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Chiara Saraceno e il Recovery Plan

NEXT GENERATION EU. Interviste

Chiara Saraceno* risponde alla domande di Nadeia De Gasperis

ChiaraSaraceno Cremonaoggi 380 minLo scorso 29 aprile il governo ha approvato il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). I fondi stanziati per asili nido, scuole dell’infanzia sono sufficienti per il sostegno alle famiglie? servirà a finanziare il welfare sociale?

«Nidi e scuole per l’infanzia sono solo un, importante pezzo di politiche per le famiglie, oltre ad essere primariamente strumenti di pari opportunità tra i bambini. I fondi stanziati, se fossero destinati solo agli asili nido (la scuola dell’infanzia ha già un elevato livello di copertura e richiede solo che vnga esteso il tempo pieno là dove, specie al Sud, non c’è) basterebbero per raggiungere un 33% di copertura con finanziamento pubblico, quindi accessibile anche ai ceti più modesti. Non sufficiente, visto che il 67% dei bambini rimarrebbe fuori, o solo con l’opzione dei nidi privati, ma più che raddoppierebbe la dotazione attuale. Occorre tuttavia a) che gli investimenti siano diretti innanzitutto a sanare le enormi disuguaglianze territoriali nella dotazione; b) che nei bilanci annuali siano previsti i costi di gestione, per garantire gli enti locali sulla sostenibilità del servizio.
Ciò detto, per sostenere le famiglie con figli e le pari opportunità tra bambini occorre anche allargare il tempo pieno di qualità nella scuola primaria e in quella secondaria di primo grado. Inoltre ci sono tutti i problemi legati alla disabilità e alla non autosufficienza che non vengono toccati dal punto di vista di sollevare le famiglie di parte delle responsabilità e del lavoro ad esse connessi. Nella parte del PNRR dove si parla di non autosufficienza e di domiciliarità di fatto sembra si parli solo di ADI, l’assistenza domiciliare integrata, che è un servizio sanitario temporaneo successivo ad una ospedalizzazione. Nulla c’è sulla assistenza quotidiana continuativa e non esclusivamente sanitaria, lasciata per lo più a familiari e badanti».

 

Come si dovrà lavorare concretamente sui territori per avere riscontri positivi nell’investimento delle risorse e nella equità di distribuzione tra le regioni?

«Come dicevo, sarebbe stato necessario esplicitare chiaramente, in termini anche quantitativi, l’obiettivo del riequilibrio territoriale (rispetto al Mezzogiorno, ma anche alle aree interne. Ad esempio Alleanza per l’Infanzia e la sovra-rete educAzioni avevano chiesto che si fissasse il 33% di copertura dei nidi a livello almeno regionale. Invece è sparita sia la percentuale, sia la sua definizione a base territoriale. Inoltre sarà necessario aiutare gli enti locali meno attrezzati sul piano delle risorse umane e professionali a fare la necessaria progettazione e a seguirne l’attuazione.
Qui c’è un ruolo anche della società civile e dell’associazionismo, per monitorare attentamente e con sistematicamente i processi».

 

Il governo Draghi aggiunge uno strumento universale e non categoriale per le famiglie, l’assegno unico, quale strumento centrale per il sostegno alle famiglie. Cosa ne pensa? Basterà a convincere le famiglie a fare figli?

«In realtà non è il Governo Draghi. La proposta di legge è stata avanzata sin dall’inizio della legislatura, riprendendone una rimasta nel cassetto nella legislatura precedente. Si è integrata con il Family act della ministra Bonetti, costituendone il primo atto. Se non sbaglio, è stata approvata dalla Camera durante il governo Conte 2 e al Senato durante questo governo. L’idea di uno strumento universale che accorpi tutte le frammentarie misure esistenti e allarghi la copertura a tutti i minorenni, indipendentemente dalla condizione lavorativa dei genitori è buona e i fondi stanziati sono un importante segnale di una benvenuta attenzione della politica per il benessere dei più piccoli. Temo però che – tra vincoli di bilancio e impostazione della legge che lega l’importo dell’assegno alla condizione economica familiare - alla fine l’assegno risulterà molto meno universale di quanto sarebbe desiderabile e la sua universalità pressoché solo simbolica».

Lei, che presiede il comitato per la valutazione del reddito di cittadinanza, ritiene che oggi in Italia le politiche attive sul lavoro, previste dal Paino di Ripresa e Resilienza, andrebbero collegate al reddito di cittadinanza?

«Sicuramente il Reddito di Cittadinanza deve collegarsi anche alle politiche attive del lavoro, almeno per chi, tra i percettori, è in grado di lavorare. Ma le politiche attive del lavoro non possono/devono riguardare solo e neppure principalmente il percettori del Reddito di Cittadinanza, ma tutti coloro che si affacciano al mercato del lavoro, o che perdono il lavoro ed hanno difficoltà a trovarne un altro. Trovo, ad esempio, stupefacente che in questi lunghi mesi in cui molti hanno perso il lavoro, o non lo hanno trovato, o sono rimasti congelati in una cassa integrazione che non si sa se effettivamente consentirà di tornare al lavoro, si sia fatto poco o nulla per offrire a queste persone opportunità di riqualificazione e orientamento. E che anche i sindacati si siano preoccupati di garantire un reddito, ma non anche di proteggere e rafforzare il capitale umano».

Nadeia De Gasperis
vicedirettrice di UNOeTRE.it

 

*Chiara Saraceno. È una sociologa, filosofa e accademica italiana.
Fino al 2008 professore di sociologia della famiglia all’università di Torino, dove ha anche diretto il CIRSDe, centro di interesse di ateneo per le ricerche delle donne e sul genere, dal 2006 al 2011 è stata professore di ricerca al Wissenschaftszentrum Berlin für Sozialforschung. Dal 2011 è honorary fellow al Collegio Carlo Alberto, Moncalieri/Torino.

 

 

 

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Recovery plan e sanità

PNRR E SANITA'

Evitare che le indicazioni provengano dall’alto e che ai territori tocchi la sola esecuzione

di Angelino Loffredi
Sanità e PNRR 390 minIl Consiglio dei Ministri il 24 aprile ha avviato la discussione sul tanto atteso Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR); nella la prossima settimana verrà esaminato dal Parlamento per essere consegnato alle autorità europee alla fine di questo mese. Si tratta di una disponibilità finanziaria di 221,5 miliardi fornitaci dall’Unione Europea da indirizzare verso investimenti produttivi.

Non è mia intenzione commentare il Piano ma solo evidenziarne alcuni aspetti riguardanti le proposte che si muovono in direzione delle politiche sanitarie. Quella della Salute infatti è una delle sei Missioni che compongono il Piano. Per la stessa è prevista una disponibilità di 15,6 miliardi, pari all’8% complessivo. Ad un primo esame mi sembra essere sottodimensionata se si raffronta alla generica Rivoluzione Verde e Transizione Ecologica, un vero oggetto misterioso, per la quale è prevista la disponibilità di 57 miliardi pari al 30% del Piano generale. Se si vuole essere puntigliosi inoltre va ricordato che a gennaio nella bozza di Piano preparata dal governo Conte per la Salute era prevista la somma di 18 miliardi.

Per quanto riguarda la Missione Salute ho l’impressione che gli obiettivi complessivi posti indichino una decisa correzione di marcia rispetto agli errori ed alle sottovalutazioni compiute negli ultimi 20 anni da tutti i governi in carica ed evidenzino, fortunatamente, necessari interventi da avviare urgentemente. Infatti attraverso tali provvedimenti si vuole “rafforzare la prevenzione e i servizi sanitari sul territorio, modernizzare e digitalizzazione il sistema sanitario e garantire equità di accesso alle cure”.

Il Piano stesso riprende alla lettera gli impegni presi in Parlamento dal Presidente Draghi i giorni in cui venne votato il suo governo. Per evitare equivoci ed incertezze vengono indicati i necessari punti d’intervento:

- Assistenza di prossimità diffusa nel territorio, cure primarie ed intermedie.
- Assistenza sanitaria domiciliare e telemedicina.
- Aggiornamento parco tecnologico per diagnosi e cura.
- Rafforzamento per la raccolta, l’elaborazione e l’analisi dei dati, a cominciare ( finalmente) dall’ utilizzo della Tessera Sanitaria.
- Formazione del personale sanitario e amministrativo
- Ricerca biomedica.

Obiettivi e strumenti che nelle linee generali sembrano essere condivisibili; rimane aperta la questione di una iniziativa proveniente dal basso per evidenziare le concrete necessità di cui il nostro territorio ha bisogno, entrare nel merito dei progetti e formulare proposte.
Il giornale unoetre.it qualche giorno fa ha ospitato un intervento proveniente dalla Lega di Frosinone-Anagni dello SPI CGIl che riportiamo attraverso questo collegamento https://www.unoetre.it/lavorosocieta/sindacati/item/9686-per-rafforzare-la-sanita-pubblica.html

Tale presa di posizione, per quanto limitata nello spazio territoriale, la ritengo positiva, in particolar modo se viene vista come punto di partenza, come sollecitazione alla discussione ed alla elaborazione di una proposta da arricchire ulteriormente e definire. E’ necessario infatti che la discussione sia corale e partecipata da parte delle istituzioni stesse, a cominciare dai Consigli Comunali, sindacati, partiti, dall’associazionismo e dalle categorie professionali. Dobbiamo evitare insomma che le indicazioni provengano dall’alto e che agli uffici territoriali rimanga solo il compito di renderli esecutivi.

Ceccano, 24 Aprile 2021

 

 

 

 

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Le imprese e il lavoro con il Recovery plan

Recovery plan 

Obiettivo: capacità durevoli di sviluppo territoriale e lavoro certo

di Donato Galeone*
recovery fund next generation eu 360 minIl nostro “appello alle rappresentanze politiche e sociali territoriali” è stato e viene accolto con notevole interesse e continua a coinvolgere non solo noi promotori dell'appello ma numerose persone e varie associazioni locali di cittadini e di giovani studenti delle scuole medie superiori e universitari.

Discutiamo e approfondiamo - per meglio conoscere e insieme - sia i contenuti normativi europei sul “Next Generation Eu con il Recovery Foud” che gli orientamenti propositivi del nostro Governo nella elaborazione degli interventi e l'utilizzo di 209 miliardi di euro mediante il “Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR)" da definire in Parlamento e presentare a Bruxelles entro aprile 2021.

Hanno destato attenzione i nostri primi due incontri in remoto, sia quello del 19 febbraio promosso dalla Redazione UNOeTRE.it - giornale online - su tematica del “territorio frusinate nel Recovery Plan” e l'incontro del 26 febbraio con le “partecipazioni territoriali” di rappresentanze associate di cittadini e di studenti delle scuole medie superiori e universitarie.

Dagli interventi in remoto dei partecipanti sono state richiamate, criticamente, le modalità degli interventi di sostegno della ex Cassa Mezzogiorno del secolo scorso.
Si ripropongono, oggi, nuovi criteri da condividere nella allocazione degli investimenti da programmare e sostenere anche con le notevoli risorse del Recovory Plan sia nel frusinate che nel Lazio (comunicato stampa di domenica 28 febbraio 2021: “Appello alla partecipazione e all'iniziativa” NextGenerationEu).

Si osserva e si ripete, ancora oggi, come e cosa le imprese dovrebbero continuare a richiedere nel sistema imprenditoriale territoriale degli insediamenti produttivi: essenzialmente un fisco più equo, una pubblica amministrazione più efficiente che paghi subito le forniture e una rete di infrastrutture pubbliche adeguate alle attività delle imprese, congiunte e integrate, nell'accesso del credito agevolato e con il sostegno verso l'internazionalizzazione dei prodotti italiani.

Sono state e sono, in parte, queste le sollecitazioni che potrebbero essere riproposte anche oggi - ripetiamo - quali tradizionali richieste incentivanti degli interventi territoriali già definite il secolo scorso con le due parole del “mordere e poi fuggire” dal Mezzogiorno, come avvenuto, anche nel basso Lazio.

Pensiamo superato quel tipo di “sviluppo già definito da rapina” che deve essere, comunque, contrastato e indirizzato verso una “imprenditorialità innovativa” con investimenti da incentivare e con sostegno alle imprese che creano posti di lavoro e reinvestono parte dei loro profitti aziendali anche nelle aree produttive territoriali del frusinate e Lazio.

Questi potrebbero essere - a nostro avviso - i “punti di partenza” da condividere nel nuovo sistema delle imprese verso il rilancio produttivo e lo sviluppo programmato mediante l'utilizzo disponibile e quantificato delle risorse nazionali ed europee.

Risorse destinate alle imprese ubicate nelle aree produttive ecologicamente attrezzate e riconosciute nell'ambito dei piani regolatori degli Entri consortili ASI, sia nel contesto del previsto “Piano di Sviluppo Strategico” che del costituendo “Consorzio Unico di Sviluppo Industriale” promossi dalla Regione Lazio.

Tutto ciò appare possibile se si conosce il potenziale e reale sviluppo territoriale frusinate - da riequilibrare tra settori produttivi e servizi collettivi coinvolgendo i Centri di Ricerca e l'Università - valutando ex ante gli effetti strategici degli interventi articolati regionali e provinciali.

Interventi da proporre e sostenere anche con il “Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR)” tenendo presente sia i livelli di capitalizzazione dell'impresa locale che il suo accesso agevolato al credito quantificabile sia in relazione alle innovazioni progettuali e alla tipologia produttiva quanto nei livelli tecnologici e occupazionali certi e programmati che verrano proposti.

Sappiamo, tutti, che le innovazioni tecnologiche e l'occupazione nelle imprese sono, entrambe, i livelli trainanti in senso oggettivo e soggettivo: il primo livello comprende, oggettivamente, l'insieme delle risorse e gli strumenti dei quali l'uomo si serve per intraprendere le attività produttive, mentre il secondo livello, soggettivo, coinvolge “l'agire dell'uomo che è persona” con la dignità del suo lavoro.

Ed è propriamente in questa condivisione duale di “territorio e impresa” - da rilanciare e riprendere nelle aree produttive bonificate ed ecologicamente attrezzate nel frusinate e Lazio - che ci appare radicale il superamento di una concezione unicamente profittevole dello sviluppo: se così fosse, esso, continuerebbe a ridurre il diritto delle persone sia alla partecipazione e sia ai benefici dello sviluppo territoriale che non è solo un tornaconto economico imprenditoriale ma, contestualmente, deve concorrere a favorire un “visibile e stabile sviluppo umano e sociale locale” mediante riconosciuti e programmati investimenti privati e pubblici - convergenti - sia verso imprese singole che organizzate in reti di filiere produttive territoriali.

Ripensare, quindi, uno sviluppo economico territoriale identificabile non solo nel profittevole trasferimento delle multinazionali e loro indotti nella componentistica conto terzi derivata - come l'automobile in competizione mondiale elettrica o ibrida in Cassino - ma favorendo imprenditorialità locale diversificata, tra comparti e settori produttivi interconnessi - come l'attivazione di ricerca pura e applicata nel comparto chimico e farmaceutica in Anagni - tutte rapportate alle capacità durevoli di sviluppo territoriale e lavoro certo, proponendo e definendo interventi condivisi a breve e media scadenza sia con il “Ricovery Plan 2021-2027” che con il “Piano di Sviluppo Strategico” della istituenda ZES/ZLS (Zona Economica Speciale e Logistica regionale di cui alla D.G.R. Regione Lazio del 30 ottobre 2018) .

Roma, 6 marzo 2021

 (*) già Segretario Provinciale di Frosinone e Regionale CISL Lazio

 

 

 

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Come allocare le notevoli risorse stanziate dal “Recovery Plan”?

 

Appello alla partecipazione e all'iniziativa

recovery fund next generation eu 360 minIl 26/02/2021, alle ore 17, ha avuto luogo un incontro con accesso da remoto tra i firmatari dell’appello del 2 febbraio u.s. alle forze politiche, sociali e sindacali e alle associazioni di base per uscire da una crisi sociale, economica e culturale provocata dagli
effetti della pandemia (cfr.Unoetre.it). Alla riunione, che ha fatto seguito a quella del 19 febbraio, hanno partecipato anche alcuni rappresentanti di associazioni studentesche delle scuole medie superiori e universitarie, nonché responsabili delle associazioni sindacali e di cittadinanza attiva del territorio.

L’iniziativa ha lo scopo di coinvolgere l’intera cittadinanza ciociara nella definizione dei criteri e delle procedure per l’allocazione delle notevoli risorse stanziate dal “Recovery Plan” per la provincia di Frosinone. Essa pertanto, è ben lontana dal prefigurare una funzione di surroga o di supplenza nei confronti delle rappresentanze istituzionali -politico-amministrative e sindacali - alle quali spetta la responsabilità ultima delle scelte e delle decisioni da intraprendere; piuttosto, tende ad estendere la partecipazione consapevole all’importante appuntamento della determinazione dei piani di investimento, che comporterà radicali cambiamenti nella vita concreta di tutti i cittadini, con prevedibili, sostanziali conseguenze per le future generazioni.

La preoccupazione dei promotori, che auspicano un progressivo ampliamento della partecipazione nelle prossime riunioni, è motivata soprattutto dalla ineludibile necessità di avvalersi di una proficua rete di interlocuzione con la base sociale e con le strutture produttive del territorio, affinché le risorse finanziare del piano non vengano dilapidate nei mille rivoli di soluzioni occasionali di tipo assistenziale, o peggio, in distribuzioni clientelari e parassitarie.

Non sono mancati, a questo riguardo, interventi critici che hanno rammentato l’uso spesso distorto che nel passato ha riguardato i fondi della Cassa del Mezzogiorno e dell’IRI, che avrebbero dovuto e potuto costituire una specificazione del piano Marshall per l’Italia meridionale, e che, complessivamente, nonostante alcune fulgide eccezioni, non sono riusciti a rivolvere lo squilibrio tra il Nord e il Sud del nostro Paese.

Un particolare accento critico ha connotato l’analisi della insufficiente qualità e autorevolezza della classe dirigente della Ciociaria, che è apparsa spesso incongrua e inadeguata alle esigenze di rinnovamento civile, culturale e democratico dei nostri territori.

In questo tipo di interventi si è fatto esplicito riferimento sia al ceto politico e alle organizzazioni sindacali, la cui capacità di rappresentanza è venuta erodendosi nel corso degli ultimi decenni ma il cui ruolo rimane essenziale, sia al ceto imprenditoriale, che ha mostrato scarsa lungimiranza, badando quasi esclusivamente allo sfruttamento del credito agevolato e limitandosi ad una funzione ausiliaria e di supporto nei confronti delle strutture produttive decentrate delle imprese multinazionali. Questa situazione di precarietà ha ostacolato o impedito sia la costruzione di un’autentica classe imprenditoriale, in grado di delineare strategie industriali sulla base di analisi e di dati disaggregati relativi alla popolazione ciociara, sia la formazione di una classe operaia consapevole dei diritti e delle prospettive nella composizione del mondo del lavoro.

Ed è appunto per evitare il ripetersi di queste situazioni di ristagno che i promotori dell’appello auspicano il coinvolgimento attivo delle associazioni di base di cittadinanza attiva, degli studenti e degli operatori economici, alle quali partecipano altresì docenti, studiosi e ricercatori dell’Università degli Studi di Cassino (specialmente dei Dipartimenti di Economia e Commercio e di Ingegneria). Da questi soggetti qualificati possono venire studi, analisi e proposte innovative per i piani di investimento dei fondi europei e per il rilancio del lavoro e dell’occupazione durevole nel nostro territorio.

Frosinone 27/02/2021
1. Ivano Alteri
2. Associazione Frosinone Bella e Brutta (David Toro)
3. Associazione Gottifredo (Tarcisio Tarquini)
4. Associazione Medici di Famiglia per l'Ambiente (Giovambattista Martino)
5. Associazione Oltre l'Occidente (Paolo Iafrate)
6. Associazione Rigenesi (Riccardo Spaziani)
7. Aut-Frosinone (Luciano Granieri)
8. Pasquale Beneduce
9. Alfonso Cardamone
10. Marcello Carlino
11. Mario Cerroni
12. Cittadinanza Attiva- Tribunale del Malato Frosinone (Luigi De Matteo)
13. Consulta Provinciale degli Studenti Frosinone (Camilla Volante, Presidente)
14. Coordinamento Sanità Disuguale (Stefano Fabroni)
15. Donato Galeone
16. L'inchiesta (Stefano Di Scanno)
17. Francesco Notarcola
18. Osservatorio Peppino Impastato Frosinone (Francesco Notarcola)
19. Fausto Pellecchia
20. Rete degli Studenti Medi Frosinone (Giacomo Felici, Coordinatore Provinciale)
21. Rete Studenti Medi Lazio (Jacopo Nannini, Esecutivo Regionale)
22. Annunziata Sanseverino
23. Giovanni Trinca
24. Unoetre.it (Ignazio Mazzoli e Redazione)

 

 

 

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Perché la diretta-web su Recovery plan e territori?

Il Recovery plan

Se il Recovery Plan sarà soltanto un progetto calato dall’alto non funzionerà

di Ivano Alteri
nextgenerationitalia minVenerdì 19, alle 17,00, Donato Galeone, Francesco Notarcola, Fausto Pellecchia ed io terremo una diretta facebook su Unoetre.it, sul tema “Recovery Plan e Territorio del Frusinate”. L’iniziativa segue e rinnova un appello rivolto alle forze sociali, politiche, sindacali del territorio affinché provvedano a coinvolgere la cittadinanza ciociara nell’ambito delle trattative per l’allocazione delle ingenti risorse previste dal piano per il Paese e il territorio provinciale.

I firmatari, fra i quali mi annovero, considerano tale coinvolgimento dirimente ai fini del buon esito di quegli investimenti, poiché ritengono che nessun piano calato dall’alto, per quanto ben congegnato, possa sostituire le dinamiche sociali positive prodotte dalla partecipazione diretta dei cittadini alla definizione del proprio avvenire.

D’altronde, il nostro territorio ha già un’amara esperienza di “piani” calati dall’alto e accolti acriticamente dal basso, risalenti agli anni Settanta del secolo scorso, quando con la Cassa del Mezzogiorno arrivarono nel Frusinate finanziamenti a pioggia per anni.

Senza voler negare le indubbie ricadute positive di tali interventi, sono altrettanto indubbie e sovrabbondanti quelle negative, all’esito finale del fenomeno, dopo cinquant’anni: inquinamento di aria, acqua e suolo, con conseguenti malattie letali, la cui incidenza risulta duplicata, triplicata, quadruplicata rispetto ai dati regionali e nazionali, che hanno colpito sin dalla gravidanza le popolazioni locali; dis-urbanizzazione e neo-urbanizzazione selvaggia, con svuotamento dei centri storici, scivolamento a valle dei centri abitati, imbrattamento delle campagne e del paesaggio, conseguente crescita esponenziale dei costi di gestione urbanistica, disgregazione sociale; interruzione della trasmissione culturale di tradizioni e mestieri, depauperamento dei saperi…

Ad ogni modo, per quanto tutto ciò sia servito a redistribuire un po’ di ricchezza tra i ciociari attraverso il lavoro produttivo, il fenomeno di industrializzazione coatta, e non partecipata, non è riuscito né a creare una “cultura industriale” autoctona, se si considera che buona parte delle imprese presenti in loco sono “mono-cliente”, cioè legate mani e piedi a questa o a quella grande azienda nazionale o multinazionale; né una “cultura operaia” autoctona, considerata la non brillante sindacalizzazione dei posti di lavoro, il lavoro nero dilagante, le pratiche di caporalato, la scarsa consapevolezza dei diritti dei cittadini-lavoratori…

Se poi si aggiunge a tutto ciò (che costituisce il danno) l’attuale, inarrestabile processo di de-industrializzazione e le decine di migliaia di disoccupati che porta con sé (che costituisce la beffa), possiamo concludere che quel piano calato dall’alto ignorando le popolazioni locali non ha di certo emancipato il territorio dalla sua miserrima condizione di minorità rispetto agli altri territori del Paese.

Di qui la nostra insistenza di firmatari di quell’appello affinché le organizzazioni sindacali, innanzitutto, si adoperino sollecitamente a coinvolgere i lavoratori e i cittadini nella discussione che prelude le trattative per il Recovery Plan. Solo esse, con le loro strutture e diramazioni, possono garantire una discussione e partecipazione “organizzata”, che non si risolva in un chiacchiericcio su facebook; solo esse possono aiutare i ciociari a trasformarsi da soggetti passivi a produttori della propria storia; solo esse possono aiutarli ad aiutarsi, per emanciparsi da una condizione che non meritano.

Ma se la loro iniziativa è necessaria, non è affatto sufficiente. È urgente invece che in tale coinvolgimento rientrino le giovani generazioni e le loro associazioni, a partire da quelle studentesche: quando si parla di futuro non si può tener fuori proprio chi dovrà viverlo. Penso, quindi, che il loro coinvolgimento possa essere l’impegno, nell’immediato futuro, di noi partecipanti a quella diretta su Unoetre.it e dei firmatari dell’appello.

Frosinone 17 febbraio 2021

 

 

 

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Il Recovery plan e la sfida per i territori

Il Recovery plan

Se il Recovery Plan sarà soltanto un progetto calato dall’alto non funzionerà

di Alessandro Mazzoli
cgil cisl uil 1mag17 IsolaLiriI giorni e le settimane che abbiamo davanti saranno quelli decisivi per la stesura definitiva del Recovery Plan italiano. Passo obbligato per avere accesso ai fondi europei contenuti nel programma Next Generation EU che per il nostro paese prevede 209 miliardi di Euro.

Il nome stesso, Next Generation EU, chiarisce quale debba essere la prospettiva. Nelle parole della Presidente della Commissione Europea, Ursula Von Der Leyen si tratta “non solo di riparare e recuperare l’esistente, ma di plasmare un modo migliore di vivere il mondo di domani”. Quindi il compito che abbiamo di fronte è costruire un’Unione Europea per le prossime generazioni.
Le enormi risorse stanziate a questo fine sono un’occasione e, insieme, una grande responsabilità.

Per l’Italia in particolare, oltre a recuperare il terreno perduto con la crisi pandemica, si tratta di voltare pagina rispetto al passato. Non possiamo permetterci di tornare allo status quo ante questa crisi.
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, anche noto come Recovery Plan, rappresenta il cardine di questo progetto, associandosi agli altri strumenti di programmazione economica a nostra disposizione, a cominciare dai Fondi europei disponibili all’interno del Quadro Finanziario Pluriennale.

Dietro al ritardo italiano ci sono problemi strutturali noti, ma mai affrontati con sufficiente determinazione. Questo è il momento di farlo, seguendo tre direttrici di riforma e mantenendo al centro dell’azione la persona umana, la sua libertà, le sue aspirazioni.
In primo luogo è necessario un paese moderno dotato di una pubblica amministrazione efficiente in cui possono operare imprese innovative e sempre più competitive; un paese con infrastrutture sicure, tecnologicamente all’avanguardia, che sfruttino le potenzialità della rivoluzione digitale.

In secondo luogo bisogna puntare ad un paese più verde, con sistemi di produzione e trasporto dell’energia compatibili con gli obiettivi di riduzione delle emissioni e più resiliente rispetto agli eventi climatici esterni.

Infine serve un paese più coeso, più attento al benessere dei cittadini, sia nei grandi centri urbani che nei borghi e nelle tante, troppe, “periferie” d’Italia. Non è più possibile tollerare l’aumento di disuguaglianze di genere, nella società, tra regioni e territori, indotto da politiche errate del passato, che non hanno saputo frenare una dinamica dannosa per la crescita economica e per la tenuta del tessuto sociale. Nessuno deve essere lasciato solo.

Si tratta di obiettivi impegnativi per i quali il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza serve a dargli concretezza, traducendoli in azioni di riforma e di investimento, con tempi di esecuzione certi sottoposti a controllo costante e pubblico sulla loro realizzazione. Il Piano si sviluppa secondo tre assi strategici: digitalizzazione e innovazione; transizione ecologica; inclusione sociale. All’interno di questa logica sono previste sei missioni: 1) Digitalizzazione, innovazione e competitività del sistema produttivo; 2) Infrastrutture per la mobilità; 3) Rivoluzione verde e transizione ecologica; 4) Equità sociale, di genere e territoriale; 5) Istruzione, formazione, ricerca, cultura; 6) Salute. Ma queste missioni, nel loro insieme, mirano anche a tre grandi obiettivi orizzontali secondo un approccio integrato: la parità di genere; l’accrescimento delle competenze, delle capacità e delle prospettive occupazionali dei giovani; il riequilibrio territoriale e la coesione sociale, con particolare attenzione al Mezzogiorno.

Se questa è la portata della sfida che abbiamo davanti se ne deduce che non sarà sufficiente, per quanto fondamentale, la sola opera delle istituzioni nazionali ma serviranno la partecipazione e il coinvolgimento dell’intera società e dei territori per riuscire ad utilizzare al meglio le risorse che abbiamo a disposizione. Del resto è nella natura stessa di tutti i fondi comunitari quella di sollecitare processi di partecipazione dal basso capaci di unire soggetti pubblici e privati per effettuare realizzazioni concrete e favorire la crescita di comunità consapevoli di quei risultati. La collaborazione territoriale deve essere alimentata per costruire veri e propri sistemi locali in cui partecipazione, confronto e condivisione degli obiettivi siano la cifra di un percorso di sviluppo che garantisca competitività e sostenibilità.

Se il Recovery Plan sarà soltanto un progetto calato dall’alto non funzionerà perché per spendere bene quelle risorse bisogna essere in grado di fare propria l’idea di cambiamento che quelle risorse portano con se. Altrimenti si fallisce. E noi non ce lo possiamo permettere.
“Digitalizzazione, innovazione e competitività del sistema produttivo” significa un altro modo di intendere e fare Pubblica Amministrazione e impresa, e quindi, un altro modo di lavorare dentro la Pubblica Amministrazione e dentro l’impresa. E siccome gli uffici pubblici e le attività imprenditoriali non sono sospese per aria ma vivono e impattano sui territori, gli stessi devono comprendere il tipo di trasformazione in atto altrimenti, paradossalmente, ne rimangono esclusi.

-- “Infrastrutture per la mobilità” vuol dire ridisegnare le relazioni fra aree diverse del paese e all’interno di esse, e questo implicherà l’assunzione di decisioni qualificanti e di fondo che orienteranno lo sviluppo territoriale per i prossimi decenni.
-- “Rivoluzione verde e transizione ecologica” significa riorganizzare tutte le attività, produttive e non, in un modo completamente nuovo e diverso che richiede consapevolezza e adesione da parte delle persone.
-- “Equità sociale, di genere e territoriale” vuol dire riscrivere le priorità, i tempi e i modi della vita quotidiana e dell’organizzazione delle città.
-- “Istruzione, formazione, ricerca e cultura” vuol dire rimettere al centro le generazioni più giovani perché il problema non è semplicemente quanti voti prendo alle prossime elezioni ma quale paese lascio a chi verrà dopo. Nelle grandi città come nel più piccolo comune di provincia.
-- “Salute” significa più servizi di prossimità per difendere il bene primario, la vita. E i servizi di prossimità alle persone non possono essere decisi soltanto a Roma ma è indispensabile che un territorio sia in grado di organizzarsi e parlare per indicare le vere priorità e le soluzioni migliori.

I 209 miliardi di Euro che l’Italia ha ottenuto in sede europea investiranno la vita delle persone ma non è detto che di per sé avranno un effetto positivo diffuso e duraturo nel tempo. Questo dipenderà dalla lungimiranza delle decisioni che saranno assunte e dalla capacità di includere via via fette più ampie di società in questo processo di cambiamento. Qui sta il ruolo delle forze politiche, dei sindacati, delle organizzazioni di categoria, dell’associazionismo, dei luoghi di cultura e ricerca e delle istituzioni ad ogni livello. E’ un ruolo fondamentale e non derogabile se si vuole davvero perseguire l’obiettivo di ricucire e rilanciare l’Italia. E i territori possono e devono svolgere una funzione essenziale per indicare priorità a Regione e Governo, unire le comunità e portare interessi diversi a condividere una stessa strategia di sviluppo capace di produrre realmente la fuoriuscita dalla crisi e l’avvio di una nuova stagione di maggiori opportunità per tutte e tutti.

Non si possono davvero fare calcoli di corto respiro, perché sono sbagliati in partenza. L’unico modo per vincere questa sfida è giocarla tutti insieme, ognuno con la propria storia, la propria identità e le proprie responsabilità. Sapendo che dalla qualità di questa ricostruzione dipenderà la qualità del paese che lasceremo ai nostri figli e ai nostri nipoti.

 

 

 

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Il Frusinate con il Lazio nel Recovery plan

 Il Recovery plan

Giunta Regionale in ritardo sulla creazione della Zona Logistica Speciale Laziale

di Donato Galeone*
200milainpiazza 2012 06 16Il Presidente Mario Draghi - incaricato dal Capo dello Stato Sergio Mattarella per la formazione del nuovo Governo - prosegue con la triplice valenza programmatica “sulla sanità, l'economia e il sociale”.

Il Prof. Draghi, - auspicando condivisione politica e tecnica sulla urgenza nazionale operativa richiesta dai cittadini e lavoratori alle istituzioni democratiche - avendo recepito la disponibilità dei gruppi politici e ascoltando le parti sociali, dovrà riferire al Capo dello Stato tenendo in conto, essenzialmente, tanto le tre urgenze programmatiche quanto le più vicine scadenze di fine marzo e fine aprile prossimi - oltre l'avviato “piano dei vaccini” - sia quella della ”proroga del blocco dei licenziamenti” e sia la definizione parlamentare del “Recovery Plan Italia”.

Ecco che la salvaguardia della salute, la coesione sociale con la “ripresa dell'economia e il lavoro” – tra interventi strutturali con investimenti territoriali programmati e progettati dal 2021 al 2027 – dovranno essere configurati e localizzati entro un “nuovo sistema economico e sociale nazionale” sostenuto, anche, dalle risorse europee del Next Generation Eu mediante il Recovery Plan da presentare a Bruxelles entro fine aprile 2021.
Si tratta - ora - non solo di guardare al presente ma domandare e discutere verso quale prospettive di vita economica e sociale territoriale nel frusinate e Lazio possiamo, ragionevolmente, traguardare, noi, il prossimo futuro, dal secondo dopoguerra e, tra 50 o 100 anni, i nostri figli e nipoti, considerando, che la moderna epoca - con lo sviluppo scientifico e tecnologico applicato ed esteso ad ogni livello - se deve tendere a migliorare il tenore di vita media delle persone estende, anche, nuove disuguaglianze sociali, da contrastare e superare, mentre appare più certa e mirata l'accumulazione capitalistica e finanziaria, costruita sempre più su scala globale ed in misura superiore anche cento volte, oggi, di quella conosciuta in qualsiasi altra epoca.

Ma oggi - ripeto - dal 2021 al 2027 potranno e dovranno essere utilizzate risorse europee annunciate, quale massiccio intervento economico che richiederà severità e controlli di legalità nel suo utilizzo mediante accompagnamento dei singoli progetti territoriali e settoriali - eco sostenibili - mirati verso obbiettivi specifici di “rilancio e protezione della economia italiana nella dimensione europea” mediante lo strumento del “piano nazionale di rilancio e resilienza (PNRR)” che mobiliterà 209 miliardi di fondi europei.

E il Recovery Plan italiano (PNRR) - presentato dal Governo con l'approvazione del Parlamento e che sarà trasmesso a Bruxelles entro aprile 2021 - necessiterà di attente conoscenze e di ampie riflessioni condivise sul “come e dove impiegare quei fondi europei” nella considerazione che il rilancio di “un'area economica sostenibile di sviluppo” è variabile dipendente non solo del capitale economico ma anche dalla dotazione del capitale naturale e ambientale, da recuperare e salvaguardare, congiunto al capitale umano e sociale con il lavoro.

Appare possibile - territorialmente - nella dimensione regionale, provinciale e locale il coinvolgimento sia delle Università laziali che dell'associazionismo di prossimità rappresentativo e congiunto alle parti sociali - imprese e lavoro - capaci di elaborare proposte progettuali per “filiere di sviluppo sostenibile” partendo dalla economia del mare - con i loro porti di Gaeta, Fiumicino e Civitavecchia e retro porti - procedendo verso le aree interne tra i “poli industriali consorziati” da recuperare e rilanciare con attività produttive e servizi oltre le ristrutturazioni aziendali e il potenziamento dei “centri agroalimentari” di raccolta prodotti agricoli da Nord a Sud del Lazio (Orte, Guidonia, Fondi).
Grande parte di queste possibilità di sviluppo territoriale laziale - pur a livello di studio di fattibilità della Regione Lazio - coinvolgerebbe le aree economiche portuali, retro portuali verso le aree interne mediante la “costituzione della Zona Logistica Speciale Laziale” deliberata il 30 ottobre 2018 quale misura parallela alle zone economiche speciali di cui al d.l. 30.6.2017 n.91 convertito in legge il 3 agosto 2017 n.123 con modificazioni.

Rilevo, però, che da ottobre 2018 sono state costituite le Zes/Zls (Zone Economiche Speciali/ Zone Logistiche Speciali) nelle varie regioni italiane - con i loro previsti “piani di sviluppo strategici” - elaborati e condivisi dalle parte sociali e gli enti locali e inviati alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e competenti sedi ministeriali per l'approvazione dovuta.
Nel contempo rilevo, anche, il ritardo della Giunta Regione Lazio che, dalla sollecitazione del 21 gennaio 2020 con ordine del giorno approvato alla unanimità dal Consiglio Regionale, nomina il 29 gennaio 2020 un “gruppo di studio” per redigere la proposta del “Piano Strategico di Sviluppo” quale documento obbligatorio da definire e inviare al Governo, non considerando con la massima urgenza i rilevanti effettivi depressivi della pandemia in tutte le strutture produttive, comprese quelle del Lazio e in particolare nelle attività lavorative collegate al turismo e al commercio oltre ai trasporti, settori entro cui si concentra circa un quinto della occupazione regionale.
Anche la proposta di legge regionale laziale n.194 del 31 ottobre 2019 “Misure per lo sviluppo economico, gli investimenti e la semplificazione” preceduta dalla legge regionale n.7/218 art.40 sulla “fusione in Consorzio Unico del Lazio” dei cinque Consorzi di Sviluppo Industriale, operativi in provincia di Roma-Latina, Sud Pontino, Frosinone e Rieti, dovrebbe tendere - negli obiettivi - a favorire lo sviluppo economico laziale, l'occupazione e l'attrazione degli investimenti attraverso la promozione di progetti strategici innovativi, di recupero e riqualificazione delle aree industriali dismesse, ricercando investitori nazionali ed esteri.

A mio avviso Frosinone e Lazio necessitano di assetti territoriali programmati da agevolare e indicare nel Recovery Plan - essenzialmente- accompagnati dal sostegno operativo integrato di due strumenti di riferimento comprensoriale:
1) della Zona Logistica Speciale Laziale, partendo dall'economia del mare con i porti di Gaeta, Fiumicino, Civitavecchia verso le aree interne destinate al rilancio delle attività produttive industriali, artigianali, commerciali e dei servizi;
2) del Consorzio Unico di Sviluppo Industriale Lazio, con le aree attrezzate di recupero, salvaguardia ambientale e adeguate infrastrutture per favorire nuovi insediamenti produttivi nell'ambito di condivisi piani consortili regolatori territoriali comunali.
Riferendomi, solo esemplificando, al comprensorio del “basso Lazio frusinate” partendo dall'area portuale tirrenica di Gaeta e con il polo agricolo industriale dell'area pontina di Fondi, raggiungendo l'agglomerato FCA ex Fiat del comparto automobile, di Cassino-Pontecorvo e le aree interne con il suo indotto metalmeccanico integrato, configuro già un'area APEA baricentro di sviluppo delle attività produttive e occupazionali multifunzionale, oltre il comparto automotive FCA, longitudinale, tra Napoli e Roma, nonché, trasversale verso il territorio abruzzese.
E' questa una possibile esemplificata e confrontabile proposta di “polo di sviluppo eco sostenibile” - da coinvolgere nella Zona Logistica Speciale Laziale e il Consorzio Unico Industriale - nel contesto delle progettazioni propositive del frusinate alla Regione Lazio per il Recovery Plan.

Inoltre e lungo la Valle del Sacco, da Ceprano-Frosinone-Anagni-Colleferro e trasversalmente verso Sora-Isola del Liri, comprendendo le aree interne rispetto all'Autostrada Roma-Napoli, appare possibile la configurazione, nel frusinate, di altre due aree APEA consortili integrate da infrastrutture, di servizi centralizzati e di risorse adeguate e mirate a garantire ogni obiettivo di sostenibilità ambientale ed economica dello sviluppo locale di nuove imprese e delle attività produttive, da rilanciare e recuperare, con il lavoro contrattato e partecipato.

(*)già Segretario Provinciale di Frosinone e Regionale CISL Lazio
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