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Ciao, Quarto Trabacchini

RICORDARE QUARTO TRABACCHINI

Una figura rappresentativa della politica e della sinistra viterbese

quarto trabacchini 370 minL'11 giugno 2021 ci lascia Quarto Trabacchini. Siamo stati impegnati, lui ed io, nel PCI del Lazio negli anni che vanno dal 1965 al 1990. Lui a Viterbo ed io a Frosinone. Lo ricordo con affetto e stima e sento dovergli testimoniare questi miei sentimenti parlando di lui in queste pagine di UNOeTRE.it.
Una passione, vera, lo animava per l'attività del Partito Comunista e per far conoscere a tutti la sua politica e per intervenire sempre nei problemi sociali più rilevanti e delicati con le proposte comuniste.
Oggi mi piace e riportare come testimonianza la valutazione che il PD di Viterbo da dei suoi impegni e del suo operato. (Ignazio Mazzoli)

Così ne parla la Federazione del Partito Democratico di Viterbo di Quarto Trabacchini, deceduto nel pomeriggio dell'11 giugno, “Un punto di riferimento in settori cruciali dove in gioco c’era il ruolo dell’Italia”

«Ieri sera ci ha lasciato Quarto Trabacchini. La notizia della sua scomparsa ci addolora e ci rattrista profondamente. Con lui se ne va una delle figure più rappresentative della politica e della sinistra viterbese.

La sua esperienza politica e istituzionale è tutta inscritta dentro la vicenda del Partito Comunista Italiano e delle sue evoluzioni successive fino all’approdo nel Partito Democratico.

Nei primi anni ’70 del secolo scorso fu a lungo segretario provinciale della Federazione giovanile comunista italiana promuovendo la crescita di quella generazione che, successivamente, assunse i ruoli principali di direzione politica del partito. Nel 1980 divenne segretario della Federazione del Pci di Viterbo, succedendo ad Oreste Massolo, e mantenne questo ruolo fino al 1987 e, durante questo mandato, nel 1985, venne eletto consigliere comunale nella città capoluogo.

Dal 1987 al 1994 è stato deputato per due legislature durante le quali ha svolto la sua attività come membro della commissione difesa della camera dei deputati. Successivamente ha proseguito la sua collaborazione con la direzione nazionale del partito sui temi della difesa e della pace, restando un punto di riferimento importante per l’elaborazione delle politiche in settori particolarmente cruciali dove in gioco c’era il ruolo dell’Italia, la coerenza con il dettato costituzionale e l’identità di una moderna forza della sinistra italiana ed europea.

Quarto Trabacchini era un uomo limpido e schietto. Ha fatto con determinazione le sue battaglie senza mai tirarsi indietro ma nel più profondo rispetto verso le idee degli altri e nella convinzione che solo la dimensione collettiva della politica poteva consentire di raggiungere crescita e emancipazione. Poteva sembrare brusco e scontroso, ma la sua era soltanto semplicità e bisogno di essere diretto. Anche perché, ciò che tutti noi ricordiamo e ricorderemo è la sua straordinaria umanità, che emergeva sempre, in ogni circostanza.

E’ con profondo affetto che inviamo le nostre più sentite condoglianze alla famiglia e a tutti coloro che gli hanno voluto bene.

Federazione Partito Democratico Viterbo»

fonte: Tusciaweb.eu

 

 

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Jasmine Cristallo: Pci, sinistra e molto altro

NADEIA DE GASPERIS HA INTERVISTATO JASMINE CRISTALLO

jasminecristallo ViaggiNews.com 390 minJasmine Cristallo, nata a Catanzaro, portavoce del Movimento delle Sardine e referente del movimento “Sardine Calabria” è da sempre attiva in difesa dei diritti civili. Tra le sue battaglie più sentite, quella in difesa del Mezzogiorno. Ha avuto numerose esperienze sul campo nell’ambito della cooperazione e del terzo settore. Nel 2019 ha ideato e coordinato la rivolta dei balconi contro Salvini, ossia la protesta dei drappi appesi ai balconi della città per prendere le distanze dal leader della Lega, una manifestazione che ha avuto risonanza in tutto il Paese.
Dall’intervista che le ho rivolto emerge la necessità di una politica che ribadisca la centralità, la difesa e l’attuazione della Costituzione e dei valori in essa contenuti. Il recente incontro avuto al Nazareno con il neopresidente Letta esprime l’esigenza di portare la sua voce di donna di sinistra, antifascista, meridionale.

Quest’anno celebriamo i cento anni della nascita del PCI. Pensa che Il patrimonio culturale del Partito Comunista Italiano si sarebbe dovuto trasferire nelle nuove formazioni progressiste e di sinistra? È avvenuta questa trasmissione?

«Perché le trasmissioni avvengono è necessario ci siano dei processi che le assecondino. Chi trasmette deve farlo attraverso atti e determinate dinamiche. Forse non si è tenuto abbastanza a quel patrimonio per poterlo tramandare e di certo non può avvenire in automatico come fosse carta carbone. Non è un meccanismo che possa innescarsi senza una partecipazione attiva e concreta da parte di chi abbia voglia di portare avanti quelle istanze. Io, avendo 40 anni, sono erede eretica e ho avuto la possibilità di entrare in contatto con persone che testimoniavano e avevano ancora chiara e limpida quella storia. I giovani ne sono orfani ed è sempre più difficile avere la possibilità di attingere a quella fonte».

La sinistra ha conservato la capacità di leggere i nuovi scenari prodotti dalla globalizzazione? Per quale nuovo panorama politico dobbiamo operare? Quale è la sua ricetta personale per uscire dalla crisi?

«Proprio per loro definizione, essendo ”nuovi”, non hanno potuto maturare quella caratteristica. La “società liquida” che aveva ipotizzato Zygmut Bauman si sta verificando in questa epoca. La sinistra ha perso la capacità di interpretare, di stare nei luoghi a essa deputati, lasciando all’incuria quelli che erano i luoghi della sinistra. Anche da parte degli intellettuali c’era un approccio diverso, penso ad Alberto Arbasino, era un approccio di natura antropologica, che richiedeva di stare in mezzo alle persone, una attenzione all’alterità che si è ridotta ad essere l’approccio di chi sta nelle torri d’avorio, di capitale, mentre nelle periferie viene a mancare una presenza che viene colmata da chi fa propaganda strumentale. Sono stati traditi i valori fondanti della sinistra con l’obiettivo di inseguire politiche neoliberiste finalizzate ad assicurare la sopravvivenza di potentati e non di trasmettere e difendere l’identità».

È possibile oggi attualizzare e rivitalizzare la lezione del PCI, dalle lotte sociali alle rivendicazioni sindacali, a fronte dei cambiamenti sociali e della diversa coscienza politica popolare? E con quali mezzi?

«È un’altra epoca, il PCI ha una storia eccezionale, letteralmente parlando, ha fatto storia e lo ha fatto seriamente. Abbiamo avuto persone del calibro di Gramsci, Togliatti, Berlinguer, che hanno dato lezioni di politica, una eredità importante che nel presente non ha avuto riscontri e ciò che meritava in termini di cura dei saperi e delle attitudini».

Alla luce del recente incontro con il neo-segretario del Pd, Letta, come giudica l’impegno della attuale sinistra verso le questioni di genere? Perché la crisi del PD riguarda tutte le forze democratiche?

«Parlerei di “Centro sinistra” e non di sinistra. Non ho mai fatto mistero di provare stima nei confronti di Letta. Mi rendo conto che il PD, il centro sinistra in genere, ha testimoniato di avere una grave carenza per quanto concerne l’equità di genere. Sono convinta della buona fede di Letta che rileva la assenza di cariche femminili nei ministeri o in quei luoghi che platealmente non vengono affidati alle donne, ma la questione di genere e la sua equità non è una cosa che ci si inventa dalla mattina alla sera. Letta raccoglie una eredità, e non penso che si possa pretendere di mettere ordine dove non c’era. Auspico che costruisca una nuova classe dirigente che abbia caratteristiche idonee ad affrontare seriamente la questione. Non ha senso attribuire incarichi alle donne per mera rivendicazione di genere. Moltissime donne nel tempo hanno testimoniato questa mancanza. In un articolo dedicato a Gramsci, e alla sua attitudine ad affrontare la questione delle donne, Teresa Noce, una delle 21 madri costituenti della Repubblica Italiana, racconta della abitudine di Gramsci di andare a casa di amici e lavare i piatti alla fine della cena.
Anche pensando alla Resistenza, visto che siamo così vicini alla data della sua celebrazione, vorrebbero far passare l’idea farlocca che le donne della Resistenza abbiano avuto solo ruoli di cura o materni. Invece quelle donne hanno ricoperto ruoli politici, attivi».

Lei si definisce una donna di sinistra, antifascista. Tra recrudescenze antisemite, odio sociale, violenza di genere, verso gli immigrati e qualsiasi diversità, per quale nuova società dovremmo lavorare?

«Basterebbe provare ad attuare la Costituzione. Penso alla bellezza dell’ articolo 3 e all’importanza del 27, penso al giustizialismo spinto del nostro Paese, a tutta la prima parte sui diritti e alle integrazioni successive. La Costituzione è antifascista per sua natura e in essa sono insiti tutti gli strumenti per opporsi alla deriva razzista e fascista a cui stiamo assistendo.
La società per cui dovremmo lavorare è innanzitutto unitaria. Sono contraria alla modifica del titolo V. Abbiamo visto con la pandemia l’inasprirsi delle disuguaglianze in ogni campo, dalla scuola, alla sanità. Ciò è intollerabile.
Se penso all’art. 5 e le successive aggiunte di modifica che hanno distrutto il welfare e guardo all’Italia oggi, penso a quel un monumento al welfare voluto da Tina Anselmi, basato su tre pilastri: equità, universalità, uguaglianza. Abbiamo preso quel monumento e lo abbiamo scempiato. Lo hanno fatto governi di centro- sinistra, lo ha fatto l’aziendalizzazione degli ospedali, la perdita della medicina di prevenzione, di prossimità, di prevenzione, quella territoriale, il divario tecnologico che gli studenti hanno vissuto sulla propria pelle durante la pandemia con la didattica a distanza e la difficoltà o l’impossibilità di accesso per alcuni di loro a questa. Il centro-sinistra, per inseguire gli elettori della lega ha modificato il titolo V contro le autonomie differenziate, che non fanno che aumentare le disuguaglianze. La sinistra deve tornare a essere sinistra e occuparsi di tutto ciò che sia battaglia per la civiltà. Solo così si scongiurano rigurgiti fascisti, razzisti, omofobi, ecc.
Lo aveva teorizzato Umberto Eco, che nel suo saggio “il fascismo eterno” ci ammoniva di stare all’erta rispetto ad alcuni sintomi che potevano essere prodromi del fascismo
“il Fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l'indice su ognuna delle sue nuove forme - ogni giorno, in ogni parte del mondo." (Umberto Eco)».

 

 

 

 

 

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1921-1991 70 anni di PCI

PCI CENTANNI. Raccolta

Dal Partito Comunista d'Italia di Livorno gennaio 1921 - Al Partito Comunista Italiano di Rimini gennaio 1991

di Donato Galeone*
d.galeone microfono 350 minDa 100 anni conosciamo che dal 15 al 21 gennaio 1921 nella città di Livorno i “compagni scissionisti” guidati da Amedeo Bordiga abbandonavano il Teatro Carlo Goldoni - sede del XVII Congresso del Partito Socialista Italiano - si riunivano nel vicino vecchio Teatro San Marco della stessa città e fondavano il Partito Comunista d'Italia.
Accoglievano, dopo una settimana di scontri e confronti, la sollecitazione della Internazionale Comunista, costituita nel 1917, con le scelte delle tesi perentorie deliberate dal Congresso di Mosca - nel mese di luglio 1920 - che prevedevano, innanzitutto, il “cambiamento del nome al partito e a ripudiare, come controrivoluzionari, tutti i compagni di lotta che credevano nel socialismo ma non nella rivoluzione”.
Condividere quelle scelte dettate da Mosca, tanto inaccettabili quanto estranee alla tradizione che caratterizzava il socialismo italiano significava, per l'Italia, il non consolidare ma bloccare le riforme sociali e del lavoro, mirate al cambiamento del Paese che ne aveva urgente bisogno sia per le attese occupazionali che per le tensioni sociali tanto nelle fabbriche quanto nelle campagne in sofferenza del dopoguerra 1915-18.
Mentre si doveva contrastare la presenza, violenta, dei Fasci di Combattimento verso una politica autoritaria totalizzante di destra, da Mosca arrivava, ai partiti comunisti, altra tassativa disposizione - scrive Luigi Troiani - di considerare i socialisti e popolari che aderivano al metodo democratico come i “rinnegati e nemici del popolo”.
Non casualmente ma ben mirata - dopo pochi mesi dalla la scissione del PSI e la costituzione del Partito Comunista d'Italia - veniva organizzata la “marcia di Mussolini su Roma”.
Ho sempre pensato che le condizioni proposte e provocatorie di Mosca - documentate e riscontrate nelle giornate livornesi di oltre metà gennaio 1921 se pur definite storicamente vivaci e ideologicamente precostituite tra compagni“riformisti e rivoluzionari” - risucchiavano secoli di pensieri e azioni congiunti tanto a criticità quanto a lotte dei lavoratori di tutte le razze e sfruttati in tutte le latitudini del mondo.
Da quel Congresso di Livorno, per l'Italia, non venne rilevata, neppure, un segno di solidarietà verso i lavoratori emarginati dai padroni nelle fabbriche e oppressi dai rapporti agrari di lavoro nelle campagne.
Sul Congresso socialista e la prevista scissione di Livorno anche per gli stessi padri fondatori del Partito Comunista d'Italia era voluta e attesa nella data del 21 gennaio 1921 conoscendo che - già il 19 gennaio - Amedeo Bordiga così dichiarava: “ noi ci sentiamo eredi di quell'insegnamento che venne da uomini al cui fianco abbiamo compiuto i primi passi (il PSI) e che oggi non sono più con noi. Noi se dovremo andarcene, vi porteremo via l'onore del vostro passato”.
E Antonio Gramsci pur con tre anni di ritardo scriveva testualmente e chiaramente sul giornale Ordine Nuovo, nel 1924, che “fummo, bisogna dirlo, travolti dagli avvenimenti, fummo senza volerlo, un aspetto della dissoluzione generale della società italiana.....avevamo una consolazione alla quale ci siamo tenacemente attaccati, che nessuno si salvava, che noi potevamo affermare di avere previsto matematicamente il cataclisma” (l'ascesa del fascismo).
Osservo, anche, che nel 1922 sembrava prendesse corpo l'ipotesi di un accordo politico tra i “popolari e socialisti”. Quell'accordo - forse - avrebbe fatto cambiare rotta alla storia italiana, così come la unità di azione sindacale tra la Confederazione Generale del Lavoro, guidata da Ludovico D'Aragona (socialista) - con le Leghe rosse - e la Confederazione Italiana del Lavoro, guidata da Achille Grandi (popolare) - con le Leghe bianche - avrebbe potuto bloccare l'avanzata del Sindacato fascista.
Volutamente intendo saltare, in quanto fuori tema, la clandestinità del Partito Comunista d'Italia e delle altre formazioni politiche e sociali, costretta dal ventennale dittatoriale fascista e la sofferta seconda guerra mondiale, fino a settembre 1943, con l'armistizio e la lotta di liberazione nel CLN del dopoguerra - dal 25 aprile 1945 - con il libero associazionismo di partito e le libere iniziative politiche territoriali della DC,PCI,PSI già nel maggio 1944 - con il “Patto di Roma” - quelle le tre correnti: democratica cristiana, comunista e socialista ricostruivano il Sindacato dei lavoratori nella CGIL, mentre si organizzavano sia il “referendum monarchia o repubblica” che la elezione parlamentare assembleare per la elaborazione e approvazione della nuova Costituzione italiana.
Come richiamato storicamente anche da Alessandro Mazzoli, partendo dal 1926, il Partito Comunista d'Italia tra marxisti e leninisti ebbe una storia “complessa e travagliata” quale sezione della Internazionale Comunista negli anni venti e trenta e fino al ritorno alla legalità, nel 1943, allorquando, cambiò nome in Partito Comunista Italiano (PCI) rivendicando una propria autonomia nazionale, mentre nel Partito Socialista Italiano (PSI) si riconoscevano i socialisti democratici ed i socialisti massimalisti, rivoluzionari liberali e di terza via che alle elezioni politiche del 18 aprile 1948, per il Parlamento della Repubblica, costituirono insieme un “Fronte Popolare”. Quell'intesa politica frontista tra PCI-PSI veniva rotta, nel 1956, dopo i fatti di Ungheria pur osservando che quel PCI del 1945, con Togliatti, proponeva di volere seguire la via italiana democratica per il comunismo ed a fine secolo scorso, con Berlinguer, i comunisti italiani miravano verso l'eurocomunismo.
Ma anche in presenza del progetto Corbasciov che collassò con l'Unione Sovietica e poi con la caduta del Muro di Berlino, nel 1989, lo stesso Occhetto dirigente comunista – confrontandosi a Bruxelles con dirigenti socialisti – affermava che non poteva aderire alla cultura del socialismo europeo perché, per lui e per tanti altri comunisti, soltanto un impegnato e straordinario Congresso del PCI doveva cambiare il suo storico nome.
A Rimini l'ultimo Congresso del PCI si apriva il 31 gennaio 1991 e la mozione congressuale di Achille Occhetto risultava vincente: nasceva il Partito Democratico della Sinistra(PDS).
Concludo questa mia riflessione sui 70 anni del Partito Comunista Italiano (PCI) e da approfondire sia nei contenuti politici e sociali proposti negli anni che nei rapporti con le Organizzazioni sindacali dei lavoratori.

Roma, 10 aprile 2021

Una inevitabile riflessione di Donato Galeone. Integrale

A margine delle mie riflessioni sui 70 anni del PCI mi sono riproposto due domande - spesso - ripetute e ascoltate da tantissime persone, ancora di più, in questi ultimi 30 anni:
 perché il nostro Paese che ha inventato il fascismo sia come ideologia che come pratica di Governo e al tempo stesso ha prodotto il più vasto e autorevole Partito Comunista europeo?
 perché l'Italia presenta la più ampia area di populismo elettorale tra le democrazie occidentali con le contraddizioni aggiuntive che si esprimono sia nelle compagni di Governo che nelle opposizioni?

Mi appare probabile e possibile il richiamo a quanto ho voluto ricercare: dai comportamenti politici veri e storicamente che avvengono e che viviamo anche nella indifferenza tra giovani e meno giovani.

E' nei fatti che il 15 dicembre 1991 - dopo 70 anni dalla storica scissione di Livorno - confluivano dal PCI in Rifondazione Comunista le correnti comunismo, eurocomunismo, socialismo verde, socialismo democratico, socialismo del XXI secolo e altre componenti auto definite di sinistra.
Nel 1995 la Rifondazione Comunista si scinde per dare vita al MCU (Movimento Comunista Unitario) che il 14 febbraio 1998 sarà tra i cofondatori dei Democratici di Sinistra (DS).

Nel 2007, ancora, da Rifondazione Comunista nasce Sinistra Critica e nello stesso anno anche il Partito Democratico (PD) costituito da un ramo dei Democratici di Sinistra (DS) che si unisce in matrimonio con la cosiddetta “Margherita”(componenti cristiani democratici, cattolici democratici, cristianesimo sociale).

Osservo, quindi, con notevole disagio, che nel decennio, dal 2008 al 2019, le nascite e le scissioni si possono contare oltre le cinque dita della mano considerando che nel 2008 dalla fusione di 4 partiti nasce “Sinistra Arcobaleno” da rifondazione comunista, comunisti italiani, federazione dei verdi e sinistra democratica); nel 2009 SEL – Socialismo ed Ecologismo fondato dalla confluenza del partito socialista italiano (2007), movimento per la sinistra, sinistra democratica e federazione dei verdi; avviene la prima scissione nel PD il 31 ottobre 2009 con Rutelli e la nascita di “Alleanza per l'Italia”; nel 2012, fallita la trattativa con il centrosinistra viene lanciato un cartello elettorale “Rivoluzione Civile” al quale aderiscono Italia dei Valori, comunisti italiani, movimento arancione, nuovo partito di azione; la seconda scissione nel PD il 2015 con la nascita, di un partito e un gruppo parlamentare che Giuseppe Civtati si definisce “Possibile”; il febbraio 2017 si presenta più scissionista: a Rimini si svolge il Congresso fondativo di “Sinistra Italiana (SI) e con la terza uscita dal PD, promossa da Bersani ed altri, nascono il “Movimento Democratico Progressista (Mdp) e LeU”; nel 2019, il 6 a Bologna si svolge il primo Congresso nazionale di Articolo 1-MDP” - ribattezzato “Articolo Uno” - e il 16 settembre stesso anno, Matteo Renzi lascia il PD e costituisce “Italia Viva”.

 

*Donato Galeone, sindacalista della Cisl. Già Segretario generale della Cisl Frusinate e di quella regionale del Lazio

 

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Schietroma: "si sente la mancanza di un partito di massa come il PCI"

PCI CENTANNI 

Intervista a Gian Franco Schietroma della segreteria nazionale del PSI

di Serena Galella
GFSchietroma 350 minPer i 100 anni del PCI la redazione ha pensato di sentire alcune personalità della scena politica ciociara e tra questi, Gianfranco Schietroma è senza dubbio una voce autorevole che abbiamo il piacere di presentarvi, con questa intervista. Nato nel 1950, è un politico italiano. È stato segretario nazionale del Partito Socialista Democratico Italiano dal 1995 al 1998, sottosegretario di Stato alle Finanze nel primo governo D'Alema e all'Interno nel secondo governo Amato.

Ho avuto modo di conoscere la famiglia Schietroma, quando ero una bambina, perché i nostri padri erano impegnati negli stessi anni e in differenti schieramenti, nella vita politica della città di Frosinone.
Ma soprattutto le nostre madri erano grandi amiche. Per me che ero una bambina vivace e affettuosa, Marina Schietroma era il sinonimo di piacevolezza e ogni volta che veniva a casa era una festa.
In nome di questo vero affetto che ha unito le nostre famiglie ho chiesto alla redazione di poterlo contattare e ho avuto il piacere di sentirlo.
Gianfranco, si potrebbe definire figlio d’arte, il suo papà Dante Schietroma fu Ministro della Repubblica ed anche nella famiglia Carboni, della sua mamma, ci sono stati due deputati. Egli da quando ha intrapreso la carriera politica è stato impegnato in un'infinità di incarichi importanti e prestigiosi, da ultimo, ora, è membro della segreteria nazionale del PSI.
Sono grata a Gianfranco e a sua sorella Lucia che hanno risposto con grande affetto alla mia richiesta.
Queste le domande che la redazione ha formulato per l’occasione e ho il piacere di consegnarle a voi con lo stesso garbo con il quale lui le ha inviate a me.
Con un grazie corale della redazione di UNOeTRE.it e il mio personale, di vero cuore.

 Le domande e le risposte

Che cosa ha significato il PCI e poi la sua cancellazione per la storia del nostro Paese?
- Diceva il mio maestro politico, Giuseppe Saragat: “Non dobbiamo mai dimenticare il contributo che i comunisti hanno dato con il sangue dei loro militanti alla lotta contro il fascismo e il nazismo”. Aggiungo inoltre che, indubbiamente, si sente la mancanza di un partito di massa, come il PCI, il cui forte radicamento territoriale ed il significativo ruolo di rappresentanza di tanti lavoratori sono stati di grande importanza per il nostro Paese.

Per quale motivo la sinistra di questo secolo ha ritenuto, forse acriticamente, che la globalizzazione sarebbe stata una grande occasione di progresso, cedendo ad una cultura liberista democratica?
- La globalizzazione è un fenomeno ineludibile, che non si può fermare, ma che può e deve essere governato, cosa questa che purtroppo non è avvenuta. La globalizzazione può essere l’occasione di vero progresso soltanto se le istituzioni siano in grado di salvaguardare innanzitutto i più deboli. In questo dobbiamo ammettere che anche la sinistra nel suo complesso finora è stata carente.

Che pensa del PCI nella provincia di Frosinone: è stato protagonista di lotte che hanno segnato la storia di questo territorio. Le più significative sono state quelle contadine per l’affrancazione delle terre e la presenza organizzata in alcune fabbriche più grandi. Il significato di quella esperienza ha oggi ancora un valora politico?
- Condivido senz’altro l’affermazione che il PCI nella provincia di Frosinone sia stato protagonista di lotte davvero di rilievo per la storia di questo territorio, specie in alcune grandi fabbriche e nell’agricoltura. Ricordo, a tal riguardo, l’amicizia e la stima reciproca tra mio padre Dante e il sen. Angelo Compagnoni, i quali a Palazzo Madama hanno sostenuto insieme, con forza, le giuste ragioni dei contadini. Ed è evidente che quelle esperienze costituiscono ancora oggi un significativo riferimento politico.

Cosa rimane di quella storia che ha attraversato in 100 anni la storia del Paese? È possibile oggi attualizzare e rivitalizzare quella lezione, a fronte delle trasformazioni non solo sul piano sociologico e della composizione sociale, ma anche su quello delle forme di coscienza? E con quali mezzi?
- La storia comunista è assolutamente degna di rispetto e, dunque, va preservata nel migliore dei modi. È senz’altro possibile oggi attualizzare e rivitalizzare quella lezione, anche a fronte delle trasformazioni della nostra società. Le opinioni sono diverse: c’è, per esempio, chi, provenendo dal PCI, considera prioritaria e addirittura di portata strategica l’alleanza con il Movimento 5 stelle. Mi riferisco innanzitutto al segretario del PD, Nicola Zingaretti, al quale però mi permetto di osservare che il M5s è molto distante sia dalla tradizione che dai valori comunisti e socialisti. Ma c’è anche chi, sempre provenendo dal PCI, la pensa diversamente. Ad esempio, il compagno Mario Ceccarelli, il quale, dopo aver rappresentato degnamente per ben trent’anni la tradizione comunista nel Consiglio comunale di Frosinone, ha ritenuto opportuno prendere la tessera del PSI, cioè del partito che dal 1892 è la casa madre della sinistra italiana. Del resto nel PSI le porte sono sempre aperte a tutti coloro che si riconoscono in quei valori fondamentali della sinistra inerenti alla giustizia sociale e alternativi alle destre, che hanno caratterizzato la storia dei socialisti e dei comunisti nel nostro Paese. Mario Ceccarelli ha ragione anche perché, a distanza di 100 anni, appaiono ormai superate le motivazioni che hanno determinato nel PSI la scissione di Livorno e, quindi, la storia dei comunisti e dei socialisti può e deve continuare insieme proprio nel PSI, con lo scopo di seguitare a difendere al meglio soprattutto le istanze sociali dei più deboli, cercando di superare le difficoltà e le sfide di un mondo in continuo cambiamento e fronteggiando adeguatamente le insidie della globalizzazione.

 

Serena Galella scrive anche per CiesseMagazie per il quale cura la rubrica dell'arte

 

 

 

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Noi che abbiamo conosciuto il PCI

AMARCORD

Per non dimenticare

Una poesia di Gian Piero Di Fiorebandiera pci manifestazione 390 min

 

Noi che abbiamo conosciuto il PCI

Noi che abbiamo conosciuto il PCI e lo criticavamo ogni giorno – anzi di più –

Noi che abbiamo conosciuto il PCI perché volevamo la Rivoluzione

E abbiamo scoperto la Politica

Noi che abbiamo conosciuto il PCI perché andavamo in sezione a leggere
la Poesia di Neruda e Pasolini

Noi che si rimaneva fuori la notte a discutere su come cambiare il mondo

Noi che abbiamo conosciuto il PCI perché ci hanno insegnato
che chi era al nostro fianco si chiamava compagna o compagno – poi il nome –

Noi che Paese Sera era un Sole Rosso

Noi che la bandiera rossa era il vestito della Festa (e il più povero la sventoli!)

Noi che ci siamo Innamorati alle Feste dell’Unità

Noi che sempre alle manifestazioni – c’eravamo pure il 13 giugno 1984 –

Noi che guardavamo “La Cosa” di Nanni Moretti come a un film di fantascienza
Ma invece! – eravamo noi quelli –

Noi che abbiamo conosciuto il PCI e pensavamo di aver perduto solo un partito
-invece un Paese intero! -
GDF

 

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PCI. Riflettiamo sui ricordi e su di noi

PCI CENTANNI

PCI. Un grande, indimenticabile partito. Nel frusinate avremmo potuto fare di più? Forse si

conversazione 350 minAngelino Loffredi, in questo 2021, compirà 80 anni il 2 luglio prosimo. La sua memoria ricchissima di dati e avvenimeti ed il suo intelletto assai brillante mi hanno spinto ad una conversazione con lui. Che c'è di meglio, ho pensato, che ricostrure fatti e giudizi fra due vecchi che hanno condiviso tante esperienze importanti e spesso difficili di vita politica?

 

  1. Ricordi di lotte
  2. Ricordi dal PCI
  3. Le nostre scelte
  4. Un deficit?

Ripensare le lotte di ieri

Da dove partire? Dalla stagione che abbiamo vissuto direttamente e personalmente. Una esperienza molto recente mi ha suggerito il filo conduttore: le lotte dei discoccupati per il lavoro. I ricordi vicini della Vertenza Frusinate mi appaiono ottimi suggeritori. E, mi lampeggia la loro richiesta di documentare lo stato delle aziende sorte nell'Area industriale della provincia di Frosinone. Era il novembre del 2016 quando facemmo quella ricognizione. Iniziammo il giro partendo sull'asse attrezzato dell'ASI, dall’estremità posta in territorio di Anagni attenti a non finire nelle buche, voragini, del sistema viario di quel consorzio e filmammo alcune decine di stabilimenti chiusi, ormai da tanti anni.
Che ne è stato di questa industrializzazione che esplose negli anni '70 del secolo scorso? La prima risposta che si affaccia alla mente è: un fallimento. Ma è troppo facile, specialmente se guardiamo alla lunga teoria di opifici inattivi, e semplicistica, preferisco invece riflettere sulla complessità di tale industrializzazione, all’insieme del processo, alle speranze che alimentò, alle forze che lo guidarono, a chi si oppose e più in generale ai rapporti di forza fra le diverse visioni in campo.

Giro la domada a Loffredi. Che cosa ne resta oggi? Solo quella che una volta era semplicemente la Fiat di Piedimonte Svalledelsaccoallariscossa 350 min. Germano o per ulteriore semplificazione la Fiat di Cassino ed oggi si chiama Stellantis (FCA - Gruppo PSA) dove si produce in questa provincia? C'è una imprenditoria locale nata e cresciuta qui sul territorio?

“Ecco queste domande, anche se vengono fatte al termine di un lungo ciclo, possono costituire uno snodo centrale per una discussione che merita di essere avviata, corredata da fonti, documenti, prese di posizione tali da costituire un coerente e chiaro filo di discussione non solo fra noi due ma in particolar modo con chi voglia partecipare ed arricchire una non più rinviabile serena discussione".

D’accordo. Per collegarci alle scelte che furono fatte ed avviare una impegnativa discussione quale potrebbe essere il momento più importante dal quale partire?

«Penso che uno sovrasti tutti gli altri: l’apertura del casello autostradale che collega Frosinone con Roma e con Capua, nel giugno del 1962. È questa realizzazione che apre la pagina dell’ industrializzazione nella nostra provincia. All’indomani di questa opera nascono nuove idee, sollecitate da una continua ricerca sulle vocazioni produttive del nostro territorio. E’ l’undici ottobre del 1963 quando si insedia l’assemblea del Consorzio per il Nucleo di Industrializzazione della Valle del Sacco. Nasce cosi lo strumento che porterà avanti operativamente la politica industriale della nostra zona. È una giornata memorabile, perché essa rappresenta il crocevia fra due epoche. Al Consorzio aderiscono i Comuni di Frosinone, Ceccano, Ferentino, Veroli, Patrica, Supino e l’Amministrazione Provinciale di Frosinone. Ne fanno parte con propri rappresentanti anche la Camera di Commercio e l’ISVEIMER. L’ idea del Consorzio è dell’ingegnere Armando Vona, Sindaco di Frosinone. Proprio perché ne è l’ideatore e il principale animatore ne diventa, nell’aprile del 1964, il primo Presidente.
Il territorio interessato al processo di industrializzazione è di 400 ettari. E un’area compresa in larghezza fra l’autostrada del Sole e il fiume Sacco ed in lunghezza fra il bosco Faito e le sorgenti di Mola dei Frati, presso il confine di Ferentino. È dunque un’entità geografica omogenea.»

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Rocordi dal PCI

Visto che è aperta e vivace la discussione sul centenario della nascita del PCI, secondo te che ricordi ci ha lasciato il PCI provinciale in merito ad alcune questioni legate allo sviluppo della realtà del Frusinate? E proprio per questo puoi spiegare meglio quando dici che l’autostrada “rappresenta il crocevia fra due epoche”?

«Le epoche di riferimento sono quelle caratterizzate dalle grandi lotte contadine, aventi al centro il superamento dei vari contratti agrari, di colonia e contro il Patto Verolano e per la proprietà della terra a chi la lavora. Sono periodi che vanno dalla fine della seconda guerra mondiale, attraversano gli anni 50 e arrivano fino all’approvazione delle leggi 327 del 1963 e della legge 607 del 1966 riguardanti l’affrancazione delle terre. Sono iniziative portate avanti con continuità, con grande spirito unitario, che coinvolgono anche le Istituzioni (Convegno promosso dalla Provincia di Frosinone, nel giugno del 1960).
Da una memoria elaborata dall’Alleanza contadini predisposta all’indomani dell’approvazione della legge 607 risulta che in provincia di Frosinone la superficie interessata a questo trasferimento era così ripartita: 40.000 ettari condotti in enfiteusi, 10.000 a colonia perpetua, 16.0000 condotti a colonia migliorataria ultratrentennale.
In questo periodo esiste una dualità di iniziative fra l’Alleanza Contadini ed il PCI. Sono lotte che ai protagonisti creano unabuonascuolasiamonoi 350 260 coscienza di classe, determinano la formazione di nuclei dirigenti, oltre che l’aumento di voti al PCI nelle elezioni politiche del 1963 e del 1968. Merita di essere ricordato inoltre che è Angelo Compagnoni l’animatore e l’organizzatore di tali lotte, oltre che l’anello di congiunzione fra l’Alleanza Contadini e il PCI. È importante sapere che l’estensione ed il radicamento del movimento non contribuì ad accrescere solo l’influenza di tali organizzazioni, ma anche il peso di Gerardo Gaibisso e della Coltivatori diretti dall’interno della stessa Democrazia Cristiana. L’altra epoca è quella della nascente industrializzazione su cui dovremo discutere.»

Quali sono stati gli aspetti che meritano di essere evidenziati? Le due epoche ebbero momenti di connessione?

«A tale riguardo esistono importanti aspetti da evidenziare. Il primo riguarda la mancanza di una nuova e adeguata politica agraria all’indomani della legge 607 del 1966. Nel periodo successivo le organizzazioni contadine furono impegnate solamente al passaggio della proprietà della terra dai concedenti ai contadini. Fu un periodo di grandi soddisfazioni ma i fatti successivi hanno dimostrato che non bastava diventare proprietari della terra. Tale conquista non doveva essere considerata un punto di arrivo, il terminale di una gloriosa storia, ma invece precostituire l’avvio di una seconda fase. Era necessario mantenere attivo il movimento, dotarlo di una nuova elaborazione che avesse forza e volontà per chiedere un’adeguata politica agraria: interventi per moderne attrezzature, concimi, mangimi, individuare forme di cooperazione, una politica di trasformazione dei prodotti (industrializzare l’agricoltura) stabilire rapporti con le Istituzioni, mantenere e sollecitare iniziative dei partiti di riferimento.»

Quindi l’affrancazione non portò ad una crescita, ad uno sviluppo della produzione agricola nel territorio, non pose le basi per un ulteriore sviluppo?

«Potrei rispondere che tutto questo non avvenne, ma il fatto più sconcertante è che non abbiamo a disposizione dati significativi riguardanti l’ammontare complessivo della superficie affrancata nel Frusinate ed in Italia, il numero dei contadini coinvolti e l’entità dei miglioramenti apportati successivamente nelle culture affrancate.»

Possibile ?

«Io non le ho trovate. Lo stesso Angelo Compagnoni nel suo libro ”Il Riscatto” pubblicato nel 1997, dopo 30 anni dalle leggi riguardanti l’affrancazione, riporta con un grande efficacia documentale le vicende, le lotte, i dibattiti accaduti nel periodo 1944-1966 ma non evidenzia momenti e sviluppi successivi.»

Come dobbiamo considerare questo limite?, certamente con un occhio critico o autocritico.

«Senza assumere ora atteggiamenti certamente facili, con il senno del poi, precisiamo che se ci fu un limite, e certamente ci fu, non riguardò solamente l’Alleanza Contadini e il PCI ma anche la Coltivatori Diretti e le Istituzioni. Più che cercare facili bersagli da colpevolizzare mi sembra molto più importante evidenziare che tale mancata seconda fase si determina nel 1967-1968-1969 proprio nel momento in cui il processo d’industrializzazione è in pieno decollo.»

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Le nostre scelte

Ripercorriamo almeno un decennio con Angelino Loffredi, con il quale abbiamo collaborato nella direzione della federazione di quel partito. Angelino, allora Consigliere provinciale, ha vissuto il dibattito svolto in quell'Assemblea in particolare negli anni '70, prima di diventare sindaco di Ceccano. Palazzo Gramsci fu la sede istituzionale che sola ospitò la discussione e la elaborazione di una parte delle politiche di sviluppo economico della nostra realtà. Ma fu davvero la sede delle scelte? Le lotte della classe operaia nell’autunno caldo del 1969 sicuramente costrinsero i governanti italiani dell’epoca a farsi carico delle politiche di occupazione e operaie. Un grande evento in cui il PCI svolse un ruolo protagonista.

«Proseguiamo nella descrizione del succedersi degli avvenimenti: con il Decreto del Presidente della Repubblica del 5 maggio 1969 veniva riconosciuta la trasformazione da Nucleo ad Area. L’ importanza non era dovuta al cambiamento della denominazione ma a qualcosa di più corposo e sostanziale. Non riguardava più, infatti, solamente l’iniziale adesione di 6 Amministrazioni comunali, ma la presenza di 36 Comuni, con tutto quello che di nuovo questo allargamento rappresentava. L’Area veniva articolata in cinque agglomerati: quelli di ANAGNI, FROSINONE-CECCANO, SORA-ISOLA, CASSINO-PONTECORVO, CEPRANO. Si estendeva in prospettiva la superficie d’intervento e aumentavano le zone dove era previsto lo sviluppo industriale. Gran parte della Provincia oramai era coinvolta da questo grande fenomeno. Il 1969 mantiene, come l’anno precedente, il ritmo elevato degli insediamenti industriali ma in particolar modo è da ricordare come l’anno in cui si viene a sapere che la Fiat ha intenzione di creare un nuovo stabilimento nel Cassinate. Notizie imprecise, è vero, ma che anticipano un evento che sarà dirompente. Merita ancora di essere precisato che nell’interno di quello che oramai si deve chiamare «ex nucleo» la situazione alla fine del 1969 è la seguente: 25 industrie in funzione che occupano 6.000 addetti. Ma è ancora più significativo riportare che 17 industrie sono in costruzione con una previsione di occupazione di 1.500 addetti. Inoltre, sonoa schiena curva sui campi 350 min programmate 52 industrie per altre 7.000 unità lavorative.
E’ il momento delle grandi attese e delle speranze. Si afferma il mito dell’industrializzazione, della modernità. E’ un pensiero vincente che non trova oppositori e nemmeno si evidenzia qualche dubbio.
Anche nella nostra provincia si manifesta quello che viene chiamato autunno caldo. Proseguiva la stagione della battaglia contro le gabbie salariale e per le pensioni. È un fenomeno che rompe la narcotizzazione perche spesso avvengono scioperi e si costituiscono Commissioni interne. Nel gennaio 1970 a Frosinone il PCI tiene la prima Conferenza operaia per esaminare la situazione scaturita dalle nuove realtà e stabilire nuovi contatti. Nel marzo del 1970 a ridosso dell’arrivo della FIAT la federazione del PCI di Frosinone organizza una iniziativa a Cassino. Costituiscono le prime risposte ad una situazione che vede una crescita disordinata, senza regole non influenzata dal movimento operaio e dalle proposte del PCI. A giugno si tengono le elezioni per i Consigli Regionali a statuto ordinario.
Senza entrare nel merito di tutti questi passaggi ed avvenimenti una sintesi può essere rilevata. Nel momento stesso in cui il movimento contadino non mostra segnali di presenza e proposta, la crescita industriale è eccezionale. Tale situazione sarà determinante nel dibattito e negli avvenimenti successivi.»

Quali linee si confrontarono?

«Prima di arrivare a parlare di confronto vero e proprio è necessario tenere conto di alcuni momenti che lo precostituiscono. Da questo punto di vista ne colgo l’avvio nella riunione del Comitato Federale PCI del 9 gennaio 1971. All’indomani dell’elezione a segretario di Ignazio Mazzoli vengono presi provvedimenti organizzativi riguardanti l’Alleanza contadini, la CGIL e per lo stesso partito. Con nettezza il nuovo segretario pone l’obbiettivo che il partito dovrà essere un partito di operai e non più di contadini ma più in generale costituisce il tentativo per fronteggiare il mito dell’industrialismo e lo strapotere democristiano nella politica delle assunzioni. Sempre nel 1971 il PCI tiene Conferenze operaie ad Isola del Liri per esaminare la condizione dei cartai e in autunno con ad Anagni con Fernando di Giulio. A Ceccano si avvia una politica per la difesa dell’ambiente contro le porcilaie e per il risanamento del Sacco. Lo strumento è costituito dalla Tenda Rossa
L’attenzione verso l’industrializzazione e il rapporto che il partito comunista deve tenere con essa, dunque, diventano continui e centrali. Viene posto inoltre l’obbiettivo della creazione di organizzazioni di partito nell’interno delle fabbriche e con il passare del tempo si ottengono anche dei risultati ( Fiat, Videocolor, Enel ecc). In questi anni per il PCI diventano chiari i limiti, ma sono anche sempre più crescenti i momenti di presenza, di proposta e legame con i cittadini, che vedono il rafforzamento del tessuto democratico con l'arrivo di CNA, Confesercenti e Lega delle Cooperative..»

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Un deficit di elaborazione

Tu ha scritto dei libri, mi pare 14, è corretto? E, poi in una lunga intervista in video, rilasciata a Paolo Iafrate di "Oltre l'Occidente”, ricostruisci alcuni passaggi fondamentali. Ce ne parli anche qui?

La linea del nostro partito sosteneva la necessità di saldare l'industrializzazione allo sviluppo dell'agricoltura. Non avvenne. Perché?

«Si, questo tema in quel periodo faceva parte della linea politica ma non fu vincente anche perché come è stato indicato non esisteva un movimento contadino che spingesse in tale direzione. Un momento di vero e proprio confronto, comunque, lo avemmo in Consiglio Provinciale nella seduta del 3 maggio 1973. L’ordine del giorno era impegnativo “Assetto territoriale regionale e provinciale ed i problemi ad esso connessi”
In tale seduta, legata anche all’approvazione del Piano Regolatore dell’Area Industriale da parte della Regione Lazio, sostenevamo d’accordo con il PSI, il PRI e la Regione Lazio, la riduzione di 1.000 ettari da destinare all’industria a favore dell’agricoltura e di interventi ad essa collegati. Ma non ci limitammo solo a questo perché ponemmo la necessità che lo sviluppo industriale non avesse una linea verticale ma anche orizzontale supportato da assetti viari che dal Tirreno arrivassero all’Adriatico, a cominciare dalla realizzazione della Sora-Frosinone. Chiedevamo interventi per modernizzare l’agricoltura con una moderna politica di trasformazione e conservazione dei prodotti e la realizzazione del Mercato ortofrutticolo a Fondi. L’istituzione delle università di Cassino, Tor Vergata e della Tuscia. La nascita di comparto elettronico sulla Tiburtina. Ilzonaindustriale 390 min potenziamento dell’ospedale di Cassino. Inoltre con forza chiedevamo di scongiurare l’inurbamento attorno alla Fiat, richiesto dalla Fiat. Al contrario noi chiedevamo una politica per il trasporto pubblico attraverso un Consorzio Regionale e una politica a favore della casa per evitare nuove emigrazioni dalla Val Comino verso Cassino.
Mentre noi proponevamo questa politica, spingendo ad utilizzare lo strumento della programmazione, la Dc, d’accordo con il PSDI si accontentava di far approvare un ordine del giorno in cui si chiedeva alla Regione di mantenere nel Piano Regolatore dell’Area Industriale i 1000 ettari da destinare all’industria. Quel giorno le nostre posizioni venivano battute ma esse oramai costituivano la spina dorsale delle proposte del partito. Esse venivano portate nel territorio e costituivano il nucleo centrale della nostra iniziativa. Permisero di ottenere positivi risultati elettorali nel 1975. In Consiglio Provinciale passammo da 6 a otto consiglieri. In quel periodo le organizzazioni sindacali CGIL, CISL e UIL elaborano la ”Vertenza Lazio”, una piattaforma che rappresentava il punto alto di una elaborazione che innovava la proposta e stabiliva un buon rapporto con le Istituzioni. Nel febbraio del 1976 l’Amministrazione provinciale, su richiesta del Gruppo PCI indiceva la Conferenza per l’occupazione, e di cui il sottoscritto fu il relatore che si concludeva con un documento unitario. A giugno le elezioni nazionali dimostrarono che anche nella nostra provincia il partito aveva consenso e poteva porre le basi per il governo del paese. Nel 1978 l’assassinio di Moro riportò indietro gli assetti politici. Ma questa è un’altra, più inquietante storia.»

 

Esisteva una linea di politica agraria che consentisse questa relazione produttiva fra agricoltura e industria? Qual era la superficie coltivabile e come si caratterizzava per produzioni di trasformazione? Dopo la ricostruzione di Loffredi queste domande sono destinate a restare senza risposte, ma sostanzialmente resistono a sollecitare ulteriori approfondimenti. Primo dovremmo dare una risposta ad una curiosità: Oggi diremmo che la nostra posizione era un po' velleitaria? Forse si, ma a pensarci bene sembra piuttosto una linea disarmata ad affrontare, quello che nella conversazione è stato chiamato, il "mito della industrializzazione" infinita.
Dopo 50 anni, nel frusinate, ci sono produzioni orticole estese anche se purtroppo lungo il Sacco che è un fiume inguaribilmente inquinato, ma anche esperimenti produttivi molto aggiornati, ne cito uno per tutti: la riscoperta di grani antichi per produrre antiche farine che sembrano godere di una grande fortuna.
Erano tutte ipotesi impensabili o impraticabili? Cosa è cambiato e perché? Ancora altre domande in cerca di risposte che andranno trovate. Capire cosa è successo e gli errori che si sono fatti è indispensabile per tutti coloro che vogliono davvero cambiare l'oggi con le sue ingiustizie, diseguaglianze e disagi sociali.

 

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Sergio Flamigni ricorda il PCI

PCI CENTANNI

 Alessandro Mazzoli, già Deputato, ha raccolto questa intervista per UNOeTRE.it

sergioflamigni 390 min

Sergio Flamigni è un politico, scrittore e partigiano italiano. È stato un parlamentare del PCI dal 1968 al 1987, nonché membro delle Commissioni Parlamentari d'inchiesta sul caso Moro, sulla Loggia P2 e Antimafia. Oggi è considerato l'autore per eccellenza di approfonditi studi sul sequestro e l'assassinio di Aldo Moro. (per leggere tutto, completata una pagina, torna qui in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

  1. Il PCI COSA ERA E PERCHE' FINI'?
  2. Il PCI e gli altri PC
  3. Il PCI di Berlinguer

Che cosa ha significato il PCI e poi la sua cancellazione per la storia del nostro paese? E cosa ha portato alla fine del partito?

Il PCI è stato l’opposizione piu’ importante alla dittatura fascista, e’ stato la forza piu’ numerosa nella Resistenza ed e’ stato determinante per la vittoria dell’opzione repubblicana. Tutto questo e’ stato possibile perche’ il Pci, nel corso della sua storia, ha superato le posizioni settarie e ha reso protagonista la classe operaia e le classi subalterne della vita sindacale, sociale e politica del Paese.
Operai, braccianti, mezzadri, piccoli proprietari poveri nonche’, specie nella Resistenza, i giovani e le donne sono stati tolti dallaPartigiani Garbatola di Nerviano 600 min passività in cui li aveva relegati il fascismo e resi soggetti attivi della liberazione e della ricostruzione del Paese.
Il legame ideale, morale e organizzativo degli operai, degli intellettuali e degli strati poveri col partito ha resistito alla scomunica della chiesa cattolica, alle discriminazioni e ai licenziamenti sul lavoro, alle pressioni e alla propaganda internazionale.
Questo perché quel legame era il frutto della forza degli ideali di solidarietà, di libertà, di fiducia nel socialismo e nell’Urss, che aveva vinto il nazismo con l’armata rossa; ma era il frutto anche della capacita’ del gruppo dirigente del Pci di accompagnare alla forte dialettica nella discussione, una sostanziale unita’ al momento della decisione e dell’ applicazione della linea politica.
Era il risultato della capacita’ del partito di rinnovarsi continuamente con l’evolvere della societa’, di essere cioè, al contempo, il soggetto del cambiamento come del proprio rinnovamento culturale e dei quadri dirigenti. Questo legame era il risultato, anche di comportamenti morali, sociali e organizzativi di dirigenti e attivisti del partito. C’era anche l’esempio.

 

Che cosa ha portato alla fine del partito?

Un complesso di eventi attinenti sia alla situazione internazionale, a quella nazionale e allo stesso partito.
Per quanto riguarda il partito, un elemento da prendere in considerazione, perché porto’ al suo indebolìmento, fu la rottura del gruppo dirigente, della sua solidarieta’ e moralita’. Il riferimento è alla sostituzione del segretario Alessandro Natta. Colpito da infarto le dimissioni gli vennero imposte mentre era in ospedale con modi poco urbani.
L’annuncio del cambio del nome del partito e della sua politica fu dato da Occhetto alla Bolognina, all’insaputa degli organi di direzione. Sicuramente ne erano all’oscuro la direzione, i segretari regionali, di federazione e i gruppi parlamentari. Il metodo scelto non favori’ il libero dibattito, in quanto gia’ lo condizionava e soprattutto rompeva la già, all’epoca precaria, unita’ del gruppo dirigente.
Ne risentì anche il livello del dibattito che non approfondì temi essenziali quali quelli dell’esperienza del mondo socialista, del ruolo avuto dal Pci nel movimento operaio internazionale, delle trasformazioni in atto nell’assetto economico, sociale e politico del mondo capitalista e le conseguenze della nuova situazione ecc. ecc. Ne nacque un lungo e travagliato dibattito incentrato sui temi del partito che irrigidì le posizioni fino alla scissione.

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Situazione internazionale, su questo aspetto si erano registrate da tempo differenze importanti fra il partito comunista italiano e quello sovietico. Una prima distinzione si era avuta con la critica di Togliatti, mossa nell’intervista a Nuovi Argomenti, alla “destalinizzazione”, all’attribuire al solo Stalin e al culto della sua personalita’ tutte le tragedie emerse dal rapporto segreto di Cruschev. Nel Memoriale di Yalta, del 1964, Togliatti ribadiva le vie nazionali al socialismo, il pluralismo delle esperienze all’interno del movimento operaio internazionale e dissentiva dalla scomunica dei dirigenti cinesi. Le divergenze erano proseguite con la condanna, da parte del Pci, dell’invasione della Cecoslovacchia e, infine, si erano palesate con la rivendicazione, da parte di Berlinguer, della democrazia come valore irrinunciabile per i partiti comunisti.
Negli anni ‘70, per il partito comunista italiano erano di fondamentale importanza il superamento della divisione del mondo inberlinguer mosca lo strappo 355 min blocchi contrapposti, e l’affermarsi della politica della distensione, quale condizione per aprire nuove prospettive ai partiti comunisti dell’Europa occidentale, di diventare forze di governo. Un momento importante della politica di distensione si era avuto alla conferenza di Helsinki sulla sicurezza europea, convocata da Aldo Moro durante il semestre di presidenza italiana dell’Unione Europea, a cui partecipo’ anche l’Urss e registro’ una certa ostilita’ kissingeriana. Purtroppo rimase un fatto isolato e proseguì il confronto militare fra l’Urss e gli Usa i quali prevedevano per l’Europa la politica di assoluto rispetto delle aree di influenza. In questo confronto -secondo i sovietici - i partiti comunisti europei dovevano sostenere le scelte militari dell’Urss rinunciando alla loro autonomia.

Da questa impostazione derivava l’ostilita’ del Pcus verso la strategia di Enrico Belinguer di unire i partiti comunisti nella politica di distensione e di conciliazione fra democrazia e socialismo.
La strategia sovietica contrastava e indeboliva quella del partito comunista italiano e ebbe riflessi negativi sul caso Moro che, come è noto, rappresentò la fine della strategia del compromesso storico.
Nonostante la situazione internazionale e la fine della politica di solidarieta’ nazionale, dopo la morte di Moro, Berlinguer non rinunciò ad una autonoma elaborazione con al centro la terza via fra socialismo reale e socialdemocrazia e quale obiettivo il socialismo. Nell’immediato la strategia perseguiva il completamento del disegno costituzionale, che già aveva condiviso con Moro, di rinnovare i partiti e la politica.

La sua intervista del 1981 sulla questione morale delineava nuovi rapporti fra i partiti e lo Stato col fine di rinnovare sia quelli che questo. Si rendeva conto della degenerazione in atto nella vita politica italiana e delle sue conseguenze.
Attento alla modernizzazione della società, nella sua strategia inserì nuovi soggetti, che affiancavano la classe operaia quali protagonisti della trasformazione della società: le donne, il mondo dell’ecologismo e dei diritti. Soggetti tutti di una grande alleanza per introdurre elementi di socialismo nell’economia capitalista.
Berlinguer mantenne sempre forte il legame con la tradizione socialista e comunista di rendere protagonisti nella società i soggetti sociali colpiti dalle ingiustizie e dalle alienazioni proprie del sistema capitalista.
Berlinguer non rinuncio’ a pensare il Pci come soggetto della trasformazione socialista della societa’ italiana.

Purtroppo quando nell’Urss si avviò un processo di profondo rinnovamento, con la elezione di Gorbaciov alla segreteria del Pcus, Berlinguer era gia’ morto, e purtroppo sia il Pci che gli altri partiti europei non seppero essere di aiuto al nuovo segretario nella sua politica, e, anzi, si affidarono a lui e sperarono in un esito positivo del suo rinnovamento. Non seppero individuare strategie e iniziative per aiutare Gorbaciov.

Per completare il quadro, mentre il mondo del socialismo reale conosceva profonde trasformazioni, anche il capitalismo, dopo leBerlinguer e Moro 225 lotte economiche e sociali degli anni ‘60 e la crisi petrolifera del 1973, stava subendo grandi cambiamenti tecnologici e di deindustrializzazione nella produzione, di finanziarizzazione nell’economia, di affermazione del liberismo con la Teatcher e Reagan in politica.
Di fronte alla complessita’ dei problemi che il partito aveva di fronte la svolta della Bolognina, nel momento della caduta del Muro di Berlino, si presento’ come una semplificazione. Sul piano internazionale si prevedeva un mondo nel quale si sarebbe affermata la distensione e raggiunti nuovi traguardi di civilta’, su quello interno, con il cambio del nome del partito, si prevedeva la caduta della convention ad escludendum e quindi una nuova dinamica politica, che avrebbe reso il nuovo partito, erede del Pci, protagonista della lotta per il governo del paese.

Anzi, la governabilita’ divenne un valore in se. Non si colse lo scollamento dei partiti rispetto alla societa’, visto invece da Moro e da Berlinguer, e di li a tre anni si ebbe il crollo del sistema politico legato al progetto costituzionale. Della situazione internazionale andata in un senso completamente diverso da quello previsto e’ inutile dire. La svolta andava operata ma mantenendo tutta la complessità della situazione, l’unita’ del gruppo dirigente e nel solco della prospettiva berlingueriana.

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E’ possibile oggi attualizzare e rivitalizzare la lezione del Pci, dalle lotte sociali alle rivendicazioni sindacali, a fronte dei cambiamenti sociali e della diversa coscienza politica popolare? E con quali mezzi?

La storia del socialismo e del partito comunista italiano sono la storia di partiti che hanno reso le classi subalterne e marginali protagoniste del loro miglioramento sociale e del loro futuro. In questo vi e’ un grande insegnamento. Le classi subalterne per essere protagoniste devono essere educate alla politica, e l’educazione alla politica si fa con le iniziative, con l’organizzazione capillare sul territorio e con le lotte, con le quali si impara a valutare i rapporti di forza e il realismo. Prima di tutto pero’ e’ necessario sapere chi si e’ e dove si vuole andare e soprattutto con chi. La storia del pci da questo punto di vista e’ ricca di insegnamenti.
Su come cambiare la societa’ basata su nuove alienazioni, derivanti da consumi esasperati e da nuovi mezzi di comunicazione di massa, non posso essere io l’esperto.

 

Berlinguer avanzo’ la proposta di unificare tutte le forze comuniste europee, possibilita’ denominata poi eurocomunismo. Quanto e’ rimasto dell’idea di una sinistra europea unitaria?

Prima di tutto vi e’ da dire che e’ cresciuto il bisogno di Europa. Nel tempo della globalizzazione le singole nazioni non sono in grado di affrontare in modo efficace i problemi economici, culturali e sociali nonche’ sanitari, vedi pandemia.
Berlinguer pensava all’eurocomunismo come a una forza democratica per la distensione e per la espansione della democrazia, laBerlinguer giustizia sociale e avendo come riferimento il socialismo.
Purtroppo il partito socialista europeo e’ un gruppo parlamentare e non vive nella societa’. Non vi sono esperienze di soggetti sindacali, sociali e politici veramente europei, almeno io non colgo nella esperienza quotidiana questa presenza.

I comunisti italiani diedero un contributo fondamentale per la conquista e il mantenimento della democrazia in Italia. Come si predispose il Pci per fronteggiare la strategia della tensione?

Nel contesto della guerra fredda la strategia della tensione e’ stato il modo di agire dei servizi segreti anglo americani, della Nato, della massoneria, di apparati dello stesso Stato italiano, che non disdegnarono di usare anche la destra eversiva italiana come manovalanza, per perseguire l’obiettivo di emarginare il partito comunista, di limitare le forze progressiste e la stessa democrazia in Italia. Di fronte a questa strategia il Pci contrappose una politica di mobilitazione unitaria delle forze democratiche di tutto l’arco costituzionale, con la formazione dei comitati antifascisti e per la difesa dell’ordine democratico. Lo stesso compromesso storico rafforzava lo schieramento democratico per il rinnovamento dello Stato. Vedi riforma della polizia, organi elettivi dell’esercito ecc. La risposta fu concepita in termini politici di rafforzamento dello schieramento costituzionale e antifascista e di rinnovamento dello Stato.

L’intuizione del compromesso storico aprì un grande dibattito nel Pci. Che cosa rappresentò nel confronto interno la proposta di Berlinguer, poi stroncata con il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro?

Il compromesso storico è proposto da Berlinguer dopo il colpo di Stato in Cile. Il concetto principale era che in Italia le forze socialiste non potevano governare con il solo 51 per cento dei consensi, ma dovevano costruire uno schieramento piu’ ampio che coinvolgesse le forze cattoliche.
Le ingiustizie e gli squilibri della societa’ dovevano e potevano essere risolti, ma per vincere le resistenze delle forze conservatrici e reazionarie, che erano non solo italiane ma anche internazionali, salvaguardando e rafforzando il contesto democratico, era necessario uno schieramento molto ampio di forze comprendenti dal punto di vista politico la stessa Democrazia cristiana.
L’incontro con la Dc era possibile perche’ aveva solide basi costituzionali. Si trattava di dare piena attuazione al dettatoRipartire dalla stagione di Berlinguer 390 min costituzionale, di riconoscere funzione di governo in un contesto unitario, al principale partito di opposizione, che godeva del consenso di un terzo del popolo italiano.
La strategia del compromesso storico si prometteva di rafforzare la democrazia italiana e di rinnovare la società in una situazione in cui le grandi potenze internazionali erano decise a mantenere un sostanziale e immutato assetto politico nei paesi europei e soprattutto di impedire al Pci di diventare forza di governo.
Non va dimenticato che gli organi di informazione quali la Repubblica, gli stessi socialisti craxiani, chiedevano al partito di rompere con la sua tradizione, in qualche modo di abiurare il passato, di rinunciare alla terza via berlingueriana e alla prospettiva del socialismo. Berlinguer non volle invece mai rinunciare a questa prospettiva e la sua proposta aveva quale obiettivo di rendere protagoniste le masse popolari anche in quella complicata fase.

Per quale motivo la sinistra di questo secolo ha ritenuto che la globalizzazione sarebbe stata una grande occasione di progresso, cedendo a una cultura liberista democratica? Ed attualmente la sinistra ha conservato la capacità di leggere i nuovi scenari prodotti dalla globalizzazione?

Con la svolta della Bolognina si rinunciò non solo al nome di partito comunista ma alla stessa prospettiva socialista che Enrico Berlinguer aveva tenacemente tenuta aperta nella sua elaborazione. Al contempo si allentarono i legami organizzativi con la classe operaia e le masse popolari, i loro bisogni, esigenze e aspirazioni. Inoltre, la governabilità divenne un valore in se più che uno strumento di cambiamento. La prospettiva degli eredi del Pci divenne quella di contenere gli eccessi, gli squilibri, di prestare una qualche forma di aiuto ai perdenti della concorrenza capitalista senza contestarne le logiche. Si accettò la progressiva liquidazione dello Stato sociale come affermazione di diritti: al lavoro, a tutti i gradi dell’istruzione, alla sanità, ci si fece egemonizzare dalle teorie liberiste.
La capacità della sinistra di incidere nella concreta situazione ecologica, sociale, del lavoro ecc. sembra limitata e questo è il frutto anche di una ridotta capacità di analisi della situazione concreta.

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Per una civiltà più avanzata, la democrazia, il socialismo

PCI centanni

Dieci domande di Corrado Morgia a Paolo Ciofi

 

Ciofi intervistato da Ognibene 390 minPrima. Tu provieni da una famiglia di comunisti, tuo padre infatti era un dirigente del Pci. Questa condizione ha facilitato la tua adesione al partito? E comunque quali sono stati i motivi principali che ti hanno spinto alla militanza?

«I princìpi di libertà e di giustizia sono sempre stati fondamentali in famiglia. E questo sicuramente ha facilitato la mia adesione al Pci. Mio padre, che aveva partecipato alla seconda guerra mondiale su vari fronti, si iscrisse al partito in una cellula organizzata dai prigionieri italiani nel campo di concentramento ad El Alamein dopo la vittoria degli inglesi. Io, seguendo quei principi di libertà e giustizia, ho aderito alla Federazione giovanile comunista e al Pci negli anni cinquanta: anni bui di povertà, ignoranza e repressione anticomunista. Era il tempo in cui il ministro degli Interni Scelba sosteneva che la Costituzione è «una trappola». E la mia professoressa di storia al liceo mi domandava se quel tale di nome Engels fosse un critico della nouvelle vague.»

 

Seconda. Non era facile essere comunisti in Italia, e in genere nel mondo occidentale a quell’epoca. La rottura della grande alleanza antifascista che aveva sconfitto il nazismo nella seconda guerra mondiale e l’inizio della guerra fredda avevano scatenato la caccia al comunista ed era inoltre incombente il pericolo di un terzo e catastrofico conflitto plannetario. Cosa ricordi di quel periodo, anche in relazione alle lotte per la pace e contro l’adesione dell’Italia alla Nato?

«Ricordo le grandi manifestazioni per la pace al grido di “Iké Iké la guerra la fai te” contro il generale Eisenhower. E anche gli scontri con i fascisti, che portavano in piazza gli studenti sotto la bandiera di Trieste italiana per poi spingerli all’assalto della Direzione del Pci in via Botteghe Oscure o alla sede dell’Unità in via Quattro Novembre.
In quel tempo, agli inizi degli anni 50, avevo organizzato cellule di giovani comunisti al liceo Mamiani e al Virgilio, dove stampavamo e diffondevamo il giornale d’istituto “Avanguardia”. Insieme agli studenti di sinistra di Napoli e altre città demmo vita all’Associazione nazionale studenti medi. Ero uno dei promotori delle frequenti manifestazioni contro la Nato, e come scendevo in piazza venivo regolarmente fermato dalla polizia. Fui arrestato a Roma dentro il teatro dell’Opera, dove con un lancio di volantini, applausi e grida interrompemmo e facemmo cancellare lo spettacolo in onore del ministro degli esteri greco Venizelos, uno degli assassini dell’eroe Belojannis.»

 

Terza. Tu hai compiuto studi universitari a Mosca, dopo il ciclo scolastico frequentato a Roma. L’Unione Sovietica stava attraversando la fase di passaggio dall’era staliniana a quella brezneviana, periodo difficile e complesso, in cui prima la direzione di Malenkov e successivamente quella di Krusciov avevano suscitato attese e speranze di rinnovamento, reso peraltro difficoltoso dal persistere di minacce imperialistiche, ma anche da una certa estemporaneità di alcune scelte dello stesso Krusciov, sul quale, come sappiamo, il giudizio di Togliatti, almeno per alcuni aspetti, non era benevolo. Cosa ricordi di quella fase? Quale è oggi il tuo giudizio?

«Krusciov denunciò le malefatte e i delitti di Stalin soffermandosi soprattutto sulle sue caratteristiche personali. Ma non approfondì le cause di fondo, economico-sociali e politiche che produssero lo stalinismo, come osservò Togliatti. Un’analisi superficiale, che di fatto ostacolò fino a renderlo impossibile un progettoDestalinizzazione min di grandi riforme del sistema su tutti i terreni, come sarebbe stato necessario per evitare che il sistema implodesse. Ricordo che quando fu diffuso il cosiddetto “Rapporto segreto” di Krusciov all’Università di Mosca sui Monti Lenin, dove studiavo, scoppiò tra tante proteste anche una rivolta degli studenti stranieri, alimentata soprattutto dai polacchi. Noi italiani non partecipammo e ci riunimmo più volte con i cinesi e i vietnamiti per cercare di capire il senso dell’operazione fatta da Krusciov, e cosa stava succedendo non solo all’università ma più in generale nel Paese. Dove, come è noto, la scelta di Krusciov fu accolta in modo controverso.
Sulla condizione in cui si viveva a Mosca fu per me decisiva la prova del rasoio elettrico. Mi spiego. Avevo finito le lamette italiane e quelle russe mi insanguinavano la faccia. Decisi perciò di comprare un rasoio elettrico in bella mostra in una vetrina della via Gorkij. Ma una severa commessa mi disse bruscamente di no. Mi mancavano le due condizioni essenziali per poterlo fare: i dollari o la tessera del Pcus. Rimasi di sasso, e per la prima volta mi resi conto che il partito era diventato una casta al di sopra dei cittadini sottomessi. Una condizione che ha concorso in modo decisivo alla crisi del sistema.»

 

Quarta Come e perché sei arrivato a Mosca, quando non era facile nemmeno ottenere il passaporto? Quale Istituto hai frequentato? Quale era il tuo piano di studi e chi erano i tuoi docenti? Quali conoscenze hai fatto tra gli allievi e nell’apparato comunista sovietico che ti è capitato di incontrare e quanti anni sei rimasto in Urss?

«Fu Edoardo D’Onofrio, Edo, il capo storico dei comunisti romani a propormi l’Università di Mosca. Io, allora iscritto alla Federazione giovanile comunista e al Pci, accolsi con entusiasmo l’idea di poter studiare nel Paese che aveva fatto la rivoluzione. Poiché non mi rilasciavano il passaporto a causa dei cosiddetti “carichi pendenti” espatriai clandestinamente, scavalcando a piedi, d’inverno e in mezzo alla neve, la rete di confine tra Italia e Svizzera. Qui, in un paesino a poca distanza dal confine, mi consegnarono un documento intestato a Mario Candiani con la fotografia del mio compagno di viaggio. Io mi fermai in attesa di un altro passaporto. Lui invece, occhialuto e molto diverso da me, non si accorse di nulla. Nella fretta tirò dritto e arrivò a Mosca, superando i confini esibendo il passaporto con la mia foto. Evidentemente la vigilanza rivoluzionaria aveva chiuso un occhio. Anzi, due.
In quel paesino svizzero di cui non ricordo il nome passai la notte su una panchina della stazione senza documenti. Che finalmente mi vennero portati da Milano il giorno dopo per intervento del compagno Cossutta. Così arrivai a Vienna, allora divisa in quattro zone. In quella controllata dai sovietici presi il treno che dopo qualche giorno, attraverso l’Ucraina, mi portò a destinazione.
A Mosca ho frequentato la Facoltà di economia dell’Università di Stato Lomonosov secondo il piano di studi sovietico, che non veniva riconosciuto in Italia e prevedeva l’approfondimento del pensiero di Marx, Engels, Lenin e Stalin oltre all’analisi della società e delle tendenze dell’economia del Paese. Il tutto in lingua russa, una lingua molto ricca che imparai dopo un corso accelerato di tre mesi. Ciò mi permise poi, nel 1957, di fare il traduttore simultaneo nell’ultima conferenza mondiale dei partiti comunisti, alla quale parteciparono anche Togliatti e Mao.
Con i compagni di Università e con Popov, che ci seguiva per conto del Pcus, i rapporti erano ottimi. Tra i russi e noi italiani c’è sempre stata una corrente di simpatia.»

 

Quinta. Come era cambiato il nostro paese quando sei rientrato in e che tipo di partito hai trovato al tuo ritorno?

«Il Paese si stava avviando verso un’inedita espansione dell’economia e della società: il “miracolo italiano”,Roma Campo de Fiori antica norcineria viola 350 sospinto da una forte crescita dei consumi. Il partito cercava di radicarsi nelle diverse categorie sociali, peraltro in continua mutazione specialmente in una città come Roma. Era un periodo di grandi cambiamenti quando mi fu affidato l’incarico di responsabile “erbe e frutta”, come lo definivano allora. Cioè del mercato Campo de’ Fiori, nell’ambito del settore ceti medi. Fu quello il mio primo incarico di “rivoluzionario di professione”.»

 

Sesta Come hai vissuto la scelta di diventare funzionario di partito, o meglio “rivoluzionario di professione”, come appunto si diceva allora e soprattutto risultarono utili gli studi compiuti?

«L’ho vissuta In modo del tutto normale, come conseguenza logica e naturale della volontà di lottare per la realizzazione degli ideali del comunismo: l’uguaglianza, la libertà, la giustizia sociale. E così mi lasciai dietro le spalle, senza alcun rimpianto, la possibilità che mi era stata offerta di diventare un riccastro al servizio del sistema come addetto commerciale dell’ambasciata italiana a Mosca. E anche, in alternativa, la prospettiva di intraprendere la carriera di accademico dell’Urss. Sebbene, tornando in Italia, rischiassi di finire in galera per espatrio clandestino e renitenza alla leva. Cosa che poi evitai grazie all’efficace difesa che mi offrì l’avvocato Fiore, e anche per la decisione del governo italiano di non avere pendenze con l’Urss in occasione del primo viaggio in quel Paese di un presidente italiano, il prof. Giovanni Gronchi.
Quanto agli studi, credo che mi sia stato utile soprattutto lo studio del Capitale, delle altre opere di Karl Marx e anche di quelle di Lenin. Senza trascurare la conoscenza abbastanza approfondita di quel grande Paese.»

 

Settima Hai lavorato come segretario di Federazione a Latina e a Roma, come segretario regionale, come vice-presidente di regione e parlamentare. Inoltre, presso la Direzione del PCI, sei stato coordinatore del Dipartimento economico diretto da Gerardo Chiaromonte e Alfredo Reichlin. Si tratta di un lungo periodo, in cui naturalmente è possibile distinguere varie fasi in cui il nostro partito ha conosciuto grandi successi, crescita di voti e di iscritti, responsabilità amministrative a vari livelli, a cominciare dalla conquista del comune di Roma, sfiorando anche l’ingresso nel governo nazionale. Poi sono venute anche le difficoltà, ma anche nuovi successi, come alle europee dell’84, dopo la morte di Enrico Berlinguer. Come ricostruisci questo percorso?

«Non c’è dubbio che si è trattato di un percorso difficile e contrastato. Sempre di un percorso di lotta, seppure in fasi e con modalità diverse. Sono stato segretario della Federazione di Latina, su proposta di Enrico Berlinguer, dal 1966 al 1969. Gli anni in cui il Pci, in una provincia tradizionalmente difficile e coinvolta in grandi trasformazioni dalla politica d’industrializzazione promossa dalla Cassa del Mezzogiorno, si rilancia nel clima del ’68 attraverso il rapporto con gli operai e le operaie delle nuove fabbriche. Un rapporto, a dir la verità, tutt’altro che facile, giacché le lavoratrici e i lavoratori, assunti in buona parte tramite la Dc e il Msi, all’inizio semplicemente ci respingevano. Non ne volevano sapere della Cgil e del Pci. Ci rendemmo allora conto che la classe operaia nella realtà era ben diversa dall’astrazione mitica che avevamo noi nella zucca. La situazione si sbloccò solo quando sostenemmo con forza il superamento delle “gabbie salariali”. Era infatti del tutto inconcepibile che un lavoratore e una lavoratrice di Aprilia in provincia di Latina guadagnassero circa il 20 per cento in meno di coloro che la voravano a Pomezia in provincia di Roma, a pochi chilometri di distanza.
Poi sono stato segretario del Pci del Lazio dal 1970 al 1976. Successivamente di Roma, tra il 1977 e il 1979. Erano “gli anni di piombo”. Il culmine della strategia della tensione, messa in atto dalla destra fascistica con coperture di pezzi dello Stato e conncontrolagabbiesalariali 360 minivenze statunitensi allo scopo di isolare e spingere fuori gioco il Pci e i comunisti, colpendo al cuore la democrazia. Una sequenza di manifestazioni, di aggressioni, di attentati organizzati dai fascisti, dalle cosiddette brigate rosse e anche dai gruppi autonomi, che ponevano a repentaglio la sicurezza e la vita delle persone soprattutto nella giornata di sabato: i sabati della paura. Uno stato di cose da noi denunciato con un dossier sulla violenza, che ebbe ampia diffusione e mi procurò ripetute minacce di morte, anche con scritte che apparvero sui muri. Fu allora che il questore De Francesco mi assegnò una scorta. Una macchina, con due ragazzi che venivano da Subiaco e leggevano il manifesto, sostava sotto casa e mi seguiva negli spostamenti. Ma il più delle volte si perdeva nella città, una realtà complicata che la mia scorta non conosceva.
Alle conquiste dei lavoratori e delle lavoratrici è sempre seguita una controffensiva autoritaria e fascistica. Ciò si è verificato soprattutto negli anni 70, quando si raggiunsero due traguardi fondamentali di incivilimento e di progresso sociale applicando i principi costituzionali: lo Statuto dei diritti dei lavoratori e il Servizio sanitario nazionale, alla elaborazione del quale io stesso partecipai con Giovanni Berlinguer. La strategia della tensione allora fu dispiegata al massimo con il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro da parte delle Brigate rosse il 9 maggio del 1978. Un momento oscuro della nostra storia sul quale ancora non si è fatta piena luce. Un vero e proprio colpo di Stato, che sebbene non riuscì a liquidare la democrazia di certo cambiò il percorso del Paese.
Roma era allora l’epicentro di uno scontro permanente, che riuscimmo a sostenere mantenendoci sempre sul terreno della mobilitazione democratica, nonostante le misure restrittive del governo messe in atto dal ministro Cossiga per impedire le manifestazioni pubbliche. Era il periodo in cui governavamo Regione Lazio, Provincia e Comune di Roma, con Luigi Petroselli sindaco dal 1979 al 1981. Certo in condizioni di gravi difficolta, ma sempre con ineccepibile trasparenza. Sollecitando in pari tempo una continua partecipazione popolare che ha consentito di salvaguardare la democrazia.»

 

Ottava Per i motivi che ho sopra ricordato hai conosciuto da vicino lo stesso Berlinguer che, tra l’altro, ti ha preceduto nella segreteria del Comitato Regionale del Lazio. Cosa ricordi dell’uomo e come valuti la sua azione politica?

«Enrico Berlinguer era una persona speciale, che suscitava rispetto e ammirazione soprattutto tra i giovani per la sua serietà e per la coerenza degli atti politici. Niente retorica, niente demagogia. Al contrario, la dedizione costante, persino testarda, allo studio, alla conoscenza dei problemi reali degli uomini e delle donne del suo tempo. E l’impegno instancabile volto a elevare il livello politico e culturale delle masse, nella convinzione che un partito di massa dovesse anche esercitare una pedagogia di massa. Ricordo che quando interveniva in manifestazioni pubbliche e in riunioni di partito chiedeva sempre informazioni e relazioni preventive. Voleva essere informato dettagliatamente per poter dare un contributo concreto alla soluzione dei problemi del momento, sempre nel quadro di una visione generale che non veniva mai meno.
Uno stile che è andato perduto, con il risultato di separare la politica dalla realtà. Un modo di essere e di operare di un uomo politico fuori dal comune che non derogava mai da un rigoroso equilibrio, e quindi da una inderogabile distinzione, tra funzione pubblica e vita privata. E che sapeva non abusare delle parole, facendo pesare soprattutto la forza dei fatti, dell’azione politica, dei movimenti sociali. Credo che sia stato il più grande dirigente della sinistra in Italia e in Europa nella seconda metà del Novecento. Deciofi berlinguer 350lla stima e della popolarità di cui godeva furono testimonianza indelebile i suoi funerali il 13 giugno 1984: la più grande manifestazione di popolo nella storia di Roma e d’Italia che rese a tutti evidente «l’affetto», «la fiducia per quest’uomo», come disse il presidente della Repubblica Sandro Pertini: "un giusto, un amico fraterno, un compagno di lotta". Mentre gli operai della Fiat innalzavano un grande striscione nel quale avevano scritto: "Siamo venuti per ricambiare quello che hai fatto per noi".
In tutta la sua vita Enrico Berlinguer ha seguito una costante: la lotta per la trasformazione socialista della società, rinnovando profondamente, in pari tempo, la politica e la cultura dei comunisti italiani ed europei. Un obiettivo strategico mai messo da parte. Anche se non è mancato, in un quadro di grandi innovazioni, qualche passaggio non all’altezza della sua visione del mondo. A proposito del compromesso storico con la Democrazia cristiana, è stato egli stesso a osservare – confermando la grandezza di un uomo politico in grado di riconoscere gli errori – di avere sbagliato "sulla possibilità che la Dc potesse rinnovarsi e modificarsi, cambiare metodi e politica". Sono stati commessi – aggiungeva - "errori di verticismo, di burocratismo e di opportunismo" che hanno indebolito "il nostro rapporto con le masse".
Non è una scoperta affermare che il rapporto con le masse era da lui considerato l’asse fondante della politica, perché se tale rapporto si indebolisce la politica decade, e diventa – nel migliore dei casi – politicismo. Berlinguer è stato l’ultimo segretario del Pci che ha lottato senza tregua per mantenere vivo il rapporto con le masse, non smarrendo mai l’obiettivo del cambiamento della società. Il suo incontro con gli operai della Fiat ai cancelli della fabbrica ne è la testimonianza più nota e appariscente. Poi ha vinto il migliorismo, anche perché la morte lo ha colpito proprio nel momento in cui aveva deciso di aprire contro il migliorismo una vera e propria offensiva culturale e politica. La società non si cambia, si migliora: così, con questa acquisizione migliorista di Giorgio Napolitano, la sinistra ha perso di fatto la sua autonomia culturale e politica. La gestione del presente ha prevalso sull’obiettivo della trasformazione, l’amministrazione sulla rivoluzione.
Enrico Berlinguer era molto rigoroso, e anche severo, nei rapporti politici e di partito. Molto attento e aperto in quelli personali e privati disponeva anche di un sottile senso dello humor. Ricordo ancora con chiarezza seppur velata da una punta di nostalgia la giornata di un lontanissimo 1966, quando su una vecchia Fiat 1100 che perdeva pezzi mi portò a Latina per propormi segretario della Federazione del partito. Un’impresa non facile – e infatti rimasi per ore fuori dalla porta – dal momento che non mancavano i candidati locali. Chi non era del posto, come me, veniva guardato con preoccupazione se non con sospetto. Ma Berlinguer riuscì nell’impresa di farmi eleggere. E sulla via del ritorno trovò anche il modo di farmi capire, riferendomi con un sorriso appena accennato alcune battute non proprio entusiasmanti nei miei confronti, quali sarebbero stati i problemi che avrei dovuto affrontare per poter stabilire una efficace collaborazione. Cosa che poi si verificò avviando un rapporto con la giovane classe operaia in formazione, soprattutto nella lotta per il superamento delle gabbie salariali. Un movimento che acquistò dimensione nazionale e portammo alla conclusione vittoriosa anche grazie al lavoro della compagna Gisella de Juvalta, sindacalista venuta dalla Fiom di Torino.»

 

Nona Hai contrastato la cosiddetta “svolta della Bolognina”, la proposta di Occhetto di cambiare nome al partito per avviare la costruzione di una nuova formazione politica. Tuttavia, nonostante vari tentativi e diversi cambiamenti di nome, la fine del Pci la lasciato un vuoto a sinistra che non è stato colmato. Cosa può essere recuperato oggi di quella esperienza politica e della elaborazione teorica dei grandi personaggi che ne stanno alla base, a cominciare da Antonio Gramsci per continuare con Togliatti, Longo, Berlinguer e Natta?

«Occorre ricominciare dall’analisi della società, dei rapporti economici e sociali, come insegnava Gramsci. Oggi è venuta meno l’analisi di classe e del conflitto tra le classi, e quindi dell’esercizio del potere da parte della classe dominante. Non solo sul terreno economico e sociale, bensì anche su quello non meno rilevante della politica e della cultura, che andrebbe attentamente indagato. La negazione delle classi è l’espressione più alta dell’egemonia della classe dominante. E poiché non esiste al mondo un assetto capitalistico in assenza delle classi e del conflitto, aver abbandonato l’analisi di classe ha comportato lanoncèprogeressofondatosulladistruzionedellanatura 350 cancellazione della cultura critica del capitalismo, vale a dire della realtà che ci circonda. Di conseguenza è stato liquidato il partito politico della classe lavoratrice e dei ceti subalterni, lo strumento indispensabile per trasformare questa realtà, la società capitalistica nel suo concreto svolgersi e manifestarsi. Che oggi, con le sue contraddizioni, mette in discussione il mondo, l’esistenza stessa del pianeta Terra. Ma se non si ricomincia da una visione complessiva di questo stato delle cose, da una cultura critica della realtà che coinvolga in pari tempo l’insieme della natura e la convivenza del genere umano, la prospettiva del cambiamento resta una pia illusione.»

 

Decima Dopo la fine del Pci, a parte i contraccolpi umani e psicologici, ti sei impegnato anzitutto nell’associazione Futura Umanità, nata proprio per conservare, studiare e attualizzare la storia e lascito di quel partito, che non è stato, come qualcuno ostiene, una dannazione per l’Italia, ma viceversa un frutto positivo della nostra storia e un pilastro della democrazia. Il Partito Comunista Italiano è stato una organizzazione politica che ha combattuto strenuamente il fascismo, che con la Resistenza ha contribuito alla liberazione del nostro paese dalla barbarie nazista e successivamente alla vittoria della repubblica nel referendum del 2 giugno del 1946 e infine, nell’assemblea costituente, è stato determi nante nella elaborazione di una delle carte costituzionali più avanzate nel mondo. In tutta la storia del secondo dopo guerra il Pci è stato un pilastro nella difesa delle istituzioni democratiche, nell’ottenimento di migliori condizioni di vita per milioni di lavatori, per l’emancipazione e la liberazione di grandi masse femminili, per il consolidamento e l’estensione di tutti i diritti sociali e civili. Con ciò non si vuol dire che non ci siano stati limiti ed errori, ma semplicemente affermare, alla luce della realtà storica, che il Pci è stato presente in tutte le conquiste della cosiddetta prima repubblica e che senza di esso tali risultati non sarebbero stati possibili. Ecco perché è giusto mantenerne il ricordo ed è opportuno quindi concludere questo nostro colloquio con una tua riflessione finale sul centenario della fondazione del partito, che cade il 21 gennaio del 2021 e che potrà essere una occasione proprio per collocare nel giusto modo il Pci nella storia d’Italia.

«Se si ricostruisse un’analisi oggettiva del contrastato percorso di questo nostro Paese, si perverrebbe facilmente a una conclusione difficilmente contestabile, che deporrebbe l’anticomunismo nell’unico posto dove dovrebbe stare: l’immondezzaio della storia. Al contrario della classe dirigente borghese e proprietaria, disponibile per tutte la avventure fino a spingerci nel buco nero delle guerre e del fascismo, i comunisti italiani sono stati non solo il fulcro della lotta per la libertà, ma anche i più tenaci combattenti per la democrazia in Italia e in Europa.
Ciò non vuol dire che non vi siano stati errori e debolezze. Dopo la grande avanzata nelle elezioni regionali e politiche del 1975-76 il Pci non è stato in grado di proporre una radicale riforma dello Stato di classe, burocratico e accentratore. Mentre nel frattempo si affermava una pratica del tutto erronea, che ponendo il partito al servizio non degli amministrati ma degli amministratori ne limitava l’autonomia e il rapporto con la società. Erano i segnali di un indebolimento e di una vera e propria involuzione, i prodromi del processo che porterà non al necessario rinnovamento ma allo scioglimento del partito. Con il risultato di privare le classi lavoratrici di rappresentanza e di organizzazione, determinando con ciò un vuoto di democrazia.
Nessuno però può negare che i comunisti italiani hanno svolto nel nostro Paese e in Europa una funzione decisiva di progresso e di avanzamento sociale e civile. Hanno combattuto il fascismo e organizzato la guerra di liberazione, hanno coerentemente lottato per abbattere la monarchia e instaurare la repubblica, per dare all’Italia la Costituzione «più bella del mondo», per costruire la democrazia e affermare la libertà degli uomini e delle donne, per realizzare i diritti sociali e civili, per isolare e sconfiggere il terrorismo. In breve, proprio in ragione di una visione fortemente innovativa, che rovesciando il tradizionale concetto della presa violenta di potere intende e pratica gramscianamente la rivoluzione come processo dicostituzione italiana 350 trasformazione complesso e duraturo del sistema politico e della società, i comunisti di questo Paese hanno svolto una funzione trainante nella costruzione della democrazia e nel rinnovamento dell’Italia, proponendosi come rappresentanti e organizzatori della classe lavoratrice e dei ceti popolari.
Togliatti, il più grande innovatore del comunismo in Occidente nella seconda metà del 900, capovolge il concetto tradizionale di rivoluzione teorizzando e praticando la «democrazia progressiva» come mezzo di trasformazione sociale. Il processo rivoluzionario può avanzare per via pacifica sul terreno del conflitto di classe attuando la Costituzione antifascista, un progetto di nuova società. Si delinea così una visione del tutto inedita, nella quale il socialismo non è più il «sol dell’avvenir» e neanche il migliorismo socialdemocratico. Ma non si identifica con il modello sovietico, che peraltro aveva esaurito la sua capacità propulsiva, come osservò Enrico Berlinguer. Si tratta invece di una civiltà più avanzata, proiettata verso nuove mete di uguaglianza e di libertà per tutti gli uomini e le donne, da costruire nelle condizioni storiche concrete di ciascun Paese. Nella quale la democrazia si configura come fattore costitutivo del socialismo, e il partito delle classi lavoratrici e subalterne si confronta con altre formazioni partitiche. Sono questi i fili che hanno tessuto la tela del comunismo italiano.
Oggi viviamo in una fase di crisi generale del sistema, di cui l’aumento della povertà e la concentrazione della ricchezza, lo sfruttamento degli esseri umani (la stragrande maggioranza) da parte di altri esseri umani (una minoranza sempre più ristretta), la rottura dell’equilibrio naturale e il surriscaldamento del pianeta sono le manifestazioni più appariscenti e preoccupanti. La diffusione del Covid ne è conferma universale e drammatica. Siamo in presenza di una condizione del mondo che richiede un cambiamento di sistema, il rovesciamento delle finalità dell’agire umano: non il massimo profitto per pochi, bensì il benessere comune. Una necessità che però non trova sbocco nel vuoto delle condizioni soggettive del momento. Si sentono e bruciano sulla nostra pelle il degrado della politica e l’assenza di un partito che organizzi e rappresenti l’insieme delle lavoratrici e dei lavoratori, delle classi e dei ceti sfruttati e subalterni.
Il recupero della storia e della memoria del Pci non può essere dunque un’operazione nostalgica, con la faccia rivolta all’indietro. Soprattutto in questo stato delle cose. Al contrario, il centenario della fondazione del partito comunista in Italia si presenta come un’occasione per indagare e recuperare una cultura critica e un metodo di azione politica, rivolti esattamente al rovesciamento dello stato delle cose in questa fase storica nella quale ci troviamo a vivere e operare.
Oggi più che mai è necessaria una forza politica del cambiamento che si fondi su tre assi principali:
-l’obiettivo del superamento del sistema verso una civiltà più avanzata, che muova dai principi universali della nostra Costituzione (la libertà della persona, l’uguaglianza sostanziale, la funzione sociale della proprietà);
-la capacità di dare risposte concrete ai problemi che quotidianamente travagliano la vita degli uomini e delle donne del nostro tempo:
-l’insediamento stabile di tale forza politica nel fondamento della società, nella massa di tutti coloro, donne e uomini, che sono sfruttati e oppressi.»

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Il PCI, tratto distintivo saliente della storia del 1900

PCI centanni

Fausto Pellecchia risponde alle domande di UNOeTRE.it  Oggi pubblichiamo solo le prime 2 risposte*

1) Che cosa hanno significato il PCI e poi la sua cancellazione per la storia del nostro Paese e dei subalterni?

Fausto Pellecchia
La sala del 5 Congresso del PCI 390 min«Il PCI, se consideriamo complessivamente i 100 anni della sua evoluzione nella storia italiana ed europea, resta un modello insuperato di coesione teorico-pratica dell’azione politica e, al contempo,un esemplare punto di coagulo per una pluralità di ascendenze culturali, che lo resero una vitale fucina di esperienze democratiche nel movimento operaio internazionale.
Dopo i burrascosi, contraddittori avvenimenti successivi al “biennio rosso” che portarono alla costituzione del Partito comunista d’Italia di Amadeo Bordiga, al Congresso di Livorno del 1921, è con la rifondazione del partito al congresso di Lione (1926) ad opera di Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti che inizia la storia del PCI. La linea strategica di fondo sottesa all’esperienza teorico-politica di Gramsci e Togliatti è la determinazione della specificità della “via italiana” al comunismo, emancipata dal rigido ossequio ai dogmi della III Internazionale; una specificità nella quale lo sbocco rivoluzionario costituiva sostanzialmente l’orizzonte ideale di un concreto processo di democrazia compiuta. In questo senso, la prassi politica del PCI fu costantemente guidata da una genuina ispirazione socialdemocratica. Fu questo il solco fecondo lungo il quale crebbe e si sviluppò l’idea di un partito di massa, capace di rappresentare e organizzare le istanze progressiste di ampi strati della società italiana (operai, contadini, piccola e media borghesia) unificandoli nel segno di una cultura politica “nazional-popolare”.

In questo senso, il partito comunista italiano, la più cospicua formazione comunista dell’Occidente, è stato un tratto distintivo saliente della storia del 1900, come lo sono state le guerre mondiali e le crisi economiche, come i regimi di massa e lo sviluppo della democrazia, come testimonianza di un’utopia concreta, orientata alla liberazione dalla miseria di milioni di esseri umani.
Nel panorama del bipolarismo dei blocchi, sancito nella Conferenza di Jalta, l’idea gramsciana, ereditata da Togliatti e proseguita – sia pure con le oscillazioni e gli inevitabili compromessi dettati dalle congiunture storiche attraversate dall’Italia- da Enrico Berlinguer, ha reso possibile, sia il protagonismo dei comunisti nelle lotte partigiane di liberazione antifascista con la leale adesione al CLN, e con la conseguente partecipazione ai lavori dell’Assemblea costituente e alla fondazione della Repubblica italiana; sia, nei decenni successivi, la costruzione di un’opposizione democratica e sociale ai governi a direzione democristiana, nonché l’egemonia culturale nel movimento operaio e nelle organizzazioni sindacali dei lavoratori. Si tratta, dunque di una lunga storia complessa e complicata, che ancora suscita passioni e provoca reazioni, a volte isteriche a volte commosse, sospese tra rabbia e nostalgia, che accende i cuori e, allo stesso tempo, suscita timori, come nessun’altra storia di formazione politica in Italia e in Europa.

Rispetto a questa complessità e a questa sapienza politico-strategica, lo scioglimento del PCI appare oggi come un’operazione frettolosa e riduttiva, imposta dalla nuova congiuntura internazionale determinatasi con la fine del bipolarismo e dell’URSS. Il film di Nanni Moretti, La cosa (1990), documenta lo smarrimento ma anche le indomite speranze, sopravvissute allo sgretolarsi politico del comunismo “reale”, che accesero il dibattito sulla sinistra post-comunista in Italia e in Europa. La svolta del Congresso di Rimini (1990) ha infatti rappresentato l’inizio di un disorientatamento e di un vuoto, quasi un’ orfanezza di matrici culturali e strategico-politiche, che ancora stenta ad essere assorbita e sviluppata dalla sinistra italiana attraverso la trasformazione in una nuova entità organizzata all’altezza del mutato panorama internazionale. Di qui, l’ingenua fiducia nelle aperture innovative promesse dalla globalizzazione dei mercati e l’arrendevole subalternità alle logiche del capitalismo finanziario, che hanno accentuato a dismisura l’assetto leaderistico e correntizio dei movimenti politici con la conseguente liquidazione del conflitto sociale in termini di negoziazione preventiva.»

È possibile oggi attualizzare e rivitalizzare quella lezione, a fronte delle trasformazioni non solo sul piano sociologico e della composizione sociale, ma anche su quello delle forme di coscienza? E con quali mezzi?

«Naturalmente, la riproposizione delle esperienze novecentesche del PCI, ovvero i futili tentativi di “resurrezione” o di “rifondazione”, in assenza di nuove idee-forza paragonabili a quelle scaturite dalla raffinata elaborazione teorico-politica di Gramsci e Togliatti, appare del tutto inappropriata e residuale: la nostalgia si è sempre rivelata una pessima musa da cui trarre ispirazione per una prassi politicamente efficace.

La rivoluzione tecnologica digitale, le inquietanti problematiche ambientali del pianeta, le prospettive ancora inadempiute dell’Unione politica dei popoli europei, così come le preoccupanti insorgenze autoritarie che alimentano la reazione antidemocratica di strati sempre più ampi della società, dovrebbero consigliare la costruzione di un nuovo modello di partito, capace di organizzarsi unitariamente e di contendere criticamente con il dominio economico-politico del liberismo planetario, sperimentando forme inedite e mezzi adeguati di resilienza sociale e politica.

L’odierna crisi della democrazia che investe l’intero Occidente costituisce, infatti, una sfida per le formazioni tradizionali della sinistra obbligandole a ripensare e a verificare nuovi percorsi e nuovi progetti di emancipazione e di giustizia sociale. Il punto di partenza non può non essere un’analisi del mondo del lavoro, prendendo finalmente coscienza dell’irreversibile declino dei vecchi ordinamenti e della diversa composizione delle classi sociali, un tempo incentrata sulla questione del salario e del welfare, oggi profondamente coinvolta e stravolta dai ritmi vertiginosi della mobilità occupazionale, del precariato e dell’accelerazione dei cicli e dei tempi di lavoro.

Limitiamoci a qualche esempio: da troppo tempo è stata abbandonata la rivendicazione di una necessaria riduzione deIl lavoro prima di tuttoll’orario di lavoro a parità di salario, ampiamente giustificata dall’aumento esponenziale della produttività resa possibile dalle innovazioni tecnologiche. Eppure su questa problematica e sugli effetti creativi stimolati dall’estensione dell’otium, esiste una lunga tradizione teorica che va dai Grundrisse di Marx al pamphlet di suo genero, il cubano Paul Lafargue, autore de Il diritto all’ozio, dall’opraismo di Mario Tronti e Renato Panzieri, fondatori dei Quaderni rossi ai Quaderni piacentini (con gli interventi di Alfonso Berardinelli, Sergio Bologna, Guido Viale, Franco Fortini ecc.), fino alla recente indagine sociologica di Domenico De Masi, Il lavoro nel XXI secolo (Feltrinelli, 2018).

Sul piano dell’organizzazione politica la via da battere è, a mio parere, una nuova territorializzazione dei partiti della sinistra, con una più attiva ed efficace distribuzione territoriale dei circoli e delle associazioni democratiche monotematiche, anche attraverso l’uso di video-conferenze e delle reti social, che rendano possibile, in tempo reale, l’ascolto dei bisogni sociali e la discussione delle proposte di soluzione. Si può immaginare la creazione di una sorta di “patronato” permanente con sportelli virtuali per l’assistenza sociale, legale, sanitaria delle persone in difficoltà; e, last but not least, la riapertura delle scuole di formazione politica (ripresa a livello territoriale della Scuola delle Frattocchie) con un programma di interventi, relazioni e dibattiti sulle questioni emergenti nel panorama della cultura politica nazionale e internazionale.»

 

*Quelle che seguono sono le domande poste da UNOeTRE.it
1 - Che cosa hanno significato il PCI e poi la sua cancellazione per la storia del nostro Paese e dei subalterni? (domanda posta nazionalmente da Futura Umanità)
2 - È possibile oggi attualizzare e rivitalizzare quella lezione, a fronte delle trasformazioni non solo sul piano sociologico e della composizione sociale, ma anche su quello delle forme di coscienza? E con quali mezzi? (domanda posta nazionalmente da Futura Umanità)
3 - Per quale motivo la sinistra di questo secolo ha ritenuto, forse acriticamente, che la globalizzazione sarebbe stata una grande occasione di progresso, cedendo a una cultura liberista democratica?
4 -  Cosa rimane di quella storia che ha attraversato in 100 anni la storia del paese?
5 - Che pensa del PCI nella provincia di Frosinone: è stato protagonista di lotte che hanno segnato la storia di questo territorio. Le più significative sono state quelle contadine per l'affrancazione delle terre e la presenza organizzata in alcune fabbriche più grandi. Il significato di quella esperienza ha oggi ancora un valore politico?
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Canfora e Berlinguer

 PCI centanni

 A Canfora di Berlinguer non piacciono molte cose e neanche il “compromesso storico”, la più togliattiana delle politiche

di Aldo Pirone
Luciano Canfora 370 minNel centenario della fondazione del Pcd’I (Pci) il prof. Luciano Canfora ha scritto un libro, “La metamorfosi”, incentrato su Togliatti e la sua opera di trasformazione del partito bordghiano e settario nato a Livorno il 21 gennaio nel “partito nuovo” popolare e di massa, di classe e nazionale, del 1944. Non ho ancora letto il suo libretto, ne ho letto solo qualche recensione. Poi, però, ho letto una sua intervista a “il manifesto” di cinque giorni fa nella quale c’è una critica esplicita, acida quanto sbagliata, a Enrico Berlinguer e al suo operato. La stessa cosa dovrebbe essere nel libro. Naturalmente la politica di Enrico Berlinguer si può e si deve riesaminarla criticamente, come quella di qualsiasi uomo politico di grande livello, ma non stravolgendola in quello che non fu. Per esaltare il ruolo fondamentale avuto da Togliatti nella rifondazione del Pci, come giustamente fa Canfora, non c’è bisogno di immiserire la figura di Berlinguer che, tra l’altro, cercò sempre, innovando quello che andava innovato, di seguire una linea di continuità, non di continuismo, con l’opera del “migliore” portando il partito comunista ad essere un terzo circa (34,4%) dell’elettorato.

A Canfora di Berlinguer non piacciono molte cose e neanche il “compromesso storico”, la più togliattiana delle politiche dell’allora segretario comunista. “L’idea del compromesso storico – dice nell’intervista – era errata fin dalla sua formulazione. C’è poco da fare, la parola significa accordo di vertice. Magari l’intuizione era giusta dopo il Cile […] Togliatti però non avrebbe mai parlato di compromesso, ma di incontro con le masse cattoliche”. Non è così. Sulla parola “compromesso” Togliatti aveva disquisito nel suo discorso alla Costituente dell’11 marzo ’47. In sostanza aveva detto che c’è compromesso e compromesso. Qualcuno gli dava un senso deteriore “Per me si tratta, invece, - affermava Togliatti - di qualcosa di molto più nobile ed elevato, della ricerca di quella unità che è necessaria per poter fare la Costituzione non dell'uno o dell'altro partito, non dell'una o dell'altra ideologia, ma la Costituzione di tutti i lavoratori italiani e, quindi, di tutta la Nazione”. Poi c’era quello deteriore consistente “nel lavorare esclusivamente sulle parole: nel togliere una parola e metterne un'altra, la quale direbbe approssimativamente lo stesso, ma fa meno paura, oppure può essere interpretata in altro modo; nel sostituire così la confusione alla chiarezza”.

Non c’è dubbio che il “compromesso” di Berlinguer per le sue motivazioni - seconda tappa della rivoluzione democratica e antifascista – e per i suoi obiettivi riformatori (i famosi “elementi di socialismo”) non poteva in alcun modo essere classificato nell’ambito dell’inciucio deteriore. C’è da dire che all’epoca la parola non piacque neanche a Longo, divenuto PrBerlinguer e Moro 225esidente del Pci, che avrebbe preferito il gramsciano, ma anche più dottrinario, “Blocco storico”, ma non ne fece una questione dirimente. La discussione, però, per non essere astratta e lessicale deve rapportarsi alla realtà. Che effetti ebbe nel Paese quell’iniziativa politica di Berlinguer? Ebbe l’effetto di aprire la strada a un mutamento consistente nei rapporti di forza con la Dc nel quadro di un forte avanzamento democratico, sociale e civile delle forze popolari fatto di battaglie concrete. Quanto al fatto, secondo Canfora, che Togliatti avrebbe parlato, invece che di “compromesso”, “di incontro con le masse cattoliche” appare risibile e sbagliato per due motivi. Primo, perché d'incontro con le masse cattoliche Togliatti ne parlava in continuazione e lo stesso Berlinguer al XIII Congresso di Milano del ‘72 aveva proposto il “governo di svolta democratica” basato sull’intesa fra comunisti, socialisti e cattolici; con il limite che quest’ultimi sembravano un po’ figli di nessuno mentre gli altri erano partiti ben identificati. Ma gli era che in quel momento la Dc, dopo aver eletto Leone presidente della Repubblica con i voti neofascisti del Msi, si apprestava, su impulso di Fanfani, a dismettere il centro-sinistra per tornare a un tardo centrismo. Secondo perché si fa intendere vagamente di una concezione di Togliatti che contrapponeva le masse cattoliche ai vertici della Dc che quelle masse organizzava attraverso una dialettica complessa e fondamentalmente interclassista che mediava in continuazione fra componenti interne moderate, conservatrici e progressiste in rapporto con un elettorato solcato da impulsi diversi, fondamentalmente moderati ma anche reazionari e d’ordine così come riformatori e progressisti. Ma Togliatti era un politico non schematico – “totus politicus” l’aveva definito B. Croce - abituato a valutare la concretezza della situazione politica e non rifuggì dall’appoggiare spericolatamente anche fenomeni di rottura della Dc come il milazzismo in Sicilia nella seconda metà degli anni ’50 quando l’obiettivo principale era quello di rompere il monopolio del potere democristiano.

La distinzione fra base e vertice dei partiti aveva una lunga storia nel partito dei comunisti. Di solito aveva aberlinguer 2 200limentato le resistenze settarie a una politica unitaria prima verso i socialisti e poi verso gli altri partiti. La divisione fra base e vertice da necessaria distinzione didascalica del pensiero – per parafrasare il Gramsci della distinzione fra struttura e sovrastruttura - diveniva schematismo astratto quando la si applicava alla realtà effettuale che si manifestava sempre in un intreccio dialettico e unitario fra questi due momenti. Un intreccio la cui comprensione del come si esplicava nel momento politico dato era la sostanza stessa della politica. La rottura della Dc, per altro non realistica, non fu mai obiettivo strategico di Togliatti. Il suo obiettivo, come quello di Berlinguer, fu lo spostamento a sinistra di quel partito attraverso il cambiamento dei suoi equilibri interni e lo sfruttamento anche spregiudicato delle sue contraddizioni interne quando si manifestavano. Così era stato, per esempio, con l’elezione di Gronchi alla Presidenza della Repubblica nel 1955.

Non c’è bisogno di ricordare a Canfora quello che si scatenò – le forze più oscure del cielo e della terra disse Natta – a Ovest ma anche all’Est contro l’avanzata dei comunisti in quegli anni sotto l’egida del “compromesso storico”. L’uccisione di Moro fu il culmine di quest'attacco antidemocratico che ebbe come obiettivo, riuscito, di colpire l’intesa fra il Pci e la Dc di cui si era fatto garante il Presidente democristiano anche contro i moniti americani, tedeschi e anglofrancesi in Europa. Naturalmente si può e si deve esaminare criticamente come la politica del “compromesso storico” fu applicata, la sottovalutazione per esempio della componente socialista e lo schiacciamento sui governi di unità nazionale, ma è difficile dire, come fa Canfora, che la si abbandonò per “l’alternativa di sinistra” e che l’assassinio di Moro “non era sufficiente a cambiare strategia”. Intanto perché con l’assassinio del Presidente democristiano fu rovesciata la sua linea, per altro assai lenta e prudente, d'intesa con i comunisti, tanto è vero che venne fuori il famoso “preambolo” anticomunista di Donat-Cattin, Piccoli e Forlani che liquidarono Zaccagnini e poi perché Berlinguer non ripiegò affatto sull’alternativa di sinistra, che era stata di Craxi solo come elemento di disturbo del “compromesso storico”, bensì sulla linea politica dell’alternativa democratica. Anche qui la questione non era lessicale ma di sostanza. Nel momento in cui si andava profilando un centro-sinistra spostato a destra tanto da diventare ben presto pentapartito, con un cane da guardia di tutto riguardo come il segretario del Psi Craxi, Berlinguer ebbe l’assillo di radunare tutte le forze democratiche “alternative”, comprese quelle del cattolicesimo democratico, per cercare di rimutare i rapporti di forza nel Paese che avevano visto un arretramento elettorale del Pci dal 34,4 al 30,4%.

Fu fatto bene? Fu fatto male? Si può discutere di ogni passaggio di quella politica, ma non si può negare che siamo dentro le coordinate storiche di una linea togliattiana che perseguiva l’intesa fra le grandi forze popolari non sulla base delle chiacchiere, ma di un’azione multiforme di lotta e di iniziativa politica concreta nel paese attenta ai rapporti di forza. In quella fase di arretramento politico e di esaurimento della spinta propulsiva della proposta di “compromesso storico” occorreva adeguare la linea politica del Pci. L’alternativa democratica era insieme la presa d’atto di una sconfitta subita e il tentativo di rilanciare una linea politica che marcasse l’alterità della forza comunista e di un’altra Italia rispetto a quella che aveva ripreso il sopravvento e che qualcuno chiamava del tutto impropriamente riformista, con i risultati che abbiamo visto appena un decennio dopo. Una linea che Berlinguer cercò di nutrire con l’analisi dei mutamenti che si andavano verificando nel mondo e in Italia con l’avvio della “rivoluzione conservatrice” neoliberista.

Berlinguer intendeva la politica, come Togliatti, nella sua essenza di “analisi concreta della situazione concreta” e perciò non solo come manovra politicista fra vertici politici ma unita all’azione complessiva nel corpo sociale.

Non fu uno scavezzacollo moralista come lo fa apparire Canfora.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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