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Ceccano 1919-1922: "rivivere la storia sentendola propria"

LIBRI

..emerge il concetto di memoria come insegnamento...

di Loredana Alviti*
librofabiloffredi mag22 390 minLa Pro Loco ha accolto con piacer l’invito fattogli dagli autori Lucia Fabi e Angelino Loffredi alla presentazione del libro "Cronache proletarie di lotte successi e sconfitte. Ciociaria 1919-1922".

Un libro di grande spessore. Innanzitutto perché ci ha dato dato modo di approfondire la storia del nostro territorio dopo la prima guerra mondiale fino al 1922 acquisendo notizie inedite sulla storia di Ceccano e non solo, perché lo sguardo degli autori è rivolto a tutta la ciociaria parallelamente alla storia nazionale. Personalmente ho fatto memoria di tali avvenimenti, una memoria che include non solo il ricordare e il dovere farlo ma, emerge il concetto di memoria come insegnamento, un rivivere la storia sentendola propria (rif. memoria ebraica).

Innanzitutto io ho individuato due linee di lettura.
Una linea che riguarda la storia di quel periodo soprattutto per quanto rigauarda l’attività amministrativa
-l’altra riguarda la storia contemporanea

Ceccano nel 1919.
A livello generale possono essere messi in luce tre elementi
- Grande coinvolgimento delle masse popolari
- Prime richieste e sottoscrizioni di contratti
- Grande Esercizio di democrazia nell’ attività amministrativa
Tutti questi elementi vanno inquadrati nel termine rivoluzione ma tale termine ne può contenere tantissimi altri.

Tali elementi come notate sono tutti positivi, ce ne è uno però che appare in sordina ma purtroppo sfocerà nelle grandi forme di violenza fascista: i piccoli episodi di micro violenza che vennero spesso sottovalutati.
Solo Gramsci individuò tale aspetto prima della sua esplosione. Qui già emerge la sua solitudine politica all’interno del partitoalviti2 350 min anche per altre questioni.

Per spiegare la situazione politica di Ceccano nel 1919 devo iniziare dal 1914
Dopo le elezioni del 19 luglio l’amministrazione comunale è diretta dal sindaco da Giovanni Funari ed il consiglio è composto in gran parte da contadini, anche nel circondario le liste dei contadini hanno avuto grande successo: la rivoluzione appartiene alle masse.
Il contesto normativo era tutto a favore del padrone quindi qualcosa doveva cambiare. Occorre precisare che il movimento contadino allora aveva una doppia anima cattolica e socialista ed era il primo grande movimento di massa.
Il sindaco Funari riesce a superare tutti i dissidi interni. Le sedute dei consigli sono frequenti e partecipate, nonostante la presenza di alcuni consiglieri richiamati per guerra.
L’amministrazione diretta dai contadini sarà la più lunga dall’unità d’Italia: 6 anni e tre mesi. Vi sono nel paese anche altre rivolte: la lega degli infermieri apre un conflitto salariale con il Santa Maria della Pietà di Roma, ma il gruppo più forte è quello dei contadini.

C’e da evidenziare in questo periodo nella nostra cittadina la presenza di profughi austro–ungarici. In questo caso il comune si attiva con azioni di solidarietà infatti dopo una prima sistemazione nelle scuole comunali vengono trovati locali idonei a piazza Castello e la stessa amministrazione si assume l’ onere di pagare il fitto sperando che i profughi possano tornare nella loro terra (riferimento storia contemporanea verso ospiti Ucraini).

Subito dopo arriva la Spagnola, il nostro paese ne viene duramente colpito.
Si contano circa 244 morti. la spagnola colpiva soprattutto le persone piu robuste, al cimitero si fanno fosse comuni, ci si deve procurare legno per le bare.
Leggendo queste pagine ho letto anche la storia dei nostri giorni con la pandemia da covid.
Resta vittima della spagnola anche Don Tullio Felici, giulianese, il suo funerale viene celebrato a porte chiuse.
Nella chiesa di San Nicola si rafforza il culto al Sacro Cuore e alla Madonna Addolorata, le donne che avevano gli uomini al fronte, si vestono di nero e si diceva che portassero il lutto alla Madonna (Processione del venerdì Santo)
In questi giorni il consiglio comunale si trova a dover affrontare un episodio che definirei inquietante il dott Costantini, medico condotto abbandona il servizio mandando al suo posto solo personale interinale. Vengono chiamati altri medici di un certo spessore tra cui il capitano della croce rossa italiana dott. Passaglia e il primario del manicomio Gammarelli per dare aiuto alla popolazione.
Il rapporto con il dott Costantini poi si risolve in modo benevolo nonostante la gravità dei fatti

Oltre la spagnola la Ceccano del dopo guerra esce martoriata 220 morti piu di Frosinone. Rientrano a casa 9400 reduci, la maggior parte andranno a lavorare nelle campagne.
Gli addetti all’industria nel circondario di Frosinone sono pochi.
La categoria piu numerosa è quella bracciantile e si lavora in condizioni che definire pessime è poco, manca l’ assistenza medica, mancano edifici scolastici, tutto ciò non fa che indebolire il substrato sociale .
Anche la condizione degli operai è pessima.

A livello nazionale si delineano due scenari che anche in ciociaria cominciano ad emergere.
- Costituzione dei fasci italiani di combattimento
- Costituzioni delle sedi del partito socialista
(Riferimento ai contratti di lavoro di oggi)

Il 19 20 21 luglio anche Ceccano viene coinvolta nello sciopero internazionalista ma lo sciopero in ciociaria non funziona e qui viene fuori una cosa interessante: il disinteresse delle masse contadine nei confronti del partito.
Dobbiamo evidenziare che la lega dei contadini rimarrà sempre indipendente e non si associerà ai partiti politici perchè la sua componente era interclassista e altra motivazione era la loro origine: ante guerra.
Giuseppe Ballarati fondatore delle prime leghe nel suo programma era un fautore dell’indipendenza delle leghe contadine, promosse molte politiche a loro favore, ma fu un avversario del socialisti

A livello nazionale le lotte contadine avvenute nelle nostre terre hanno un risvolto; Nitti interviene con un decreto che concede ai contadini le terre incolte.

Tornando a Ceccano si continua ancora a progettare
L’attività amministrativa è instancabile
Si fanno anche progetti sovracomunali (già da allora era chiaro il punto strategico della nostra cittadina a livello geografico, infatti il sindaco Pasquale Carlini presenta al consiglio la proposta di adesione a due progetti:
La ferrovia Terracina – Sora con cui il comune si impegna a dare in cambio e un sussidio annuo per 50 anni (Ligne de vie);
Adesione al consorzio per l’acquedotto di Capofiume a cui gia il comune aveva aderito nel 1913, interrottosi poi con la guerra. Il sindaco aderisce poi al consorzio dell'Aniene.
Il progetto non verrà mai realizzato

Cosa importantissima da sottolineare sono i sussidi e l’attenzione al sociale avuta sempre dalle amministrazioni ceccanesi. Si parla di rimborsi per spese mediche alle classi meno abbienti e c’era addirittura una casa di isolamento per infermi o Lazzaretto in zona Gruttina.
Altro elemento da sottolineare è già la percezione che Ceccano sia collocata geograficamente come snodo sia politico che economico.

Nel 1919 si va al voto, i socialisti ottengono un ottimo risultato vengono eletti alla camera Domenico Marzi e Vittorio Lollini
L’ azione politica degli eletti era legatissima al territorio. I primi atti che i deputati fanno riguarda le terre, con un'interrogazione al Ministro dell’agricoltura riguardo ai diritti dei contadini.

L’elezione dei socialisti fa da incentivo alla costituzione della prima sede del partito socialista accanto alla sede di Madonna de Loco.

 

*Intervento di presentazione del libro "Cronache proletarie di lotte, successi e sconfitte. Ciociaria 1919-1922", di Lucia Fabi e Angelino Loffredi
Ceccano, da Zambardino il 22 giugno 2022 alle ore 19

 

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I mentecatti

 CRONACHE&COMMENTI

Ma che notizie circolano nell'informazione italiana?

di Aldo Pirone
massimo fini 390 minPurtroppo il degrado generale della politica e del giornalismo, favorito anche dal tempo che passa, produce sempre più mentecatti della serie “la madre dei cretini è sempre incinta”. Massimo Fini è tra questi. All’interno di un articolo vergognoso che è un monumento d'ignoranza e di revisionismo storico, ha scritto su “il Fatto Quotidiano” diretto da Travaglio che “Gli occupanti in Italia non erano i tedeschi, ma gli Alleati. E l’esercito tedesco, a parte alcune azioni efferate, veri crimini di guerra a opera dei reparti speciali, le SS (Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema in testa), in Italia si comportò con correttezza“. Non si ha notizia di contestazioni da parte di Travaglio, Scanzi, Padellaro e Gomez.

Più raffinato ma egualmente confuso, per usare un benevolo eufemismo, il prof. Orsini venerdì scorso ad Accordi&Disaccordi. Volendo dare addosso alla Nato, cosa che si può fare benissimo con una miriade di altri argomenti, si è addentrato sul terreno della storia con effetti a dir poco deprimenti ed esilaranti insieme. “Hitler non aveva intenzione di far scoppiare la seconda guerra mondiale. – ha detto -. Quello che è successo è che i Paesi europei hanno creato delle alleanze militari, ognuna delle quali conteneva un articolo 5 della Nato, cioè un articolo che prevedeva nel caso di attacco di un Paese straniero che tutti i membri della coalizione sarebbero entrati in guerra”. Aggiungendo che “quello che successe è che il 1 settembre del ’39 la Germania invase la Polonia: Inghilterra e Francia si erano alleati con la Polonia e si creò un effetto domino, a cui Hitler non aveva interesse e che Hitler non si aspettava nemmeno che scattasse”. Insomma, il povero Adolf in guerra ci è stato tirato per i capelli da quei cattivoni di Francia e Gran Bretagna.

C’è un elemento di verità in questo delirio che rovescia la verità storica, ed è che Hitler non s’aspettava che francesi e britannici avessero quella reazione. Solo che Orsini se ne dimentica. Infatti, dopo che lo avevano lasciato riarmarsi ben bene, riprendersi la Renania (’36), intervenire in Spagna (’36-’39), insieme al suo sodale Mussolini, a sostegno del fascista Franco – mentre loro stettero a guardare e solo l’Urss mandò aiuti in armi e vettovaglie -, annettersi l’Austria (marzo ’38), fare il colpo grosso a Monaco (settembre ’38) prendendosi i Sudeti, complice la remissività anglofrancese, il buon Adolf pensò che avrebbero ingoiato anche l’aggressione plateale alla Polonia fatta con il pretesto di Danzica. Sennonché, come è noto ai più meno che al prof. Orsini, con la Cecoslovacchia esagerò perché dopo i Sudeti si prese tutto il resto ed entrò a Praga (16 marzo ’39) facendo inalberare Chamberlain, dato che il nazista era venuto meno a quella parola e a quelle assicurazioni scritte nel foglietto che il premier l’inglese aveva trionfalmente sventolato al ritorno da Monaco. E lì scattarono le garanzie per la Polonia (31 marzo ’39).

E Stalin, lasciato con una mano davanti e una di dietro a Monaco, si dispose a fare il patto con Hitler. Inoltre che Hitler volesse la guerra lo aveva già detto ai quattro venti e scritto sul suo delirante Mein Kampf. Ma il prof. Orsini che ne sa?

Mentre diceva le sue sovrane sciocchezze, Travaglio lo seguiva impassibile e il simpatico Luca Sommi era attanagliato dall’imbarazzo. Nessuno dei due, però, ha avuto il coraggio di dire a Orsini “ma che stai a di’”.

Perciò, come disse Petrolini al disturbatore del loggione, “io nun ce l’ho co’ te, ma co’ chi te sta vicino e nun te butta de sotto”.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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Storia. Gli aiuti militari al Vietnam c’erano

UCRAINA. CRONACHE&COMMENTI

La storia, se la si invoca è meglio ricordarla tutta e integralmente.

di Aldo Pirone
tommaso di francesco social site mcbko RTL102.5Play 390 minIl vicedirettore de “il manifesto” Tommaso Di Francesco è contro l’invio di armi ai resistenti ucraini, non perché non condanni nettamente l’aggressione di Putin ma perché ritiene che la cosa possa aggravare la guerra in corso e indebolire la necessità urgentissima di concentrarsi - soprattutto l’Unione europea - per arrivare a un cessate il fuoco e a una soluzione politica della crisi in atto. Bisogna evitare uno scontro fra Nato e Russia che sarebbe l’inizio della terza guerra mondiale a valenza termonucleare.

Per sostenere questa sua tesi in un articolo pubblicato oggi sul “quotidiano comunista” fa diversi riferimenti a situazioni di oggi in giro per il mondo (palestinesi, curdi, yemeniti) in cui gli americani ma anche l’Europa non mandano armi alle resistenze locali. Moralmente c’è anche di peggio: per esempio i curdi, sono stati riforniti dagli Stati Uniti solo per il tempo necessario per sconfiggere l’Isis, e poi (Trump) li hanno abbandonati. Dove, però, Di Francesco sbaglia, è il riferimento al Vietnam. “Quando i vietnamiti impegnati nelle trattative di pace di Parigi – racconta - passarono per Roma per parlare con il Pci, chiesero di incontrare Aldo Natoli che nel frattempo era stato radiato con il gruppo del Manifesto. L’incontro ci fu e a conclusione ricordo le parole di Aldo: i vietnamiti non vogliono armi, né combattenti, vogliono che intensifichiamo le manifestazioni per la pace perché la guerra deve finire altrimenti non fanno più la loro rivoluzione”.

È sempre difficile quando ci s'inerpica sui tornanti scoscesi della storia fare confronti fra situazione diverse e nella loro diversità di secolo e d’epoca storica, anche radicale. Tuttavia bisogna sforzarsi di non spacciare stupidaggini. I vietnamiti chiedevano ai loro sostenitori nelle opinioni pubbliche occidentali – tra cui ebbe un peso non secondario l’ “altra America” - di intensificare le manifestazioni e le iniziative per la pace e fermare l’aggressione – non solo alle opinioni pubbliche ma anche ai governi –, perché le armi per contrastare gli americani in cielo (l’escalation dei bombardamenti) e sul terreno, a loro particolarmente conosciuto e favorevole (la jungla), c’era chi gliele forniva adeguatamente e in abbondanza: l’Urss e la Cina e i paesi del blocco socialista.

Rammento come all’inizio dei bombardamenti sistematici statunitensi sul nord-Vietnam, c’era pressante fra i comunisti italiani la domanda del perché l’Urss non mandava ai vietnamiti i suoi Mig. Una volta nella mia sezione del Pci venne Giuliano Pajetta a spiegare che non era facile addestrare d’emblée un vietnamita che si nutriva con un pugno di riso a fare il pilota di un jet. E ricordo altrettanto bene come il segretario nazionale comunista Luigi Longo che di volontari internazionalisti se n’intendeva (commissario delle Brigate internazionali in Spagna), avesse più volte manifestato la volontà del Pci di mandare volontari se i vietnamiti li avessero richiesti. Cosa che questi ultimi si guardarono bene dal fare perché i volenterosi sarebbero stati più d’ingombro che d’aiuto. Sul tema il regista Citto Maselli nel 1970 ci fece pure un film con un finale un po’ comico: “Lettera a un giornale della sera”.

La guerra contro l’aggressione americana, i vietnamiti la condussero superbamente. Avevano due assi nella manica di prima grandezza: Ho Chi Minh e il generale Giap. Le operazioni militari le subordinarono sempre agli obiettivi politici della pace e dell’indipendenza. Anche la famosa offensiva del Têt nel gennaio del ’68 condotta dai vietcong del Fln ebbe lo scopo di obbligare gli Usa a sospendere i bombardamenti sul Nord Vietnam e ad acconciarsi al tavolo delle trattative e che si aprirono, come ricorda Di Francesco, a Parigi 13 maggio del 1968. E non vado oltre per non addentrarmi nei successivi sviluppi di una lotta che ha fatto epoca.

Questo per la storia. Che se proprio non la si vuol far riposare, come dice Cuperlo in malcelata polemica con la sua collega Pinotti, è meglio ricordarla tutta e integralmente.

 

 

 

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Non scherziamo con la storia

CRONACHE&COMMENTI

Studiare un po’ di più la storia d’Italia degli ultimi 80 anni per capirci qualcosa

di Aldo Pirone
andrea scanzi 390 minAndrea Scanzi è un giornalista bravo e simpatico, di sinistra, progressista e antifascista. Ha scritto un nuovo libro; titolo: “Sfascistoni”. Brevi bozzetti di personaggi che popolano la destra nostalgica il cui livello politico, culturale e morale è rasoterra. Se, però, oggi siamo a questi maleodoranti rigurgiti così populisti e popolari nei sondaggi e nelle urne, è perché, dice Scanzi, l’Italia non ha mai fatto i conti con il fascismo fino in fondo. Anzi, aggiunge, non ha fatto la sua “Norimberga” come fecero gli americani; che, però, in verità, non erano i tedeschi ma tra i vincitori del nazifascismo.

Tra i colpevoli di questo mancato processo da intendersi, dice il nostro, “non certo come giustizia sommaria bensì come effettiva applicazione della legge nei confronti dei criminali di guerra (famosi e no)” indovinate chi indica Scanzi? Togliatti. Da lui definito “affetto da miopia trinariciuta”. “Trinariciuto”, come si sa, era il termine inventato da Guareschi e largamente usato dagli avversari per sbeffeggiare i comunisti italiani. Dei leader antifascisti di allora, De Gasperi, Nenni, Saragat, Parri, Benedetto Croce e tantissimi altri, è l’unico che viene citato.

La cosa non viene approfondita, è buttata là, ma è riferita alla famosa amnistia promossa dal guardasigilli Togliatti nel ’46 all’indomani della vittoria della Repubblica. Essa, però, non prevedeva affatto la salvaguardia dei criminali fascisti (Art 3 “…salvo che siano stati compiuti da persone rivestite di elevate funzioni di direzione civile o politica o di comando militare, ovvero siano stati commessi fatti di strage, sevizie particolarmente efferate, omicidio o saccheggio, ovvero i delitti siano stati compiuti a scopo di lucro”). Salvaguardati lo furono dopo, in pieno regime centrista della Dc, approfittando sia di qualche imprecisa definizione della legge stessa - “sevizie particolarmente efferate” - ma ancor più di una magistratura conservatrice formatasi nel ventennio fascista e, soprattutto, del clima di “guerra fredda” e di contrapposizione radicale fra i vecchi alleati antinazisti: Stati Uniti, Gran Bretagna, Unione Sovietica.

Il punto, però, che sfugge a Scanzi è ben altro. I conti con il fascismo, e ancor più con lo spessore anche popolare reazionario e conservatore dell’Italia che lo aveva prodotto, furono fatti, innanzitutto, proprio da Togliatti che di questo spessore ebbe sempre profonda consapevolezza. Basterebbe rileggersi le “lezioni sul fascismo”, inteso come regime reazionario di massa, per capirne qualcosa. Lettura che consigliamo vivamente a Scanzi. Inoltre, andrebbe storicamente osservato che la generazione politica che aveva vissuto la catastrofe mussoliniana, i conti con il fascismo li fece con la Resistenza, la Guerra di Liberazione, la Repubblica e la Costituzione. Non a caso nella Prima Repubblica il neofascismo fu relegato ai margini della vita democratica e repubblicana e i rigurgiti che esso produsse, come nel ’60 con il governo del democristiano Tambroni e agli inizi degli anni ’70, furono non solo rintuzzati ma costituirono occasione di grandi avanzate democratiche. Sono quelli venuti dopo, soprattutto a sinistra, che quei conti hanno cessato di farli, aprendo la strada al riformarsi del brodo di coltura di un virus che non ha mai lasciato le viscere della Nazione, fino a riprodurre la piaga purulenta ed estesa di oggi. È negli anni ’90 che nella sinistra post comunista si rompe quella che Gramsci definì l’unità fra storia e politica e si aprì il varco nel quale è passato il berlusconismo, prima, e il salvinismo-melonismo poi. I motivi sono tanti e non è qui il caso di approfondirli.

Basterebbe studiare un po’ di più la storia d’Italia di questi ultimi ottanta anni per capirci qualcosa e, come si propone Scanzi stesso, “coltivare la memoria…Quella che a noi manca” onde respingere “i rischi e il dramma di un’afasia mnemonica così conclamata”.

Uno studio particolarmente necessario, in particolare, a chi si sforza, come cerca di fare meritoriamente Scanzi, di ricordare le ultime pagliacciate di tanti nostalgici neo fascisti che popolano la scena politica italiana.
Anche per evitare di fare la figura del “trinariciuto”.

 

 

 

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Dalla Conferenza di Rio alla COP26: la storia a tappe del negoziato climatico*

STORIA CULTURA SOCIETA'

Da mesi escono articoli, servizi, interviste, appelli che riguardano la 26ª COP

fumi inquinanti2021 11 17 650 min

di Valerio Calzolaio da Malacoda
La ventisiesima Conferenza delle Parti della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici, csvolta a Glasgow dal primo al dodici novembre 2021. Del resto, Malacoda da sempre pubblica ogni settimana vari pezzi dedicati ai cambiamenti climatici antropici globali, ai loro complessi e articolati effetti, alle politiche di mitigazione e adattamento, agli scenari per il futuro, talvolta con una minuzia di informazioni e dati che lo rendono in materia (e non solo) una delle più meticolose e accreditate riviste scientifiche europee. Inutile citare titoli, argomenti e giornalisti, basta scorrere indietro con il cursore o digitare i relativi termini sul motore di ricerca. Può essere forse utile ripercorrere per tempo i precedenti e il contesto dell’appuntamento scozzese che, in realtà, è solo uno dei tanti passaggi di un lentissimo contraddittorio negoziato globale.

1. Una Conferenza delle parti (acronimo Cop) è l’appuntamento periodico cui partecipano gli Stati (le parti) che firmano e ratificano una convenzione dell’Onu per verificare lo stato di avanzamento e i problemi dell’attuazione. L’articolato di un accordo internazionale promosso e gestito dall’Onu contiene inevitabilmente principi, obiettivi e misure non di immediata e scontata realizzazione. Occorre fare spesso il punto, stanziare fondi, sollecitare i ritardatari, valutare intoppi oggettivi, aggiornare il contesto geopolitico, integrare eventualmente i testi. Il processo inizia con l’approvazione nella riunione assembleare dell’Onu in una qualche località, nasce un segretariato specifico, tecnici e diplomatici restano sempre in contatto, i rappresentanti dei governi si vedono poi periodicamente per le decisioni necessarie da prendere insieme, in genere ogni volta in una metropoli di paesi differenti. Le delegazioni governative allargano l’invito poi anche a parlamentari, regioni ed enti locali, esperti, organizzazioni non governative, presenti alla conferenza (anche con eventi paralleli) insieme alle varie strutture Onu interessate e ad altre associazioni internazionali.

2. La Convenzione quadro Onu sui cambiamenti climatici, United Nations Framework Convention on Climate Change (Unfccc) è stata firmata a Rio nel giugno 1992 ed è entrata in vigore nella primavera 1994, la prima Cop si è svolta l’anno dopo, già annunciando obiettivi e date delle successive. Si tratta dello storico accordo quadro di tutti i paesi del pianeta per affrontare e ridurre il rischioso processo (molto verificato e attuale) di destabilizzazione traumatica del sistema climatico, avendo riscontrato unanimemente un riscaldamento del pianeta di origine (prevalentemente) antropica e agendo sia sulle cause del rischio (strategia di mitigazione per la riduzione delle emissioni di gas clima alteranti e per utili cambiamenti degli usi del suolo), sia sugli effetti (strategia di adattamento per la riduzione della vulnerabilità ambientale, territoriale e socio-economica ai cambiamenti del clima). Già al momento della firma fu dichiarato che non bastava enunciare un problema condiviso, occorreva determinare misure concrete: bisognava urgentemente ridurre ovunque le emissioni.

La COP25 del 2019

1. La firma del 1992 avvenne in un contesto di molteplici scelte politiche internazionali finalizzate a uno sviluppo meno insostenibile del pianeta. Dopo il Rapporto Brundtland del 1987 e dopo il primo Rapporto degli scienziati sul clima, crollato il muro di Berlino e in via di dissolvimento l’Urss, il 1990 è l’anno in cui l’Onu riuscì a convocare un vertice mondiale su “ambiente e sviluppo”, preparato con un’intensa attività negoziale, proprio sulla base del primo rapporto Ipcc e, dunque, con al centro la questione degli appena certificati cambiamenti climatici antropici globali. Si svolse a Rio de Janeiro nel giugno 1992 con il voto finale su due convenzioni globali (climate change e biodiversity), l’avvio del negoziato su una terza (against drought and desertification, chiuso nel 1994, entrata in vigore nel 1996), l’approvazione dell’agenda sullo sviluppo sostenibile (Agenda XXI). Saltò, invece, a quel tempo, l’ipotesi di una convenzione anche sull’acqua. Tutte le tre cosiddette “convenzioni globali” hanno poi svolto periodiche conferenze delle parti. È in corso in Cina dall’11 ottobre 2021 la Cop15 sulla biodiversità. Anche la convenzione contro la desertificazione è giunta nel 2021 alla quindicesima conferenza delle parti. Di più sono state, inevitabilmente, quelle sul clima, la prossima è appunto Cop26.

2. Le Conferenze delle parti della Unfccc si sono svolte ogni anno per un quarto di secolo, dal 1995 al 2019. I firmatari iniziali erano 165 nazioni, al momento attuale hanno ratificato la convenzione 197 “parti” (Stati) dell’Onu. Cop1 si svolse a Berlino dal 28 marzo al 7 aprile 1995, Cop2 a Ginevra dall'8 al 19 luglio 1996, Cop3 a Kyoto dall’1 al 13 dicembre 1997 (partecipai in rappresentanza del governo italiano, come anche alle successive quattro, poi ad alcune altre con differenti mandati, parlamentari o regionali o Onu, come anche alle Cop delle altre convenzioni globali in quei decenni). Dopo di allora, con rarissime eccezioni, è stato novembre il mese più interessato dalle circa due settimane dei periodici incontri intergovernativi sul clima (spesso previsti anche o protrattisi fino a inizio dicembre) per fare il punto sulla riduzione delle emissioni e sulle politiche di adattamento. Cop25 si era svolta a Madrid dal 2 al 13 dicembre 2019. Il 2020 è stato tutto rinviato causa pandemia. Arriviamo ora a Glasgow, novembre 2021.

3. Ogni anno non è eguale all’altro, per circa un quindicennio vi è stata la fase del Protocollo di Kyoto, del patto vincolante di riduzione quantificata e programmata per i 39 paesi con la maggiore quantità di emissioni clima alteranti fissate nel 1990 (e ancora più esclusive nei decenni precedenti). Si trattava di un primo timido parziale effettivo strumento attuativo della Convenzione quadro, approvato nel dicembre 1997, entrato in vigore solo il 16 febbraio 2005 e restato parzialmente in proroga di vigore fino al 2020-2021. Non è stato ratificato da tutti e scadeva. È scaduto. L’impegno di riduzione che conteneva era modesto in assoluto (riguardava solo i paesi industrializzati) ma efficace nel breve tempo, decisivo per stabilire le regole condivise e attivare meccanismi efficaci. Il risultato auspicato e formalizzato non è stato raggiunto, né tutto né bene. Si è passati alla fase dell’Accordo di Parigi, l’ultimo decennio.

4. Fin da quando il protocollo di Kyoto fu firmato si riteneva ufficialmente necessario procedere a obiettivi di riduzione delle emissioni superiori a quelli previsti dal protocollo stesso e fissare nuovi obiettivi vincolanti dopo il 2012, poi il 2020, il 2030, il 2050, il 2080. Per contenere il riscaldamento climatico entro il 2050 almeno all’interno dei 2° gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali (in particolare tagliando l’aumento nell’atmosfera di anidride carbonica, CO2), limite oltre il quale gli equilibri ambientali globali diventano irreversibili, erano necessarie riduzioni delle emissioni complessive di gas serra di circa il 60% rispetto al 1990. Non si sono verificate e l’insoddisfacente risultato è stato evidente già almeno un decennio fa. Si è tentata, pertanto, la strada di un accordo volontario globale di riduzioni (e adattamenti) che coinvolgesse tutti gli Stati del pianeta e dichiarasse in modo teorico e astratto l’obiettivo ancora più ambizioso, da sempre considerato necessario dagli scienziati delle varie discipline: ridurre dell’1,5% entro il 2050 (come chiedevano dall’inizio del negoziato pure le piccole isole-Stato, in via di sommersione).

5. Alla Cop21 di Parigi è stato sottoscritto un patto non vincolante (ma articolato e scadenzato). Si è deciso che ogni paese dovrà e potrà fare come e quanto vuole, ridurrà e si adatterà volontariamente, tutti i paesi del mondo però, questa è la nuova strategia, adotteranno propri piani nazionali di mitigazione e adattamento sulla base di indici e criteri concertati, pubblicamente e unitariamente valutati. Grazie all’Accordo di Parigi la nuova strategia ha avuto un minimo percorso legalmente vincolante e qualche punto fermo “politico”. I due punti cruciali e minimali del negoziato ancora aperti erano i soldi e i controlli: quanto e come mettono fondi i paesi ricchi per aiutare quelli poveri; chi e con quali coerenti omogenei strumenti va misurata l’eventuale riduzione. Sul piano finanziario fu trovato un qualche consenso, sia sulla cifra annuale dopo il 2020 sia sulle modalità di versamento prima e dopo il 2020, entrambi da verificare attentamente ora a Glasgow (le anticipazioni non sono entusiasmanti, mancano parti delle risorse annunciate e spesso quelle versate sono soltanto prestiti; anche l’Italia è carente e in ritardo). Sul piano amministrativo si lasciò una eccessiva flessibilità: i piani nazionali di impegni volontari che sono stati ormai presentati da molte delle 197 parti, anche se fossero rispettati, provocheranno un aumento della temperatura ben oltre il 2% (secondo gli ultimi aggiornati calcoli almeno del 2,1% nella migliore delle ipotesi). E poi ci sono le grandi questioni finora accantonate in questo decennio: oceani, biodiversità, migrazioni, sicurezza alimentare, giustizia sociale e ambientale.

6. Fatto sta che il negoziato climatico non è davvero progredito con buoni risultati concreti e gli scenari restano drammatici. In questi anni pochi Stati hanno mantenuto impegni o promesse per tagli più consistenti alle proprie emissioni e per efficaci piani di adattamento e resilienza. Comunque, in ognuna delle annuali (spesso ripetitive e inconcludenti) conferenze ufficiali, si fa il punto sulla precaria inadeguata attuazione e questo certamente avverrà anche a Glasgow. Poi, alla fine, i millimetrici passi avanti verranno esaltati e si lavorerà alla successiva Cop27, pare si terrà in Egitto dal 7 al 18 novembre 2022 (e questa non è proprio una bella notizia nel mondo vista la pessima situazione dei diritti umani in quel paese, tanto più in Italia dove è appena iniziato a Roma il 14 ottobre il processo per il rapimento, la tortura e l’omicidio di Giulio Regeni, senza gli imputati presenti).

7. Quel che si sta facendo per la riduzione delle emissioni e per l’adattamento ai cambiamenti climatici non è sufficiente, né a livello globale né a livello nazionale. Su questo elemento sostanziale, Greta Thunberg ha ragione. Lei ha annunciato e praticato tre comportamenti per dare un contributo individuale al taglio dei consumi di combustibili fossili, facciamo ognuno altrettanto (scegliendo i propri tre specifici comportamenti coerenti), ma ora tocca soprattutto ai governi compiere una svolta. Basta carbone, basta nuove estrazioni di petrolio e gas, energie rinnovabili (compreso l’idroelettrico esistente, escluso nuovo nucleare) quanto più possibile, valutazione del Pil in relazione alle emissioni (più produzioni e consumi non clima alteranti, meno le altre). Il costo dell’inazione è molto più alto di quello dell’azione. La svolta manca e, invece, dovrebbe finalmente portare alla fase della decarbonizzazione (ovunque la si sanzioni). Poi, ovviamente, bisognerà seguire ogni altro aspetto del negoziato climatico in corso, apprezzare i codicilli che vanno nella giusta direzione, a Glasgow e dopo.

8. L’11 ottobre 2021 oltre un milione e settecentomila persone sono state colpite da violenti piogge e alluvioni nella provincia dello Shanxi, nel nord della Cina, più di 120 mila persone sono state subito evacuate di urgenza, circa 17 mila abitazioni sono state distrutte. Sulla capitale dello Shanxi, Taiyaun, sono caduti circa 185,6 mm di pioggia, rispetto alla media di 25 mm tra il 1981 e il 2010. L'alluvione arriva meno di tre mesi dopo che le piogge estreme nella provincia di Henan hanno lasciato più di 300 morti. Gli eventi meteorologici estremi sono sempre più frequenti e intensi, praticamente in ogni ecosistema; l’innalzamento dei mari e l’acidificazione dei bacini oceanici proseguono inesorabili; la diseguale distribuzione delle acque sul pianeta vede accentuarsi i processi di desertificazione e le diseguaglianze sociali (ove è caldo vi saranno mortifere siccità, dove piove pioverà di più e troppo). La prima conseguenza è l’aumento da almeno trenta anni delle migrazioni forzate interne ai paesi, verso gli Stati limitrofi e internazionali, ormai una media di quasi 25 milioni di sfollati climatici ogni anno. Ognuno può fare da solo la proiezione al 2030 o al 2050. E in nessuna Conferenza delle parti si è mai discusso consensualmente di come prevenire e assistere i profughi climatici, gli ecoprofughi. Probabilmente sarà così anche a Glasgow (nonostante un tiepido minimo cenno contenuto nell’Accordo di Parigi).

9. Gli scienziati di tutte le discipline e di tutto il mondo (riuniti nel Panel noto come Ipcc) spiegano il quadro e reclamano la svolta fin dall’inizio, unanimemente, da almeno 31 anni. Questo trentennio è stato scadenzato dai loro Report: 1990, 1995, 2001, 2007, 2014, ora 2021-2022 (il sesto); ogni volta più raffinati e accurati, ogni volta più netti nella prospettazione degli scenari futuri. Il tentativo dei rari negazionisti, spesso sollecitato dagli interessi che si sentono minacciati, non è riuscito a scalfire il solido impianto scientifico multidisciplinare delle ricerche comparate. Fare niente o poco (tre dei quattro scenari) è possibile, molto dannoso per la maggioranza delle comunità e degli individui, ma possibile. Non aspettiamoci troppo da Glasgow, anche il massimo rischia di essere troppo poco. Peggio per noi. Sappiamo che hanno confermato la loro presenza alla cerimonia inaugurale del primo novembre circa cento capi di Stato o di governo, speriamo non sia una passerella e accettino di impegnarsi per una svolta coerente. Occorre considerare che alcuni Stati hanno rifiutato il negoziato globale, molti altri lo hanno sempre e solo rallentato.

10. Gli Stati Uniti, principale paese emettitore del Novecento, non hanno mai ratificato il Protocollo di Kyoto, sono usciti (con Trump) e appena rientrati (grazie a Biden) pure rispetto all’Accordo di Parigi. Oggi sembrano davvero convinti di dover e voler cambiare strada, vedremo. Qualcuno pensa che sia una questione contingente, legata alle maggioranze parlamentari dopo ogni elezione (Canada intermittente, Australia quasi sempre fuori, per fare altri due esempi di paesi ricchi e industrializzati), mentre invece è questione “costituzionale”, dirimente e strutturale di tutto il prossimo cinquantennio. Certo, l’Europa (fin da Kyoto) si è messa all’avanguardia (nonostante resistenze interne, più o meno da parte degli stessi paesi che vogliono costruire muri), probabilmente lo sarà anche a Glasgow, una ragione in più per sentirci molto europei. Tuttavia, non sempre è stata ed è coerente, soprattutto nelle relazioni produttive e commerciali con il resto del mondo.

 

 

 

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La Storia tra verità e umanità

MAROCCHINATE E STUPRI DI GUERRA 1943-1945

Un convegno per imparare a riflettere sulla storia senza mistificazioni

di Maria Lucia Giovannangelo
stupridiguerra 1 min“Che cos’è la storia? Non una sequenza cronologica di eventi, ma conoscenza profonda per poter acquisire la consapevolezza di cosa siamo e di cosa vogliamo essere’’. Questa la profonda riflessione che lo storico Davide Conti ci ha fornito a conclusione dell’incontro tenutosi sabato 13 novembre presso l’Amministrazione Provinciale su ‘’Marocchinate e stupri di guerra 1943-1945’’.

Fatti avvenuti nella bassa Ciociaria allorché i Goumier, i reparti marocchini del corpo di spedizione francese, aggiravano le linee difensive tedesche consentendo agli alleati di sfondare la linea Gustav. Un dramma che comporterebbe una doppia lettura, storica e umana, ma sul quale non si è ancora riusciti a coniugare questi due aspetti: la verità storica e la dignità personale di chi ha vissuto sulla propria carne le violenze più atroci e nell’anima tutto il carico di dolore e sofferenza resi ancora più insopportabili dallo stigma, dalla vergogna e dalla colpa che, quando riguarda le donne, si riversa sulla vittima.

La verità storica barattata con le logiche geopolitiche che avrebbero portato tutti gli attori a fare i conti con i propri misfatti, prime fra tutti le politiche coloniali dove ognuno, Italia compresa, si è macchiato di soprusi e violenze. L’interpretazione dei fatti, spesso mistificatoria, in cui neanche la storia riesce a vedere, con uno sguardo libero dai condizionamenti della cultura patriarcale, il corpo delle donne considerato preda, bottino di guerra. Ma forse, considerato in modo ancora più dispregiativo, in quanto il bottino viene conservato, invece il corpo della donna viene offeso, umiliato, poiché non possiede un valore in sé ma è lo strumento per recare offesa al maschio nemico a cui appartiene.

E qui si apre il problema, mai risolto, del ruolo della donna nella sfera pubblica e, nella fattispecie, in uno scenario di guerra. La donna da sempre considerata elemento ontologicamente e fisicamente debole e, come tale, non adatta alla guerra. La donna che aspetta il ritorno del guerriero curando la casa e la famiglia. Ma, in realtà, le donne nella Prima guerra mondiale presero il posto degli uomini nelle fabbriche e nella campagna in condizioni emergenziali, senza alcun tipo di tutela. Durante il fascismo furono anche coinvolte in una sorte di mobilitazione sociale, anche se senza una base ideologica a causa della mancanza d’istruzione. Nella Seconda guerra mondiale, quando la battaglia non si combatte più al fronte, ma su tutto il territorio, coinvolgendo la popolazione civile, le donne ebbero un ruolo attivo, nella guerra e nella resistenza. Ma, una volta finita la guerra ritornano al loro antico ruolo e i loro corpi violati non possono essere oggetto di discussione storica, di risarcimento morale e materiale poiché questo significherebbe riconoscere loro un ruolo attivo. I postumi dei traumi per le violenze subite interpretati come follia in un rinnovato clima di caccia alle streghe.

Quando l’UDI (Unione Donne Italiane), nella persona della deputata comunista Maria Maddalena Rossi, si batté per ridare dignità democratica, non pietà, a queste donne, la seduta alla Camera dei Deputati si svolse in notturna perché, allora come oggi, lo stupro è argomento scabroso. Nella seduta la deputata denunciò la contraddizione della società patriarcale che conferiva onore alle vedove di guerra, ma gettava vergogna su quelle che avevano subite violenze. Era il 1952 e solo nel 1996 la violenza sessuale non sarà più delitto contro la morale pubblica, ma contro la persona. E’ ancora tanta la strada da fare affinché la donna diventi protagonista della storia, una storia ancora fatta dagli uomini e raccontata dagli uomini. Per questo solo la conoscenza può dare quella consapevolezza per essere protagoniste non per concessione ma per conquista, e ristabilire quella verità che restituisca la dignità e il giusto ruolo.

Grazie all’ANPI di Frosinone che, ancora una volta ha organizzato un convegno per imparare a riflettere sulla storia senza mistificazioni. Grazie ai relatori, ognuno dei quali ha saputo approfondire un aspetto di questa intricata vicenda e un grazie particolare alle relatrici che, alla ricostruzione storica, hanno saputo aggiungere quel coinvolgimento emotivo che solo le donne sanno suscitare.

 

 

 

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Cazzullate

CRONACHE&COMMENTI

L'ostinazione dell'impossibile confronto fra anticomunismo e antifascismo

 di Aldo Pirone
A.Cazzullo GenerazioneZero 370 minPurtroppo quando si parla di valori a prescindere dalle concrete vicende della storia, si corre il rischio di fare la figura di Alice nel paese delle meraviglie o della Vispa Teresa a caccia di farfalle sotto l’Arco di Tito.
È quello che è capitato ieri ad Aldo Cazzullo sul “Corriere della sera” quando, interloquendo con un lettore, parla di valore dell’anticomunismo che non dovrebbe essere solo di destra equiparato a quello dell’antifascismo. Mischiando, tra l’altro, in maniera indebita il piano internazionale con quello nazionale.

Stiamo ai fatti. Quando in Europa si è arrivati al dunque con il nazifascismo, l’anticomunista Churchill e il democratico Roosevelt si allearono con Stalin. Nessuno dei tre era politicamente un giglio di campo. Il premier inglese rappresentava una democrazia alla testa di un impero coloniale, dove vivevano popoli non proprio contenti di essere sotto quel dominio. Roosevelt capeggiava una grande democrazia che aveva dentro di sé la segregazione razziale degli afroamericani, una condizione ancora da superare definitivamente nonostante i progressi fatti. Stalin era alla testa di un sistema social totalitario spietato coperto dal mito della Rivoluzione d’ottobre. Dall’altra parte c’era il “male assoluto”: il nazifascismo. Non so se Churchill e Roosevelt si posero il problema del “valore” dell’anticomunismo, o, come dice Cazzullo, di “un'idea (il comunismo ndr) rivelatasi sbagliata e spesso con applicazioni criminali da Vladivostok a Trieste” so che non ebbero dubbi fra anticomunismo e antifascismo e si sbrigarono ad aiutare Stalin per spezzare le reni a Hitler e Mussolini. La nuova Europa democratica è nata da quell’alleanza con tutte le vicissitudini che l’hanno segnata in seguito coll’irrompere della “guerra fredda”, delle sfere d’influenza, della “cortina di ferro”, dei blocchi contrapposti non solo europei ma mondiali e dell’”equilibrio del terrore” atomico fino all’implosione del comunismo sovietico e dei paesi dell’Est.

In Italia, poi, i comunisti di Togliatti sono stati tra i fondatori della democrazia repubblicana e costituzionale. Ci furono anticomunisti democratici? Sì, eccome. Ma contro i rigurgiti fascisti non ebbero timore di fare blocco con il Pci come Saragat o La Malfa nel luglio del ’60. Tanti di quegli esponenti liberal socialisti e liberal democratici e cattolici democratici e di sinistra anticomunisti perché antitotalitari, da Parri a Calamandrei, da Ossicini a Pratesi, non ebbero remora, in nome dell’antifascismo progressista, di schierarsi a fianco del Pci e molti di farsi eleggere in Parlamento nelle liste comuniste come indipendenti di sinistra. O anche al parlamento europeo come Altiero Spinelli, l’autore del famoso “Manifesto” di Ventotene.

La prima incrinatura tra gli anticomunisti democratici avvenne nel 1953, quando contro la “legge truffa” voluta da Dc, Pri, Psdi, Pli, scesero in campo Calamandrei, Parri e i liberali Giuseppe Nitti ed Epicarmo Corbino.
Non è, come dice Cazzullo, che in “In Italia le cose come d'abitudine si complicano” rispetto al resto d’Europa. Semmai qui da noi si fecero più chiare. Perché mentre il raggruppamento degli anticomunisti democratici si andò via via prosciugando – uno degli ultimi fu La Malfa che dopo il discorso di Berlinguer a Mosca nel 1977 sulla “democrazia valore universale” disse che con il Pci non c’erano più fossati insuperabili – quella in cui l’anticomunismo era viscerale per difendere non la democrazia e la libertà ma concreti e radicati privilegi e interessi di classe è rimasta tale e quale. E rimane ben viva oggi – vedi tutta la vicenda del berlusconismo prima, e oggi del salvinismo e del melonismo - quando ormai il partito dei comunisti italiani non c’è più da trent’anni. All’altra domanda, cui risponde Cazzullo, se c’è stata in Italia una destra antifascista, non c’è bisogno di tante elucubrazioni, basta guardare all’epopea della Resistenza e, nel dopoguerra, alla dialettica interna alla Dc e alle posizioni del Pli di Malagodi che nei confronti del Msi di Almirante non aveva tante compiacenze.

Ma perché Cazzullo riesuma, per equipararli, anticomunismo, seppure democratico, e antifascismo? C’è forse un pericolo comunista, se mai c’è stato, oggi in Italia? Mentre, invece, non c’è forse più vivo che mai, anche se un po’ ammaccato dopo le ultime elezioni, un pericolo di reincarnazione fascistoide nella Lega di Salvini e in Fd’I della Meloni e nella persistente alleanza con loro di Berlusconi? Non raccolgono tutti costoro quasi metà del consenso patrio? Non è ancora ben calda l’aggressione alla Cgil nazionale?

La riposta sta nella chiusa ambigua e superficiale dell’articolo di Cazzullo. “Certo Togliatti aveva fatto la svolta di Salerno – dice - schierando il Pci nel fronte antifascista con cattolici e monarchici; migliaia di partigiani comunisti diedero la vita per combattere il nazifascismo; e gli eletti comunisti alla Costituente scrissero la Carta con democristiani e liberali. Però era lo stesso Togliatti che aveva fatto fucilare gli anarchici di Barcellona”. Già, un po’ come quel Churchill che aveva auspicato l’intervento di 14 nazioni a fianco dei bianchi zaristi per soffocare non lo stalinismo ma la Rivoluzione d’ottobre, che chiamava Gandhi “fachiro mezzo nudo”, che aveva represso con crudezza i nazionalisti irlandesi, che aveva definito Mussolini salvatore della patria; “Se fossi stato italiano – disse nel 1927 quando era cancelliere allo scacchiere - sono sicuro che sarei stato interamente con voi dal principio alla fine della vostra lotta contro i bestiali appetiti e le passioni del leninismo. … L'Italia ci ha offerto l'antidoto necessario al veleno russo. D'ora in poi nessuna grande nazione sarà priva dei mezzi decisivi per proteggersi contro la crescita del cancro bolscevico”.

Ah Cazzù non diciamo cazzullate.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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Storia di una "debacle" bellica, politica e della propaganda

AFGHANISTAN OGGI... E DOMANI?

20 anni di errori, atrocità, sprechi. Che lezione trarre?

di Redazione
Kabul bynewleftreview.org minCommentare a caldo, fatti e avvenimenti può far incorrere in errori, scrive Fiorenza Taricone, "al quadro mancano troppe tessere, anche se qualche certezza di fondo è sempre valida".

Afghanistan oggi. C’è una rapida denuncia di errori, ma non proprio una doverosa autocritica dei paesi che hanno avviato e partecipato a 20 anni di guerra.
Che guerra? La guerra voluta da due protagonisti assoluti: George Walker Bush e Tony Blair che volevano colpire le basi (?) del terrorismo mondiale ordito da Al Qaeda e prendere il suo capo Osama Bin Laden ucciso nella notte tra l’1 e il 2 maggio 2011 in un blitz dei Navy Seals americani in un edificio di Abbottabad, città del Pakistan. Nonostante questo “esito” la guerra dura fino all’agosto 2021.

Perché?
Gino Strada il 14 maggio 2021 dichiarava a “La Stampa”: «Non mi sorprende questa situazione. La guerra all’Afghanistan è stata - né più né meno - una guerra di aggressione iniziata all’indomani dell’attacco dell’11 settembre, dagli Stati Uniti a cui si sono accodati tutti i Paesi occidentali. A cosa è servita? Zero. Spesi 2 mila miliardi e i talebani sono ancora lì»
Oggi davvero non basta quanto scrive Ezio Mauro nel suo editoriale del 18 agosto 2021 su “La Repubblica” che così pensa di analizzare il fallimento occidentale: «Oggi dobbiamo prendere atto che la seminazione di principii e modelli in un territorio così diverso per storia, esperienze, cultura e tradizioni non ha dato frutti, o li ha dati troppo fragili, tanto che possono essere sradicati senza alcuna resistenza. Abbiamo certamente sbagliato il metodo, probabilmente l’approccio, forse persino l’ambizione. Ma ecco che la vicenda afghana ci testimonia ancora una volta come certi valori da noi ritenuti universali per una parte di mondo siano in realtà soltanto occidentali, eternamente stranieri».

Ben diverso, l’approccio del “newleftreview.org” che titola “La debacle occidentale in Afghanistan viene da ontano”, una ricostruzione commento a firma di Tariq Alì (politologo, storico, attivista, giornalista e scrittore pakistano naturalizzato britannico)
Il giudizio è netto e assai preciso: «La caduta di Kabul ai Talebani il 15 agosto 2021 è una grande sconfitta politica e ideologica per l’Impero americano. Gli elicotteri affollati che trasportavano il personale dell’ambasciata americana all’aeroporto di Kabul ricordavano in modo sorprendente le scene a Saigon – ora Ho Chi Minh City – nell’aprile 1975».

Sorprendente la velocità con cui le forze talebane hanno preso il controllo del Paese degna di un “acume strategico notevole”. In una settimana sono entrate trionfalmente a Kabul. I 300.000 uomini dell’esercito afghano non hanno resistito, molti si sono rifiutati di combattere. In migliaia, infatti, si sono rivolti ai talebani. «Kabul ha cambiato proprietario con poco spargimento di sangue. I talebani non hanno nemmeno tentato di prendere l’ambasciata americana, figuriamoci prendere di mira il personale americano».

Come sono trascorsi 20 anni? «Il ventesimo anniversario della “Guerra al terrore” si è quindi concluso con una prevedibile e prevista sconfitta per gli Stati Uniti, per la NATO e per gli altri che erano saliti sul carro. Comunque si giudichi le politiche dei talebani – sono stato un severo critico per molti anni (sottolinea Tariq Alì ndr) – il loro successo non può essere negato. In un periodo in cui gli Stati Uniti hanno distrutto un paese arabo dopo l’altro, non è mai emersa alcuna resistenza che potesse sfidare gli occupanti. Questa sconfitta potrebbe essere un punto di svolta. Ecco perché i politici europei si lamentano. Hanno appoggiato incondizionatamente gli Stati Uniti in Afghanistan, e anche loro hanno subito un’umiliazione, e tra questi nessuno più della Gran Bretagna».

Oggi molti commentatori scrivono che Joe Biden non ha avuto scelta. Egli ha semplicemente ratificato il processo di pace avviato da Trump. Con un occhio al voto di novembre per lisciare il pelo all’elettorato repubblicano.

Tariq Ali fa una considerazione di grande significato politico: «Il fatto è che in vent’anni gli Stati Uniti non sono riusciti a costruire nulla che potesse riscattare la loro missione. La Zona Verde brillantemente illuminata era sempre circondata da un’oscurità che gli Zoner non riuscivano a capire. In uno dei paesi più poveri del mondo, miliardi sono stati spesi ogni anno per il condizionamento dell’aria nelle baracche che ospitavano soldati e ufficiali statunitensi, mentre cibo e vestiti venivano regolarmente trasportati in aereo dalle basi in Qatar, Arabia Saudita e Kuwait. Non è stata una sorpresa che un enorme malcontento crescesse ai margini di Kabul, mentre i poveri si radunavano per cercare beni primari nei bidoni della spazzatura. I bassi salari pagati ai servizi di sicurezza afgani non sono riusciti a convincerli a combattere contro i loro connazionali. L’esercito, costruito in due decenni, era stato infiltrato in una fase iniziale dai sostenitori dei talebani, che hanno ricevuto una formazione gratuita nell’uso di moderne attrezzature militari e hanno agito come spie per la resistenza afgana.
Questa era la miserabile realtà dell'”intervento umanitario”

«..il paese ha assistito a un enorme aumento delle esportazioni. Durante gli anni dei talebani, la produzione di oppio era rigorosamente controllata. Dall’invasione degli Stati Uniti è aumentato drammaticamente e ora rappresenta il 90% del mercato globale dell’eroina, facendo sorgere la domanda se questo conflitto prolungato debba essere visto, almeno in parte, come una nuova guerra dell’oppio. Trilioni sono stati realizzati in profitti e condivisi tra i settori afghani che hanno servito l’occupazione. Gli ufficiali occidentali sono stati generosamente pagati per consentire il commercio. Un giovane afghano su dieci è ora dipendente dall’oppio. Le cifre per le forze della NATO non sono disponibili.»

Per quanto riguarda la condizione delle donne, non è cambiato molto. «C’è stato poco progresso sociale al di fuori della Green Zone infestata dalle ONG. Una delle principali femministe in esilio del paese ha osservato che le donne afghane avevano tre nemici: l’occupazione occidentale, i talebani e l’Alleanza del Nord. Con la partenza degli Stati Uniti, ha detto, ne avranno due. (Al momento in cui scriviamo questo può forse essere modificato in uno, poiché l’avanzata dei talebani nel nord ha eliminato fazioni chiave dell’Alleanza prima che Kabul fosse catturata). Nonostante le ripetute richieste di giornalisti e attivisti, non sono stati rilasciati dati affidabili sull’industria del lavoro sessuale che è cresciuta per servire gli eserciti occupanti. Né ci sono statistiche credibili sugli stupri, anche se i soldati statunitensi hanno usato spesso la violenza sessuale contro i “sospetti terroristi”, hanno violentato civili afgani e dato il via libera agli abusi sui minori da parte delle milizie alleate . In Afghanistan, i dettagli devono ancora emergere».

Le vittime. «Oltre 775.000 soldati statunitensi hanno combattuto in Afghanistan dal 2001. Di questi, 2.448 sono stati uccisi, insieme a quasi 4.000 appaltatori statunitensi. Secondo il Dipartimento della Difesa, circa 20.589 soldati sono stati feriti in azione . Le cifre delle vittime afghane sono difficili da calcolare, dal momento che le “morti dei nemici” che includono i civili non vengono conteggiate. Carl Conetta del Project on Defense Alternatives ha stimato che almeno 4.200-4.500 civili sono stati uccisi entro la metà di gennaio 2002 come conseguenza dell’assalto degli Stati Uniti, sia direttamente come vittime della campagna di bombardamenti aerei che indirettamente nella crisi umanitaria che ne seguì. Entro il 2021, l’Associated Press riportava che 47.245 civili erano morti a causa dell’occupazione. Gli attivisti per i diritti civili afgani hanno dato un totale più alto, insistendo sul fatto che 100.000 afgani (molti dei quali non combattenti) erano morti e tre volte quel numero erano stati feriti.»

Chi era il nemico?  «I talebani, il Pakistan, tutti afghani? Un soldato americano di lunga data era convinto che almeno un terzo della polizia afghana fosse tossicodipendente e un’altra fetta consistente fosse costituita da sostenitori dei talebani. Ciò ha rappresentato un grosso problema per i soldati statunitensi, come ha testimoniato un anonimo capo delle forze speciali nel 2017: “Pensavano che sarei andato da loro con una mappa che indicasse dove vivevano i buoni e i cattivi … Ci sono volute diverse conversazioni per far capire loro che non avevo quell’informazione nelle mie mani. All’inizio continuavano a chiedere: “Ma chi sono i cattivi, dove sono?”‘.»

Quale è stata la consapevolezza della crisi? «La cosa sorprendente è che né il generale Carter né i suoi collaboratori sembrano aver riconosciuto l’entità della crisi affrontata dalla macchina da guerra degli Stati Uniti, come esposto in “The Afghanistan Papers”. Mentre i pianificatori militari americani si sono lentamente svegliati alla realtà, le loro controparti britanniche si aggrappano ancora a un’immagine fantastica dell’Afghanistan.»


Cosa riserva il futuro? «Replicando il modello sviluppato per l’Iraq e la Siria, gli Stati Uniti hanno annunciato un’unità militare speciale permanente, composta da 2.500 soldati, da stazionare in una base kuwaitiana, pronta a volare in Afghanistan e bombardare, uccidere e mutilare se necessario. ... Ma ora, con la NATO in ritirata, gli attori chiave sono Cina, Russia, Iran e Pakistan (che ha senza dubbio fornito assistenza strategica ai talebani, e per i quali questo è un enorme trionfo politico-militare). ... Nessuno di loro vuole una nuova guerra civile, in polare contrasto con gli USA ed i suoi alleati dopo il ritiro sovietico. Le strette relazioni della Cina con Teheran e Mosca potrebbero consentirle di lavorare per assicurare una pace fragile per i cittadini di questo paese traumatizzato, aiutata dalla continua influenza russa nel nord. ...
...L’età media in Afghanistan? 18 anni, su una popolazione di 40 milioni. Di per sé questo non significa molto. Ma fa sperare che i giovani afghani vogliano lottare per una vita migliore dopo i quarant’anni di conflitto. «Per le donne afghane la lotta non è affatto finita, anche se rimane un solo nemico. In Gran Bretagna e altrove, tutti coloro che vogliono continuare a combattere devono spostare la loro attenzione sui rifugiati che presto busseranno alla porta della NATO. Per lo meno, il rifugio è ciò che l’Occidente deve loro: una piccola riparazione per una guerra non necessaria».

Chi ha letto sin qui ha certamente materia per fare sue proprie valutazioni, che da questi dati di Tariq Alì consentono intanto di avre una certezza: le guerre non servono per esportare ideali, portano sempre un vincitotre che per rimanere tale non può che ssere una carogna anche lui. Dialogo politico inernazinale, nel rispetto dei valori della vita umana prima di ogni affare economico, sembra essere la lezione più recente ancora una volta. La sapremo ascoltare e mettere in pratica?

 

 aggiornato alle 18,20 del 18 agosto 2021

 

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La storia di Maggese

LIBRI

Avete mai letto un libro in cui vi siete ritrovati, almeno in parte...?

di Rossana Germani*
Lastoriadimaggese 350 minAvete mai letto un libro in cui avete trovato un paese dentro?

Avete mai letto un libro in cui vi siete ritrovati, almeno in parte, in qualcuno dei protagonisti?

Qui potrete ritrovare voi stessi da bambini oppure adolescenti o uomini e donne maturi, o addirittura "vecchi saggi", ma anche creativi, sognatori, concreti o folli. Potrete trovare voi stessi innamorati di qualcuno o qualcosa.

Questo libro vi prende e vi risucchia dentro le sue pagine e dentro le storie dei personaggi, tutti protagonisti, e vi fa spaziare per tutto il paese che racchiude il mondo intero. Partendo dai vicoli più intimi di Maggese fino ad arrivare alla spiaggia e dentro il mare, passando tra le case, dentro le case, dai piani più alti fino ai seminterrati, dalle botteghe che vendono parole ai capannoni industriali dall'interno magico, dalla piazza dove si scambia cultura (in cui fa da comparsa il libro stesso), alla verde collina per danzare un valzer con un partner speciale. Il tutto visto attraverso le storie vissute dai protagonisti che vediamo crescere d'età col crescere delle pagine.

Marco Cavaliere, con le sue magiche dita comandate dalla sua eccezionale fantasia che va sempre sotto braccio alla realtà - aLastoriadimaggese 350 vert min volte dura da accettare - è stato capace di fondere e confondere immaginazione e concretezza dei rapporti, dei sentimenti, dei colori, dei profumi e non solo. Amicizia, amore, vita, morte, gioie, dolori, sapienza, fede, arte, musica, ma molto, molto altro ancora troverete in queste poco più di 200 pagine. Pagine che scorrono piacevolmente ma che a volte "impongono" una rilettura per non dimenticare, e per fare propri, concetti così originali ma, nello stesso tempo, così veri.

Il lettore scoprirà che un oggetto, un sentimento, un'immagine, una tela, un silenzio, una sensazione o, anche più semplicemente, un profumo o un colore, racchiudono molto di più di quello che siamo abituati a vedere, sentire o pensare.

Un libro che ha mille anime, dalla più ingenua alla più vissuta e più saggia, dalla più semplice alla più creativa o, a tratti, addirittura folle ma tutte sono accompagnate dal filo conduttore dell'amore inteso nel senso più ampio del termine. Amore per gli altri, per il proprio lavoro (che poi lavoro non è ma è qualcosa di innato che è difficile da spiegare) e amore per le cose per quali i protagonisti hanno una visione e una percezione fuori dal comune.

Questo è un libro che riporta concetti che hanno dell'incredibile ma nello stesso tempo sono così veri e giusti che penserete che sia strano che nessuno li abbia mai contemplati prima e vi verrà voglia di farli circolare.

L'epilogo, infine, vi farà concludere la conoscenza dello scrittore dandovi prova, in un brivido finale, della sua sensibilità, profondità, intensità e purezza d'animo.

 

 

*Rossana Germani fa parte della redazione di CiesseMagazine e per essa cura anche la rubrica di cultura, libri e poesia.

 

 

 

 

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Edoardo Jenner e Luigi Pasteur

 SALUTEBENESSERE Rubrica

Quanta nobiltà, quanta umiltà, eppure quanta grandezza

Dr. Antonio Colasanti
mivaccino 390 minViveva in un paese del Glocester in inghilterra, un modesto medico condotto, alla fine del 700. Il suo nome allora sconosciuto era  Edoardo Jenner, uomo molto semplice come i grandi amanti della sua professione, che praticava con passione ed intelligenza. Era anche un amante della natura che cantava con versi semplici e melodiosi.

Fu appunto l'osservazione geniale dei fatti apparentemente umili - vedi Fleming con la penicillina - e che spesso nascondono cose piu grandi. Fu l'interesse attento dei fenomeni naturali che suggerirono al nostro medico campagnolo l'arma infallibile per combattere il mostro. Egli si accorse, ed una contadina glielo confermò, che le persone che avevano contratto una specie di vaiolo delle vaccine detto cow-pox, mungendo le bestie ammalate non si ammalavano di vaiolo, quando questo faceva stragi di persone.

Jenner studiò, sperimentò, perfezionò. Dopo 20 anni venne ad una conclusione, iniettando una pustola di quel vaiolo ad un bambino, James Phipps, che rimase alla storia. Poi lo infettò e questo, il vaiolo,  non attecchi. La scoperta era fatta.

Ddietro a quel bambino stavano migliaia di persone liberate per sempre, sia allora come nei secoli futuri dalla terribile morte per vaiolo. L'umanita era finalmente libera dal terrore. Non mancarono gli invidiosi ed i cattivi, i quali anziche unirsi alle lodi per il vincitore, gli gridarono contro giungendo ad accuse mostruose. Ma, le schiere di persone guarite dall'epidemia, grazie al vaccino, erano sempre piu numerose. La speranza divenne certezza, per cui le voci maligne dovettero tacere.

Iil trionfo fu completo. ma Jenner non insuperbì, uomo umile perché un genio, si ritirò in campagna schivando gli onori mondiali. Nella sua campagna chiuse gli occhi per sempre sognando la rosea schiera di bimbi che aveva salvato. La vaccinazione contro il vaiolo  ha rappresentato la prima vittoria della medicina preventiva. L'osservazione geniale abilmente sfruttata seppe dare questo meraviglioso risultato traendo profitto da un fatto popolare.

Dopo Jenner segui il sommo Luigi Pasteur, scienziato francese, uno dei piu grandi benefattori dell umanità. Questi grandi uomini hanno diritto alla nostra riconoscenza per il sacrificio che hanno fatto: dtutta la loro vita spesa interamente nella ricerca del bene per tutta l'umanità.

Quanta nobiltà, quanta umiltà. eppure quanta grandezza. Oggi stiamo assistendo ad una rassegna di pseudo scienziati che ogni giorno sono in televisione nei vari canali a dire tutto ed il contrario di tutto, tanto e vero che si naviga nel buio.

E' efficace il vaccino?  che tipo? quanto dura l'immunita?  che cosa sono le varianti? e siamo coperti o no? e cosi via si vive nell'incertezza perchè oggi i cosiddetti scienziati hanno capito poco o nulla del covid 19. Allora prendano esempio dagli scienziati come Jenner e Pasteur facciano un bagno di umiltà e vadano nei laboratori invece che in televisione.

 

 

 

 

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