustizia sociale”non deve essere risolta solo all'interno delle singole nazioni. Si evidenzia il principio di “solidarietà” che implica un “orizzonte di giustizia”nella dimensione mondiale, affrontando la questione delle “disuguaglianze” come nella “distribuzione della ricchezza” tra i vari Paesi e le varie aree continentali.

Così come - dalla “Laborem Exercens” - viene riproposto, con forza, il problema della salvaguardia dei “diritti umani e della dignità umana del lavoratore”di fronte alle innovazioni tecnologiche e alla conseguente organizzazione del lavoro.
Il 15 maggio 2021 – dopo 130 anni – richiamando la Rerum Novarum di Leone XIII è stato riconfermato che la enciclica del 1891 “resta una bussola” pur con gli interrogativi ancora cruciali sul mondo del lavoro e sulle condizioni dei lavoratori, ma quale “pietra miliare” del pensiero economico sociale (Zamagni).

Sappiamo che il lavoro era concepito come una merce anche nella seconda rivoluzione industriale. Occorreva trasformarlo dall'interno del sistema capitalistico per renderlo adeguato alle esigenze umane del tempo .

Con la Enciclica - attuale ancora oggi con un mondo del lavoro molto cambiato dal 1891 attraverso la quarta rivoluzione industriale del XXI secolo - rileviamo che il capitale finanziario tende a prendere il sopravvento sullo sviluppo dell'economia, mentre i diritti umani delle persone e del lavoro hanno, ancora, immediato bisogno di rappresentanza e di tutela.

Viene stimato che oggi le mille “persone più ricche” del mondo hanno recuperato, negli ultimi nove mesi, tutte le perdite che avevano accumulate per l'emergenza Convid-19, mentre le “persone più povere o senza lavoro” potrebbero impiegare almeno dieci anni per recuperare le perdite subite. Don Antonio Mastan - consulente spirituale della UCID – aggiunge e sottolinea che “stiamo vivendo un tempo nuovo di una economia globalizzata che pone sempre il profitto al disopra del mercato e dei diritti”.

Certo che oggi la questione sociale e del lavoro - dopo 130 anni dalla Rerum Novarum - con la richiesta di cambiamento ritorna attualissima anche la gestione vigilante e condivisa del PNRR 2021-2026 - ascoltando e valorizzando - i comportamenti dei corpi intermedi della società di ogni parte sociale organizzata e, tra esse, le “organizzazioni sindacali dei lavoratori”che storicamente e attraverso conquiste progressive dei diritti civili, politici e sociali hanno contribuito a dare vita in forme sempre più evolute alla democrazia, agli Stati e alle Società, assicurando crescita e redditi con il lavoro e contribuendo, anzitutto, alla regolazione dei rapporti tra le classi sociali attraverso il riconoscimento dei rispettivi ruoli associativi – di lavoratori e di imprenditori – nella diffusione dei diritti e doveri che formano la coscienza sociale.

 

(*) già Segretario Provinciale di Frosinone e Regionale CISL Lazio

 

 

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Salute, Ambiente, Lavoro possono convivere?

VALLE DEL SACCO

Diretta video di Martedì 25 maggio 2021

LA DIFFICILE CONVIVENZA TRA SALUTE AMBIENTE E LAVORO

Martedì 25 maggio 2020, ore 18.00

Diretta online su Facebook al link .https://www.facebook.com/383574125041751/posts/4068970289835431/

 

Con Ina Camilli della Redazione di UNOeTRE.it ne parlano

 

Luca Vizzaccaro, coordinatore comitato ex lavoratori somministrati Amazon

Stefania Ventre, ex lavoratrice Amazon

Maria Grazia Bonfante, coordinatrice provinciale associazione Salviamo il paesaggio

Valle del sacco copertina 550 min

 

 

 

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Chiara Saraceno e il Recovery Plan

NEXT GENERATION EU. Interviste

Chiara Saraceno* risponde alla domande di Nadeia De Gasperis

ChiaraSaraceno Cremonaoggi 380 minLo scorso 29 aprile il governo ha approvato il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). I fondi stanziati per asili nido, scuole dell’infanzia sono sufficienti per il sostegno alle famiglie? servirà a finanziare il welfare sociale?

«Nidi e scuole per l’infanzia sono solo un, importante pezzo di politiche per le famiglie, oltre ad essere primariamente strumenti di pari opportunità tra i bambini. I fondi stanziati, se fossero destinati solo agli asili nido (la scuola dell’infanzia ha già un elevato livello di copertura e richiede solo che vnga esteso il tempo pieno là dove, specie al Sud, non c’è) basterebbero per raggiungere un 33% di copertura con finanziamento pubblico, quindi accessibile anche ai ceti più modesti. Non sufficiente, visto che il 67% dei bambini rimarrebbe fuori, o solo con l’opzione dei nidi privati, ma più che raddoppierebbe la dotazione attuale. Occorre tuttavia a) che gli investimenti siano diretti innanzitutto a sanare le enormi disuguaglianze territoriali nella dotazione; b) che nei bilanci annuali siano previsti i costi di gestione, per garantire gli enti locali sulla sostenibilità del servizio.
Ciò detto, per sostenere le famiglie con figli e le pari opportunità tra bambini occorre anche allargare il tempo pieno di qualità nella scuola primaria e in quella secondaria di primo grado. Inoltre ci sono tutti i problemi legati alla disabilità e alla non autosufficienza che non vengono toccati dal punto di vista di sollevare le famiglie di parte delle responsabilità e del lavoro ad esse connessi. Nella parte del PNRR dove si parla di non autosufficienza e di domiciliarità di fatto sembra si parli solo di ADI, l’assistenza domiciliare integrata, che è un servizio sanitario temporaneo successivo ad una ospedalizzazione. Nulla c’è sulla assistenza quotidiana continuativa e non esclusivamente sanitaria, lasciata per lo più a familiari e badanti».

 

Come si dovrà lavorare concretamente sui territori per avere riscontri positivi nell’investimento delle risorse e nella equità di distribuzione tra le regioni?

«Come dicevo, sarebbe stato necessario esplicitare chiaramente, in termini anche quantitativi, l’obiettivo del riequilibrio territoriale (rispetto al Mezzogiorno, ma anche alle aree interne. Ad esempio Alleanza per l’Infanzia e la sovra-rete educAzioni avevano chiesto che si fissasse il 33% di copertura dei nidi a livello almeno regionale. Invece è sparita sia la percentuale, sia la sua definizione a base territoriale. Inoltre sarà necessario aiutare gli enti locali meno attrezzati sul piano delle risorse umane e professionali a fare la necessaria progettazione e a seguirne l’attuazione.
Qui c’è un ruolo anche della società civile e dell’associazionismo, per monitorare attentamente e con sistematicamente i processi».

 

Il governo Draghi aggiunge uno strumento universale e non categoriale per le famiglie, l’assegno unico, quale strumento centrale per il sostegno alle famiglie. Cosa ne pensa? Basterà a convincere le famiglie a fare figli?

«In realtà non è il Governo Draghi. La proposta di legge è stata avanzata sin dall’inizio della legislatura, riprendendone una rimasta nel cassetto nella legislatura precedente. Si è integrata con il Family act della ministra Bonetti, costituendone il primo atto. Se non sbaglio, è stata approvata dalla Camera durante il governo Conte 2 e al Senato durante questo governo. L’idea di uno strumento universale che accorpi tutte le frammentarie misure esistenti e allarghi la copertura a tutti i minorenni, indipendentemente dalla condizione lavorativa dei genitori è buona e i fondi stanziati sono un importante segnale di una benvenuta attenzione della politica per il benessere dei più piccoli. Temo però che – tra vincoli di bilancio e impostazione della legge che lega l’importo dell’assegno alla condizione economica familiare - alla fine l’assegno risulterà molto meno universale di quanto sarebbe desiderabile e la sua universalità pressoché solo simbolica».

Lei, che presiede il comitato per la valutazione del reddito di cittadinanza, ritiene che oggi in Italia le politiche attive sul lavoro, previste dal Paino di Ripresa e Resilienza, andrebbero collegate al reddito di cittadinanza?

«Sicuramente il Reddito di Cittadinanza deve collegarsi anche alle politiche attive del lavoro, almeno per chi, tra i percettori, è in grado di lavorare. Ma le politiche attive del lavoro non possono/devono riguardare solo e neppure principalmente il percettori del Reddito di Cittadinanza, ma tutti coloro che si affacciano al mercato del lavoro, o che perdono il lavoro ed hanno difficoltà a trovarne un altro. Trovo, ad esempio, stupefacente che in questi lunghi mesi in cui molti hanno perso il lavoro, o non lo hanno trovato, o sono rimasti congelati in una cassa integrazione che non si sa se effettivamente consentirà di tornare al lavoro, si sia fatto poco o nulla per offrire a queste persone opportunità di riqualificazione e orientamento. E che anche i sindacati si siano preoccupati di garantire un reddito, ma non anche di proteggere e rafforzare il capitale umano».

Nadeia De Gasperis
vicedirettrice di UNOeTRE.it

 

*Chiara Saraceno. È una sociologa, filosofa e accademica italiana.
Fino al 2008 professore di sociologia della famiglia all’università di Torino, dove ha anche diretto il CIRSDe, centro di interesse di ateneo per le ricerche delle donne e sul genere, dal 2006 al 2011 è stata professore di ricerca al Wissenschaftszentrum Berlin für Sozialforschung. Dal 2011 è honorary fellow al Collegio Carlo Alberto, Moncalieri/Torino.

 

 

 

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Proposte concrete

CRONACHE&COMMENTI

"...Fatevi vedere, tutti insieme, in mezzo ai lavoratori e alle lavoratrici"

di Aldo Pirone
Luana d Orazio 370 minDomani Cgil-Cisl-Uil di Prato hanno indetto 4 ore di sciopero a Prato per protestare contro la morte della giovane operaia Luana D’Orazio. Per l’occasione hanno organizzato un presidio in piazza delle Carceri dalle 10 alle 12. Ebbene caro segretario del Pd Letta, così sensibile alla parità di genere, caro Beppe Provenzano e caro ministro Orlando, care capigruppo dem di Camera e Senato Debora Serracchiani e Simona Malpezzi, cara portavoce delle donne dem Cecilia D’Elia, andateci. Mischiatevi a quei lavoratori e a quelle lavoratrici, date loro e a tutti i lavoratori italiani un segno tangibile che veramente volete tornare a essere in sintonia con loro. Non basta avere chiesto e ottenuto che nel Recovery plan ci siano condizionalità per l’occupazione giovanile e femminile se poi le regole e i rischi del lavoro rimangono quelli che sono, segnati dal precariato e dalle morti bianche.

Lo stesso appello e invito li faccio a Giuseppe Conte a Di Maio e ai grillini tutti, nonché al ministro Speranza e ai dirigenti di Mdp, Leu e Sinistra italiana. Fatevi vedere, tutti insieme, in mezzo ai lavoratori e alle lavoratrici, sarebbe un gesto che vale più di tante chiacchiere su lavoro e lavoratori, campi e campetti progressisti. Chiedete anche a Fedez di partecipare, sarebbe un bel segnale per tenere insieme i diritti sociali e del lavoro con quelli civili.

Nel Pd Bettini ha recentemente costituito un’area politica di sinistra. Qualche giorno fa ha detto che la sinistra “deve battere un colpo più forte”. Ecco, anche per la nuova associazione questo sarebbe il momento, sebbene doloroso e luttuoso, di battere quel colpo.
Poi ci sarebbero alcune rinomate giornaliste che dovrebbero scendere in campo. Perché Concita De Gregorio non scrive un bell’articolo su Luana? Perché Lilli Gruber non fa una bella puntata del suo “Otto e mezzo” sulle morti di uomini e donne al lavoro e nel lavoro?

Datevi da fare. Uscite dai talk show salottieri, dai convegni pensosi, dalle interviste politiciste che non dicono nulla. Senza iniziativa politica e senza empatia con i lavoratori e le lavoratrici in carne e ossa e con i loro problemi di esistenza quotidiana non andrete da nessuna parte.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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“La Repubblica non potrebbe vivere senza lavoro”

 LAVORO E LAVORATORI

Per una progettazione complessiva chiara e condivisa dalle parti sociali e territoriali

di Donato Galeone*
PNRR 370 minDal 25 aprile - Festa della Liberazione al 1° maggio Festa del Lavoro - abbiamo vissuto, molti di noi sia la presa del vaccino che, tra le due domeniche, una “settimana speciale” da tenere presente per i prossimi dieci anni, dal 2021 al 2027-30, con la presentazione al Parlamento del PNRR che “richiede uno sforzo corale delle diverse istituzioni coinvolte e un dialogo aperto e costruttivo”.

Con questo appello, il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha voluto sottolineare che “sbaglieremo tutti a pensare che il Piano di Ripresa e Resilienza sia solo un insieme di progetti tanto necessari quanto ambiziosi, di numeri, obiettivi e scadenze. Va letto, anche, in altro modo, mettendoci dentro le vite degli italiani e, sopratutto, quelle dei giovani, delle donne e dei cittadini che verranno”.

Siamo certi che al Presidente Draghi e al Governo sono chiare ed evidenti - come a tutti noi - “tanto gli effetti devastanti della pandemia e le giuste rivendicazioni di chi un lavoro non ce l'ha, lo ha perso o lo perderà, quanto l'ansia dei territori svantaggiati di affrancarsi dai disagi e dalle povertà”.

Festeggiando il 1° maggio - al Quirinale - il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella ha dichiarato, solennemente, che “la Festa del Lavoro è festa della democrazia, perché il lavoro è fondamento della Repubblica e la Repubblica non potrebbe vivere senza il lavoro. La battaglia per il lavoro è una priorità che deve unire gli sforzi di tutti: lavoratori e imprenditori, istituzioni e forze sociali, mondo delle professioni, della ricerca e della cultura”.

E nella mattinata di sabato - secondo anno di condizionamento dalle misure di sicurezza contagio - nel festeggiare la Festa del Lavoro: la CGIL con Landini, alle Acciaierie di Terni; la CISL con Sbarra, all'Ospedale dei Castelli in provincia di Roma e la UIL con Bombardieri davanti allo Stabilimento Amazon di Passo Correse in provincia di Rieti, hanno sottolineato l'impegno sindacale delle prossime settimane e mesi – nel confronto con il Governo – ribadendo unitariamente che “non si cambia il Paese senza il coinvolgimento del mondo del lavoro e che con un nuovo e moderno 'PATTO SOCIALE' - da negoziare e concertare - si riprende la crescita economica, lo sviluppo e il lavoro”.

E' questa - non solo a mio avviso - la sintesi unitaria sociale e politica della CGIL-CISL-UIL con il 1° Maggio 2021 sulla “ITALIA CHE SI CURA CON IL LAVORO” considerando gli ultimi decenni a lavoro ridotto con casse integrazioni e le sofferenze di queste settimane, sperando nella protezione dei vaccini che, peraltro, hanno accelerato una diffusa riflessione sul grande “valore del lavoro di ogni persona”.

Osservo, anche, che nel corso dei secoli le trasformazioni promosse sia da movimenti popolari sociali che da rivoluzioni o innovazioni nel modo di lavorare e produrre beni e servizi - non escluso le inattese ed estese antiche pandemie - sono state introdotte e validate esaltanti conquiste del lavoro tecnologicamente avanzate nel mondo industrializzato ma – anche – tanti profittevoli sfruttamenti e tante offese alla dignità del lavoro umano.

Ecco che, oggi, respingendo ogni “mano invisibile di neo liberismo” tutte le risorse che sostengono il proposto “Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza 2021-2027” lanciano una esaltante e “nuova grande sfida nel campo delle imprese e del lavoro” che presenta la duplice dimensione: quella “oggettiva dell'impresa” che comprende l'insieme delle necessarie risorse, sia dirette che indirette, e gli strumenti di cui gli operatori, persone, si servono per riprendere e intraprendere le nuove attività programmate e quella “soggettiva del lavoro che è l'agire dell'uomo” nella persona e con la sua dignità.

Penso e ritengo che in questa duplice dimensione - nelle ultime settimane di aprile 2021 - sia le varie “Associazioni dei Datori di Lavoro che dei Lavoratori, rappresentati dalla CGIL-CISL-UIL del Lazio” hanno voluto elaborare e definire un documento programmatico concretamente mirato al superamento della critica fase attuale dell'economia e del lavoro regionale sollecitando un “confronto continuo con la Regione Lazio” articolato in cinque linee di azione sulle quali hanno raggiunto “condivisione e convergenze forze sociali e imprenditoriali”.

Una prioritaria azione centrale sul lavoro dei giovani e donne con piani di investimenti infrastrutturali mediante le riforme, necessarie e indispensabili tanto attese, per gestire agevolmente le sei missioni programmate e indicate nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza nei tempi della “transizione ecologica quanto quella digitale” che coinvolgeranno popolazioni locali, imprese e pubbliche amministrazioni nella profonda trasformazione di settori produttivi e dei territori, riducendo costi e favorendo il sistema con benessere sociale che dovrebbero costruire la dovuta efficienza nei “rapporti tra cittadini e istituzioni” e nei luoghi di lavoro rafforzando ed estendendo “relazioni continue tra rappresentanti degli imprenditori e rappresentanti sindacali dei lavoratori”.

Il Presidente Mario Draghi, sia alla Camera che al Senato della Repubblica, ha ribadito quanto “è fondamentale il ruolo delle Regioni e delle Autonomie locali che dovranno svolgere per l'attuazione del PNRR e per le necessario sinergie da attivare sui territori per massificare l'efficacia” e le Regioni, con le loro Conferenze di cui l'ultima del 21 aprile 202, hanno confermato al Governo la loro massima collaborazione e sottolineato “la necessità di procedere in tempi rapidi ad un approfondito confronto, complessivo e settoriale, per condividere gli obiettivi e le declinazioni delle priorità contenuti nel PNRR”.

Nella dimensione regionale Lazio la “transizione 2021-2027-30 con una progettazione complessiva chiara e condivisa dalle parti sociali e territoriali” dovrebbe essere altrettanto rapida nelle prossime settimane con gli incontri CGIL-CISL-UIL e REGIONE LAZIO per avviare, a breve, il consolidamento e la ripresa graduale delle attività imprenditoriali presenti nelle province.

In massima sicurezza, quindi, a tutela della salute oltre a pensare di avviare “modelli di produzione circolare e ambientali sostenibili” e iniziare a promuovere anche interesse verso investimenti - in aree produttive dismesse ecologicamente da attrezzare - per superare gradualmente le crisi aziendali, incentivando la ricollocazione dei lavoratori dalle casse integrazioni e la ripresa del lavoro.

*ex Segretario Provinciale di Frosinone e Regionale CISL Lazio

 

 

 

 

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1° Maggio: Lavoro, Tutele, Diritti

1° MAGGIO 2021

ART. 1 della Costituzione "L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro"

Demos DemSolidaleDemocrazia e Lavoro sono i principi cardini su cui si basa la nostra società, affinchè ognuno abbia le stesse possibilità di affermarsi e contribuire attraverso il proprio lavoro al benessere ed al progresso della nostra Nazione. Anche se in un momento particolare, come quello che stiamo vivendo da un anno a questa parte, dove la pandemia ha cambiato le priorità delle nostre vite dobbiamo aver chiare le problematiche e le ripercussioni che la profonda crisi ha sul mondo del lavoro.

Non passa giorno che vediamo le piccole attività commerciali ed artigianali, gli ambulanti, le imprese familiari, liberi professionisti, a malincuore chiudere le loro attività, frutto di sacrifici ed unico sostegno per le loro famiglie. A tale situazione fa eco l'incessante penalizzazione delle donne in un mercato del lavoro sempre meno attento alle loro esigenze ed alla necessità di conciliare il ruolo di donna e madre.

Quest'anno nessuna manifestazione ufficiale per la festa dei lavoratori si è potuta realizzare causa COVID, ma tre iniziative distinte, scelte in modo unitario da CGIL, CISL e UIL, che si svolgeranno in tre luoghi simbolo del lavoro in Italia, l’acciaieria AST di Terni, l’Ospedale dei Castelli in località Fontana di Papa in provincia di Roma e la sede Amazon di Passo Corese in provincia di Rieti. Un primo maggio in tono minore a causa dalla pandemia, questo non deve farci abbassare la guardia sui diritti e la sicurezza sui luoghi di lavoro, ma deve anche spronarci a pensare a nuove politiche del lavoro per una rinascita del nostro Paese.

Come Coordinamento provinciale di Frosinone DEMOS – Democrazia Solidale -siamo vicini a tutti i lavoratori, a chi il lavoro lo ha perso, ai giovani che si affacciano per la prima volta al mondo del lavoro, a chi ha incertezza per il proprio futuro.
Comprendiamo e condividiamo la loro amarezza, il loro sconforto e la disperazione, di chi ogni giorno ha difficoltà a sbarcare i lunario, ben consapevoli che la crisi che attanagli l'economia ha messo a dura prova ognuno di no. Molte categorie sono ormai allo stremo delle forze, pensiamo in particolare ai lavoratori autonomi che sperano in una rapida riapertura per vedere ripartire, se pur a fatica le loro attività. Pur capendo il loro disagio, è necessario che tutto venga fatto nella massima sicurezza per tutelare la salute di tutti, in particolare dei più anziani e i soggetti fragili che sono quelli più a rischio in caso d’infezione. Per questo vogliamo condividere lo slogan scelto da CGIL, CISL e UIL in occasione della festa dei lavoratori “L’Italia si cura con il lavoro”, perché solo ripartendo in sicurezza e mettendo al centro il lavoro potremo farcela. Confidiamo, in un’accelerazione della campagna vaccinale, in modo da cercare di arginare quanto più possibile la diffusione del virus e tornare alla normalità. Dobbiamo rimboccarci le maniche e guardare con fiducia al futuro, confidando di uscire quanto prima da questa crisi. Dei positivi segnali che lasciano ben sperare sono dati dal PNRR, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che porterà ad investire fondi indispensabili per la nostra economia. Non dimentichiamo anche l'importante lavoro svolto, durante il periodo Covid, dalle imprese no profit del III settore, che sono riuscite, nonostante tutto, a sviluppare un'economia sociale da prendere come esempio e da proporre per una vicina ripartenza.

Mai come in questo momento dobbiamo essere tutti uniti per difendere ciò che gli anni si è conquistato duramente nel mondo del lavoro per un 1 maggio di lavoro, tutele e diritti.

 

 

 

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