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PCI scrive a Governo per situazione drammatica lavoratori del Lazio

Bandiera pci 350 260Roma. Il PCI scrive a Governo su situazione drammatica lavoratori del Lazio.

Il Partito Comunista Italiano, nel Lazio, negli ultimi mesi ha densamente aumentato la propria attenzione e partecipazione diretta a fianco dei lavoratori nei vari momenti di lotta. Valgano la vicinanza e partecipazione attiva a Vertenza Frusinate, così come la presenza a fianco dei lavoratori di Mercatone Uno, dei dipendenti di Metro C, delle scuole, e così via. Ora in questa dovuta presenza per la nostra scelta di essere riferimento della classe lavoratrice, proprio come Partito Comunista Italiano, pure dopo vari incontri regionali, ultimo con l’assessore Di Berardino, abbiamo deciso di chiamare in causa il Governo tramite il proprio responsabile del settore. Per quanto possiamo non ci fermiamo e continuiamo a chiedere che siano risolti problemi drammatici e urgenti, così come quelli strutturali. Da qui nasce la lettera (di seguito riportata) .

La situazione delle vertenze nel Lazio risulta drammatica da qualche anno. E ogni anno, anziché individuare soluzioni siamo costretti a chiedere che si trovino i soldi per finanziare gli ammortizzatori sociali. Da 16 aree di crisi complessa si è arrivati a 20 ed ogni anno si aggiungono chiusure aziendali e disoccupazione crescente, in una regione che non riesce ad attrarre investimenti aiutino a superare una crisi che si protrae da troppi anni e grava su un tessuto sociale ormai in grave difficoltà. Nel 2017 un emendamento una legge di bilancio permise di allungare la mobilita’ per i lavoratori di ben 16 aree di crisi complessa.

Il governo in quel periodo stanziò 117 milioni da suddividere tra le 16 aree Nel 2018 anno il governo giallo-verde nella legge di bilancio conferma lo stanziamento di 117 milioni ma le aree di crisi complessa aumentarono siamo ora a 20. In attesa che la Regione Lazio metta in atto politiche attive di reinserimento di questi ex lavoratori nel mondo del lavoro crediamo che sia doveroso che il Governo si faccia carico di trovare un percorso di continuità alla mobilità per questi lavoratori. E’ compito dello Stato attuare politiche del lavoro in grado di dare risposte che favoriscano l’occupazione.

Le risorse nel paese, così come nel Lazio, non mancano. Dal riassetto idrogeologico, ai beni culturali, alla capacità di attrarre investimenti produttivi, che creino lavoro e mettano a valore il territorio. Il PCI chiede che il governo e la Regione trovino le risorse che oggi sembrano essere sparite dalla legge di bilancio, affinchè queste numerosissime famiglie riescano a vivere. Lo stesso Governo dovrà fare sì che la Regione Lazio attui quelle politiche attive per il lavoro di cui da anni si parla ma che ancora non hanno visto alcuna attuazione. Si parla di disoccupazione in calo e di nuovi occupati ma ciascuno di noi conosce il metodo di composizione di queste statistiche. Si conteggiano anche gli occupati per poche ore o pochi giorni e non è questo il lavoro che garantisce sussistenza alle famiglie ed al paese.

Per questa ragione chiediamo direttamente al Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali di attivarsi al fine di trovare una soluzione occupazionale reale e duratura a questi, tantissimi, lavoratori, che subiscono una crisi che non è stata provocata certamente da loro. Nel frattempo è necessario trovare le risorse affinché si rinnovi la mobilità, che, ad oggi, dopo molte parole che non hanno trovato riscontro nella realtà, è l’unica garanzia per queste famiglie di poter vivere con dignità.

 

Lucia Mango, Segreteria Nazionale PCI, resp. Lavoro
Oreste della Posta, Segretario Regionale PCI Lazio

 

 

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Storia. La riforma del Pci e Berlinguer

Tortorella 350 mindi Daniela Preziosi da ilManifesto del 11.11.2019 - Tortorella: «La riforma del Pci doveva essere quella dell’ultimo Berlinguer»
Parla uno dei dirigenti della 'seconda mozione'. L’errore fu il referendum fra nuovisti e nostalgici. Il No voleva trasformare il partito ma l’abiura era l’altra faccia dell’esaltazione acritica. Fu sbagliato trattarci da ’sovietici’. Trent’anni di liberismo e tatticismi suicidi hanno disperso il popolo della sinistra.

«No, la crisi della sinistra di oggi è molto diversa da quella del post 89», risponde Aldo Tortorella se gli si chiede di qualche tratto comune fra lo scossone provocato dalla svolta di Occhetto e la frana dei nostri giorni. Novantatré anni, partigiano, poi direttore dell’Unità di Genova, Milano e Roma, deputato e berlingueriano «dell’alternativa», fondatore dell’Associazione per il rinnovamento della sinistra e direttore delle nuova serie di Critica Marxista, Tortorella nell’89 disse no alla svolta ma con Ingrao restò «nel gorgo» – per poi uscire con Giuseppe Chiarante al tempo della guerra alla Serbia. «All’epoca la sinistra era composta dai comunisti, dai socialisti e da altre forze minori laiche. Il Psi fu disfatto dalla questione morale. Ma nel Pci, che questo shock non l’aveva subito, ci fu una parte, sia pure composita, che manteneva una critica al capitalismo e ideali socialisti. Alcuni dogmaticamente come i “filo sovietici”. Altri criticamente come Ingrao e i cosiddetti berlingueriani. E c’era ancora una vasta parte del popolo lavoratore che guardava a sinistra. Il referendum sul nome generò fatalmente una gara e poi una scissione tra nuovisti e nostalgici. La parte critica che chiedeva un diverso mutamento fu sconfitta, anche perché aveva ragione nel voler mantenere una critica al capitalismo, ma non conosceva a fondo i suoi mutamenti. Oggi sono molti a intendere che quella critica va ripresa e che bisogna ripartire dalla ridiscussione dei fondamenti per creare una sinistra aggiornata. Ma intanto trent’anni di tatticismi suicidi e di neoliberismo hanno disperso il popolo della sinistra. Dopo la caduta del muro di Berlino e la Bolognina la sinistra, non solo italiana, si convinse che il suo compito fosse quello di essere una migliore amministratrice dello stato delle cose presenti. Chi spingeva per trasformare il Pci in un partito socialdemocratico non vedeva la crisi dei socialdemocratici. C’è stato l’errore dei vincitori e anche quelli dei vinti».

Il Pds punta alla socialdemocrazia ma poi cambierà rotta verso il Pd, un partito postideologico.
«Il Pd non è un partito post ideologico, animale che non esiste, ma con due ideologie. Quella neocentrista (sicurezza, sviluppismo, moderatismo), quella quasi socialdemocratica. Infatti, le due anime si sono, parzialmente, scisse. Ma l’ala socialdemocratica ebbe a che fare con una socialdemocrazia essa stessa già in crisi. Lo statuto dell’internazionale socialista, così come quello del partito laburista inglese, contenevano l’obiettivo finale della proprietà sociale dei mezzi di produzione. Blair costruì il nuovo Labour abolendo quell’articolo e il manifesto di Anthony Giddens non nominava neppure la parola lavoro. Schroeder proclamò la Spd come “nuovo centro” e tagliò lo stato sociale. Clinton abolì le ultime tracce della legislazione di Roosevelt per porre limiti all’arbitrio della finanza. Nel fine secolo la sinistra socialdemocratica o progressista era al governo in Italia, in tutta Europa e in America e credeva così di aver dato la giusta interpretazione dell’89. Pensò che liberalizzando e riducendo al minimo l’intervento pubblico nell’economia il mercato avrebbe provveduto per il meglio. Non vide le sofferenze create dalla globalizzazione. Non si accorse che a Seattle in prima fila c’erano i lavoratori licenziati. Fu sorpresa del sopravvenire della crisi nel 2007/8. Non capì che la globalizzazione avrebbe fatto risollevare i nazionalismi. È perciò che è avanzata la destra sciovinista, xenofoba, razzista. Solo ora la sinistra moderata si viene in parte scuotendo dal sonno neoliberista.»

Una sinistra fu rifondata. La scissione portò alla Rifondazione comunista, che non era un’operazione di conservazione ex pci, tant’è che vi si associarono altre culture critiche e anticapitaliste.
«Non c’erano le fondamenta, neanche da quella parte. Noi terzinternazionalisti ma anche gli altri eravamo una sinistra novecentesca. Alcune categorie usate erano già fuori tempo. Perciò ho ricordato che con Ingrao e con altri non negavamo la necessità della trasformazione del Pci, ma volevamo che fosse senza il taglio delle radici e che avviasse un ripensamento delle categorie cui si era ispirato il nostro movimento. L’abiura è la stessa cosa dell’esaltazione acritica, entrambe impediscono un esame delle cose giuste e di quelle sbagliate. Nei documenti della “seconda mozione” ci sono le tracce di un’ispirazione che teneva conto del pensiero comunista “eretico” a partire dalla Luxemburg. Le distinzioni sottili (ad esempio sul senso della parola “comunismo”) cui avevamo lavorato con alcuni dei compagni più innovatori, cito Cesare Luporini per tutti, caddero di fronte all’alternativa tra nuovismo e nostalgia.»

Con Gorbaciov avevate capito che il socialismo reale era irriformabile?
«Noi abbiamo sperato che ci fosse una riformabilità del sistema sovietico, Gorbaciov è stata l’ultima speranza. Forse era una speranza fallace. Ma la verità è che a Gorbaciov non fu dato il tempo per provarci. I gruppi dirigenti americani, con il consenso europeo, decisero di farlo cadere. Gorbaciov aveva attuato la distensione internazionale e proclamato la ristrutturazione economica (la perestrojka) e la trasparenza politica (la glasnost). Ma gli venne negato l’aiuto finanziario indispensabile nel collasso creato dall’inefficienza del sistema. Fu preferito Eltsin, garante di una privatizzazione selvaggia, di un liberismo primitivo e dell’ancoraggio al primato americano.»

Il Pci invece era riformabile?
«Credo che fosse trasformabile senza generare la metamorfosi nel proprio opposto. La parola d’ordine della svolta fu «sbloccare il sistema politico». Non ci si accorgeva che il sistema era marcio e si assumeva sul partito comunista la colpa di aver bloccato il sistema. Non che non ci fossero nostre responsabilità. Ma una settimana dopo il voto del ’76, quello del Pci al 34%, si riunì a Portorico il G7. Per l’Italia andò Moro, presidente del consiglio ancora in carica. Moro venne tenuto fuori dalla porta, mentre in un vertice a quattro, voluto da Helmut Schmidt, cancelliere socialdemocratico tedesco, e da Gerald Ford, presidente Usa, si stabilisce, nonostante la rottura di Berlinguer con i sovietici, che se il Pci fosse andato al governo l’Italia non avrebbe avuto più diritto ad alcuna agevolazione economica.»

Dunque il Pci era riformabile.
«Il Pci era già sulla via della riforma con l’ultimo Berlinguer, che io sostenni. Ma Berlinguer nella sua ultima fase era in minoranza. La rottura del governo detto di solidarietà nazionale fu approvata con il voto contrario della corrente riformista.Ma la maggioranza stessa era composita. Molte delle sue tentate innovazioni parevano isolare il partito, rompere la concezione della politica come capacità di alleanze. Fu uno scandalo quando andò ai cancelli Fiat in una lotta aspra e perduta. Berlinguer si era avvicinato all’ecologismo, al nuovo femminismo “della differenza”, al pacifismo, alla comprensione della trasformazione tecnologica, al bisogno di una aggiornata critica al capitalismo nuovo e alla necessità di una rifondazione etica della politica e dei partiti, a partire dal suo. Questo significava “questione morale”.»


Oggi Occhetto parla delle scissioni e delle divisioni come ‘male oscuro’ della sinistra. All’epoca si fece abbastanza per tenere unito il partito?
«Il male oscuro c’è. Ma bisogna anche cercare di guarirlo e volerlo guarire. Tra il primo e il secondo congresso, da presidente del comitato centrale – mi avevano nominato mentre ero in ospedale a causa di un malore dopo la relazione da me svolta per la minoranza – concordai con Occhetto una riunione dei capi delle tre mozioni. Nell’introduzione proposi di verificare se c’era la possibilità di una composizione, forse anche studiando forme di convivenza nuove ad esempio di tipo federativo. Appena finii per primo prese la parola Garavini, che diverrà il primo segretario di Rifondazione – per dire che era impossibile perché «il contrasto era di fondo». Mussi, per la maggioranza, disse altrettanto. La verità è che ognuno riteneva necessario correre la propria avventura. Il miracolo del Pci era stato di aver tenuto insieme riformisti e rivoluzionari, che ora non si soffrivano più. Sapevo bene delle intenzioni scissioniste della terza mozione e perciò, con Ingrao, votai contro la unificazione, che ci fu, tra noi e loro. Qualche anno dopo Garavini è uscito da Rifondazione , ha fatto una’associazione che si congiunta con l’Ars (Associazione per il rinnovamento della sinistra) fondata anche da me. E Mussi ha rifiutato l’ultima escogitazione, cioè la confluenza nel Pd, fondando la Sinistra ecologia e libertà.»

Al comitato centrale del 22 novembre 1989 tu dicesti: «Chiunque vincesse avrebbe perduto insieme agli altri».
«Con quella conduzione era chiaro l’esito. Occhetto e i nuovisti – D’Alema era il più dialogante – avevano fretta , timorosi di rimanere sotto le macerie del muro. C’era il convincimento forte che dovessimo assolutamente cancellare “la macchia”. In una sezione mi mandarono contro il fratello di Berlinguer, Giovanni, che pure era uomo pacato, ma nel suo dire pareva che io, entrato in segreteria del Pci con Enrico solo quando ogni rapporto con i sovietici era stato rotto, fossi un uomo di Mosca. Ma anche con Giovanni Berlinguer ci ritrovammo, anni dopo, in una comune posizione politica di sinistra.»

Ma la “macchia” c’era.
«C’era. Ma una cosa è riconoscere i propri errori altra cosa è la cancellazione di se stessi. Soprattutto la generazione cui appartengo aveva peccato di debolezza verso l’Urss. Ma da questa medesima generazione era venuto, con Berlinguer, a differenza degli altri partiti comunisti, il rifiuto e la rottura, sebbene tardiva. Non era giusto, mi pareva, dichiararci quasi pari a coloro che ci avevano combattuto anche aspramente, come avevano fatto i sovietici e i loro seguaci dopo lo strappo, anche finanziando la dissidenza filosovietica. Il guaio era che quella cancellazione di sé aveva come molla il governismo. Tempo prima ero andato a Reggio Emilia a fare un congresso nella sezione di una grande cooperativa, esponendo le ragioni del dissenso. Applausi, baci e abbracci, e poi al voto presi 4 voti su 400 con pranzo finale di consolazione e, credo, di affetto. Agli operai avevano spiegato che se si andava al governo sarebbe stato meglio anche per loro. Purtroppo quella cooperativa non esiste più da gran tempo.»

Il nuovo Pd fa venire qualche barlume di speranza?
«Mi chiedi se vedo qualche barlume nel mondo? Sì. In giro per i mondo c’è un’inquietudine, ci sono sollevazioni anche se di vario segno. Nessuno avrebbe pronosticato Sanders. La Warren, non socialista, dice cose nuove per la riforma del capitalismo Usa. Il movimento anti Trump mosso dalle donne è un fatto nuovo, non è elitario ed è pieno di giovani. Certo c’è da avere paura perché nasce lo spirito nazionalistico nella potenza egemone, gli Usa, che chiude le frontiere, sconfessa la globalizzazione e minaccia il mondo, ma nascono di conseguenza anche nuovi movimenti. E forse questi movimenti spingeranno a proporre alcuni valori ancora validi e alcune idee nuove “di sinistra” anche a quella parte che occupa la sinistra delle nostre aule parlamentari.»

 

 

 

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PCI: incontrarsi a sinistra

  • Pubblicato in Partiti

Bandiera pci 350 260di Maurizio Aversa - ROMA/FROSINONE. Confronto a Sinistra promosso dal PCI. “Conferme e assenze inspiegabili” dice Oreste della Posta.
“Questa è la linea perseguita, proposta tenacemente: unità nella diversità. Che, tradotto, vuol dire che per noi è importantissima l’unità dei comunisti ovunque essi siano organizzati, ma guai a chi intendesse l’unità come annessioni o subalternità varie! No, noi amiamo e pratichiamo l’unità, col massimo rispetto dovuto proprio delle diversità. Oltre questo, vuol dire anche che il confronto sui grandi temi, siano essi di livello internazionale, di livello teorico, o di programma di lotte e proposte, vive della stessa metodologia.”

Così è stata aperta l’iniziativa pubblica presso il Consiglio Provinciale di Frosinone, venerdì 11. “Ripensare il ruolo della sinistra alla luce dei nuovi scenari politici”, è il tema che ha visto impegnati molte formazioni politiche della galassia della sinistra italiana, della provincia di Frosinone, oltre a tante persone comuni, in un incontro appassionate e interessante sia per il numero di interventi che per la qualità degli stessi. Da cui il giudizio positivo del segretario provinciale del PCI Bruno Barbona. In particolare, sono intevenuti Giammarco Capogna di “Possibile” affermando che “a livello locale è giusto fare iniziative insieme partendo dalla sanità e dall’inquinamento del fiume Sacco”. Ruggiero , della Direzione del PSI,ha detto: ”sosteniamo il Governo e la Regione, ma sui temi locali siamo disposti a collaborare”. Proietto, area di Sinistra Italiana, ha affermato che: ”è ottima l’iniziativa, ed invito tutti a partecipare all’ incontro del 20 ottobre a Serrone”.

Angelino Loffredi, dei Comitati della Sanità Pubblica ha apprezzato lo sforzo unitario del PCI. Nelle conclusioni Ugo Moro, della segreteria nazionale del PCI ha indicato i temi per future mobilitazioni: contro l'aggressione turca alla Siria, per la difesa della democrazia, contro la riforma regionale, per l’ambiente e il lavoro. “Nonostante il nostro impegno, che continuiamo, nonostante le buone risposte, nonostante la buona introduzione del compagno Bruno Barbona all’incontro, in considerazione della grave situazione in cui versa il Paese e i lavoratori e i meno abbienti in particolare, è grave e ingiustificabile l’assenza di Rifondazione Comunista, di PC e di Potere al Popolo.” Così ha commentato il dopo iniziativa Oreste della Posta segretario regionale del PCI Lazio.

 

Partito Comunista Italiano – Comitato regionale Lazio Federazione di Frosinone
Roma/Frosinone, 13 ottobre 2019

 

 

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Ricordo di Emilio Mancini ad un anno dalla scomparsa

emiliomancini 2 350 260 minErmisio Mazzocchi commemora Emilio Mancini a un anno dalla sua scomparsa. S. Donato Val Comino, Circolo PD, venerdì 13 settembre 2019

Se dovessi dire che sarebbe semplice narrare la storia politica e facile descrivere i caratteri umani di Emilio Mancini, commetterei un errore, perché ritengo che sia più arduo di quanto si possa pensare.
Accetto questa sfida in ragione della mia amicizia e della mia conoscenza diretta di un uomo politico e di un amico, durata 53 anni dal 1965 al 2018.
Io giovane ventenne, lui di qualche anno più grande.
Si potrebbe dire che abbiamo percorso vite parallele.

In Emilio non c'era saccenteria né presunzione né tanto meno arroganza. Possedeva una cordialità disarmante, che ti metteva a tuo agio e ti vincolava a questo suo modo di rapportarsi con gli altri.
Un linguaggio educato, non volgare, rispettoso e aggiungerei senza nessuna inflessione romanesca, ma capace di cogliere le sfumature dialettali della sua realtà, quella cassinese e quella ciociara, ovviamente anche quella romana.
Era molto difficile confrontarsi con Emilio.
Non perché mostrasse supponenza, ma perché era stringente nella sua logica politica, pacatamente argomentata, secondo schemi aperti, coerenti con una sequenza predefinita, come è nelle partite degli scacchi, di cui lui era un ottimo giocatore
Dovevi misurarti con i suoi argomenti secondo categorie logiche, non scadenti, ma di alto valore nei contenuti e nella loro esposizione.

Non è stato un uomo del passato, è stato un uomo del futuro.
Emilio Mancini non è catalogabile in un'epoca. Non posso dire che fu un uomo politico del suo tempo.
Certo, visse i momenti della sua vita, ma non posso considerarlo incastonato e immobile nella sua storica epoca. Come a dire "ei fu"
Era un passo avanti e il suo oggi era già il domani, percussore dei tempi a venire, ricercatore costante di percorsi politici proiettati nel futuro.
Accorto osservatore della società, non ne aveva una visione angusta, municipalistica.
Al contrario essa era ampia, senza confini, oserei dire europea, considerato anche la sua educazione familiare di matrice inglese.
Lingua che conosceva benissimo anche nelle sue espressioni dialettali che, come amava dire con orgoglio, aveva appreso frequentando gli operai portuali di Londra.

Uomo colto, che non ostentava la sua sapienza, ma mostrava il suo interesse per le espressioni culturali che attraversavano i suoi tempi e la sua attenzione agli avvenimenti culturali, come il caso Manifesto oppure i libri e i film di Pasolini, come anche per quelli con risvolti politici che avevano implicazioni culturali e ideologiche, come i fatti Cecoslovacchi e lo stesso Vietnam.
Memorabili sono le interminabili discussioni con Achille Migliorelli e Franco Assante.E.Mancini commemorazione PD S.Donato 350 min
Passioni!!!!
Per non citare quelle per le auto nelle memorabili e giovanili gare automobilistiche per le curve di Picinisco e certamente quelle per il calcio, così come lo era stato suo fratello.
Ha vissuto il tempo del PCI e ha vissuto il tempo del PD, sostenendo con convinzione, proprio per la sua formazione culturale - politica, i progressivi cambiamenti del suo partito.
Con una differenza rispetto ad altri che hanno compiuto la medesima scelta.
Era un funzionario politico, parte organica del partito, vivendo dall'interno la storia politica del suo partito.
La sua vita è stata tutt'uno con la vita politica del suo partito, con gioie e sofferenze, con luci e ombre.
Non immune da errori e da valutazioni improprie.
Giovane laureato in giurisprudenza, diventa funzionario del PCI e viene nominato nel 1965 segretario del Comitato di zona, erede della Federazione di Cassino costituita nel 1975 e sciolta appunto nel 1965.
Detta così appare una operazione scontata, quasi burocratica. La realtà è diversa.

Il PCI doveva affrontare situazioni difficili: una crisi economica gravissima, che aveva obbligato all'emigrazione la maggioranza della popolazione, e, allo stesso tempo, aveva a che fare con un avversario politico fortissimo, come la DC, partito con un consenso elettorale, in questa zona, tra il 45% e il 60% e un potere assoluto.
Si esaltavano gli unici due comuni (su quaranta della zona) di sinistra, con sindaci PCI: S. Donato V. C. e S. Giorgio.
Due comuni agli estremi del territorio a sud ella provincia con al centro Cassino, in cui la DC era quasi sempre oltre il 50% e il PCI tra il 10% e 12%.
Emilio assume una gestione del partito in condizioni di debolezza e di difficile espansione.

Il suo impegno a costruire riferimenti del PCI nelle fabbriche e a mantenere attive le Sezioni di partito è stato sempre costante.
Così come era nell'organizzazione delle campagne elettorali e nelle iniziative (a iniziare dai comizi, lui parlava per il partito e io per i giovani comunisti).
Il suo prestigio era esteso, tanto che venne candidato ed eletto nel 1967 al Consiglio comunale di Cassino.
Tutti aspetti che saranno propri del suo essere dirigente politico in tutti gli anni successivi, come a Frosinone, così come a Roma.
Emilio, lasciato il Comitato di zona nel 1969, viene a far parte della segreteria provinciale, prima come responsabile della “Stampa e propaganda" e poi dell'organizzazione.
Mancini dimostrò, in più di una occasione, a Frosinone come a Roma, un grande senso di responsabilità con la priorità di mantenere unito il partito dal PCI al PD di cui accettò le diversità proprio come cemento di quella unità.

Non si può non citare, a mò di esempio, quanto avvenne in occasione dell'elezione del nuovo segretario della Federazione, quando il segretario uscente, Arcangelo Spaziani, viene eletto consigliere regionale.
I favoriti erano Emilio Mancini e Ignazio Mazzoli.
Ambedue apprezzati, pur avendo ciascuno connotazioni e caratteristiche diverse per la loro formazione politica.
All'unanimità venne eletto Mazzoli.
Emilio aveva favorito l'elezione di Mazzoli, consapevole che una divisione avrebbe prodotto lacerazioni nel partito.
Cosa che non avrebbe gradito.
Sostenne con lungimiranza il processo di rinnovamento dei gruppi dirigenti.
Una costante del modo di operare di Emilio.
Uomo politico fermamente convinto del ruolo del partito.
"Le Sezioni - diceva nel 1972 - devono essere uno strumento fondamentale che ci consenta sempre di incidere nella realtà e di trasformarla; di incidere nelle coscienze e di trasformarle; strumento per portare avanti le linee e l'iniziativa del partito".
Un lavoro assiduo improntato a un consistente rinnovamento dei dirigenti politici, che ebbe una significativa occasione a cavallo degli anni '70, quando si produsse un profondo rinnovamento, svoltasi su indicazione dello stesso segretario provinciale Mazzoli, spesosi molto nella riorganizzazione politica del partito, guidato da Berlinguer.

e.mazzocchi 225150Si sviluppa una stagione feconda con la presenza di una nuova generazione politica da Oriano Pizzuti, a Gianni Paglia, a Luciano Fontana (attuale direttore del Corriere della Sera), al giovanissimo Francesco De Angelis, che riprendevo (ero nella segreteria provinciale, anche io come funzionario di partito) per la sua incorreggibile esuberanza movimentistica (non smessa più), per arrivare a Natia mammone, ad Annalisa De Santis, a Elena Ubaldi.
Mi piace ricordare quando Elena, giunta da Roma a Cassino nel 1967 e proveniente da una famiglia di comunisti, svolge le sue prime iniziative politiche nelle campagne elettorali e nelle Sezioni, sino ad arrivare a essere eletta nel Consiglio comunale di Anagni.
Dico questo, anche per sottolineare che per quel tempo, in parte anche oggi, le donne elette da parte di tutti i partiti, elette nei Consigli comunali erano pochissime, se non rare.

Emilio nel 1975 venne a far parte della segreteria regionale e si trasferisce a Roma.
Il suo secondo amore. Il primo era Picinisco.
Non si può negare che svolse un ruolo se non appariscente quanto fondamentale per quello che doveva essere il Comitato regionale, centro di direzione politica-organizzativa nella regione Lazio.
Emilio svolse una funzione decisiva a mantenere un giusto equilibrio tra C. R. e la potente Federazione romana, sedando momenti di conflittualità e allo stesso tempo gestendo situazioni politiche gravose, come l'impegno del partito nella lotta al terrorismo e la stessa politica organizzativa del partito.
Non accettò le proposte che gli sono rivolte per essere candidato ed eletto al Consiglio regionale.
Preferì il partito
Non poteva essere diversamente.
E in modo leale e responsabile, convinto di essere utile, accettò di essere segretario della Federazione di Civitavecchia, realtà difficile e strategica nella regione.
Non venne meno, e mai sarebbe avvenuto, la sua dedizione al partito, ricoprendo, dopo quella esperienza, altri incarichi nel C. R., non rinunciando mai al compito di favorire il ricambio e il rinnovamento dei gruppi dirigenti, come avvenne per la elezione a segretario regionale di Domenico Girardi, da lui fortemente sostenuto.
Condivise e si mostrò convinto sostenitore del cambio del PCI sino al PD.
Comprese che bisognava trasferire quella spinta, quella necessità storica, di un cambio e successivamente della creazione di un uovo partito, come il PD, alle nuove generazioni.

Per Emilio non c'era il passato e non voleva appartenere al suo passato.
Intendeva essere nel presente e il presente era costruire il futuro e il futuro sono le nuove generazioni.
Con esse intavolava un confronto, apre e persegue un dialogo senza preconcetti, un ruolo di formazione.
Si offre come referente e curatore dei nuovi quadri dirigenti, di molti giovani della nuova stagione politica del XXI secolo.
Come avviene, ovviamente per Claudio, e, per rimanere a espressioni del nostro territorio, per la stessa Sara Battisti.
Ed è significativo che, in occasione del suo compleanno, che si festeggiò durante la festa dell'Unità di Roma, la presenza dei giovani era superiore a quella di militanti di più antica tradizione politica.

Questo è stato Emilio.
Anzi direi: questo è Emilio, perché è parte del corso della storia di ieri, di oggi, di domani, che vive in ciascuno di noi insieme a Emilio.»

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Ziroli (PCI): basta soliti rinvii sulla pelle dei lavoratori

  • Pubblicato in Partiti

Bandiera pci 350 260Regione Lazio. Dopo incontro aree crisi, Ziroli (PCI): basta soliti rinvii sulla pelle dei lavoratori.
In un comunicato che riportiamo riassunto, (Agenzia Nova) sembrerebbe accennarsi a un qualche passo positivo. Purtroppo, come commenta Tiziano Ziroli, responsabile Lavoro del PCI Lazio, è la macchina del rinvio. Che non consente ,ad esempio, neppure di intervenire da parte dei Comuni che hanno ormai tempi strettissimi per eventuali presentazioni di progetti specifici!

"Si è tenuto oggi un incontro con l'assessore regionale Claudio Di Berardino per avviare le politiche attive nei territori di area di crisi complessa. Dopo una lunga discussione la Regione ha deciso di riconvocare… Poi sugli over 58 - continua la nota - la Regione convocherà il 13 settembre gran parte dei comuni …”. Questo, invece, il pensiero critico, che è stato esposto anche ai rappresentanti della Vertenza Frusinate da Ziroli: Ieri si e svolto un incontro in regione per le aree di crisi complessa Frosinone e Rieti. “L'incontro secondo il mio punto di vista non ha portato risultati ma solo un solito rinviare". Le questioni che dovevano uscire fuori erano:
1) le determine per il pagamento delle mobilità sono state inviate al Ministero?
2) la Regione ha già chiesto al nuovo governo...di cui ora il PD fa parte...la deroga per il 2020?
3) loro convocano i sindaci e gli imprenditori...ma con quali progetti?...con quale politiche industriali?

"Inoltre i lavoratori finiranno la deroga il 21 novembre...e ci siamo oramai... il tempo è breve.. quindi perchè tutti questi rinvii?”. Gli over 58 se tutto va bene nei lavori di pubblica utilità lavoreranno solo per 12 giorni...e per ultimo ma forse ancora più grave i soldi che la regione Lazio ha per le deroghe potrebbero non bastare in quanto vanno suddivisi tra le mobilità e le casse integrazioni straordinarie. ...
“Il PCI, - come ricorda anche il segretario del Lazio, Oreste della Posta -, continuerà a monitorare e ad essere sempre disponibile a sostenere le lotte dei lavoratori e dei senza lavoro. Non per nulla sia le iniziative regionali che le priorità nazionali che stiamo attivando, sono tutte con il Lavoro quale faro di analisi, di intervento sociale, di scelta politica. Dignità e qualità del lavoro in sicurezza per i lavoratori, sia di tipo già noto, la fabbrica, i campi, gli uffici, ma anche i cosiddetti nuovi mestieri".

 

 

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Il PCI e il voto proporzionale puro

  • Pubblicato in Partiti

Bruno Steri segr. naz. PCI con ambasciatore cinese su Via della Seta mindi Maurizio Aversa, della segreteria del PCI Lazio interviene sulla proposta M5S. Trecentoquarantacinque, e poi?

In questo periodo ferragostano, siamo in presenza di giorni ed ore concitate sul versante del Governo, del Parlamento, della politica. Chi non è protagonista, purtroppo, è l’insieme dei lavoratori, dei disoccupati, dei giovani che sempre meno si vedono rappresentati da queste piroette. Stessa sorte per i temi che dovrebbero far da guida a chi vuol governare il Paese: la predisposizione delle scelte economiche macro per l’Italia e quindi la legge di bilancio da varare entro dicembre. Così come, ancor prima, la scelta per far rappresentare la nazione nell’organo di governo europeo.

Ma nulla di tutto ciò è emergenziale nel ricatto continuo che era nato sedici mesi fa tra Lega e Cinquestelle, che è continuato, e che tutt’ora non si ferma, come ha mostrato il confronto parlamentare con colpi di scena andato in onda ieri. Comunque,ci siamo, il fallimento del contratto, depotenziato nella definizione originaria di qualsiasi valenza politica e di “accordo”, tranne che – lapsus freudiano – poi il capo dei Cinquestelle, ora si cruccia e meraviglia del “tradimento” in 24 ore dell’alleato Lega! Ma se era solo contratto, non c’è tradimento politico no? Oppure era fasulla la premessa? Che, invece era molto, molto, molto politica l’alleanza di sedici mesi fa? Ma non è questo l’argomento che voglio sottoporre alla vostra attenzione. Semmai, vorrei provare a parlare di democrazia sostanziale. Come ha rilevato, recentemente, il compagno Francesco della Croce della segreteria nazionale del PCI, “Facciamo attenzione: la proporzionale è tale se contempla collegi elettorali ampli e se non ha soglie di sbarramento fatte ad hoc per escludere milioni di cittadini dalla rappresentanza. Insomma, la nostra proporzionale non può essere alla 'tedesca', dove vi sono molti piccoli collegi (determinando, così, una stortura significativa tra voti ai partiti e seggi corrispondenti) e dove vige uno sbarramento al 5% che, storicamente, fu introdotto in modo esplicito per murare l’ingresso nel parlamento al partito comunista tedesco ed in genere alle minoranze.”

Si, introduco il ragionamento del voto proporzionale, perché esso è la cartina di tornasole per capire se la Costituzione ha una valenza ed un rispetto da inverare, oppure se, americanizzando e rendendo un orpello solo tecnico l’esercizio del voto si intende perseguire il maggioritario che “taglia le ali”, il presidenzialismo che addormenta la critica e la partecipazione, la ricerca “fasulla dai tempi di Craxi ad oggi” della governabilità. Questa nettezza, contrapposta, di scelta è per sottolineare che siamo in presenza di vera scelta politica, di vero scontro teorico e ideale sul rispetto dei principi costituzionali nati dalla Resistenza, quindi non contrabbandabile per scelta tecnica, ancorchè dal solo risvolto economico. E veniamo alla proposta dei Cinquestelle: 345 parlamentari in meno… per risparmiare i soldi della casta. La motivazione è una falsità. Sono ben altre le spese che si possono tagliare, e più consistenti. Il punto vero è se si vuole attuare, “riattualizzare” il proporzionale puro oppure no.

Che dice su questo tema il M5S? Venga ad un confronto e risponda. Ad esempio, noi Comunisti siamo portatori, pur nel rispetto dell’impianto Costituzionale, anche di una proposta innovativa, in verità già avanzata negli anni dai comunisti e mai divenuta oggetto di confronto di merito. Si tratta della abolizione di una delle due Camere. Ad esempio del Senato della Repubblica. Quanti sono i soldi a risparmio se invece che un numero di parlamentari, una intera Camera viene non più prevista. Quindi niente doppia lettura delle leggi, quindi niente doppioni di parecchie attività? Ce l’ha una propria opinione il M5S su questo tema? E su ciò che di prezioso lo sottende? Infatti una sola Camera dovrà necessariamente rappresentare davvero il Paese tutto. Anche la parte più piccola. Lo slogan (fino ad ora molto vuoto e giocato solo dentro casa cinquestelle tra 50.000 aficionados della piattaforma) uno vale uno, solo col proporzionale puro si può attuare. “+ Europa” degli ex radicali, sono a favore di questa scelta proporzionale che fece invocare al vecchio leone Pannella “il diritto di tribuna” perché almeno un eletto fosse garantito ad ogni piccola forza politica organizzata, oppure sotto l’ala protettiva del PD è per loro più facile fare spallucce su questi argomenti? E Renzi che si riscopre – abile tattico del primo mattino – risparmiatore dei soldi seguendo la proposta del M5S circa i 345 da tagliare (chissà se gli interessa davvero?), ma lo stesso quesito vale per il saltimbanco politico Salvini dopo l’intervento al Senato di ieri (13 agosto) vuole esplicitare, più di quanto non si sappia dalle sue precedenti azioni e dal suo pensiero, se intende togliere di mezzo il “fastidioso” proporzionale e chiudere tutti i confronti in solo sue schieramenti che 1, sono ambedue d’accordo sulla Nato; 2, ambedue d’accordo sull’Europa/Euro a servizio del capitalismo; 3, ambedue sono d’accordo sulla conflittualità sostanziale contro la Cina (e la proposta rivoluzionaria ed epocale della Via della Seta, messa in campo per i prossimi cinquant’anni di pace) e contro l’autodeterminazione dei popoli (Cuba, Venezuela, Palestina etc); 4, ambedue sono per mettere i lavoratori ed il lavoro “solo” come servizio da aggiungere alla guida del capitalismo, degli imprenditori; 5, ambedue sono a favore delle politiche che si basano su meno stato e più privato… questo solo per dire le prime cinque cose fondamentali che vengono in mente in un confronto per la guida del Paese. Ecco, allora che alternativa sarebbe questa pensata, da Renzi e dal PD (tutto) che immagina siano questi i temi a confronto?

Appunto, americanate: che spingono il popolo, i cittadini, a disinteressarsi della politica e della partecipazione, e i pochi che partecipano, anche al voto, lo fanno tra due ricette pressochè fotocopia! Ecco perché è necessario, per la democrazia, per il rispetto della Costituzione, per non tradire noi stessi, che l’Italia abbia la possibilità – tramite il sistema proporzionale – di avere presenti, di conoscere, di far elevare al rango di confronto, proposte di politiche alternative per davvero: (ironicamente, molte delle parole sono state anche utilizzate e subito abbandonate o tradite post voto ora da Lega ora dai Cinquestelle e dal PD) A che serve la Nato? Possiamo essere fuori dalla Nato, tranquillamente e da subito! A che servono i danni che stiamo subendo (grazie al compact) dalla Ue e dall’Euro? Possiamo davvero fare l’Italexit! I Brics, e la Cina e la Russia sono davvero partner futuri con possibilità di sviluppo positivo della globalizzazione, non di quella dei mercati che finora abbiamo subito dagli Usa! Mettere il diritto al lavoro, il lavoro come risorsa umana ed economica, al centro di tutte le politiche dello Stato è la vera alternativa al moderno schiavismo a cui stiamo assistendo negli ultimi anni! Piani economici di programmazione industriale, agricola, della ricerca, della cultura, interventi per l’ampliamento del welfare, il sostegno ai giovani e agli ultimi della società, è alternativa vera allo sfinimento attuale a cui ci hanno portato i passi indietro del centrosinistra, e le scelte di Lega e Cinquestelle.

Quindi, si prenda questa matita, si tracci un doppio elenco a confronto, e vediamo se la Lega, se i Cinquestelle, se il PD, mettendo i 345 posti da tagliare per nulla, e, a fronte, tutto quanto può essere “davvero risparmiato” alla fine della scelta di far vivere una concreta possibilità di alternativa e vediamo chi può negare: che il massimo di democrazia è il proporzionale; che il massimo di alternatività sono solo i programmi concreti; che tutto il resto, roboante o sfavillante, è solo una gigantesca menzogna, un gigantesco polverone! Ecco perché condividiamo le necessità richiamate nel comunicato dei sindacati unitari “Un piano straordinario di investimenti pubblici in infrastrutture, reti, manutenzione del territorio, a partire dal Mezzogiorno, con un chiaro sostegno ad una nuova economia verde e che il tutto sia scomputato dai vincoli del patto di stabilità; - una riforma fiscale fondata sul principio della progressività che riduca le tasse al lavoro dipendente e ai pensionati; - una vera lotta all’evasione fiscale e al lavoro nero; - il rinnovo dei contratti nazionali pubblici e privati e il riconoscimento del loro valore erga omnes, la detassazione degli aumenti salariali ed il superamento dei contratti pirata; - riforma della pubblica amministrazione e assunzione di personale in tutti i comparti pubblici a partire dalla sanità; - una nuova politica industriale che indirizzi i processi di innovazione, di crescita dimensionale delle imprese, garantisca il diritto permanente alla formazione e metta al centro la salute e la sicurezza sul lavoro; - una nuova politica della cultura e del turismo asse di crescita per un paese quale l’Italia; - una vera riforma delle pensioni che dia un futuro ai giovani, risponda ai bisogni delle donne e riconosca i lavori più disagiati.” Per questo mi piace concludere sempre citando Francesco della Croce: “Se si vuole intervenire sul bicameralismo si può fare recuperando una proposta storica: una sola Camera parlamentare – anche quindi con meno parlamentari componenti rispetto agli attuali – ma eletta con una legge elettorale proporzionale pura. Fare diversamente, realizzare il baratto tra meno parlamentari ed una proporzionale 'crucca' genererebbe una nuova forma di stortura della rappresentanza, molto difficilmente emendabile in seguito a causa dell’intervento diretto sulla Costituzione.
Se 'ognuno vale uno', adesso è il momento di dimostrarlo nei confronti della più alta istituzione rappresentativa del Paese: legge elettorale proporzionale pura, all’italiana!”.

 

 

 

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Aquino. Conclusa la 46ª Festa dei Comunisti

  • Pubblicato in Partiti

Bandiera pci 350 260Chiusura della Festa dei Comunisti ad Aquino. L'intervento conclusivo di Giacomo De Angelis coordinatore della segreteria nazionale del PCI.

Aquino (FR). 46esima Festa dei Comunisti. De Angelis: caduta Governo fallimento Lega e M5S. Non credibile il PD. Partire dai problemi concreti, creare un Fronte alternativo a partire dai Comunisti.
La Piazza San Tommaso d’Aquino, è affollatissima. Pieni tutti i posti, centinaia, che l’organizzazione ha predisposto per accogliere i cittadini. Il caldo torrido non ha fermato, forse ha rallentato l’afflusso, che alle 21.00 circa, ha visto guadagnare il palco da parte dei tre esponenti comunisti che di lì a poco avrebbero preso la parola. Il segretario regionale del PCI, Oreste della Posta, ringrazia le centinaia di cittadini intervenuti, ricorda “che questa Festa, così come tante altre che si stanno svolgendo in Italia, non solo invita alla unità nella diversità dei comunisti e di un fronte di sinistra, ma concretamente, si è misurata con problemi concreti quotidiani. Infatti – aggiunge il segretario comunista – che i due incontri, dei giorni precedenti, che hanno visto la partecipazione di compagni e cittadini a confrontarsi con analisi e proposte, sono stati sulla questione dell’acqua pubblica, e sulla questione del lavoro.”. Il responsabile lavoro del PCI Lazio, Tiziano Ziroli, interviene dal palco e snocciola sia le situazioni di crisi drammatica, che i compiti che spettano ai comunisti in questa fase. “La vertenza frusinate, con un altro appuntamento di lotta lunedi 12 mattina presso la Prefettura di Frosinone; le fabbriche e i luoghi di lavoro che chiudono e mettono operai, persone, in mezza alla strada, come è l’ultima vicenda di Mercatone, 200 lavoratori nel Lazio; la vicenda ambientale, come la questione del risanamento della Valle del Sacco; - spiega Ziroli – sono tutte situazioni collegate alla assenza della capacità di Governo, nazionale e regionale di dare puntuali risposte alla situazione drammatica delle famiglie, che così non hanno alcuna entrata, pur dovendo provvedere al cibo quotidiano, al ricorso alle cure mediche, al sostegno dei figli a scuola, al pagamento di bollette e affitti”. “Il Governo, questo governo Lega Cinquestelle, tra pochissimo non ci sarà più. – esordisce intervenendo Giacomo De Angelis, coordinatore nazionale della Segreteria del PCI – I danni con cui ha disseminato il proprio percorso sono sotto gli occhi di tutti. Non occorre alcun pregiudizio politico, basta guardare le scelte compiute e i risultati acquisiti per vedere che nessun provvedimento ha bloccato l’esodo di circa 300.000 giovani italiani che hanno migrato da sud verso nord, e dall’Italia verso l’Europa e verso altre nazioni nel mondo costretti a cercare una minima risposta che qui non si è stati capaci di creare. Non solo – aggiunge De Angelis – come giustamente denunciava il compagno Ziroli, l’assenza di un Piano industriale, l’assenza di una politica agricola, la fuga dai temi di responsabilità, basti pensare alla montagna di soldi buttati sulla Tav, mentre si poteva con quello stesso denaro dare una svolta alle infrastrutture dei trasporti, specialmente ferroviari, specialmente nel centrosud Italia, sono tutti esempi concreti dei danni compiuti da questo Governo. Noi crediamo che la scelta a servizio del capitale e dei potentati da parte della Lega sia chiaro ed evidente; come è altrettanto chiaro, come avevamo denunciato alla nascita, che i cinquestelle ci hanno fatto assistere, e si sono fatti stritolare, nel gioco dei debuttanti allo sbaraglio. Purtroppo – nota il dirigente comunista – per noi non è una soddisfazione, perché a pagarne le spese, le conseguenze drammatiche sono i ceti popolari, i lavoratori, la parte più debole della società. Di cosa ci ha voluto parlare quotidianamente, per distoglierci dalle cose importanti, questo governo? Dell’invasione degli immigrati: che non c’è nei numeri, che non c’è perché la stragrande maggioranza di coloro che approdano comunque proseguono e non si fermano in Italia. Questa distrazione, in verità nasconde il fallimento delle politiche economiche e di bilancio che assaltano il welfare, che quindi discriminano i più deboli. Scelte che sono contro l’ambiente e contro il futuro del Paese. Purtroppo non si può pensare, da parte di nessun ingenuo che questo sia nato da solo: è colpa anche degli errori del centrosinistra. Ed oggi, è meno che mai credibile che la soluzione possa venire dal PD, per quanto si voglia sforzare, o imbastire una sorta di tematica di sinistra. La verità è di fronte a noi – indica De Angelis – questo PD propone le stesse misure, le stesse scelte di fondo che sono state la causa della situazione in cui siamo: Euro, Europa, Nato, assenza di politiche forti e innovative per uno sviluppo del Paese che crei lavoro vero, per tutti. Questa non credibilità della ricetta PD, al di là dei giochini che si faranno in queste settimane, e giorni e ore a venire, pone a noi comunisti, a tutti i comunisti, a tutta la sinistra di classe, l’obbligo di unirsi in un fronte grande, che abbia indirizzi popolari e di sinistra chiari, che mostri, come diceva il compagno Ziroli, che esiste per la parte debole della società italiana che non vuole arrendersi, una forza di riferimento. Qualcuno a cui rivolgersi sapendo che non sarà il solito gestore delle menzogne che con qualsiasi veste dice sempre che ci si penserà, che va tutto bene, e che tutto fa meno che occuparsi davvero dei più deboli. Tutto fa meno che indicare analisi e soluzioni. Ecco perché – conclude Giacomo De Angelis – queste nostre feste, questi momenti pubblici di confronto, noi li concepiamo come assemblee aperte a cui tutti voi, cari compagni e compagne, cari cittadini, siete chiamati a confrontarvi con le nostre analisi e verificare le nostre proposte. Gli altri non sono interessati, fuggono dalle nostre indicazioni, noi comunisti, invece, siamo qui che partiamo dai problemi della lavoro, dell’ambiente, del nuovo sviluppo da offrire al nostro Paese. Sosteneteci, aiutateci a dare vita a questo fronte largo perché la risposta o la offriamo noi comunisti o non verrà da altri.”

Comitato regionale del Lazio – Sezione di Aquino (FR) Comunicato, Frosinone, 12 agosto 2019

 

 

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PCI. Assemblea Nazionale, documento conclusivo

  • Pubblicato in Partiti

Alboresi manifestazione 350 minNel pomeriggio di sabato e la mattina della domenica 14, si è sviluppato un intenso e qualificato dibattito. Ricco di contributi che hanno rafforzato e sostenuto convintamente la proposta del Segretario del PCI, Mauro Alboresi, per un appello verso un Fronte per l’unità dei comunisti, ritrovata sulla base di una cultura politica affine, e l’insieme della sinistra di classe. L’unità dei comunisti entro un fronte della sinistra di classe, politica e sociale,- che è e resta l’obbiettivo del PCI - , che in funzione di ciò lancia un appello a tutte le forze che non si rassegnano alle condizioni date, consapevoli che oggi più che mai è di ciò che c’è bisogno. L’unità nella diversità è la risposta, dice nel suo tratto finale l’appello.  ...

....vai al testo integrale

Appello per l’unità comunista entro un fronte della sinistra di classe
L’esito delle politiche affermatesi nel nostro paese in questi ultimi decenni all’insegna della cultura liberista, dell’austerità, politiche alle quali si sono assoggettati il centrodestra ed il centrosinistra, è sotto gli occhi di tutti: sempre più poveri, insicuri, soli. Le speranze di cambiamento che in tanti, anche nel mondo del lavoro, hanno riposto nei confronti della Lega e del Movimento Cinque Stelle, che hanno portato all’affermazione del governo Conte, nonostante risultino largamente disattese, si traducono oggi in un crescente consenso tributato al partito di Salvini. Gli equilibri politici che vanno affermandosi, sempre più orientati a destra, gettano una pesante ipoteca, da tanti punti di vista, sul futuro del nostro Paese, che è e resta profondamente immerso nella propria crisi finanziaria, economica, sociale. Una crisi che su tale piano, pur con rilevanti differenze, ha investito anche tanta parte dell’Europa, che nell’ambito della conclamata crisi strutturale del sistema capitalista, nella ridefinizione degli equilibri geopolitici determinatasi a seguito del processo di globalizzazione affermatosi all’insegna della concentrazione del capitale finanziario, paga il prezzo più alto. Un Paese, il nostro, che evidenzia anche una profonda crisi etico/morale e, in un evidente rapporto di causa/effetto, una altrettanto profonda crisi politica. Le forze comuniste, le forze della sinistra di alternativa, hanno registrato nel tempo, segnatamente in questi ultimi anni, emblematiche le recenti tornate elettorali, il proprio progressivo arretramento, la propria crescente marginalità. Se da oltre un decennio le prime sono escluse dal Parlamento, è assai probabile che con le prossime elezioni politiche, per tanti inevitabilmente anticipate data la conflittualità interna al governo, anche le seconde ne siano escluse. E’ tempo di ricostruzione, è tempo di unità. Come PCI siamo fermamente convinti della necessità di un soggetto capace di tenere assieme la critica agli assetti fondanti del capitalismo, di proporre un’alternativa di sistema, e contemporaneamente di promuovere una opposizione di classe la più ampia ed unitaria possibile. Una opposizione che ponendo al centro la questione della pace e del disarmo, dell’uscita dell’Italia dalla NATO, della lotta all’imperialismo ed al neocolonialismo, della rottura con questa Unione Europea, dell’affermazione della Carta Costituzionale, promuovendo un ampio ciclo di lotte volto a cambiare i rapporti di forza, si proponga come alternativa credibile agli occhi del blocco sociale assunto a riferimento, a partire dal mondo del lavoro, determinando in tal modo le condizioni per il superamento della propria crisi. Siamo convinti della necessità di una opposizione che abbia quale suo asse centrale l’unità dei comunisti, ritrovata sulla base di una cultura politica affine, e l’insieme della sinistra di classe. L’unità dei comunisti entro un fronte della sinistra di classe, politica e sociale, è e resta l’obbiettivo del PCI, che in funzione di ciò lancia un appello a tutte le forze che non si rassegnano alle condizioni date, consapevoli che oggi più che mai è di ciò che c’è bisogno. L’unità nella diversità è la risposta. La Segreteria nazionale del Partito Comunista Italiano

Scarica il testo integrale del documento conclusivo, clicca sul link che segue 

Files:
PCI. Assmblea di Bolsena luglio '19. Documento finale
(0 voti)
Data 2019-07-16 Dimensioni del File 197.46 KB Download 13 Scarica

 

 

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PCI. Assemblea Nazionale di Organizzazione

  • Pubblicato in Partiti

pci cantiereaperto Bolsena 350 minAssemblea Nazionale di Organizzazione Bolsena 13-14 luglio 2019
Decine, centinaia, i partecipanti e le partecipanti alla Assemblea Nazionale di Organizzazione che il Partito Comunista Italiano, come da decisione del Comitato Centrale del Partito, ha indetto per il 13 e 14 luglio a Bolsena in provincia di Viterbo. Dalla Val d’Aosta al Veneto, dal Friuli alla Toscana, dall’Umbria alla Sicilia, dall’Emilia Romagna alla Calabria, eppoi la Liguria e il Lazio e la Campania e le Marche e la Puglia, insomma tutta l’Italia è rappresentata in questo “Cantiere Aperto” che – come evidenziato dalle parole della relazione del Segretario del PCI, Mauro Alboresi, - “non è un punto di arrivo, anzi è una sorta di punto di partenza del percorso utile a due finalità: ricostruire il Partito Comunista Italiano, creare un Fronte Comune nell’area dei comunisti, della sinistra di classe, per agire in un modo chiaro e possibile, senza imposizione alcuna, cioè l’Unità nella diversità. Unità del Fronte sulla analisi, sulle proposte, sulle iniziative politiche; diversità nel rispetto reciproco delle distinzioni soggettive e organizzative quale è ad oggi la fotografia della realtà di riferimento sociale e politico dell’ampia sinistra di classe, comunque presente nel Paese.”

Una Assemblea come questa, lo ha ricordato il segretario Alboresi, non si convoca tanto per farla. Anzi, proprio perché “essa è chiamata a verificare dopo il primo anno di vita dal Congresso che ha deciso la ricostruzione del PCI, deve fare i conti con limiti, ritardi, lentezze. Quindi, dove necessario, senza intervenire sulla linea politica che, semmai, dopo gli ultimi mesi e gli esiti delle prove elettorali confermano le nostre analisi e le nostre proposte messe in campo, ha però il dovere di ritoccare, cambiare, modificare e superare alcune strutturazioni che abbiamo messo in piedi a livello gestionale e organizzativo.” Tutti questi chiari obbiettivi, l’Assemblea, secondo Mauro Alboresi, deve riuscire a darne soluzione con sintesi pratica, di lavoro politico da svolgere quotidianamente in ogni parte del Paese, mettendo a propria base l’analisi di fase che stiamo attraversando. “Ad esempio, il dopo voto, amministrativo ed europeo – dice il segretario comunista – ha conseguenze rilevanti. La rappresentanza nella UE, nelle scelte politiche, economiche, sociali, restano in capo agli stessi che hanno determinato la situazione di grave crisi irrisolvibile perché al servizio del capitale e del liberismo spezzo rappresentato dagli USA e dalla NATO. Solo che questi stessi rappresentanti ora sono anche soggettivamente più deboli: vale per l’ala liberale/liberista/conservatrice, così come per l’ala socialdemocratica/pseudo centrosinistra (dove è anche il PD, nda). Purtroppo a tale debolezza ha corrisposto anche un arretramento delle forze comuniste e della sinistra di classe. La gravità di tutto ciò, ha come ricaduta nel nostro Paese, ad esempio, - continua Alboresi – nella continuazione dell’attacco ai lavoratori da parte del padronato e delle forze di governo, così come nell’assalto ulteriore alla prima parte della Carta Costituzionale. Ciò perché, la ripercussione elettorale sul governo ha cambiato i rapporti di forza di una alleanza già deleteria. Ora è la Lega che detta legge. Ora è l’astensionismo che continua ad essere vincente nel confronto elettorale. Questo è restringimento della democrazia, per questo ci si permette da parte della destra, di accelerare nel disegno di tagliare ulteriori spazi alla presenza di rappresentanze alternative al sistema capitalistico.”

Poi, Mauro Alboresi continua: “due i compiti essenziali che abbiamo come comunisti: da un lato la critica frontale al governo per sfruttare le contraddizioni proprio interne al governo, come sull’Europa, come sulla flat tax, come sul decreto sicurezza bis, sull’immigrazione. Dall’altro essere presenti, assumere iniziativa politica quotidiana per parlare ai cittadini della nostra proposta che è contro l’erigere muri contro l’immigrazione, che vuole invece governare i processi, che raggiungere integrazione a partire dal realizzare diritti di tutti i lavoratori, siano essi immigrati che nativi. Non sappiamo – aggiunge il segretario – se intanto che noi ripartiamo con una scossa e con una proposta che poi avanzerò, la fase ci condurrà ad un appuntamento elettorale anticipato. Ma dobbiamo sapere che il sommovimento che c’è stato, e quanto c’è in campo a livello di contenuti e di contraddizioni, fanno in modo che a noi spetta, e dobbiamo raccogliere come sfida, l’azione politica di risolvere le scomposizioni che ci sono in atto e che potrebbero continuare sia nell’area delle forze ora al governo che quelle presuntivamente all’opposizione. Noi abbiamo un bagaglio di proposte, un progetto che già risponde alternativamente a chi in modo soggettivo o improprio cerca di dare la stessa risposta subalterna alla crisi UE, al dilagare delle scelte politiche ed economiche imposte dalla NATO. Noi proponiamo l’idea di Europa dal Portogallo agli Urali. Noi proponiamo l’azione attiva dell’internazionalismo comunista. Noi che siamo contro il Governo Conte ci spendiamo per creare rapporti sociali e politici unitari partendo dal dettato costituzionale. Il nostro più stato meno mercato, trova ormai molte adesioni che vanno oltre il campo comunista e perfino oltre la sinistra di classe. Cercare l’unità con altri soggetti comunisti e della sinistra dimostriamo nei fatti che è fasulla l’accusa di taluni che vorrebbero dipingerci come settari. Il settarismo non è una nostra scelta né un tratto culturale nostro. Anzi è vero il contrario che forte è la nostra propensione a vivere l’attuale stato del partito che è fatto di moti militanti ma non ancora di massa, ad avere proprio questa impostazione come scelta, come aspirazione da raggiungere in tempo dato. Per questo – aggiunge Alboresi – l’altra questione fondamentale quella del lavoro, come abbiamo detto valutando la proposta del cosiddetto decreto dignità, è altro banco di prova unitario possibile. Infatti mentre il governo non ha voluto recepire nulla della nostra proposta e quindi non ha migliorato nulla del decreto iniziale, le forze comuniste e della sinistra di classe hanno l’opportunità di svolgere un maggior protagonismo nel campo del welfare e delle lotte e dei movimenti in corso. La nostra volontà di adeguamento dell’organizzazione agli obbiettivi che il congresso ci ha messo a disposizione passa anche, e soprattutto, proprio nella caratterizzazione del Partito. Come forza inclusiva, proprio come modo di esistenza del PCI. A cominciare dai luoghi di lavoro e di studio, oltre che territoriali. La proposta di un appello alle forze che per cultura politica affine ai comunisti e alla sinistra di classe, un appello capace già di mostrare la propria forza unitaria nel momento in cui viene diramato e sottoscritto da soggetti, intellettuali, è una delle risposte che stiamo mettendo in campo. Lavoriamo e siamo fiduciosi affinchè la sinistra ampia aderisca ed utilizzi questa iniziativa come strumento che contrapponga alla deriva di destra e alla non alternatività della risposta del PD, come modo per attivare un nuovo protagonismo delle forze del lavoro e dei diritti.”

Quindi, passando alle questioni proprie delle risposte organizzative da risolvere, il segretario comunista, nel merito, ha esposto alcuni temi di riflessione e proposta: ”Dobbiamo fare i conti con alcuni nostri limiti. Come quelli del funzionamento di alcuni dipartimenti. Sia perché forse è meglio strutturarli in modo meno decentrati, sia per le modalità di funzionamento stesso. L’insufficienza della gestione di alcuni argomenti. L’insufficienza della territorialità, il rapporto centro territori. L’insufficienza della presenza. Dobbiamo adottare la politica degli obbiettivi da perseguire. Non stiamo qui per costruire un partito di quadri, chi ha compreso questo ha errato. Noi stiamo costruendo un partito che ha l’ambizione di perseguire, certo col tempo moderno degli strumenti da mettere in campo, un partito comunista di massa. Per questo la nostra volontà unitaria è forte. Perché anche quando assumiamo le politiche delle alleanze, non lo facciamo col pensiero che il momento elettorale sia un fine, ma un mezzo. Per questo assumiamo su di noi la cultura politica che era già del PCI storico, che pure in presenza di una forza importante (come fu il PCI con oltre il 30% dei consensi, nda) non rinunceremmo ad una proposta unitaria alle forze culturali affini, perché non pensiamo di essere depositari di tutte le verità. Infine – chiude Alboresi – sottopongo alla vostra attenzione la necessità di risolvere le questioni di rapporto funzionamento tra dipartimenti, regionali e federazioni; così come valuto necessaria la costituzione di un ufficio elettorale per gli adempimenti politici e regolamentari che nel percorso della nostra presenza ed iniziativa politica sicuramente incontreremo nel tempo.”

A pochi minuti dalla conclusione della relazione di Mauro Alboresi, sommerso da applausi non di rito ma di adesione convinta, la presidenza annuncia che i lavori proseguiranno subito dopo il pranzo e che le richieste di intervento già erano decine e decine. A Bolsena i comunisti discutono e scelgono. Preparando risposte utili per il Partito Comunista Italiano, ma anche e soprattutto per la sinistra più ampia per tutti i comunisti, in ragione della proposta sintetica: unità nella diversità.

 

 

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Il PCI frusinate a tutti i parlamentari del territorio

  • Pubblicato in Partiti

Bandiera pci 350 260Lettera aperta ai rappresentati della nostra provincia in Parlamento.
Dall'analisi dei dati dell'ultima pubblicazione del Sole 24 ore sulla situazione socio-economica della nostra provincia si evidenzia la drammatica situazione nella quale versa. Basta elencarne solo alcuni per rendersi conto che la provincia di Frosinone sta assumendo caratteri sempre più simili alle aree depresse delle province del meridione.

Dal 2008 ad oggi, le retribuzioni dei lavoratori sono diminuite dell'1,92% con una conseguente perdita del potere d'acquisto dei salari. Ma se analizziamo le dichiarazioni dei redditi relativi al 2017, la situazione è ancora più drammatica in quanto gli stessi registrano una diminuzione del 2,89% attestandosi su una media di 22.242 euro a dimostrazione che anche i redditi da lavoro autonomo sono in netta diminuzione. A ciò vanno aggiunti i dati relativi agli iscritti ai centri per l'impiego che risultano essere 122.000 con un tasso di disoccupazione che si attesta al 16,6%, 6 punti in più della media nazionale e, all'interno di questo, il dato più drammatico è il tasso relativo alla disoccupazione giovanile che nella nostra provincia si attesta al 47%. Un dato che non offre nessuna prospettiva di futuro ai nostri giovani e ai quali non resta altro da fare che emigrare; siamo tornati agli anni cinquanta!

Con un tasso di inattività del 41% uno dei più alti d'Italia, e la registrazione di un aumento record dei contratti a intermittenza balzati a +164% dimostrano che nella nostra provincia la precarietà è esplosa con riflessi devastanti dal punto di vista della tenuta sociale. Noi comunisti chiediamo a tutti i rappresentanti della nostra provincia in Parlamento di farsi carico di questa situazione in virtù del risultato elettorale conseguito alle elezioni del 4 marzo.I cittadini ciociari hanno diritto di sapere cosa e quali istanze avete rappresentato in Parlamento considerato che la maggioranza di voi, tranne qualcuno, si trova a condividere esperienze di governo. Ci aspettiamo da ognuno di voi un report sulla vostra attività parlamentare, perché abbiamo come la sensazione che dopo il 4 marzo siate spariti.Noi comunisti proponiamo,proprio in virtù del fatto che molti di voi siete stati eletti in formazioni politiche oggi al governo del paese, una piattaforma per il rilancio sociale ed economico della nostra provincia. Per non perdere la faccia, bisogna mettercela la faccia!
Aspettiamo con ansia una vostra risposta.

Bruno Barbona Oreste Della Posta

 

 

 

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