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PCI. Prudenza nella comunicazione, ma non omissioni

  • Pubblicato in Partiti

Marino. Dramma Frattocchie RSA. Condividiamo prudenza nella comunicazione non le omissioni.

Bandiera pci 350 260In linea con il nostro comportamento politico da quando siamo piombati nell’emergenza sanitaria COVID 19, continuiamo ad essere presenti sui vari temi che interessano la vita quotidiana locale e nazionale. Allo stesso tempo, continuiamo ad essere disponibili ed operare – anche quando non ci sono state date risposte politiche e amministrative – per il bene dei cittadini e con la nostra presenza nei momenti di volontariato. Tuttavia, per onestà verso chi sta soffrendo fino a perdere la vita, per onestà e intimo dovere etico e politico nei confronti di chi quotidianamente - per ragioni di lavoro – è esposto in prima linea in questa emergenza sanitaria, oggi rivolgiamo domande, forte critica e denuncia, circa il dato drammatico delle RSA. Le Residenze Sanitarie Assistite. Queste, nella Regione, nel sistema sanitario regionale, possono essere direttamente gestite dal SSN ovvero convenzionate. Evidentemente, come stanno dimostrando le tragiche morti, non c’è stato equilibrio nello spalmare sul territorio regionale tante attività private/convenzionate, se poi il rapporto qualità/servizio al momento dell’emergenza è risultato pressoché nullo. Non dappertutto, ma molto, molto diffusamente. Altra questione connessa, il livello organizzativo sanitario regionale – come più volte richiesto, anche in incontri in regione da parte del PCI Lazio – che ha visto fallimentare, rispetto a tutte queste vite perse, il sistema dell’emergenza. Certo, i numeri tragici di altre regioni ci fanno apparire più protetti.

E’ un errore: è solo differente la quantità di contagiati, grazie al buon comportamento di prevenzione di molti cittadini. Non di tutti. Per questo le notizie allarmanti, ma con toni asettici del sindaco pubblicate in questi giorni non hanno, secondo noi, chiuso la vicenda. Primo perché le decisioni, sulle RSA, sono in primo luogo in capo alle ASL e alla Regione (oltre che direttamente ai responsabili/proprietari delle stesse strutture), in secondo luogo perché dire le cose come stanno, tutte le cose come stanno, va fatto per rispetto di tutti: di chi soffre, di chi lavora, di chi si adegua al regime emergenziale. Il sindaco, riferendosi alla RSA Villa Nina di Frattocchie, ha scritto “La struttura è off limits da circa 30 giorni come confermato dalla ASL RM 6, che si è occupata anche di mappare ed effettuare i tamponi a tutti i soggetti che vi hanno interagito. La stessa ASL RM 6 ci hanno assicurato dell'efficacia delle misure contenitive attivate all’interno della struttura, come dimostrato tra l’altro dalla mancanza di legami con gli altri casi di positività presenti sul nostro territorio comunale fino ad oggi.”.

Questo tipo di comunicazione non è sufficiente. Per questo, come PCI di Marino, chiediamo in questo momento: cosa è successo e cosa sta accadendo alla Rsa clinica Villa Nina? Sappiamo che è stata acquistata nel 2016 dalla GIOMI RSA e che è un classico esempio di sanità privata convenzionata del Lazio. Chiediamo quali azioni di prevenzione sono state intraprese sin dal primo momento che è scoppiata la pandemia? Dopo il primo caso di morte per covid-19 sono stati effettuati i tamponi a tutti i pazienti per isolare i positivi ed evitare il contagio ai non positivi? Il personale sanitario è stato messo in condizione di lavorare con i requisiti massimo di sicurezza, visti i casi di contagio tra loro che stanno emergendo? Ad oggi sono una cinquantina di casi su 120 ricoverati.

Chiediamo e denunciamo una evidente omissione dei dati con la scusa di non allarmare la gente. Siamo consapevoli di avere attenzione sull’impatto emotivo della tragedia. Ma se la quantità è evidente, non va taciuta. Quanti positivi reali ci sono e, se dopo 3 settimane di attenzione da parte della Asl siamo arrivati a tutti questi positivi, quanti morti dobbiamo aspettarci? C'era e c'è una alternativa che possa evitare la strage? Visto che la regione Lazio non ha subito il contagio catastrofico della regione Lombardia, avendo centinaia di posti letto e terapie intensive disponibili nei suoi ospedali era possibile una strategia differente? i trasferimenti dei positivi in strutture pubbliche covid-19, sempre che avessero fatto per tempo i tamponi, potevano prevenire il contagio di tutta la struttura? Domande che dobbiamo fare proprio perché, fino ad ora non c’è stato qui collasso come in Lombardia, e perciò, appare ancora più inaccettabile che questo accada nel Lazio dove l'epidemia, è apparentemente sotto controllo. Ci auguriamo che le cinquanta persone contagiate guariscano presto, ma se dovesse volgere al peggio, cosa racconterà chi ha le redini della gestione ai familiari e cosa dirà a tutta la comunità locale e regionale? Naturalmente, senza ostentazione, ma con consapevolezza e senso di responsabilità, noi comunisti, anche qui a Marino, continueremo ad essere parte del sistema emergenziale che nelle varie forme sta collaborando con la Protezione civile, ma senza rinunciare ad un dovere etico politico che coinvolge tutti noi per il prima, per il mentre e per il dopo emergenza sanitaria.

 

Marino, 13 aprile 2020

 

 

Modulo nuovo di Autocertificazione per ottemperare alle disposizioni dell'emergenza coronavirus da SCARICARE, STAMPARE e COMPILARE

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Modulo di autocertificazioine. Mininterno 26 marzo 2020

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PCI: Superare l'emergenza e rilanciare sanità pubblica

Emergenza coronavirus

Bandiera pci 350 260Bruno Barbona - Quanto sta accedendo nel nostro paese e nel mondo, al netto delle solite sterili polemiche, e dei luoghi comuni, impone un ripensamento generale del nostro stile di vita, e delle nostre convinzioni, aldilà di quanto stiamo vivendo oggi in tempo di COVIT -19.

Nello specifico, oltre al ringraziamento unanime e sincero a quanti in questo periodo stanno lavorando in trincia oltre e aldilà del proprio dovere, con innegabile abnegazione e senso civico anche a rischio della propria salute, non possiamo non rilevare quanto questo virus e la sua conseguenza, abbia scoperto il nervo del nostro sistema sanitario.

A scanso di equivoci vale la pena ribadire che in linea di principio il nostro sistema sanitario è sicuramente tra i migliori al mondo, spesso messo in crisi dai continui attacchi di una classe politica che ha privilegiato la sanità privata a quella pubblica.

Se dobbiamo trarre una lezione dagli eventi che stiamo vivendo, non possiamo esimerci dall’osservare come la soluzione adottata nella maggior parte delle regioni, nel riequilibrio di bilancio del sistema sanitario regionale, abbia comportato tagli indiscriminati di servizi, e in qualche caso di intere strutture ospedaliere, tagli spesso operati in contemporanea a operazioni di accreditamento in convenzione  private, tutto ciò ha determinato l’impoverimento del sistema sanitario pubblico e la crescita del sistema privato, tutto ciò  oggi si traduce nella paura di non avere la capacità di poter curare l’intera popolazione per carenza proprio di strutture.  

Per conseguenza di tale  sproporzione, assistiamo  al  grave risultato dell’enorme sacrificio richiesto dalla gravità del momento, alle strutture pubbliche, sotto pressione sia per carenza di personale, sottoposto a turni massacranti, che purtroppo anche per molta parte di esso che risulta essere contagiato, di contro neanche oggi in questa situazione, viene richiesto alla sanita privata di essere a disposizione della collettività, in un cosi  grave periodo di necessità, anche solo per restituire alla collettività stessa una piccola parte del  privilegio economico di cui ha potuto godere in tutti questi anni, attraverso liste d’attesa interminabili e una politica scellerata che  hanno determinato la crescita esponenziale di queste sia nel  numero  che nel volume d’affari.

Crediamo doveroso alla luce di quanto stiamo vivendo ripensare seriamente al nostro sistema sanitario creando strutture di prossimità che possano decongestionare i pronti soccorsi capaci di curare per quanto possibile le persone al proprio domicilio, e nell’immediato riaprire molte delle strutture che anche se chiuse oggi risultano ancora attrezzate e utilizzabili da subito.

Crediamo che alla fine di questa esperienza nella quale abbiamo finalmente capito di dove anteporre la salute dei cittadini, prima di ogni altra considerazione d’ordine economico ci consenta di ripensare a un modello di vita a misura nel quale i valori della vita della solidarietà abbiano la meglio rispetto al capitalismo sfrenato e fine a se stesso.

             

BARBONA Bruno, Segretario Federazione PCI Frosinone

 

Modulo di Autocertificazione per ottemperare alle disposizioni dell'emergenza coronavirus

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La morte del PCI

Libri

La Morte del PCIdi Guido Liguori - Nell’autunno 1989 Achille Occhetto annunciava alla Bolognina la volontà di porre fine alla pluridecennale esperienza del Partito comunista italiano per dar vita a una nuova formazione politica. Per molte e molti fu un fulmine a ciel sereno, la lacerazione improvvisa di una comunità che aveva avuto un posto importante nella vita di moltissimi militanti. Si trattava in realtà del culmine di un processo che sottotraccia covava da tempo (soprattutto dalla morte di Enrico Berlinguer), attraverso cambiamenti politici e culturali molecolari. Questo libro indaga, quasi come una inchiesta poliziesca, gli elementi, gli indizi, che prepararono e determinarono la «morte del Pci», soprattutto a partire dalla nomina a segretario di Occhetto, nel 1988. E le vicende che seguirono alla Bolognina, le discussioni, le polemiche, gli avvenimenti che si susseguirono per oltre un anno, fino a quando il XX congresso del Partito non decise di ratificare definitivamente la proposta del segretario.

Iniziò così, con la fine del Pci, la trasformazione (oggi lo possiamo dire: in peggio) di tutto il sistema politica italiano. Si accentuarono in modo catastrofico fenomeni già in atto. Dal tramonto del partito di massa alla crescente irrilevanza del Parlamento, dall’importanza sempre più accentuata del leaderismo, della comunicazione semplificata e superficiale della politica, alla diminuzione della partecipazione e dei votanti. Soprattutto iniziava con la fine del Partito comunista italiano la sempre minor presenza e rilevanza degli interessi operai, della voce dei lavoratori, nel dibattito pubblico e nella lotta per la difesa degli interessi collettivi.

Le radici di molte di queste trasformazioni sono registrate nel dibattito che accompagnò la «morte del Pci». Il revisionismo storiografico e ideologico viene ricostruito qui in molte delle sue tappe: dalla nuova lettura “filogirondina” della Rivoluzione francese e dalla relativizzazione della Rivoluzione d’Ottobre alla presa di distanze verso l’eredità di Togliatti, dall’accantonamento del ruolo e della statura di Gramsci alla ricerca di nuovi numi tutelati (Rosselli, Silone), di altre tradizioni, di altri autori di riferimento.

Con la morte del Pci, infatti veniva meno una lettura della società basata sulla lotta delle classi contrapposte, si assumeva l’individuo e i diritti individuali come il riferimento teorico e politico del principale partito della sinistra italiana. Che così presto divenne una «sinistra invertebrata», condannandosi a una progressiva impotenza.

Tutto questo era stato previsto e denunciato dai politici e dagli intellettuali che si contrapposero a Occhetto. Il variegato «fronte del NO» composto da Natta e Ingrao, Tortorella e Cossutta, Chiarante e Lucio Magri non seppe proporre una alternativa unitaria allo scioglimento del Partito, ma vide con largo anticipo che la rimozione della propria storia e del proprio nome avrebbe portato il più grande Partito comunista dell’Occidente alla progressiva irrilevanza: un partito radicale di massa che inevitabilmente doveva perdere il sostegno delle masse, la fiducia dei lavoratori, la militanza appassionata di tante e tanti che avevano dato tempo energie e risorse alla costruzione di una impresa collettiva: la costruzione di una società più giusta e solidale. Col Pci tutto ciò moriva e per molto tempo era destinato a non rinascere.

Ma il mondo ha ancora bisogno di socialismo. Di fronte alle contraddizioni e agli squilibri sempre più forti, solo una via alternativa e diversa da quella capitalistica può ridare speranza e creare una «volontà collettiva». Occorre crederci, e tentare ancora. Anche a partire da quelle che sono state le idee-guida del Pci, che questo libro riassume con chiarezza e vuole rilanciare al pubblico odierno: conservare la memoria di un grande passato è passaggio fondamentale per ricostruire il futuro in modo diverso.

 

Guido Liguori insegna Storia del pensiero politico contemporaneo presso l'Università della Calabria, è presidente della International Gramsci Society Italia (IGS Italia) e capo-redattore della rivista di cultura politica Critica marxista. E' tra i fondatori di Futura Umanità, Associazione per la Memoria e la Storia del Pci.

 

La Morte del PCI, Bordeaux Edizioni, prezzo di copertina € 11,90. Dal link che segue si può acquistare il libro

https://www.bordeauxedizioni.it/prodotto/la-morte-del-pci/

 

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PCI: Quale futuro per lo stabilimento FCA di Cassino?

  • Pubblicato in Partiti

FCA Piedimonte 350 260Quale futuro per lo stabilimento FCA di Cassino? E’ indispensabile un intervento pubblico.
Cassa integrazione dilagante per tutti gli stabilimenti italiani, promesse fatte da FCA e non mantenute circa il piano industriale di 5 miliardi di euro. A Torino aspettano di partire con la 500 elettrica, a Pomigliano con il SUV di classe “C” Tonale e a Cassino?
Per adesso nessuna risposta! Si era vociferato circa la produzione di un SUV di segmento D della Maserati, ma all’orizzonte c’è solo tanta cassa integrazione!
Nel 2019 si è superato la soglia dei 100 giorni attestandosi a quota 104 giorni di cassa integrazione con una percentuale che si avvicina a circa il 60% con un netto calo del salario degli operai. La produzione della Giulietta che si attesta attualmente a 70 unità in un prossimo futuro scenderà a quota 40 e questi non sono di certo numeri che possono sorreggere uno stabilimento con capacità produttive nettamente superiori.
Se a questo dato aggiungiamo anche la riduzione del personale dovuta al pensionamento di molti operai, lo stabilimento di Cassino da 4400 dipendenti passa a 3682, con una perdita secca di oltre 700 posti di lavoro, impedendo per altro il naturale ricambio generazionale, che in altre grandi aziende sta avvenendo. Un altro campanello d’allarme che ci fa preoccupare maggiormente sul futuro del nostro stabilimento.
Per conseguenza quando si produce, lo si fa con un minor numero di lavoratori, e inevitabilmente con carichi di lavoro sempre maggiori, al punto da divenire insostenibili.
L’accordo fatto tra FCA e PSA attualmente non dà alcuna garanzia che nuovi modelli, soprattutto quelli ibridi o elettrici (che rappresentano il futuro dell’automobile), vengano di fatto prodotti nello stabilimento di Cassino.Bandiera pci 350 260
In questo quadro il Partito Comunista Italiano propone che lo Stato, tramite la Cassa Depositi e Prestiti, acquisti una quota determinante di azioni in modo da garantire la produzione di nuovi modelli con nuove tecnologie, investendo in ricerca e innovazione, in modo da garantire il necessario sviluppo del settore e dello stabilimento di Cassino.
LE POLITICHE PORTATE AVANTI DA MARCHIONNE HANNO PORTATO AL COLLASSO L’INDUSTRIA AUTOMOBILISTICA ITALIANA: CASSINO E LA CIOCIARIA POTRANNO PAGARE UN PREZZO ALTISSIMO CAUSA DEL FORTE RITARDONELLA PROGETTAZIONE DEI NUOVI MODELLI.
I BASSI SALARI E LA CANCELLAZIONE DEI DIRITTI DEGLI OPERAI NON SONO SERVITI A RILANCIARE LA PRODUZIONE INDUSTRIALE E QUESTA E’ UN’ULTERIORE PROVA DELLE POLITICHE SBAGLIATE DEL NEOLIBERISMO.
PCI Frosinone cicl.in.prop piazzetta Conti di Aquino, 4 17/12/2109

 

 

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PCI scrive a Governo per situazione drammatica lavoratori del Lazio

Bandiera pci 350 260Roma. Il PCI scrive a Governo su situazione drammatica lavoratori del Lazio.

Il Partito Comunista Italiano, nel Lazio, negli ultimi mesi ha densamente aumentato la propria attenzione e partecipazione diretta a fianco dei lavoratori nei vari momenti di lotta. Valgano la vicinanza e partecipazione attiva a Vertenza Frusinate, così come la presenza a fianco dei lavoratori di Mercatone Uno, dei dipendenti di Metro C, delle scuole, e così via. Ora in questa dovuta presenza per la nostra scelta di essere riferimento della classe lavoratrice, proprio come Partito Comunista Italiano, pure dopo vari incontri regionali, ultimo con l’assessore Di Berardino, abbiamo deciso di chiamare in causa il Governo tramite il proprio responsabile del settore. Per quanto possiamo non ci fermiamo e continuiamo a chiedere che siano risolti problemi drammatici e urgenti, così come quelli strutturali. Da qui nasce la lettera (di seguito riportata) .

La situazione delle vertenze nel Lazio risulta drammatica da qualche anno. E ogni anno, anziché individuare soluzioni siamo costretti a chiedere che si trovino i soldi per finanziare gli ammortizzatori sociali. Da 16 aree di crisi complessa si è arrivati a 20 ed ogni anno si aggiungono chiusure aziendali e disoccupazione crescente, in una regione che non riesce ad attrarre investimenti aiutino a superare una crisi che si protrae da troppi anni e grava su un tessuto sociale ormai in grave difficoltà. Nel 2017 un emendamento una legge di bilancio permise di allungare la mobilita’ per i lavoratori di ben 16 aree di crisi complessa.

Il governo in quel periodo stanziò 117 milioni da suddividere tra le 16 aree Nel 2018 anno il governo giallo-verde nella legge di bilancio conferma lo stanziamento di 117 milioni ma le aree di crisi complessa aumentarono siamo ora a 20. In attesa che la Regione Lazio metta in atto politiche attive di reinserimento di questi ex lavoratori nel mondo del lavoro crediamo che sia doveroso che il Governo si faccia carico di trovare un percorso di continuità alla mobilità per questi lavoratori. E’ compito dello Stato attuare politiche del lavoro in grado di dare risposte che favoriscano l’occupazione.

Le risorse nel paese, così come nel Lazio, non mancano. Dal riassetto idrogeologico, ai beni culturali, alla capacità di attrarre investimenti produttivi, che creino lavoro e mettano a valore il territorio. Il PCI chiede che il governo e la Regione trovino le risorse che oggi sembrano essere sparite dalla legge di bilancio, affinchè queste numerosissime famiglie riescano a vivere. Lo stesso Governo dovrà fare sì che la Regione Lazio attui quelle politiche attive per il lavoro di cui da anni si parla ma che ancora non hanno visto alcuna attuazione. Si parla di disoccupazione in calo e di nuovi occupati ma ciascuno di noi conosce il metodo di composizione di queste statistiche. Si conteggiano anche gli occupati per poche ore o pochi giorni e non è questo il lavoro che garantisce sussistenza alle famiglie ed al paese.

Per questa ragione chiediamo direttamente al Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali di attivarsi al fine di trovare una soluzione occupazionale reale e duratura a questi, tantissimi, lavoratori, che subiscono una crisi che non è stata provocata certamente da loro. Nel frattempo è necessario trovare le risorse affinché si rinnovi la mobilità, che, ad oggi, dopo molte parole che non hanno trovato riscontro nella realtà, è l’unica garanzia per queste famiglie di poter vivere con dignità.

 

Lucia Mango, Segreteria Nazionale PCI, resp. Lavoro
Oreste della Posta, Segretario Regionale PCI Lazio

 

 

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Storia. La riforma del Pci e Berlinguer

Tortorella 350 mindi Daniela Preziosi da ilManifesto del 11.11.2019 - Tortorella: «La riforma del Pci doveva essere quella dell’ultimo Berlinguer»
Parla uno dei dirigenti della 'seconda mozione'. L’errore fu il referendum fra nuovisti e nostalgici. Il No voleva trasformare il partito ma l’abiura era l’altra faccia dell’esaltazione acritica. Fu sbagliato trattarci da ’sovietici’. Trent’anni di liberismo e tatticismi suicidi hanno disperso il popolo della sinistra.

«No, la crisi della sinistra di oggi è molto diversa da quella del post 89», risponde Aldo Tortorella se gli si chiede di qualche tratto comune fra lo scossone provocato dalla svolta di Occhetto e la frana dei nostri giorni. Novantatré anni, partigiano, poi direttore dell’Unità di Genova, Milano e Roma, deputato e berlingueriano «dell’alternativa», fondatore dell’Associazione per il rinnovamento della sinistra e direttore delle nuova serie di Critica Marxista, Tortorella nell’89 disse no alla svolta ma con Ingrao restò «nel gorgo» – per poi uscire con Giuseppe Chiarante al tempo della guerra alla Serbia. «All’epoca la sinistra era composta dai comunisti, dai socialisti e da altre forze minori laiche. Il Psi fu disfatto dalla questione morale. Ma nel Pci, che questo shock non l’aveva subito, ci fu una parte, sia pure composita, che manteneva una critica al capitalismo e ideali socialisti. Alcuni dogmaticamente come i “filo sovietici”. Altri criticamente come Ingrao e i cosiddetti berlingueriani. E c’era ancora una vasta parte del popolo lavoratore che guardava a sinistra. Il referendum sul nome generò fatalmente una gara e poi una scissione tra nuovisti e nostalgici. La parte critica che chiedeva un diverso mutamento fu sconfitta, anche perché aveva ragione nel voler mantenere una critica al capitalismo, ma non conosceva a fondo i suoi mutamenti. Oggi sono molti a intendere che quella critica va ripresa e che bisogna ripartire dalla ridiscussione dei fondamenti per creare una sinistra aggiornata. Ma intanto trent’anni di tatticismi suicidi e di neoliberismo hanno disperso il popolo della sinistra. Dopo la caduta del muro di Berlino e la Bolognina la sinistra, non solo italiana, si convinse che il suo compito fosse quello di essere una migliore amministratrice dello stato delle cose presenti. Chi spingeva per trasformare il Pci in un partito socialdemocratico non vedeva la crisi dei socialdemocratici. C’è stato l’errore dei vincitori e anche quelli dei vinti».

Il Pds punta alla socialdemocrazia ma poi cambierà rotta verso il Pd, un partito postideologico.
«Il Pd non è un partito post ideologico, animale che non esiste, ma con due ideologie. Quella neocentrista (sicurezza, sviluppismo, moderatismo), quella quasi socialdemocratica. Infatti, le due anime si sono, parzialmente, scisse. Ma l’ala socialdemocratica ebbe a che fare con una socialdemocrazia essa stessa già in crisi. Lo statuto dell’internazionale socialista, così come quello del partito laburista inglese, contenevano l’obiettivo finale della proprietà sociale dei mezzi di produzione. Blair costruì il nuovo Labour abolendo quell’articolo e il manifesto di Anthony Giddens non nominava neppure la parola lavoro. Schroeder proclamò la Spd come “nuovo centro” e tagliò lo stato sociale. Clinton abolì le ultime tracce della legislazione di Roosevelt per porre limiti all’arbitrio della finanza. Nel fine secolo la sinistra socialdemocratica o progressista era al governo in Italia, in tutta Europa e in America e credeva così di aver dato la giusta interpretazione dell’89. Pensò che liberalizzando e riducendo al minimo l’intervento pubblico nell’economia il mercato avrebbe provveduto per il meglio. Non vide le sofferenze create dalla globalizzazione. Non si accorse che a Seattle in prima fila c’erano i lavoratori licenziati. Fu sorpresa del sopravvenire della crisi nel 2007/8. Non capì che la globalizzazione avrebbe fatto risollevare i nazionalismi. È perciò che è avanzata la destra sciovinista, xenofoba, razzista. Solo ora la sinistra moderata si viene in parte scuotendo dal sonno neoliberista.»

Una sinistra fu rifondata. La scissione portò alla Rifondazione comunista, che non era un’operazione di conservazione ex pci, tant’è che vi si associarono altre culture critiche e anticapitaliste.
«Non c’erano le fondamenta, neanche da quella parte. Noi terzinternazionalisti ma anche gli altri eravamo una sinistra novecentesca. Alcune categorie usate erano già fuori tempo. Perciò ho ricordato che con Ingrao e con altri non negavamo la necessità della trasformazione del Pci, ma volevamo che fosse senza il taglio delle radici e che avviasse un ripensamento delle categorie cui si era ispirato il nostro movimento. L’abiura è la stessa cosa dell’esaltazione acritica, entrambe impediscono un esame delle cose giuste e di quelle sbagliate. Nei documenti della “seconda mozione” ci sono le tracce di un’ispirazione che teneva conto del pensiero comunista “eretico” a partire dalla Luxemburg. Le distinzioni sottili (ad esempio sul senso della parola “comunismo”) cui avevamo lavorato con alcuni dei compagni più innovatori, cito Cesare Luporini per tutti, caddero di fronte all’alternativa tra nuovismo e nostalgia.»

Con Gorbaciov avevate capito che il socialismo reale era irriformabile?
«Noi abbiamo sperato che ci fosse una riformabilità del sistema sovietico, Gorbaciov è stata l’ultima speranza. Forse era una speranza fallace. Ma la verità è che a Gorbaciov non fu dato il tempo per provarci. I gruppi dirigenti americani, con il consenso europeo, decisero di farlo cadere. Gorbaciov aveva attuato la distensione internazionale e proclamato la ristrutturazione economica (la perestrojka) e la trasparenza politica (la glasnost). Ma gli venne negato l’aiuto finanziario indispensabile nel collasso creato dall’inefficienza del sistema. Fu preferito Eltsin, garante di una privatizzazione selvaggia, di un liberismo primitivo e dell’ancoraggio al primato americano.»

Il Pci invece era riformabile?
«Credo che fosse trasformabile senza generare la metamorfosi nel proprio opposto. La parola d’ordine della svolta fu «sbloccare il sistema politico». Non ci si accorgeva che il sistema era marcio e si assumeva sul partito comunista la colpa di aver bloccato il sistema. Non che non ci fossero nostre responsabilità. Ma una settimana dopo il voto del ’76, quello del Pci al 34%, si riunì a Portorico il G7. Per l’Italia andò Moro, presidente del consiglio ancora in carica. Moro venne tenuto fuori dalla porta, mentre in un vertice a quattro, voluto da Helmut Schmidt, cancelliere socialdemocratico tedesco, e da Gerald Ford, presidente Usa, si stabilisce, nonostante la rottura di Berlinguer con i sovietici, che se il Pci fosse andato al governo l’Italia non avrebbe avuto più diritto ad alcuna agevolazione economica.»

Dunque il Pci era riformabile.
«Il Pci era già sulla via della riforma con l’ultimo Berlinguer, che io sostenni. Ma Berlinguer nella sua ultima fase era in minoranza. La rottura del governo detto di solidarietà nazionale fu approvata con il voto contrario della corrente riformista.Ma la maggioranza stessa era composita. Molte delle sue tentate innovazioni parevano isolare il partito, rompere la concezione della politica come capacità di alleanze. Fu uno scandalo quando andò ai cancelli Fiat in una lotta aspra e perduta. Berlinguer si era avvicinato all’ecologismo, al nuovo femminismo “della differenza”, al pacifismo, alla comprensione della trasformazione tecnologica, al bisogno di una aggiornata critica al capitalismo nuovo e alla necessità di una rifondazione etica della politica e dei partiti, a partire dal suo. Questo significava “questione morale”.»


Oggi Occhetto parla delle scissioni e delle divisioni come ‘male oscuro’ della sinistra. All’epoca si fece abbastanza per tenere unito il partito?
«Il male oscuro c’è. Ma bisogna anche cercare di guarirlo e volerlo guarire. Tra il primo e il secondo congresso, da presidente del comitato centrale – mi avevano nominato mentre ero in ospedale a causa di un malore dopo la relazione da me svolta per la minoranza – concordai con Occhetto una riunione dei capi delle tre mozioni. Nell’introduzione proposi di verificare se c’era la possibilità di una composizione, forse anche studiando forme di convivenza nuove ad esempio di tipo federativo. Appena finii per primo prese la parola Garavini, che diverrà il primo segretario di Rifondazione – per dire che era impossibile perché «il contrasto era di fondo». Mussi, per la maggioranza, disse altrettanto. La verità è che ognuno riteneva necessario correre la propria avventura. Il miracolo del Pci era stato di aver tenuto insieme riformisti e rivoluzionari, che ora non si soffrivano più. Sapevo bene delle intenzioni scissioniste della terza mozione e perciò, con Ingrao, votai contro la unificazione, che ci fu, tra noi e loro. Qualche anno dopo Garavini è uscito da Rifondazione , ha fatto una’associazione che si congiunta con l’Ars (Associazione per il rinnovamento della sinistra) fondata anche da me. E Mussi ha rifiutato l’ultima escogitazione, cioè la confluenza nel Pd, fondando la Sinistra ecologia e libertà.»

Al comitato centrale del 22 novembre 1989 tu dicesti: «Chiunque vincesse avrebbe perduto insieme agli altri».
«Con quella conduzione era chiaro l’esito. Occhetto e i nuovisti – D’Alema era il più dialogante – avevano fretta , timorosi di rimanere sotto le macerie del muro. C’era il convincimento forte che dovessimo assolutamente cancellare “la macchia”. In una sezione mi mandarono contro il fratello di Berlinguer, Giovanni, che pure era uomo pacato, ma nel suo dire pareva che io, entrato in segreteria del Pci con Enrico solo quando ogni rapporto con i sovietici era stato rotto, fossi un uomo di Mosca. Ma anche con Giovanni Berlinguer ci ritrovammo, anni dopo, in una comune posizione politica di sinistra.»

Ma la “macchia” c’era.
«C’era. Ma una cosa è riconoscere i propri errori altra cosa è la cancellazione di se stessi. Soprattutto la generazione cui appartengo aveva peccato di debolezza verso l’Urss. Ma da questa medesima generazione era venuto, con Berlinguer, a differenza degli altri partiti comunisti, il rifiuto e la rottura, sebbene tardiva. Non era giusto, mi pareva, dichiararci quasi pari a coloro che ci avevano combattuto anche aspramente, come avevano fatto i sovietici e i loro seguaci dopo lo strappo, anche finanziando la dissidenza filosovietica. Il guaio era che quella cancellazione di sé aveva come molla il governismo. Tempo prima ero andato a Reggio Emilia a fare un congresso nella sezione di una grande cooperativa, esponendo le ragioni del dissenso. Applausi, baci e abbracci, e poi al voto presi 4 voti su 400 con pranzo finale di consolazione e, credo, di affetto. Agli operai avevano spiegato che se si andava al governo sarebbe stato meglio anche per loro. Purtroppo quella cooperativa non esiste più da gran tempo.»

Il nuovo Pd fa venire qualche barlume di speranza?
«Mi chiedi se vedo qualche barlume nel mondo? Sì. In giro per i mondo c’è un’inquietudine, ci sono sollevazioni anche se di vario segno. Nessuno avrebbe pronosticato Sanders. La Warren, non socialista, dice cose nuove per la riforma del capitalismo Usa. Il movimento anti Trump mosso dalle donne è un fatto nuovo, non è elitario ed è pieno di giovani. Certo c’è da avere paura perché nasce lo spirito nazionalistico nella potenza egemone, gli Usa, che chiude le frontiere, sconfessa la globalizzazione e minaccia il mondo, ma nascono di conseguenza anche nuovi movimenti. E forse questi movimenti spingeranno a proporre alcuni valori ancora validi e alcune idee nuove “di sinistra” anche a quella parte che occupa la sinistra delle nostre aule parlamentari.»

 

 

 

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PCI: incontrarsi a sinistra

  • Pubblicato in Partiti

Bandiera pci 350 260di Maurizio Aversa - ROMA/FROSINONE. Confronto a Sinistra promosso dal PCI. “Conferme e assenze inspiegabili” dice Oreste della Posta.
“Questa è la linea perseguita, proposta tenacemente: unità nella diversità. Che, tradotto, vuol dire che per noi è importantissima l’unità dei comunisti ovunque essi siano organizzati, ma guai a chi intendesse l’unità come annessioni o subalternità varie! No, noi amiamo e pratichiamo l’unità, col massimo rispetto dovuto proprio delle diversità. Oltre questo, vuol dire anche che il confronto sui grandi temi, siano essi di livello internazionale, di livello teorico, o di programma di lotte e proposte, vive della stessa metodologia.”

Così è stata aperta l’iniziativa pubblica presso il Consiglio Provinciale di Frosinone, venerdì 11. “Ripensare il ruolo della sinistra alla luce dei nuovi scenari politici”, è il tema che ha visto impegnati molte formazioni politiche della galassia della sinistra italiana, della provincia di Frosinone, oltre a tante persone comuni, in un incontro appassionate e interessante sia per il numero di interventi che per la qualità degli stessi. Da cui il giudizio positivo del segretario provinciale del PCI Bruno Barbona. In particolare, sono intevenuti Giammarco Capogna di “Possibile” affermando che “a livello locale è giusto fare iniziative insieme partendo dalla sanità e dall’inquinamento del fiume Sacco”. Ruggiero , della Direzione del PSI,ha detto: ”sosteniamo il Governo e la Regione, ma sui temi locali siamo disposti a collaborare”. Proietto, area di Sinistra Italiana, ha affermato che: ”è ottima l’iniziativa, ed invito tutti a partecipare all’ incontro del 20 ottobre a Serrone”.

Angelino Loffredi, dei Comitati della Sanità Pubblica ha apprezzato lo sforzo unitario del PCI. Nelle conclusioni Ugo Moro, della segreteria nazionale del PCI ha indicato i temi per future mobilitazioni: contro l'aggressione turca alla Siria, per la difesa della democrazia, contro la riforma regionale, per l’ambiente e il lavoro. “Nonostante il nostro impegno, che continuiamo, nonostante le buone risposte, nonostante la buona introduzione del compagno Bruno Barbona all’incontro, in considerazione della grave situazione in cui versa il Paese e i lavoratori e i meno abbienti in particolare, è grave e ingiustificabile l’assenza di Rifondazione Comunista, di PC e di Potere al Popolo.” Così ha commentato il dopo iniziativa Oreste della Posta segretario regionale del PCI Lazio.

 

Partito Comunista Italiano – Comitato regionale Lazio Federazione di Frosinone
Roma/Frosinone, 13 ottobre 2019

 

 

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Ricordo di Emilio Mancini ad un anno dalla scomparsa

emiliomancini 2 350 260 minErmisio Mazzocchi commemora Emilio Mancini a un anno dalla sua scomparsa. S. Donato Val Comino, Circolo PD, venerdì 13 settembre 2019

Se dovessi dire che sarebbe semplice narrare la storia politica e facile descrivere i caratteri umani di Emilio Mancini, commetterei un errore, perché ritengo che sia più arduo di quanto si possa pensare.
Accetto questa sfida in ragione della mia amicizia e della mia conoscenza diretta di un uomo politico e di un amico, durata 53 anni dal 1965 al 2018.
Io giovane ventenne, lui di qualche anno più grande.
Si potrebbe dire che abbiamo percorso vite parallele.

In Emilio non c'era saccenteria né presunzione né tanto meno arroganza. Possedeva una cordialità disarmante, che ti metteva a tuo agio e ti vincolava a questo suo modo di rapportarsi con gli altri.
Un linguaggio educato, non volgare, rispettoso e aggiungerei senza nessuna inflessione romanesca, ma capace di cogliere le sfumature dialettali della sua realtà, quella cassinese e quella ciociara, ovviamente anche quella romana.
Era molto difficile confrontarsi con Emilio.
Non perché mostrasse supponenza, ma perché era stringente nella sua logica politica, pacatamente argomentata, secondo schemi aperti, coerenti con una sequenza predefinita, come è nelle partite degli scacchi, di cui lui era un ottimo giocatore
Dovevi misurarti con i suoi argomenti secondo categorie logiche, non scadenti, ma di alto valore nei contenuti e nella loro esposizione.

Non è stato un uomo del passato, è stato un uomo del futuro.
Emilio Mancini non è catalogabile in un'epoca. Non posso dire che fu un uomo politico del suo tempo.
Certo, visse i momenti della sua vita, ma non posso considerarlo incastonato e immobile nella sua storica epoca. Come a dire "ei fu"
Era un passo avanti e il suo oggi era già il domani, percussore dei tempi a venire, ricercatore costante di percorsi politici proiettati nel futuro.
Accorto osservatore della società, non ne aveva una visione angusta, municipalistica.
Al contrario essa era ampia, senza confini, oserei dire europea, considerato anche la sua educazione familiare di matrice inglese.
Lingua che conosceva benissimo anche nelle sue espressioni dialettali che, come amava dire con orgoglio, aveva appreso frequentando gli operai portuali di Londra.

Uomo colto, che non ostentava la sua sapienza, ma mostrava il suo interesse per le espressioni culturali che attraversavano i suoi tempi e la sua attenzione agli avvenimenti culturali, come il caso Manifesto oppure i libri e i film di Pasolini, come anche per quelli con risvolti politici che avevano implicazioni culturali e ideologiche, come i fatti Cecoslovacchi e lo stesso Vietnam.
Memorabili sono le interminabili discussioni con Achille Migliorelli e Franco Assante.E.Mancini commemorazione PD S.Donato 350 min
Passioni!!!!
Per non citare quelle per le auto nelle memorabili e giovanili gare automobilistiche per le curve di Picinisco e certamente quelle per il calcio, così come lo era stato suo fratello.
Ha vissuto il tempo del PCI e ha vissuto il tempo del PD, sostenendo con convinzione, proprio per la sua formazione culturale - politica, i progressivi cambiamenti del suo partito.
Con una differenza rispetto ad altri che hanno compiuto la medesima scelta.
Era un funzionario politico, parte organica del partito, vivendo dall'interno la storia politica del suo partito.
La sua vita è stata tutt'uno con la vita politica del suo partito, con gioie e sofferenze, con luci e ombre.
Non immune da errori e da valutazioni improprie.
Giovane laureato in giurisprudenza, diventa funzionario del PCI e viene nominato nel 1965 segretario del Comitato di zona, erede della Federazione di Cassino costituita nel 1975 e sciolta appunto nel 1965.
Detta così appare una operazione scontata, quasi burocratica. La realtà è diversa.

Il PCI doveva affrontare situazioni difficili: una crisi economica gravissima, che aveva obbligato all'emigrazione la maggioranza della popolazione, e, allo stesso tempo, aveva a che fare con un avversario politico fortissimo, come la DC, partito con un consenso elettorale, in questa zona, tra il 45% e il 60% e un potere assoluto.
Si esaltavano gli unici due comuni (su quaranta della zona) di sinistra, con sindaci PCI: S. Donato V. C. e S. Giorgio.
Due comuni agli estremi del territorio a sud ella provincia con al centro Cassino, in cui la DC era quasi sempre oltre il 50% e il PCI tra il 10% e 12%.
Emilio assume una gestione del partito in condizioni di debolezza e di difficile espansione.

Il suo impegno a costruire riferimenti del PCI nelle fabbriche e a mantenere attive le Sezioni di partito è stato sempre costante.
Così come era nell'organizzazione delle campagne elettorali e nelle iniziative (a iniziare dai comizi, lui parlava per il partito e io per i giovani comunisti).
Il suo prestigio era esteso, tanto che venne candidato ed eletto nel 1967 al Consiglio comunale di Cassino.
Tutti aspetti che saranno propri del suo essere dirigente politico in tutti gli anni successivi, come a Frosinone, così come a Roma.
Emilio, lasciato il Comitato di zona nel 1969, viene a far parte della segreteria provinciale, prima come responsabile della “Stampa e propaganda" e poi dell'organizzazione.
Mancini dimostrò, in più di una occasione, a Frosinone come a Roma, un grande senso di responsabilità con la priorità di mantenere unito il partito dal PCI al PD di cui accettò le diversità proprio come cemento di quella unità.

Non si può non citare, a mò di esempio, quanto avvenne in occasione dell'elezione del nuovo segretario della Federazione, quando il segretario uscente, Arcangelo Spaziani, viene eletto consigliere regionale.
I favoriti erano Emilio Mancini e Ignazio Mazzoli.
Ambedue apprezzati, pur avendo ciascuno connotazioni e caratteristiche diverse per la loro formazione politica.
All'unanimità venne eletto Mazzoli.
Emilio aveva favorito l'elezione di Mazzoli, consapevole che una divisione avrebbe prodotto lacerazioni nel partito.
Cosa che non avrebbe gradito.
Sostenne con lungimiranza il processo di rinnovamento dei gruppi dirigenti.
Una costante del modo di operare di Emilio.
Uomo politico fermamente convinto del ruolo del partito.
"Le Sezioni - diceva nel 1972 - devono essere uno strumento fondamentale che ci consenta sempre di incidere nella realtà e di trasformarla; di incidere nelle coscienze e di trasformarle; strumento per portare avanti le linee e l'iniziativa del partito".
Un lavoro assiduo improntato a un consistente rinnovamento dei dirigenti politici, che ebbe una significativa occasione a cavallo degli anni '70, quando si produsse un profondo rinnovamento, svoltasi su indicazione dello stesso segretario provinciale Mazzoli, spesosi molto nella riorganizzazione politica del partito, guidato da Berlinguer.

e.mazzocchi 225150Si sviluppa una stagione feconda con la presenza di una nuova generazione politica da Oriano Pizzuti, a Gianni Paglia, a Luciano Fontana (attuale direttore del Corriere della Sera), al giovanissimo Francesco De Angelis, che riprendevo (ero nella segreteria provinciale, anche io come funzionario di partito) per la sua incorreggibile esuberanza movimentistica (non smessa più), per arrivare a Natia mammone, ad Annalisa De Santis, a Elena Ubaldi.
Mi piace ricordare quando Elena, giunta da Roma a Cassino nel 1967 e proveniente da una famiglia di comunisti, svolge le sue prime iniziative politiche nelle campagne elettorali e nelle Sezioni, sino ad arrivare a essere eletta nel Consiglio comunale di Anagni.
Dico questo, anche per sottolineare che per quel tempo, in parte anche oggi, le donne elette da parte di tutti i partiti, elette nei Consigli comunali erano pochissime, se non rare.

Emilio nel 1975 venne a far parte della segreteria regionale e si trasferisce a Roma.
Il suo secondo amore. Il primo era Picinisco.
Non si può negare che svolse un ruolo se non appariscente quanto fondamentale per quello che doveva essere il Comitato regionale, centro di direzione politica-organizzativa nella regione Lazio.
Emilio svolse una funzione decisiva a mantenere un giusto equilibrio tra C. R. e la potente Federazione romana, sedando momenti di conflittualità e allo stesso tempo gestendo situazioni politiche gravose, come l'impegno del partito nella lotta al terrorismo e la stessa politica organizzativa del partito.
Non accettò le proposte che gli sono rivolte per essere candidato ed eletto al Consiglio regionale.
Preferì il partito
Non poteva essere diversamente.
E in modo leale e responsabile, convinto di essere utile, accettò di essere segretario della Federazione di Civitavecchia, realtà difficile e strategica nella regione.
Non venne meno, e mai sarebbe avvenuto, la sua dedizione al partito, ricoprendo, dopo quella esperienza, altri incarichi nel C. R., non rinunciando mai al compito di favorire il ricambio e il rinnovamento dei gruppi dirigenti, come avvenne per la elezione a segretario regionale di Domenico Girardi, da lui fortemente sostenuto.
Condivise e si mostrò convinto sostenitore del cambio del PCI sino al PD.
Comprese che bisognava trasferire quella spinta, quella necessità storica, di un cambio e successivamente della creazione di un uovo partito, come il PD, alle nuove generazioni.

Per Emilio non c'era il passato e non voleva appartenere al suo passato.
Intendeva essere nel presente e il presente era costruire il futuro e il futuro sono le nuove generazioni.
Con esse intavolava un confronto, apre e persegue un dialogo senza preconcetti, un ruolo di formazione.
Si offre come referente e curatore dei nuovi quadri dirigenti, di molti giovani della nuova stagione politica del XXI secolo.
Come avviene, ovviamente per Claudio, e, per rimanere a espressioni del nostro territorio, per la stessa Sara Battisti.
Ed è significativo che, in occasione del suo compleanno, che si festeggiò durante la festa dell'Unità di Roma, la presenza dei giovani era superiore a quella di militanti di più antica tradizione politica.

Questo è stato Emilio.
Anzi direi: questo è Emilio, perché è parte del corso della storia di ieri, di oggi, di domani, che vive in ciascuno di noi insieme a Emilio.»

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Ziroli (PCI): basta soliti rinvii sulla pelle dei lavoratori

  • Pubblicato in Partiti

Bandiera pci 350 260Regione Lazio. Dopo incontro aree crisi, Ziroli (PCI): basta soliti rinvii sulla pelle dei lavoratori.
In un comunicato che riportiamo riassunto, (Agenzia Nova) sembrerebbe accennarsi a un qualche passo positivo. Purtroppo, come commenta Tiziano Ziroli, responsabile Lavoro del PCI Lazio, è la macchina del rinvio. Che non consente ,ad esempio, neppure di intervenire da parte dei Comuni che hanno ormai tempi strettissimi per eventuali presentazioni di progetti specifici!

"Si è tenuto oggi un incontro con l'assessore regionale Claudio Di Berardino per avviare le politiche attive nei territori di area di crisi complessa. Dopo una lunga discussione la Regione ha deciso di riconvocare… Poi sugli over 58 - continua la nota - la Regione convocherà il 13 settembre gran parte dei comuni …”. Questo, invece, il pensiero critico, che è stato esposto anche ai rappresentanti della Vertenza Frusinate da Ziroli: Ieri si e svolto un incontro in regione per le aree di crisi complessa Frosinone e Rieti. “L'incontro secondo il mio punto di vista non ha portato risultati ma solo un solito rinviare". Le questioni che dovevano uscire fuori erano:
1) le determine per il pagamento delle mobilità sono state inviate al Ministero?
2) la Regione ha già chiesto al nuovo governo...di cui ora il PD fa parte...la deroga per il 2020?
3) loro convocano i sindaci e gli imprenditori...ma con quali progetti?...con quale politiche industriali?

"Inoltre i lavoratori finiranno la deroga il 21 novembre...e ci siamo oramai... il tempo è breve.. quindi perchè tutti questi rinvii?”. Gli over 58 se tutto va bene nei lavori di pubblica utilità lavoreranno solo per 12 giorni...e per ultimo ma forse ancora più grave i soldi che la regione Lazio ha per le deroghe potrebbero non bastare in quanto vanno suddivisi tra le mobilità e le casse integrazioni straordinarie. ...
“Il PCI, - come ricorda anche il segretario del Lazio, Oreste della Posta -, continuerà a monitorare e ad essere sempre disponibile a sostenere le lotte dei lavoratori e dei senza lavoro. Non per nulla sia le iniziative regionali che le priorità nazionali che stiamo attivando, sono tutte con il Lavoro quale faro di analisi, di intervento sociale, di scelta politica. Dignità e qualità del lavoro in sicurezza per i lavoratori, sia di tipo già noto, la fabbrica, i campi, gli uffici, ma anche i cosiddetti nuovi mestieri".

 

 

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Il PCI e il voto proporzionale puro

  • Pubblicato in Partiti

Bruno Steri segr. naz. PCI con ambasciatore cinese su Via della Seta mindi Maurizio Aversa, della segreteria del PCI Lazio interviene sulla proposta M5S. Trecentoquarantacinque, e poi?

In questo periodo ferragostano, siamo in presenza di giorni ed ore concitate sul versante del Governo, del Parlamento, della politica. Chi non è protagonista, purtroppo, è l’insieme dei lavoratori, dei disoccupati, dei giovani che sempre meno si vedono rappresentati da queste piroette. Stessa sorte per i temi che dovrebbero far da guida a chi vuol governare il Paese: la predisposizione delle scelte economiche macro per l’Italia e quindi la legge di bilancio da varare entro dicembre. Così come, ancor prima, la scelta per far rappresentare la nazione nell’organo di governo europeo.

Ma nulla di tutto ciò è emergenziale nel ricatto continuo che era nato sedici mesi fa tra Lega e Cinquestelle, che è continuato, e che tutt’ora non si ferma, come ha mostrato il confronto parlamentare con colpi di scena andato in onda ieri. Comunque,ci siamo, il fallimento del contratto, depotenziato nella definizione originaria di qualsiasi valenza politica e di “accordo”, tranne che – lapsus freudiano – poi il capo dei Cinquestelle, ora si cruccia e meraviglia del “tradimento” in 24 ore dell’alleato Lega! Ma se era solo contratto, non c’è tradimento politico no? Oppure era fasulla la premessa? Che, invece era molto, molto, molto politica l’alleanza di sedici mesi fa? Ma non è questo l’argomento che voglio sottoporre alla vostra attenzione. Semmai, vorrei provare a parlare di democrazia sostanziale. Come ha rilevato, recentemente, il compagno Francesco della Croce della segreteria nazionale del PCI, “Facciamo attenzione: la proporzionale è tale se contempla collegi elettorali ampli e se non ha soglie di sbarramento fatte ad hoc per escludere milioni di cittadini dalla rappresentanza. Insomma, la nostra proporzionale non può essere alla 'tedesca', dove vi sono molti piccoli collegi (determinando, così, una stortura significativa tra voti ai partiti e seggi corrispondenti) e dove vige uno sbarramento al 5% che, storicamente, fu introdotto in modo esplicito per murare l’ingresso nel parlamento al partito comunista tedesco ed in genere alle minoranze.”

Si, introduco il ragionamento del voto proporzionale, perché esso è la cartina di tornasole per capire se la Costituzione ha una valenza ed un rispetto da inverare, oppure se, americanizzando e rendendo un orpello solo tecnico l’esercizio del voto si intende perseguire il maggioritario che “taglia le ali”, il presidenzialismo che addormenta la critica e la partecipazione, la ricerca “fasulla dai tempi di Craxi ad oggi” della governabilità. Questa nettezza, contrapposta, di scelta è per sottolineare che siamo in presenza di vera scelta politica, di vero scontro teorico e ideale sul rispetto dei principi costituzionali nati dalla Resistenza, quindi non contrabbandabile per scelta tecnica, ancorchè dal solo risvolto economico. E veniamo alla proposta dei Cinquestelle: 345 parlamentari in meno… per risparmiare i soldi della casta. La motivazione è una falsità. Sono ben altre le spese che si possono tagliare, e più consistenti. Il punto vero è se si vuole attuare, “riattualizzare” il proporzionale puro oppure no.

Che dice su questo tema il M5S? Venga ad un confronto e risponda. Ad esempio, noi Comunisti siamo portatori, pur nel rispetto dell’impianto Costituzionale, anche di una proposta innovativa, in verità già avanzata negli anni dai comunisti e mai divenuta oggetto di confronto di merito. Si tratta della abolizione di una delle due Camere. Ad esempio del Senato della Repubblica. Quanti sono i soldi a risparmio se invece che un numero di parlamentari, una intera Camera viene non più prevista. Quindi niente doppia lettura delle leggi, quindi niente doppioni di parecchie attività? Ce l’ha una propria opinione il M5S su questo tema? E su ciò che di prezioso lo sottende? Infatti una sola Camera dovrà necessariamente rappresentare davvero il Paese tutto. Anche la parte più piccola. Lo slogan (fino ad ora molto vuoto e giocato solo dentro casa cinquestelle tra 50.000 aficionados della piattaforma) uno vale uno, solo col proporzionale puro si può attuare. “+ Europa” degli ex radicali, sono a favore di questa scelta proporzionale che fece invocare al vecchio leone Pannella “il diritto di tribuna” perché almeno un eletto fosse garantito ad ogni piccola forza politica organizzata, oppure sotto l’ala protettiva del PD è per loro più facile fare spallucce su questi argomenti? E Renzi che si riscopre – abile tattico del primo mattino – risparmiatore dei soldi seguendo la proposta del M5S circa i 345 da tagliare (chissà se gli interessa davvero?), ma lo stesso quesito vale per il saltimbanco politico Salvini dopo l’intervento al Senato di ieri (13 agosto) vuole esplicitare, più di quanto non si sappia dalle sue precedenti azioni e dal suo pensiero, se intende togliere di mezzo il “fastidioso” proporzionale e chiudere tutti i confronti in solo sue schieramenti che 1, sono ambedue d’accordo sulla Nato; 2, ambedue d’accordo sull’Europa/Euro a servizio del capitalismo; 3, ambedue sono d’accordo sulla conflittualità sostanziale contro la Cina (e la proposta rivoluzionaria ed epocale della Via della Seta, messa in campo per i prossimi cinquant’anni di pace) e contro l’autodeterminazione dei popoli (Cuba, Venezuela, Palestina etc); 4, ambedue sono per mettere i lavoratori ed il lavoro “solo” come servizio da aggiungere alla guida del capitalismo, degli imprenditori; 5, ambedue sono a favore delle politiche che si basano su meno stato e più privato… questo solo per dire le prime cinque cose fondamentali che vengono in mente in un confronto per la guida del Paese. Ecco, allora che alternativa sarebbe questa pensata, da Renzi e dal PD (tutto) che immagina siano questi i temi a confronto?

Appunto, americanate: che spingono il popolo, i cittadini, a disinteressarsi della politica e della partecipazione, e i pochi che partecipano, anche al voto, lo fanno tra due ricette pressochè fotocopia! Ecco perché è necessario, per la democrazia, per il rispetto della Costituzione, per non tradire noi stessi, che l’Italia abbia la possibilità – tramite il sistema proporzionale – di avere presenti, di conoscere, di far elevare al rango di confronto, proposte di politiche alternative per davvero: (ironicamente, molte delle parole sono state anche utilizzate e subito abbandonate o tradite post voto ora da Lega ora dai Cinquestelle e dal PD) A che serve la Nato? Possiamo essere fuori dalla Nato, tranquillamente e da subito! A che servono i danni che stiamo subendo (grazie al compact) dalla Ue e dall’Euro? Possiamo davvero fare l’Italexit! I Brics, e la Cina e la Russia sono davvero partner futuri con possibilità di sviluppo positivo della globalizzazione, non di quella dei mercati che finora abbiamo subito dagli Usa! Mettere il diritto al lavoro, il lavoro come risorsa umana ed economica, al centro di tutte le politiche dello Stato è la vera alternativa al moderno schiavismo a cui stiamo assistendo negli ultimi anni! Piani economici di programmazione industriale, agricola, della ricerca, della cultura, interventi per l’ampliamento del welfare, il sostegno ai giovani e agli ultimi della società, è alternativa vera allo sfinimento attuale a cui ci hanno portato i passi indietro del centrosinistra, e le scelte di Lega e Cinquestelle.

Quindi, si prenda questa matita, si tracci un doppio elenco a confronto, e vediamo se la Lega, se i Cinquestelle, se il PD, mettendo i 345 posti da tagliare per nulla, e, a fronte, tutto quanto può essere “davvero risparmiato” alla fine della scelta di far vivere una concreta possibilità di alternativa e vediamo chi può negare: che il massimo di democrazia è il proporzionale; che il massimo di alternatività sono solo i programmi concreti; che tutto il resto, roboante o sfavillante, è solo una gigantesca menzogna, un gigantesco polverone! Ecco perché condividiamo le necessità richiamate nel comunicato dei sindacati unitari “Un piano straordinario di investimenti pubblici in infrastrutture, reti, manutenzione del territorio, a partire dal Mezzogiorno, con un chiaro sostegno ad una nuova economia verde e che il tutto sia scomputato dai vincoli del patto di stabilità; - una riforma fiscale fondata sul principio della progressività che riduca le tasse al lavoro dipendente e ai pensionati; - una vera lotta all’evasione fiscale e al lavoro nero; - il rinnovo dei contratti nazionali pubblici e privati e il riconoscimento del loro valore erga omnes, la detassazione degli aumenti salariali ed il superamento dei contratti pirata; - riforma della pubblica amministrazione e assunzione di personale in tutti i comparti pubblici a partire dalla sanità; - una nuova politica industriale che indirizzi i processi di innovazione, di crescita dimensionale delle imprese, garantisca il diritto permanente alla formazione e metta al centro la salute e la sicurezza sul lavoro; - una nuova politica della cultura e del turismo asse di crescita per un paese quale l’Italia; - una vera riforma delle pensioni che dia un futuro ai giovani, risponda ai bisogni delle donne e riconosca i lavori più disagiati.” Per questo mi piace concludere sempre citando Francesco della Croce: “Se si vuole intervenire sul bicameralismo si può fare recuperando una proposta storica: una sola Camera parlamentare – anche quindi con meno parlamentari componenti rispetto agli attuali – ma eletta con una legge elettorale proporzionale pura. Fare diversamente, realizzare il baratto tra meno parlamentari ed una proporzionale 'crucca' genererebbe una nuova forma di stortura della rappresentanza, molto difficilmente emendabile in seguito a causa dell’intervento diretto sulla Costituzione.
Se 'ognuno vale uno', adesso è il momento di dimostrarlo nei confronti della più alta istituzione rappresentativa del Paese: legge elettorale proporzionale pura, all’italiana!”.

 

 

 

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