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Storia di una "debacle" bellica, politica e della propaganda

AFGHANISTAN OGGI... E DOMANI?

20 anni di errori, atrocità, sprechi. Che lezione trarre?

di Redazione
Kabul bynewleftreview.org minCommentare a caldo, fatti e avvenimenti può far incorrere in errori, scrive Fiorenza Taricone, "al quadro mancano troppe tessere, anche se qualche certezza di fondo è sempre valida".

Afghanistan oggi. C’è una rapida denuncia di errori, ma non proprio una doverosa autocritica dei paesi che hanno avviato e partecipato a 20 anni di guerra.
Che guerra? La guerra voluta da due protagonisti assoluti: George Walker Bush e Tony Blair che volevano colpire le basi (?) del terrorismo mondiale ordito da Al Qaeda e prendere il suo capo Osama Bin Laden ucciso nella notte tra l’1 e il 2 maggio 2011 in un blitz dei Navy Seals americani in un edificio di Abbottabad, città del Pakistan. Nonostante questo “esito” la guerra dura fino all’agosto 2021.

Perché?
Gino Strada il 14 maggio 2021 dichiarava a “La Stampa”: «Non mi sorprende questa situazione. La guerra all’Afghanistan è stata - né più né meno - una guerra di aggressione iniziata all’indomani dell’attacco dell’11 settembre, dagli Stati Uniti a cui si sono accodati tutti i Paesi occidentali. A cosa è servita? Zero. Spesi 2 mila miliardi e i talebani sono ancora lì»
Oggi davvero non basta quanto scrive Ezio Mauro nel suo editoriale del 18 agosto 2021 su “La Repubblica” che così pensa di analizzare il fallimento occidentale: «Oggi dobbiamo prendere atto che la seminazione di principii e modelli in un territorio così diverso per storia, esperienze, cultura e tradizioni non ha dato frutti, o li ha dati troppo fragili, tanto che possono essere sradicati senza alcuna resistenza. Abbiamo certamente sbagliato il metodo, probabilmente l’approccio, forse persino l’ambizione. Ma ecco che la vicenda afghana ci testimonia ancora una volta come certi valori da noi ritenuti universali per una parte di mondo siano in realtà soltanto occidentali, eternamente stranieri».

Ben diverso, l’approccio del “newleftreview.org” che titola “La debacle occidentale in Afghanistan viene da ontano”, una ricostruzione commento a firma di Tariq Alì (politologo, storico, attivista, giornalista e scrittore pakistano naturalizzato britannico)
Il giudizio è netto e assai preciso: «La caduta di Kabul ai Talebani il 15 agosto 2021 è una grande sconfitta politica e ideologica per l’Impero americano. Gli elicotteri affollati che trasportavano il personale dell’ambasciata americana all’aeroporto di Kabul ricordavano in modo sorprendente le scene a Saigon – ora Ho Chi Minh City – nell’aprile 1975».

Sorprendente la velocità con cui le forze talebane hanno preso il controllo del Paese degna di un “acume strategico notevole”. In una settimana sono entrate trionfalmente a Kabul. I 300.000 uomini dell’esercito afghano non hanno resistito, molti si sono rifiutati di combattere. In migliaia, infatti, si sono rivolti ai talebani. «Kabul ha cambiato proprietario con poco spargimento di sangue. I talebani non hanno nemmeno tentato di prendere l’ambasciata americana, figuriamoci prendere di mira il personale americano».

Come sono trascorsi 20 anni? «Il ventesimo anniversario della “Guerra al terrore” si è quindi concluso con una prevedibile e prevista sconfitta per gli Stati Uniti, per la NATO e per gli altri che erano saliti sul carro. Comunque si giudichi le politiche dei talebani – sono stato un severo critico per molti anni (sottolinea Tariq Alì ndr) – il loro successo non può essere negato. In un periodo in cui gli Stati Uniti hanno distrutto un paese arabo dopo l’altro, non è mai emersa alcuna resistenza che potesse sfidare gli occupanti. Questa sconfitta potrebbe essere un punto di svolta. Ecco perché i politici europei si lamentano. Hanno appoggiato incondizionatamente gli Stati Uniti in Afghanistan, e anche loro hanno subito un’umiliazione, e tra questi nessuno più della Gran Bretagna».

Oggi molti commentatori scrivono che Joe Biden non ha avuto scelta. Egli ha semplicemente ratificato il processo di pace avviato da Trump. Con un occhio al voto di novembre per lisciare il pelo all’elettorato repubblicano.

Tariq Ali fa una considerazione di grande significato politico: «Il fatto è che in vent’anni gli Stati Uniti non sono riusciti a costruire nulla che potesse riscattare la loro missione. La Zona Verde brillantemente illuminata era sempre circondata da un’oscurità che gli Zoner non riuscivano a capire. In uno dei paesi più poveri del mondo, miliardi sono stati spesi ogni anno per il condizionamento dell’aria nelle baracche che ospitavano soldati e ufficiali statunitensi, mentre cibo e vestiti venivano regolarmente trasportati in aereo dalle basi in Qatar, Arabia Saudita e Kuwait. Non è stata una sorpresa che un enorme malcontento crescesse ai margini di Kabul, mentre i poveri si radunavano per cercare beni primari nei bidoni della spazzatura. I bassi salari pagati ai servizi di sicurezza afgani non sono riusciti a convincerli a combattere contro i loro connazionali. L’esercito, costruito in due decenni, era stato infiltrato in una fase iniziale dai sostenitori dei talebani, che hanno ricevuto una formazione gratuita nell’uso di moderne attrezzature militari e hanno agito come spie per la resistenza afgana.
Questa era la miserabile realtà dell'”intervento umanitario”

«..il paese ha assistito a un enorme aumento delle esportazioni. Durante gli anni dei talebani, la produzione di oppio era rigorosamente controllata. Dall’invasione degli Stati Uniti è aumentato drammaticamente e ora rappresenta il 90% del mercato globale dell’eroina, facendo sorgere la domanda se questo conflitto prolungato debba essere visto, almeno in parte, come una nuova guerra dell’oppio. Trilioni sono stati realizzati in profitti e condivisi tra i settori afghani che hanno servito l’occupazione. Gli ufficiali occidentali sono stati generosamente pagati per consentire il commercio. Un giovane afghano su dieci è ora dipendente dall’oppio. Le cifre per le forze della NATO non sono disponibili.»

Per quanto riguarda la condizione delle donne, non è cambiato molto. «C’è stato poco progresso sociale al di fuori della Green Zone infestata dalle ONG. Una delle principali femministe in esilio del paese ha osservato che le donne afghane avevano tre nemici: l’occupazione occidentale, i talebani e l’Alleanza del Nord. Con la partenza degli Stati Uniti, ha detto, ne avranno due. (Al momento in cui scriviamo questo può forse essere modificato in uno, poiché l’avanzata dei talebani nel nord ha eliminato fazioni chiave dell’Alleanza prima che Kabul fosse catturata). Nonostante le ripetute richieste di giornalisti e attivisti, non sono stati rilasciati dati affidabili sull’industria del lavoro sessuale che è cresciuta per servire gli eserciti occupanti. Né ci sono statistiche credibili sugli stupri, anche se i soldati statunitensi hanno usato spesso la violenza sessuale contro i “sospetti terroristi”, hanno violentato civili afgani e dato il via libera agli abusi sui minori da parte delle milizie alleate . In Afghanistan, i dettagli devono ancora emergere».

Le vittime. «Oltre 775.000 soldati statunitensi hanno combattuto in Afghanistan dal 2001. Di questi, 2.448 sono stati uccisi, insieme a quasi 4.000 appaltatori statunitensi. Secondo il Dipartimento della Difesa, circa 20.589 soldati sono stati feriti in azione . Le cifre delle vittime afghane sono difficili da calcolare, dal momento che le “morti dei nemici” che includono i civili non vengono conteggiate. Carl Conetta del Project on Defense Alternatives ha stimato che almeno 4.200-4.500 civili sono stati uccisi entro la metà di gennaio 2002 come conseguenza dell’assalto degli Stati Uniti, sia direttamente come vittime della campagna di bombardamenti aerei che indirettamente nella crisi umanitaria che ne seguì. Entro il 2021, l’Associated Press riportava che 47.245 civili erano morti a causa dell’occupazione. Gli attivisti per i diritti civili afgani hanno dato un totale più alto, insistendo sul fatto che 100.000 afgani (molti dei quali non combattenti) erano morti e tre volte quel numero erano stati feriti.»

Chi era il nemico?  «I talebani, il Pakistan, tutti afghani? Un soldato americano di lunga data era convinto che almeno un terzo della polizia afghana fosse tossicodipendente e un’altra fetta consistente fosse costituita da sostenitori dei talebani. Ciò ha rappresentato un grosso problema per i soldati statunitensi, come ha testimoniato un anonimo capo delle forze speciali nel 2017: “Pensavano che sarei andato da loro con una mappa che indicasse dove vivevano i buoni e i cattivi … Ci sono volute diverse conversazioni per far capire loro che non avevo quell’informazione nelle mie mani. All’inizio continuavano a chiedere: “Ma chi sono i cattivi, dove sono?”‘.»

Quale è stata la consapevolezza della crisi? «La cosa sorprendente è che né il generale Carter né i suoi collaboratori sembrano aver riconosciuto l’entità della crisi affrontata dalla macchina da guerra degli Stati Uniti, come esposto in “The Afghanistan Papers”. Mentre i pianificatori militari americani si sono lentamente svegliati alla realtà, le loro controparti britanniche si aggrappano ancora a un’immagine fantastica dell’Afghanistan.»


Cosa riserva il futuro? «Replicando il modello sviluppato per l’Iraq e la Siria, gli Stati Uniti hanno annunciato un’unità militare speciale permanente, composta da 2.500 soldati, da stazionare in una base kuwaitiana, pronta a volare in Afghanistan e bombardare, uccidere e mutilare se necessario. ... Ma ora, con la NATO in ritirata, gli attori chiave sono Cina, Russia, Iran e Pakistan (che ha senza dubbio fornito assistenza strategica ai talebani, e per i quali questo è un enorme trionfo politico-militare). ... Nessuno di loro vuole una nuova guerra civile, in polare contrasto con gli USA ed i suoi alleati dopo il ritiro sovietico. Le strette relazioni della Cina con Teheran e Mosca potrebbero consentirle di lavorare per assicurare una pace fragile per i cittadini di questo paese traumatizzato, aiutata dalla continua influenza russa nel nord. ...
...L’età media in Afghanistan? 18 anni, su una popolazione di 40 milioni. Di per sé questo non significa molto. Ma fa sperare che i giovani afghani vogliano lottare per una vita migliore dopo i quarant’anni di conflitto. «Per le donne afghane la lotta non è affatto finita, anche se rimane un solo nemico. In Gran Bretagna e altrove, tutti coloro che vogliono continuare a combattere devono spostare la loro attenzione sui rifugiati che presto busseranno alla porta della NATO. Per lo meno, il rifugio è ciò che l’Occidente deve loro: una piccola riparazione per una guerra non necessaria».

Chi ha letto sin qui ha certamente materia per fare sue proprie valutazioni, che da questi dati di Tariq Alì consentono intanto di avre una certezza: le guerre non servono per esportare ideali, portano sempre un vincitotre che per rimanere tale non può che ssere una carogna anche lui. Dialogo politico inernazinale, nel rispetto dei valori della vita umana prima di ogni affare economico, sembra essere la lezione più recente ancora una volta. La sapremo ascoltare e mettere in pratica?

 

 aggiornato alle 18,20 del 18 agosto 2021

 

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La storia di Maggese

LIBRI

Avete mai letto un libro in cui vi siete ritrovati, almeno in parte...?

di Rossana Germani*
Lastoriadimaggese 350 minAvete mai letto un libro in cui avete trovato un paese dentro?

Avete mai letto un libro in cui vi siete ritrovati, almeno in parte, in qualcuno dei protagonisti?

Qui potrete ritrovare voi stessi da bambini oppure adolescenti o uomini e donne maturi, o addirittura "vecchi saggi", ma anche creativi, sognatori, concreti o folli. Potrete trovare voi stessi innamorati di qualcuno o qualcosa.

Questo libro vi prende e vi risucchia dentro le sue pagine e dentro le storie dei personaggi, tutti protagonisti, e vi fa spaziare per tutto il paese che racchiude il mondo intero. Partendo dai vicoli più intimi di Maggese fino ad arrivare alla spiaggia e dentro il mare, passando tra le case, dentro le case, dai piani più alti fino ai seminterrati, dalle botteghe che vendono parole ai capannoni industriali dall'interno magico, dalla piazza dove si scambia cultura (in cui fa da comparsa il libro stesso), alla verde collina per danzare un valzer con un partner speciale. Il tutto visto attraverso le storie vissute dai protagonisti che vediamo crescere d'età col crescere delle pagine.

Marco Cavaliere, con le sue magiche dita comandate dalla sua eccezionale fantasia che va sempre sotto braccio alla realtà - aLastoriadimaggese 350 vert min volte dura da accettare - è stato capace di fondere e confondere immaginazione e concretezza dei rapporti, dei sentimenti, dei colori, dei profumi e non solo. Amicizia, amore, vita, morte, gioie, dolori, sapienza, fede, arte, musica, ma molto, molto altro ancora troverete in queste poco più di 200 pagine. Pagine che scorrono piacevolmente ma che a volte "impongono" una rilettura per non dimenticare, e per fare propri, concetti così originali ma, nello stesso tempo, così veri.

Il lettore scoprirà che un oggetto, un sentimento, un'immagine, una tela, un silenzio, una sensazione o, anche più semplicemente, un profumo o un colore, racchiudono molto di più di quello che siamo abituati a vedere, sentire o pensare.

Un libro che ha mille anime, dalla più ingenua alla più vissuta e più saggia, dalla più semplice alla più creativa o, a tratti, addirittura folle ma tutte sono accompagnate dal filo conduttore dell'amore inteso nel senso più ampio del termine. Amore per gli altri, per il proprio lavoro (che poi lavoro non è ma è qualcosa di innato che è difficile da spiegare) e amore per le cose per quali i protagonisti hanno una visione e una percezione fuori dal comune.

Questo è un libro che riporta concetti che hanno dell'incredibile ma nello stesso tempo sono così veri e giusti che penserete che sia strano che nessuno li abbia mai contemplati prima e vi verrà voglia di farli circolare.

L'epilogo, infine, vi farà concludere la conoscenza dello scrittore dandovi prova, in un brivido finale, della sua sensibilità, profondità, intensità e purezza d'animo.

 

 

*Rossana Germani fa parte della redazione di CiesseMagazine e per essa cura anche la rubrica di cultura, libri e poesia.

 

 

 

 

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Edoardo Jenner e Luigi Pasteur

 SALUTEBENESSERE Rubrica

Quanta nobiltà, quanta umiltà, eppure quanta grandezza

Dr. Antonio Colasanti
mivaccino 390 minViveva in un paese del Glocester in inghilterra, un modesto medico condotto, alla fine del 700. Il suo nome allora sconosciuto era  Edoardo Jenner, uomo molto semplice come i grandi amanti della sua professione, che praticava con passione ed intelligenza. Era anche un amante della natura che cantava con versi semplici e melodiosi.

Fu appunto l'osservazione geniale dei fatti apparentemente umili - vedi Fleming con la penicillina - e che spesso nascondono cose piu grandi. Fu l'interesse attento dei fenomeni naturali che suggerirono al nostro medico campagnolo l'arma infallibile per combattere il mostro. Egli si accorse, ed una contadina glielo confermò, che le persone che avevano contratto una specie di vaiolo delle vaccine detto cow-pox, mungendo le bestie ammalate non si ammalavano di vaiolo, quando questo faceva stragi di persone.

Jenner studiò, sperimentò, perfezionò. Dopo 20 anni venne ad una conclusione, iniettando una pustola di quel vaiolo ad un bambino, James Phipps, che rimase alla storia. Poi lo infettò e questo, il vaiolo,  non attecchi. La scoperta era fatta.

Ddietro a quel bambino stavano migliaia di persone liberate per sempre, sia allora come nei secoli futuri dalla terribile morte per vaiolo. L'umanita era finalmente libera dal terrore. Non mancarono gli invidiosi ed i cattivi, i quali anziche unirsi alle lodi per il vincitore, gli gridarono contro giungendo ad accuse mostruose. Ma, le schiere di persone guarite dall'epidemia, grazie al vaccino, erano sempre piu numerose. La speranza divenne certezza, per cui le voci maligne dovettero tacere.

Iil trionfo fu completo. ma Jenner non insuperbì, uomo umile perché un genio, si ritirò in campagna schivando gli onori mondiali. Nella sua campagna chiuse gli occhi per sempre sognando la rosea schiera di bimbi che aveva salvato. La vaccinazione contro il vaiolo  ha rappresentato la prima vittoria della medicina preventiva. L'osservazione geniale abilmente sfruttata seppe dare questo meraviglioso risultato traendo profitto da un fatto popolare.

Dopo Jenner segui il sommo Luigi Pasteur, scienziato francese, uno dei piu grandi benefattori dell umanità. Questi grandi uomini hanno diritto alla nostra riconoscenza per il sacrificio che hanno fatto: dtutta la loro vita spesa interamente nella ricerca del bene per tutta l'umanità.

Quanta nobiltà, quanta umiltà. eppure quanta grandezza. Oggi stiamo assistendo ad una rassegna di pseudo scienziati che ogni giorno sono in televisione nei vari canali a dire tutto ed il contrario di tutto, tanto e vero che si naviga nel buio.

E' efficace il vaccino?  che tipo? quanto dura l'immunita?  che cosa sono le varianti? e siamo coperti o no? e cosi via si vive nell'incertezza perchè oggi i cosiddetti scienziati hanno capito poco o nulla del covid 19. Allora prendano esempio dagli scienziati come Jenner e Pasteur facciano un bagno di umiltà e vadano nei laboratori invece che in televisione.

 

 

 

 

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Gianni Agnelli, fu vera gloria?

1900 ITALIANO E ALTRO

Eccovi qualche buona ragione per dubitarne. Da "In Storie di Aldo Pirone"

di Aldo Pirone
GianniAgnelli 360 minRicorre in questi giorni il centenario della nascita di Gianni Agnelli. E’ una ricorrenza che, comprensibilmente, sarà celebrata dal e nel suo mondo con inni e ditirambi. Manifestazioni che, di solito, si addicono ai maggiordomi di una dinastia ma poco a un giudizio equanime su una personalità pubblica che rappresentò il vertice borghese del capitalismo industriale italiano dalla fine degli anni ’60 del secolo scorso fino alla sua morte nel 2003.

Il direttore dell’house organ di casa Agnelli “la Repubblica”, ha intervistato per l’occasione il vecchio (quasi 98 anni suonati) Henry Kissinger, amico personale dell’avvocato. Molinari dice, tra le more, che “Agnelli ha aiutato a ricostruire l’economia italiana dopo la Seconda guerra mondiale”. Strano, perché quando divenne Presidente, sostituendo il prof. Valletta, nel 1966 l’Italia era bella e ricostruita e aveva già fatto il suo decollo industriale con il boom a cavallo degli anni ’50 e ’60. Lui, in quegli anni, si era dato alla pazza gioia come testimoniavano le cronache mondane. A volte l’eccesso di compiacenza fa brutti scherzi alla memoria storica. Kissinger, da parte sua, lo ricorda come “uomo del Rinascimento”. Forse per quel suo vezzo, presto imitato dai suoi sottoposti e imitatori, di portare l’orologio sopra il polsino della camicia. Un cronometro che doveva servirgli a poco se, come racconta l’ex segretario di Stato americano nell’amministrazione Nixon, gli telefonava alle quattro di notte per chiacchierare. Chissà se gli chiese mai cosa stava combinando nel Cile di Allende e perché l’amico avesse appoggiato il golpe del famigerato Pinochet.

Non so se Gianni Agnelli fosse una sorta di novello “Lorenzo il magnifico”. Lo escluderei, sia per la sua azienda sia per l’Italia. Intendiamoci, l’Avvocato, come padrone industriale, non fu come il duro Angelo Costa, ma non fu neanche un AdrianGianniAgnelli HenryKissinger 200 mino Olivetti. Di fronte al montare delle lotte operaie e sindacali non ebbe atteggiamenti come quello di suo nonno Giovanni che nel ’20, durante l’occupazione operaia delle fabbriche, chiese a Giolitti l’intervento dell’esercito per riportare l’ordine. Il nonno senatore desistette quasi subito quando lo statista piemontese gli fece presente, provocatoriamente, che avrebbe dovuto cannoneggiare gli stabilimenti.

Nervi saldi
C’è da dire, a suo merito, che anche di fronte al terrorismo rosso che alla Fiat ebbe i suoi obiettivi e alcuni covi (sequestro Amerio 1973) e che nel 1977 uccise il direttore della Stampa, il giornale di famiglia, Carlo Casalegno, Gianni Agnelli tenne i nervi saldi e non invocò i colonnelli. Anzi, diventato Presidente della Confindustria, fece con Luciano Lama leader della Cgil l’accordo sul punto unico di contingenza. Ma ricordo nitidamente come prese male la solidarietà di Enrico Berlinguer agli operai in lotta davanti ai cancelli della Fiat nel 1980. In TV disse che quel gesto aveva dimostrato l’immaturità del Pci a governare l’Italia. Lui preferiva un’altra sinistra, che poi arrivò. Quella del governo D’Alema del 1998. Da senatore a vita gli votò la fiducia dicendo “oggi in Italia un governo di sinistra è l’unico che possa fare politiche di destra”. Prima aveva votato la fiducia anche a Berlusconi appena arrivato. Non c’è da stupirsi. Una grande azienda, com’era la Fiat, doveva per forza essere governativa con chiunque fosse al potere in quel momento. Tanti dei suoi profitti erano agevolati dagli aiuti dello Stato sotto molteplici forme. La spregiudicatezza era d’obbligo. Per la “Ditta”, allora diretta da Valletta, anche gli affari non avevano confini ideologici. Basti pensare alla fabbrica di auto realizzata negli anni ’60 in Urss a Togliattigrad. Nella seconda metà degli anni ’70 a chi gli chiedeva conto di essere ricorso ai soldi libici di quel terrorista di Gheddafi per salvare la baracca, l’avvocato rispose di stare tranquilli. Gheddafi non poteva fare brutti scherzi perché lo Stato italiano alla fin fine poteva sempre nazionalizzare la Fiat. La nazionalizzazione delle perdite e la privatizzazione dei profitti erano una caratteristica innata del capitalismo liberal-liberista italiano. Lo scherzo, invece, lo faceva lui a chi gli chiedeva di chi fosse la Fiat: dei lavoratori, rispondeva con soave sfacciataggine, perché, diceva, gli stipendi e i salari erogati superavano i profitti incamerati dai proprietari. Cioè, da lui e dalla sua famiglia.

Fusioni fallite
Come proprietario della Fiat non fu quell’aquila che oggi i suoi esaltatori amano descrivere. Utilizzò la rivoluzione tecnologica per mettere all’angolo gli operai, ma perse la corsa all’innovazione del prodotto. Capì che la Fiat doveva fondersi con altri giganti dell’automobile ma alla fine non riuscì nell’impresa. Riuscì solo a realizzare nuovi impianti in Brasile e in Polonia dove la manodopera costava assai meno che in Italia. Nell’impresa di trovare una grande casa automobilistica con cui fondersi sarebbe riuscito chi venne dopo di lui, Sergio Marchionne con la Chrysler, elevato a modello sociale e culturale dal Pd di Renzi. Ne furono contenti gli azionisti ma non i lavoratori italiani che videro ridursi i posti di lavoro. Mentre la sede della novella Fca – con la fusione con la Psa francese è diventata nel frattempo Stellantis con sede fiscale ad Amsterdam – sarà a Londra e Amsterdam. Anche le casseforti della famiglia Agnelli presero dimora nella città dei tulipani. Le tasse erano più convenienti e di fronte alle tasse la Patria passa in secondo piano.
LAvvocatoconCesareRomiti 350 minChe l’Avvocato – come ha scritto in un tweet imbarazzante Valeria Fedeli, senatrice del PD, ex dirigente Cgil e ora nel board della Fondazione Agnelli – abbia “contribuito a portare l’Italia nel mondo moderno” è dubbio. E che “il suo sguardo, la visione, la curiosità, il coraggio e la capacità imprenditoriale restino un esempio, un modello” non sembra proprio. L’avvocato non si pose per nulla il problema. Era figlio di un capitalismo il cui tasso di riformismo era assai debole. Semmai cercò di portare nel mondo la Fiat, con magri risultati, come s’è visto. Dall’irrisolta “questione meridionale”, il nodo vero dell’arretratezza sociale e civile italiana e del riformismo capitalistico, la Fiat aveva tratto il vantaggio della manodopera a basso costo, gli immigrati, per il boom industriale; e quando Gianni Agnelli decise di aprire nel Mezzogiorno gli stabilimenti di Cassino, Melfi e Termini Imerese, ormai la festa era passata e il santo era stato gabbato. Le fabbriche furono cattedrali nel deserto. Ma in questo ci fu convergenza anche con la sinistra allora industrialista (Pci, Psi ecc.) convinta che la questione meridionale si potesse risolvere con l’industrializzazione dall’alto, con l’intervento diretto dello Stato e con gli incentivi ai privati, essendo andata a vuoto la riforma agraria.

Insomma, se uno deve avere un padrone, Gianni Agnelli non fu certamente tra i peggiori nel panorama dell’imprenditoria italiana, ma da qui a descriverlo come un grande imprenditore illuminato ce ne passa. Forse pensava di esserlo, visto il disprezzo, questo sì più che giustificato e “rinascimentale”, con cui guardava al berlusconismo e ai politici che il convento della seconda Repubblica passava, molti dei quali oggi tessono di lui lodi sperticate.

Ma per chi è di sinistra il punto è: uno deve avere per forza un padrone? E l’Italia non avrebbe piuttosto bisogno di un’economia sociale di mercato – quella prevista dalla Costituzione – ed ecologicamente sostenibile? E, a questo scopo, d’imprenditori moderni più che di padroni?

 

16 marzo 2021

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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Eric Gobetti, storico preso di mira per aver raccontato la Storia

 

Gruppo Melitea - www.gruppomelitea.wordpress.com

EricGobetti 350 270 minDa quando lo storico Eric Gobetti ha pubblicato il suo libro "E allora le Foibe?" edito Laterza, una mandria di leoni da tastiera si è scatenata sui social media ricoprendolo di insulti e minacce, persino contro i suoi figli. Gli haters stanno infatti scatenando una vera ondata di odio contro lo studioso senza mai essere però in grado di entrare nel merito di verità storiche incontrovertibili, dimostrando non solo la profonda ignoranza che li anima ma anche, per quei pochissimi che avranno letto tutto il libro, una grave incapacità di comprensione del testo.

La storia non può essere raccontata a metà, coprendo di retorica e propaganda le pagine che non fanno gioco a questa o a quella fazione. La storia è fatta di concause e fatti oggettivi e conseguenti. Punto. Non saranno certo un manipolo di odiatori a modificarla e tantomeno a nasconderla. Così come le responsabilità storiche di ognuno dei protagonisti di quell'epoca sono state, sono e saranno per sempre evidenti a tutti.

Questa la replica dello studioso agli haters che si stanno esibendo sui suoi profili social, prima di essere costretto a renderli privati per sottrarsi all'ondata di odio e minacce

"Mi riconosco nei valori antifascisti, che sono i valori fondanti della nostra democrazia e della nostra Repubblica, nei quali tutti, a mio avviso, dovremmo riconoscerci. Come qualunque studioso interpreto i fatti storici con i miei strumenti culturali, che dipendono da una molteplicità di aspetti: generazionali, di genere, politici, sociali, legati all’epoca storica in cui vivo, ecc… Tutto ciò non è tendenzioso, è semplicemente onesto. Io almeno ci provo, senza pretendere di avere la verità in tasca. Ma tutti quelli che mi vorrebbero vedere morto (letteralmente) invece li riconoscono i valori della democrazia e della Repubblica?" Eric Gobetti

L'A.N.P.I. ha diffuso questo messaggio di solidarietà e vicinanza a Eric Gobetti al quale ci associamo convintamente come movimento e come singoli cittadini.

A.N.P.I. - Solidarietà allo storico torinese Eric Gobetti

Esprimiamo la nostra piena solidarietà allo storico Eric Gobetti, bersaglio di un clima di intimidazioni e minacce, anche fisiche, per il suo lavoro di ricerca attorno al tema delle "foibe" e delle complesse vicende del confine italo-jugoslavo.

La sua ultima pubblicazione "E allora le foibe?", edito da Laterza, è frutto di un meticoloso lavoro di ricerca storica e sta riscontrando numerosi apprezzamenti, ma parallelamente ha esposto (nuovamente) il ricercatore torinese a frequenti attacchi ed insulti, spesso sul piano personale e anche contro la sua famiglia.

Solo qualche giorno fa era nata una polemica attorno ad un post pubblicato su twitter dalla Sezione A.N.P.I. "Caduti di piazza Rovetta" di Brescia che riprendeva un passaggio di "E allora le foibe?", riguardante il fatto che la foiba di Basovizza fosse in realtà il pozzo di una miniera (dato oggettivo, che non cambia il discorso generale) e sulle scarse prove documentali rinvenute a riguardo del suo utilizzo come luogo di esecuzioni.
Purtroppo il clima politico costruito attorno al "giorno del ricordo" ha fatto sì che queste affermazioni venissero strumentalizzate contro la sezione locale, a cui va la nostra vicinanza, e, indirettamente, anche contro lo stesso Eric Gobetti, fraintendendo un discorso più ampio e storicamente accertato.

Eric Gobetti, infatti, è storico serio e preparato, uno dei massimi esperti italiani di storia della Jugoslavia nel Novecento, autore di numerose ricerche, ha anche dato vita a un film dal titolo "Partizani" che racconta le la storia della Divisione partigiana italiana Garibaldi in Jugoslavia, un lavoro eccellente che contiene le preziose interviste agli ultimi Partigiani di quella formazione inquadrata nell'Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo, una storia per lo più sconosciuta in Italia.

Già relatore a innumerevoli incontri dell'A.N.P.I. in tutta Italia, Eric Gobetti è stato anche ospite al convegno organizzato dall'A.N.P.I. Nazionale il 19 gennaio 2021 "1941: l'aggressione. L'Italia fascista in Jugoslavia" tenuto on-line.

Nel febbraio 2020 la compianta Presidente del Comitato Nazionale A.N.P.I. Carla Nespolo lo ha definito "uno dei migliori storici sul tema delle foibe", inviandogli solidarietà a nome di tutta l'Associazione quale risposta agli attacchi e agli insulti che Eric Gobetti subisce ormai da diversi anni; una solidarietà rinnovata quest'anno anche dal Presidente Nazionale A.N.P.I. Gianfranco Pagliarulo.

A questo proposito, rileviamo positivamente nella nostra associazione le continue richieste di approfondimenti e necessità di formazione su questa tematica; bene ha fatto l'A.N.P.I. Nazionale ad organizzare vari convegni di elevato profilo storico e documentale, di cui invitiamo a visionare gli atti pubblicati e a visionarne le registrazioni:
- "Il confine italo-sloveno. Analisi e riflessioni" (2017) a seguito del seminario nazionale "La drammatica vicenda dei confini orientali" (2016)
- "Il fascismo di frontiera e il dramma delle foibe" (2020)
- "1941: l'aggressione. L'Italia fascista in Jugoslavia" (2021)

Ogni singola Sezione A.N.P.I. dovrebbe impegnarsi a custodire, studiare e diffondere questa documentazione.

Anche a Torino abbiamo organizzato, insieme a molte altre Sezioni A.N.P.I. dell'area torinese, un ciclo di incontri formativi on-line con storici professionisti, tra cui lo stesso Eric Gobetti, ed altri giovani storici come Davide Conti, dal titolo "Fascismo, guerra e foibe tra storia e propaganda".

Mercoledì 17 febbraio dalle 20:30 si terrà l'ultimo incontro sul tema "L'Antifascismo e la Resistenza alla prova del giorno del ricordo" con gli storici Carlo Greppi e Francesco Filippi, autori rispettivamente dei libri intitolati "L'antifascismo non serve più a niente" e "Ha fatto anche cose buone" e di numerose altre pubblicazioni.

Oggi più che mai appaiono lucide e centrate le parole del Presidente Nazionale dell'A.N.P.I. Gianfranco Pagliarulo che ha affermato: "Occorre infine restituire alla ricerca storica la sua funzione oggi indebitamente occupata dalla politica che, in questa misura, distorce la verità storica e la presenta a vantaggio di questa o quella parte".

Firmato:
19 Sezioni A.N.P.I. dell'area torinese
organizzatrici della presentazione del libro di Eric Gobetti del 3 febbraio 2021 nel più ampio ciclo di formazione on-line "Guerra, fascismo e foibe tra storia e propaganda"

Video formazione ANPI on-line "E allora le foibe?" del 3/02/2021:
https://www.youtube.com/watch?v=YVMNHScl39E&t=1386s

Eric Gobetti Carlo Greppi ANPI "68 Martiri" Grugliasco Anpi Val Pellice ANPI Condove-Caprie ANPI Villastellone Sez Alasia ANPI Nichelino - Sez. Concetto Campione A.N.P.I. sez. Foresto-Bussoleno-Chianocco ANPI Avigliana A.N.P.I. sez. Sant'Antonino - Vaie Anpi V Circoscrizione Torino Anpi Sezione Boris Bradac ANPI Montanaro ANPI Trofarello ANPI Beinasco e Borgaretto ANPI Leynì Anpi Nizza Lingotto Anpi Venaria Associazione Nazionale Partigiani d'Italia - ANPI Patria Indipendente
Gruppo Melitea

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Il PCI, tratto distintivo saliente della storia del 1900

PCI centanni

Fausto Pellecchia risponde alle domande di UNOeTRE.it  Oggi pubblichiamo solo le prime 2 risposte*

1) Che cosa hanno significato il PCI e poi la sua cancellazione per la storia del nostro Paese e dei subalterni?

Fausto Pellecchia
La sala del 5 Congresso del PCI 390 min«Il PCI, se consideriamo complessivamente i 100 anni della sua evoluzione nella storia italiana ed europea, resta un modello insuperato di coesione teorico-pratica dell’azione politica e, al contempo,un esemplare punto di coagulo per una pluralità di ascendenze culturali, che lo resero una vitale fucina di esperienze democratiche nel movimento operaio internazionale.
Dopo i burrascosi, contraddittori avvenimenti successivi al “biennio rosso” che portarono alla costituzione del Partito comunista d’Italia di Amadeo Bordiga, al Congresso di Livorno del 1921, è con la rifondazione del partito al congresso di Lione (1926) ad opera di Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti che inizia la storia del PCI. La linea strategica di fondo sottesa all’esperienza teorico-politica di Gramsci e Togliatti è la determinazione della specificità della “via italiana” al comunismo, emancipata dal rigido ossequio ai dogmi della III Internazionale; una specificità nella quale lo sbocco rivoluzionario costituiva sostanzialmente l’orizzonte ideale di un concreto processo di democrazia compiuta. In questo senso, la prassi politica del PCI fu costantemente guidata da una genuina ispirazione socialdemocratica. Fu questo il solco fecondo lungo il quale crebbe e si sviluppò l’idea di un partito di massa, capace di rappresentare e organizzare le istanze progressiste di ampi strati della società italiana (operai, contadini, piccola e media borghesia) unificandoli nel segno di una cultura politica “nazional-popolare”.

In questo senso, il partito comunista italiano, la più cospicua formazione comunista dell’Occidente, è stato un tratto distintivo saliente della storia del 1900, come lo sono state le guerre mondiali e le crisi economiche, come i regimi di massa e lo sviluppo della democrazia, come testimonianza di un’utopia concreta, orientata alla liberazione dalla miseria di milioni di esseri umani.
Nel panorama del bipolarismo dei blocchi, sancito nella Conferenza di Jalta, l’idea gramsciana, ereditata da Togliatti e proseguita – sia pure con le oscillazioni e gli inevitabili compromessi dettati dalle congiunture storiche attraversate dall’Italia- da Enrico Berlinguer, ha reso possibile, sia il protagonismo dei comunisti nelle lotte partigiane di liberazione antifascista con la leale adesione al CLN, e con la conseguente partecipazione ai lavori dell’Assemblea costituente e alla fondazione della Repubblica italiana; sia, nei decenni successivi, la costruzione di un’opposizione democratica e sociale ai governi a direzione democristiana, nonché l’egemonia culturale nel movimento operaio e nelle organizzazioni sindacali dei lavoratori. Si tratta, dunque di una lunga storia complessa e complicata, che ancora suscita passioni e provoca reazioni, a volte isteriche a volte commosse, sospese tra rabbia e nostalgia, che accende i cuori e, allo stesso tempo, suscita timori, come nessun’altra storia di formazione politica in Italia e in Europa.

Rispetto a questa complessità e a questa sapienza politico-strategica, lo scioglimento del PCI appare oggi come un’operazione frettolosa e riduttiva, imposta dalla nuova congiuntura internazionale determinatasi con la fine del bipolarismo e dell’URSS. Il film di Nanni Moretti, La cosa (1990), documenta lo smarrimento ma anche le indomite speranze, sopravvissute allo sgretolarsi politico del comunismo “reale”, che accesero il dibattito sulla sinistra post-comunista in Italia e in Europa. La svolta del Congresso di Rimini (1990) ha infatti rappresentato l’inizio di un disorientatamento e di un vuoto, quasi un’ orfanezza di matrici culturali e strategico-politiche, che ancora stenta ad essere assorbita e sviluppata dalla sinistra italiana attraverso la trasformazione in una nuova entità organizzata all’altezza del mutato panorama internazionale. Di qui, l’ingenua fiducia nelle aperture innovative promesse dalla globalizzazione dei mercati e l’arrendevole subalternità alle logiche del capitalismo finanziario, che hanno accentuato a dismisura l’assetto leaderistico e correntizio dei movimenti politici con la conseguente liquidazione del conflitto sociale in termini di negoziazione preventiva.»

È possibile oggi attualizzare e rivitalizzare quella lezione, a fronte delle trasformazioni non solo sul piano sociologico e della composizione sociale, ma anche su quello delle forme di coscienza? E con quali mezzi?

«Naturalmente, la riproposizione delle esperienze novecentesche del PCI, ovvero i futili tentativi di “resurrezione” o di “rifondazione”, in assenza di nuove idee-forza paragonabili a quelle scaturite dalla raffinata elaborazione teorico-politica di Gramsci e Togliatti, appare del tutto inappropriata e residuale: la nostalgia si è sempre rivelata una pessima musa da cui trarre ispirazione per una prassi politicamente efficace.

La rivoluzione tecnologica digitale, le inquietanti problematiche ambientali del pianeta, le prospettive ancora inadempiute dell’Unione politica dei popoli europei, così come le preoccupanti insorgenze autoritarie che alimentano la reazione antidemocratica di strati sempre più ampi della società, dovrebbero consigliare la costruzione di un nuovo modello di partito, capace di organizzarsi unitariamente e di contendere criticamente con il dominio economico-politico del liberismo planetario, sperimentando forme inedite e mezzi adeguati di resilienza sociale e politica.

L’odierna crisi della democrazia che investe l’intero Occidente costituisce, infatti, una sfida per le formazioni tradizionali della sinistra obbligandole a ripensare e a verificare nuovi percorsi e nuovi progetti di emancipazione e di giustizia sociale. Il punto di partenza non può non essere un’analisi del mondo del lavoro, prendendo finalmente coscienza dell’irreversibile declino dei vecchi ordinamenti e della diversa composizione delle classi sociali, un tempo incentrata sulla questione del salario e del welfare, oggi profondamente coinvolta e stravolta dai ritmi vertiginosi della mobilità occupazionale, del precariato e dell’accelerazione dei cicli e dei tempi di lavoro.

Limitiamoci a qualche esempio: da troppo tempo è stata abbandonata la rivendicazione di una necessaria riduzione deIl lavoro prima di tuttoll’orario di lavoro a parità di salario, ampiamente giustificata dall’aumento esponenziale della produttività resa possibile dalle innovazioni tecnologiche. Eppure su questa problematica e sugli effetti creativi stimolati dall’estensione dell’otium, esiste una lunga tradizione teorica che va dai Grundrisse di Marx al pamphlet di suo genero, il cubano Paul Lafargue, autore de Il diritto all’ozio, dall’opraismo di Mario Tronti e Renato Panzieri, fondatori dei Quaderni rossi ai Quaderni piacentini (con gli interventi di Alfonso Berardinelli, Sergio Bologna, Guido Viale, Franco Fortini ecc.), fino alla recente indagine sociologica di Domenico De Masi, Il lavoro nel XXI secolo (Feltrinelli, 2018).

Sul piano dell’organizzazione politica la via da battere è, a mio parere, una nuova territorializzazione dei partiti della sinistra, con una più attiva ed efficace distribuzione territoriale dei circoli e delle associazioni democratiche monotematiche, anche attraverso l’uso di video-conferenze e delle reti social, che rendano possibile, in tempo reale, l’ascolto dei bisogni sociali e la discussione delle proposte di soluzione. Si può immaginare la creazione di una sorta di “patronato” permanente con sportelli virtuali per l’assistenza sociale, legale, sanitaria delle persone in difficoltà; e, last but not least, la riapertura delle scuole di formazione politica (ripresa a livello territoriale della Scuola delle Frattocchie) con un programma di interventi, relazioni e dibattiti sulle questioni emergenti nel panorama della cultura politica nazionale e internazionale.»

 

*Quelle che seguono sono le domande poste da UNOeTRE.it
1 - Che cosa hanno significato il PCI e poi la sua cancellazione per la storia del nostro Paese e dei subalterni? (domanda posta nazionalmente da Futura Umanità)
2 - È possibile oggi attualizzare e rivitalizzare quella lezione, a fronte delle trasformazioni non solo sul piano sociologico e della composizione sociale, ma anche su quello delle forme di coscienza? E con quali mezzi? (domanda posta nazionalmente da Futura Umanità)
3 - Per quale motivo la sinistra di questo secolo ha ritenuto, forse acriticamente, che la globalizzazione sarebbe stata una grande occasione di progresso, cedendo a una cultura liberista democratica?
4 -  Cosa rimane di quella storia che ha attraversato in 100 anni la storia del paese?
5 - Che pensa del PCI nella provincia di Frosinone: è stato protagonista di lotte che hanno segnato la storia di questo territorio. Le più significative sono state quelle contadine per l'affrancazione delle terre e la presenza organizzata in alcune fabbriche più grandi. Il significato di quella esperienza ha oggi ancora un valore politico?
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Una storia che non è trascorsa inutilmente

PCI centanni 

100 anni della storia non di una sigla elettorale, ma di parte consistente di popolo e idee

di ANPI Frosinone
anpi BANDIERA 350 260 minFlaiano diceva che il passato è bello perché è passato. E non aveva torto, specie se questa massima viene applicata ad un popolo dalla proverbiale memoria corta come quello italiano (preziose eccezioni fatte), perché la memoria debole, unita al cinismo, consente di ritinteggiare le pareti della storia a proprio gusto, dando luce a ciò che ci piace e ombra più o meno fitta ad angoli scomodi nei quali inciampiamo contrariati.

Accade così che i detrattori della storia non solo del PCI ma del movimento operaio e democratico nel suo complesso, persone per lo più dedite alla coltivazione di idee e concezioni della politica e della società contro le quali il PCI si batté insieme ad una vasta parte della società italiana, nel deridere quella storia ne salvano pezzi e aspetti ancora troppo popolari per essere denigrati. E' il caso di chi sfotte i comunisti o i loro discendenti (eredi è troppo impegnativo, non ci piace usarlo con leggerezza) ma salva Berlinguer, straparla di presunti attentatori alla libertà regalataci dagli anglosassoni e si accredita come prosecutore e propugnatore delle lotte e degli obiettivi che di quel partito furono caratteristica politica, etica, programmatica.

Ma tant'è. Se lo sconcio cui ci fanno assistere i massimi detentori delle deleghe di potere quando abbiamo occasione di sbirciare i loro comportamenti nelle sedi istituzionali non bastasse, il dilagare delle banalità e della propaganda senza fondamento, del pensiero politico da tweet risicati e smozzicati fa il resto.

I cento anni della storia non di una sigla elettorale, non di un club di salottieri ma di una parte consistente di popolo, di idee e pratiche progressive, di progetto e di lavoro per una società che rompesse l'ordine vecchio per costituirne uno nuovo fondato su basi opposte a quelle vigenti cambiando davvero e radicalmente lo stato di cose esistenti, la stessa fine di quell'esperienza con il mutare delle condizioni di organizzazione della società (modo di produzione e scambio della ricchezza, concretamente) dovrebbero essere l'occasione per riprendere un filo di ragionamento in grado di rimettere in campo non certo antiche scelte strategiche o tattiche buone per altre fasi storiche, ma l'esigenza di comprendere fino in fondo questa fase, questa crisi, e su quella comprensione fondare scelte e strategie utili ad orientarla.

Se quell'esigenza fosse di nuovo riconosciuta e coltivata si scoprirebbe che non di nostalgia si tratta, ma di lettura del lascito prezioso della storia per utilizzarne la lezione. Si capirebbe, cioè, che la fine di quella esperienza non ha segnato la fine gioiosa delle cause per cui era nata: non è finito lo sfruttamento, non siamo al sicuro da nuove o vecchie forme di autoritarismo, non abbiamo risolto le contraddizioni dello sviluppo economico (men che mai del progresso), non sappiamo più nemmeno chi siamo, noi lavoratori.

La poderosa ristrutturazione capitalistica che va sotto il nome semplicistico di globalizzazione ha polverizzato quella che faticosamente cominciava a riconoscersi e organizzarsi come classe, ha reso quindi vane tutte le ricerche di "vie nuove" da percorrere per costruire l'egemonia sui processi produttivi e quindi sulle forme di organizzazione della società in un ambito democratico rappresentativo.

E chi oggi ha la presunzione di lavorare politicamente nell'interesse delle "fasce" più fragili lo fa sapendo di non poter contare sulla partecipazione, che è figlia dell'organizzazione, non della delega. Fra questi soggetti ce ne sono in buona e in mala fede, ma tutti al di sopra o al di fuori della materia per cui dicono di lavorare.

Ma se anche i detrattori di quella storia (non solo di quella, per la verità) sono costretti a fare i distinguo di cui parlavamo prima, vuol dire che essa non è trascorsa inutilmente. Anzi, ha lasciato tracce profonde nella nostra società, tracce che nonostante gli sforzi non si riescono a seppellire. E questo perché quel partito, come altri coevi, era un partito di massa, partecipato, nel quale si viveva, si abitava, si cresceva.

Non sta a noi, e non lo faremo, tessere lodi o anatemi su organizzazioni altre. Quello che diciamo, da profondi democratici ed antifascisti, lo diciamo per affermare anche in questa occasione, che ciascuno sentirà e vivrà come vuole, che la conoscenza di ciò che è avvenuto è uno strumento indispensabile per ideare il nuovo. E che chi disprezza la storia (la storia, non il PCI) ha qualcosa da nascondere: magari l'ha tradita, forse sa di non esserne degno, vai a capire.

Quello che vorremmo esprimere è invece un pensiero grato a coloro che in quella storia (stavolta quella del PCI) si sono spesi in modo disinteressato, con sacrificio, a volte con un po' di infantile illusione, ma hanno lottato come hanno potuto per un bene che fosse di tutti, che non conoscesse particolarismi. Vorremmo che quei vecchi militanti sapessero che siamo grati delle loro sofferenze, delle loro illusioni, delle loro conquiste come della loro commozione, del loro stesso spaesamento quando quella storia finì. Sappiamo che essi ne coltivavano un'idea perfino irrealistica, mitica, convinti che essa fosse indistruttibile, eterna perché fondata su questioni reali, concrete. Sappiamo che questo bastava loro per sentirsi protagonisti, e che quando finì si sentirono orfani, soli perché sapevano bene che senza organizzazione non avrebbero più potuto immaginare la lotta per i loro diritti. E' accaduto a tanti, di tante organizzazioni. Ma forse, se li abbiamo conosciuti bene, per i comunisti fu di più. Gelosi della loro storia, dei grandi dirigenti della clandestinità, della resistenza, delle lotte del dopoguerra da un lato per i diritti immediati e dall'altro per le condizioni che ne rendevano possibile la conquista e l'applicazione, non riuscivano a concepire la loro vita di cittadini, di uomini sociali senza l'effettiva condizione della partecipazione organizzata. A loro siamo grati, a cento anni dall'inizio della loro esperienza, per tutto quello che hanno saputo affrontare in tutte le condizioni che la storia ha messo loro di fronte.

L'ANPI non coltiva parentele politiche con nessuna delle sensibilità particolari che compongono il vario e ricco mondo dell'antifascismo. Riconoscere però che i comunisti furono allora tra i principali organizzatori e combattenti della Lotta di Liberazione non è un complimento ma una mera constatazione di un contributo di idee e di sangue senza il quale la Resistenza non sarebbe stata quello che fu, né la Repubblica avrebbe avuto il carattere universalistico e solidale che ha assunto con la sua Costituzione. Forse, la Repubblica non sarebbe nemmeno nata.

 

 

 

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Pagina di Storia, pagina di fatti e protagonisti

STORIA e non storie

 Di fronte al dilagante revisionismo riproponiamo una pagina di storia vera. Un gesto polemico verso i contraffatori (IM)

di Lucia Fabi e Angelino Loffredi
copertina infanziasalvata 300In questi ultimi anni abbiamo notato una certa attenzione a ricordare un’esperienza realizzata in Italia all’indomani del secondo dopoguerra: l’ospitalità ricevuta da oltre 70.000 bambini del meridione (di cui ben 3.450 dal Cassinate e dal Frusinate in genere) da parte di famiglie del centro-nord Italia. Bambini che furono salvati dai pericoli di malattie infettive e dai residuati bellici e che trovarono la possibilità di avere una sana alimentazione e locali salubri ed accoglienti.
La nostra ricerca è iniziata con lo scopo e di far uscire i nomi degli organizzatori dall’anonimato e di raccogliere testimonianze di esperienze vissute, a cominciare dai bambini protagonisti di questa storia che sono stati assai numerosi nel territorio del quale parliamo.
Accanto a questa narrazione molto spesso manca uno snodo storico fondamentale: chi fece e in quale contesto vennero prese tali scelte.
E’ vero che già nell’autunno del 1945 le famiglie delle provincia di Reggio Emilia e Mantova avevano ospitato 5.000 bambini poveri provenienti dalle province di Milano e Torino, ma è solo con il V Congresso del PCI (29 dicembre 1945-6 gennaio 1946) che tale esperienza assume una valenza politica nazionale. Uno spazio del dibattito congressuale è riservato a come salvare i bambini del Cassinate ma con le conclusioni di Togliatti il tema esce dal confini locali e la solidarietà diventa un punto fondamentale per la concreta unità fra il nord e il sud Italia, alla luce anche delle spinte separatiste che in quel periodo ancora provenivano dalla Sicilia.
Tratto dal libro pubblicato nel 2011 “L’infanzia salvata / Nord Sud un cuore solo “ ihttps://www.loffredi.it/infanzia-salvata.html inviamo a Futura Umanità il capitolo riguardante il V Congresso del PCI.

Lucia FABI Angelino LOFFREDI

IL V CONGRESSO DEL PCI
Presso l’Aula Magna dell’Università di Roma, alle 14,30 del 29 dicembre del 1945, Pietro Secchia apre i lavori del V Congresso del PCI. Il precedente congresso i comunisti lo avevano tenuto in semiclandestinità nel lontano 1931, alla vigilia della presa del potere di Hitler, a Colonia, in Germania . I delegati presenti sono 1800, un numero elevatissimo. E’ la prima volta che tanti comunisti si ritrovano a discutere insieme in un clima di libertà. Lo fanno a soli sette mesi dalla fine della guerra inaugurando così la stagione dei congressi, non solo del partito comunista, ma anche di tutti gli altri partiti.

Qualche settimana prima Alcide De Gasperi è diventato primo ministro di un governo di unità nazionale di cui anche i comunisti fanno parte. Già nella giornata del 28 Roma è imbandierata, quasi vestita a festa. Si respira un clima euforico e di grande attesa per gli esiti congressuali. Palmiro Togliatti nella relazione introduttiva illustra con un’ampia panoramica le questioni aperte e da affrontare. Inserisce un tema che troveremo sempre presente durante e dopo il congresso: l’unità nazionale. L’unità nazionale, egli dice, “esteriormente sembra conservata; in realtà essa è fortemente intaccata ed in pericolo... ….Abbiamo appena settanta anni di vita unitaria e per questo la nostra unità è ancora qualcosa di fragile… ...Quando sentiamo parlare di Nord e Sud come di entità contrapposte, di regioni che si vorrebbero staccare dalla madre patria, noi non siamo soltanto presi da preoccupazione, ma sentiamo che un grande partito nazionale come il nostro deve porre tra i suoi compiti quello di lavorare e di lotta re affinché l’unità non venga perduta o seriamente compromessa; perché venga rinsaldata e rafforzata in tutta la sua ampiezza“. Togliatti si esprime in modo ancora più esplicito, rivolgendo un “…appello non solo umanitario e sociale, ma politico e nazionale per un incontro rinnovato fra Nord e Sud attraverso un impegno comune di amore e solidarietà verso i bambini e le famiglie”. Il dibattito che si sviluppa è veramente a tutto campo, si discute infatti della ricostruzione, della proprietà della terra, del voto alle donne, della partecipazione dei credenti alla vita di partito. A tale proposito il PCI sarà l’unico partito comunista in tutto il mondo a non pretendere l’ateismo dai propri iscritti; sarà un partito né ateo né confessionale ma laico, aperto a tutti i contributi, la cui unica e fondamentale condizione è l’accettazione del programma e non del pensiero filosofico. Si vuole costruire un partito di massa e non di soli quadri già selezionati e messi alla prova, e per ottenere tutto ciò è necessario aprire una sezione in ogni paese. Nella relazione di apertura si sollecita il voto per il referendum fra la repubblica e la monarchia, e per l’assemblea costituente. Si discute, infine, se fare un unico partito della classe lavoratrice con i socialisti. Nel congresso ci si confronta sulle grandi questioni fino a quando il 31 non interviene Raul Silvestri3 , uno dei tredici delegati della federazione di Frosinone.

Silvestri aveva fatto parte della Resistenza nella zona di Ripi, aveva stampato e diffuso un giornaletto titolato “Avanguardia“ e si era distinto per atti di sabotaggio lungo la via Casilina per rallentare il transito dei camion tedeschi diretti a Cassino. Il suo intervento è centrato esclusivamente sulla realtà del cassinate e descrive il doloroso disastro ereditato, la fame, la mancanza di un tessuto produttivo, la triste realtà di una città fantasma assediata dalle mine, dominata dalle macerie, insidiata dall’acquitrino e dalla malaria. Sono argomenti che toccano la sensibilità dei delegati. Egli scava veramente in profondità, tocca i sentimenti di tutti i partecipanti. In termini concreti ha parlato del Sud, della miseria, dell’ unità. Lo stesso Li Causi, dirigente affermato del PCI, delegato siciliano, riprende il tema della saldatura fra Nord e Sud. Lo fa pensando alle spinte indipendentiste portate avanti nella sua regione dall’ esercito volontari indipendenza Sicilia, al quale il bandito Giuliano ha aderito assumendo il grado di colonnello. Il 1945, infatti, è un anno durante il quale frequenti sono gli scontri a fuoco fra carabinieri e banditi-indipendentisti, tutti raccordati con Andrea Finocchiaro Aprile e tendenti ad ipotizzare la Sicilia come 49° Stato degli Stati Uniti. L’allarme posto da Silvestri trova unanimi consensi e immediatamente si apre una gara di solidarietà fra i delegati del nord Italia a favore della città di Cassino. Dalla maggior parte degli interventi scaturiscono adesioni e proposte per affrontare il disastro causato in quella zona. Già durante la discussione pomeridiana del 31 gennaio i delegati delle federazioni di Pavia, Imperia e Mantova annunciano la disponibilità ad ospitare i bimbi del cassinate. Il clima è tanto appassionato e interessato che il segretario della sezione di Cassino, il ferroviere Giovanni Gallozzi, sente il dovere di salire sulla tribuna del congresso per ringraziare tutti i delegati per questa grande generosità. In seguito a questo clima solidale,” l’Unità” del 2 gennaio del 1946 scriverà che questo è stato il regalo per il nuovo anno. L’attenzione attorno alla città più distrutta d’Italia rimane costante, pertanto il 5 gennaio il congresso nomina una delegazione per andare il giorno successivo a Cassino per portare aiuti, discutere e prendere impegni.

Ne fanno parte Teresa Noce ( Estella), Secondo Pessi del CLN della Liguria, Renzo Silvestri della federazione di Frosinone. Il giorno dopo a Cassino la delegazione arriva con una autocolonna di soccorsi della Rai per consegnare pacchi viveri, medicinali, chinino, 100.000 lire, e davanti al sindaco della città, Gaetano Di Biasio, e a tante mamme, in un’atmosfera di commosso e incredulo silenzio, la delegazione prende l’impegno di far ospitare i bambini della zona da famiglie del Nord e di inviare ogni mese 150 pacchi. Immediatamente tutti i presenti incominciano a mostrare interesse e chiedono precisazioni per le procedure da attuare. In serata la delegazione ritorna a Roma e quando i lavori congressuali stanno per terminare Teresa Noce sale sulla tribuna e descrive la desolazione incontrata. Parla emozionata e commuove tutti i presenti: «Bisognava vedere le madri ringraziarci con le lacrime agli occhi per l’offerta di condurre i loro bambini fuori dall’inferno in cui vivono. Bisognava vedere i loro volti emaciati dalla febbre e dalla malaria che ha colpito tutti: uomini e donne, vecchi, bambini, giovani e ragazzi. Porteremo via da Cassino 800 bambini e con le nostre cure riusciremo a guarirli. Bisogna fare di più perché ci sono altri bambini nella zona che hanno bisogno di viveri, di vestiario, di medicinali e di chinino per vincere la malaria” e quando, forte, alza l’urlo “Salviamo i bambini di Cassino, salviamo l’infanzia» i delegati si alzano in piedi applaudendo lungamente e manifestando una convinta adesione al problema che è stato posto in modo appassionato e accompagnato da forti sentimenti. Un apprezzamento doveroso è rivolto, inoltre, alla persona di Estella, a ciò che rappresenta, alla sua autorevolezza. Non va dimenticato che Teresa Noce ha partecipato alla guerra di Spagna, successivamente internata in Francia e poi inviata in un campo di concentramento a Ravensburg, in Germania. Di ritorno, dopo essersi ristabilita, insieme a Daria Biffi, Dina Ermini e Maria Maddalena Rossi, organizza a Milano e a Torino, già nell’ottobre del 1945, il trasferimento dei bambini orfani e poveri verso le famiglie delle province di Mantova e di Reggio Emilia7.

Togliatti alla conclusione dei lavori si fa carico dell’atmosfera instauratasi tra i presenti in seguito a ciò che hanno sentito e si esprime in termini chiaramente impegnativi e inequivocabili. «Abbiamo visto con commozione come l’appello per aiutare i bambini di Cassino ha portato ad una gara fra le nostre organizzazioni allo scopo di mostrare a quei disgraziati figli del nostro popolo, vittime innocenti di una politica di tirannide, di violenza e sventure che intorno a loro è raccolta la parte migliore del popolo italiano. Sono raccolti operai ed intellettuali, uomini e donne che vivono di lavoro e che vogliono col loro sforzo rendere più leggera la sofferenza odierna del popolo e rinsaldare in una rinnovata coscienza di solidarietà nazionale i vincoli che uniscono tutti gli strati dei lavoratori ». Con il V congresso s’inaugura una più attenta elaborazione politica sull’unità fra Nord e Sud. Già in quei giorni nelle borgate romane e nella provincia di Latina tanti bambini si stavano preparando per partire il 19 gennaio 1946 verso il Nord; nei mesi successivi altri bambini sarebbero partiti dal cassinate, dalle province di Rieti e de L’Aquila; l’anno dopo dalla Campania, dalla Sicilia e dalla Sardegna. Nel 1950 verranno ospitati i figli degli imprigionati per la rivolta di San Severo e poi i ragazzi di Calabria appartenenti a famiglie alluvionate. Togliatti in quel momento è, forse, l’unico ad avere letto e studiato tutti gli scritti di Antonio Gramsci e ad avere meglio assimilato cosa era stato il Risorgimento con il suo limitato consenso e la scarsa adesione delle masse popolari. Il pensiero di Antonio Gramsci non è ancora ben conosciuto ed è proprio attraverso il particolare impegno di Togliatti che verrà studiato e approfondito, per affermarsi in Italia come il “traduttore politico” del socialismo scientifico. Non è un caso o una coincidenza se nei giorni del Congresso lungo i corridoi dell’Università sono esposti 12 dei suoi trentatrè quaderni scritti in carcere. E’ il capitale teorico e politico messo a disposizione degli Italiani, è la fonte alla quale si disseteranno ricercatori, analisti per capire la politica e l’Italia, ma rappresenterà anche la stella polare attraverso la quale si svilupperà la politica del PCI. L’aiuto ai bambini di Cassino, così come a quello delle popolazioni meridionali, non è solo un umano gesto di fraterna solidarietà, ma rappresenta lo snodo di una strategia tendente a creare una unità dal basso fra ceti sociali di regioni diverse. Le indicazioni di Togliatti sono chiarissime, espresse da un dirigente di grande prestigio. Ora bisogna coniugare il dire con il fare: il lavoro si sposta verso la periferia, nelle federazioni, nelle sezioni, sul territorio, e il contatto con le masse di cittadini diventa sempre più capillare e decisivo.

 

 

 

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Scrivere di Storia: non dimenticare i protagonisti. Mai

'900 italiano

Passato e presente. Non revisionare in base al presente. Si fanno dei falsi

di Ermisio Mazzocchi
Limportanza delle fonti nella storiogfrafia 370 minVorrei iniziare questo nota citando una bellissima frase di Nello Rosselli, antifascista, socialista liberale, ucciso insieme al fratello Carlo nel 1937 dagli sgherri del regime.

Nel suo libro dedicato all'eroe risorgimentale Carlo Pisacane, trucidato a Sapri nel 1857, Nello scrive: "Il viandante ansioso di varcare il torrente getta pietre una sull'altra nel profondo dell'acqua, poi posa sicuro il suo piede sulle ultime che affiorano, perché sa che quelle riprese nel gorgo sosteranno il suo peso".
Una riflessione che ci consente di valutare il passato per non abbandonare se non oscurare quegli eventi su cui si costruisce il nostro presente e si orienta il nostro futuro.

Recentemente la rievocazione di avvenimenti che hanno segnato la storia del dopoguerra merita un approfondimento che nasce dalla necessità di restituire ad essi una giusta collocazione che va anche individuata incontestabilmente nel programma del Partito Comunista Italiano.

Le radici storiche dei partiti che ancora oggi dominano la scena politica italiana risalgono alla creazione dello Stato unitario e, nonostante le profonde trasformazioni verificatesi fino a oggi, permangono all’interno delle singole forze politiche.

Questo processo ha prodotto delle svolte significative con la nascita di nuove forze politiche e la scomparsa di vecchie formazioni.

Il mutamento investe l'intero sistema politico, travolgendo tutti i partiti che erano stati fondatori della democrazia.
Il PCI, il principale protagonista sin dalla sua nascita, il 21 gennaio 1921, degli avvenimenti del XX secolo, non si dissolse come avvenne per gli altri partiti, travolti dalla corruzione e dalle lotte interne autodistruttive, ma praticò una sua trasformazione non rinnegando le sue radici culturali e politiche.

Non è possibile che si possa affrontare una riflessione sugli avvenimenti che hanno segnato la storia per tutto il precedente secolo, senza tenere conto del ruolo che ebbe il PCI, la più grande formazione di sinistra dell’occidente.
Si tratta di fare i conti non solo con la storia del PCI, la cui cultura di partito della sinistra è profondamente radicata nella tradizione italiana, ma con quello che esso ha lasciato in eredità alla cultura del XXI secolo.

Senza questa impostazione storico-politica e questo riconoscimento, qualsiasi studio del passato e del presente è privo di una sua validità e, se si vuole, di una veridicità storica.
Ogni tentativo di oscurare, se non addirittura rinnegare, quello che è stato il ruolo di questa grande forza politica nella storia del Paese, produce un errore di valutazione storica e lo svuotamento di tutti quei valori che sono propri della sinistra.
Purtroppo l’eliminazione della dimensione storica è oggi la caratteristica più singolare nelle analisi e nei trattati storici.
Credo che si debba offrire un contributo alla ricerca di quelle radici della sinistra italiana, ricerca che è necessaria per valorizzare la sua tradizione e i suoi valori, indispensabili, oggi, alla costruzione di una nuova sinistra.

In altre parole non è una questione storiografica ma un paradigma del pensiero politico italiano, poiché il problema storico dei partiti non può essere definito se non si ha un pieno riconoscimento di essi e della loro "continuità" culturale.
Lo storico deve assumere piena consapevolezza che anche la sua ricerca è un atto di direzione politica.
Non ci si può sottrarre a questa responsabilità che impone una volontà di ricollocare la storia del PCI nel suo giusto valore e nel ruolo assunto nella società italiana.
Solo la conoscenza di tutto un processo storico ci può rendere conto del presente.

I protagonisti di quella stagione non possono essere considerati solo nella loro specificità, ma devono essere presentati come parte di un percorso profondo e di ampie proporzioni che il PCI attuò durante la sua azione politica.
La presentazione del libro di Franco Di Giorgio: “La ricostruzione. I bambini di Cassino e Maria Maddalena Rossi” e la videoconferenza “I treni della felicità” promossa da Marino Fardelli, avrebbero avuto bisogno, per le considerazioni fatte, di un inquadramento di maggiore specificità del contenuto storico in cui quei fatti si svolsero.
Se si esclude qualche accenno, sembrerebbe che nelle narrazioni prodotte nelle due iniziative, il ruolo del PCI sia scomparso dalla scena e i suoi protagonisti, a partire dalla stessa Rossi, nonostante la sua biografia, siano occasionalmente apparsi senza radici e senza storia.

Maria Rossi nella presentazione che se ne è fatta, sembra una figura uscita da un quadro senza colori e cornice e i Treni della felicità dei bambini un episodio senza autore.
Quegli avvenimenti non si verificarono per caso, ma furono il risultato di una scelta e dell’impegno unicamente del PCI nazionale, estesi su tutto il territorio italiano in cui si ebbero molteplici iniziative simili a quelle di Cassino.
Non si tratta solo di riconoscere il ruolo avuto dal PCI, ma anche di chiarire quale sia stato l’ambito della tradizione culturale della sinistra italiana e mettere in luce le conflittualità tra i partiti della Costituente.
L’insufficienza e l’incompleta storiografia di avvenimenti nazionali comportano inevitabilmente lo sminuire il valore di quella storia e l’impegno dei suoi protagonisti.
Non credo che si sia trattato di una mancanza involontaria.

Sono convinto, al contrario, che la scelta si inserisca nella cultura emergente di questa epoca la quale non ha interesse a riconoscere i valori della sinistra che hanno contraddistinto il secolo XX.
Sono casi quelli descritti non isolati, ma fanno parte di un disegno più ampio per imporre l’egemonia di un pensiero politico che esclude il legame con le culture della sinistra.
Il tentativo è quello di affermare un nuovo pensiero neoliberista, incontrastato e assoluto, le cui contraddizioni portano alla crescita del populismo e del nazionalismo.
Non è da escludere che l’obiettivo rimanga quello di impedire la costruzione di un partito che assuma valori e idee appartenuti al PCI e al nucleo ideologico della sinistra riformista.

Il messaggio inviato da quelle iniziative, non uniche, diventa pericoloso perché sollecita la credenza di una giusta e necessaria rottura con il passato, con l’obiettivo di insinuare l’inefficacia e l’inutilità di quella storia che ha portato il suo erede, il PD, a mantenere l’unità della tradizione cattolica, comunista e socialista.

Quelle iniziative sono state occasioni mancate per riaffermare il compito svolto da una sinistra, prioritariamente dal PCI, per ottenere l’affermazione di quei principi di solidarietà umana e di fraternità ai quali oggi non può rinunciare e che sono significativamente proposti nell’ultima Enciclica di Papa Francesco.
Non considero un errore quanto compiuto dai promotori delle iniziative, quanto piuttosto un cedimento alla richiesta di una corrente di pensiero che elimina parti essenziali, come il PCI e per altri aspetti anche la DC, dalla storia della Repubblica italiana.

Non si sono gettate “pietre, una su l’altra nel profondo dell’acqua” e si è rischiato di cadere nelle fredde acque perché non si aveva nulla su cui poggiare il racconto, essendo state eliminate le “pietre” della storia.
Sono pericoli che incombono sulla politica italiana e, soprattutto, sui partiti della sinistra progressista e riformista.

Lo scontro tra le forze oscurantiste di una destra organizzata e strutturata e quelle della sinistra debole e impreparata, è già in atto e gli esiti sono incerti.
Si apre un campo in cui bisogna dichiarare da che parte stare, forti di quei valori inviolabili della sinistra, che sono stati nel passato e sono nel presente necessari per garantire un futuro di progresso democratico del paese.

Novembre 2020

 

 

 

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La storia esige rispetto e approfondimento

DONNE Storie e Futuro

Certa faciloneria va oltre il dilettantismo per approdare, anche non volendo, alla distorsione e al revisionismo.

di Fiorenza Taricone
Donne e lavoro ingiustizie e ritardìculturaledellasocietà min"Fare storia e non raccontare storie" hanno titolato recentemente Angelino Loffredi e Lucia Fabi un articolo su UNOeTRE.it a proposito dei treni della felicità che partivano da Cassino, mettendo in guardia da una certa faciloneria che va oltre il dilettantismo per approdare, magari non volendo, alla distorsione e al revisionismo.

Per altri versi, ma comunque collegato, è il mio intervento sulla cosiddetta questione femminile, un settore di studi e di approfondimento talmente vasto da esigere anni di studio e il soppesare ogni parola quando a essa ci si riferisce, nel passato e nel presente. Una lotta, quella di una diversa formazione a tutti i livelli scolastici e nelle Università, ancora lontana dall’essersi conclusa e della quale sono stata e sono protagonista diretta. La cultura è stata una delle armi più formidabili ed elitarie per conservare il potere, ad escludendum naturalmente, perché chi più sa, manipola facilmente e chi meno sa, raccoglie le briciole di quanto viene lasciato passare. Qualunque nome di donna racchiude ieri e oggi un mondo di cui sappiamo ancora poco e dunque va trattato senza presunzione di sapere, anzi informandosi sui tentativi di svecchiamento che testardamente sono stati fatti in Italia. Seguendo la pratica femminista del partire da sé e dell’insegnamento dell’antifascista Gaetano Salvemini, per cui non si può essere imparziali, ma solo intellettualmente onesti, rappresentando ciascuno una parzialità che va dichiarata, parto dalle mie esperienze, che valgono non in quanto mie, ma come tessere di un mosaico. Il tentativo di modernizzare la cultura rendendola finalmente democratica e duale, con gl’insegnamenti relativi alle relazioni fra i generi, segnano il passo, e rappresentando un problema anche politico, viene facile la domanda cui prodest, a chi giova? Non alle e ai giovani naturalmente.

La sottoscritta ha fatto parte, con alcune Colleghe di Atenei italiani negli anni Novanta, del Cisdoss (Centro Interuniversitario per gli studi sulle donne nella storia e nella società), frutto di una Convenzione fra l’Università di Cassino e Sapienza, per un progetto d’istituzionalizzazione di discipline di genere. Il progetto era nato dopo il risultato di un censimento fatto sugli studi di genere nei paesi della Cee, la cosiddetta banca dati Grace, nel quadro del programma d’azione della Comunità europea per le pari opportunità nel campo dell’istruzione già dagli anni Settanta. Per l’Italia, dopo un primo censimento nel 1989, si era proceduto a un definitivo aggiornamento nel 1993. Degli oltre 400 questionari spediti a Rettori e Presidi di Facoltà, e alle studiose, meno della metà era stato rispedito. Per l’Italia, nell’ottobre del 1993 una copia della banca Dati Grace era stata affidata al Cisdoss per l’aggiornamento.

Il Centro sottolineava che continuare a ignorare l’esistenza di questi nuovi settori di ricerca significava aumentare la distanza fra l’Università e le culture emergenti della società, farne un luogo di trasmissione di nozioni obsolete, invece che il centro istituzionale della trasmissione di nuovi saperi. La richiesta di inserire allora nelle Facoltà di Lettere la Storia dell’istruzione femminile e la Storia dell’associazionismo femminile fu respinta dal Consiglio Universitario Nazionale, (Cun, Prot. 583 del 5 aprile 1989). Nulla era seguito poi al Piano nazionale triennale elaborato dal Comitato nazionale per le pari opportunità del Ministero della Pubblica Istruzione(1993-1995), per le pari opportunità nel sistema scolastico e l’aggiornamento dei Docenti. In qualche Università erano nate Cattedre specifiche di Storia delle donne, in altre l’insegnamento di Pensiero politico e questione femminile, come in quella dove insegno; sulla reale comprensione della portata culturale di parte dei Colleghi e Colleghe avrei molto da dire, ma mi riservo di farlo in altra sede. Sotto l’ombrello della Storia Contemporanea poi vari insegnamenti sono stati attivati, nella veste di contratti, affidamenti, libere docenze, ma da qui a parlare d’istituzionalizzazione come presa in carico da parte delle istituzioni di un ammodernamento dei saperi, ce ne corre. Il misto di misoginia e spartizione delle risorse, unito alla conflittualità delle stesse studiose ha fatto il resto. La penuria di donne nei posti di potere delle Università non le mette certo in condizioni di farsi valere, piuttosto di cercare accomodamenti onorevoli. Questo non vale naturalmente solo per i cosiddetti studi di genere, ma ad esempio per gli studi sulla nascita della Comunità Europea. Un percorso politico dell’idea d’Europa, con buona pace del Manifesto di Ventotene, nei libri di testo delle scuole superiori e in molti curricula universitari, manca. Ogni anno, all’inizio dei corsi, da molto tempo, mi chiedo quindi come, quando e perché, tranne per uno sforzo di aggiornamento personale costante, uomini e donne, ragazze e ragazzi dovrebbero essere al corrente di queste tematiche, che pure sono nel cuore della modernità. E arrivo sempre alla stessa conclusione: si ledono diritti democratici alla conoscenza e si rendono i giovani meno robusti nella consapevolezza di una cittadinanza europea costruita sui pilastri delle pari opportunità, non discriminazione, equality gender.

Su come viene raccolto il bisogno di storia, la politica istituzionale e governativa ha una sua precisa responsabilità. I programmi delle scuole superiori anziché prevedere una maggiore didattica per comprendere finalmente la contemporaneità, si sono in realtà contratti; disattenzione pericolosa perché notoriamente il pubblico più giovane diserta la televisione, e quindi non s’interessa generalmente ai programmi dedicati alla storia; per l’Università, si è già detto, ma vale la pena aggiungere che i risparmi derivanti dalla discutibile riforma universitaria legge n. 240/2010, nota come riforma Gelmini, (sulla quale ho espresso in varie sedi le mie contrarietà), incrementando la ricerca e l’innovazione, non si sono visti; si è vista invece la scomparsa di alcuni dottorati in studi di genere, meno accademicamente competitivi. Questo ha voluto dire penuria di fondi per la ricerca e impossibilità di dare un futuro accademico a tante giovani capaci. Il bisogno di studiare il passato, anche prossimo, è quindi legato, neanche a dirlo, a fondi strutturali specifici; se la storia come tutti noi, è politica, la politica per la storia non ha fatto altro che darla per spacciata, a favore dell’eterno presente del web. Pur volendo prendere per buona l’idea che il revisionismo sia inconsapevole, l’ignoranza in materia ha giocato un ruolo fondamentale.

Tutti o quasi sembrano essere d’accordo che la lotta agli stereotipi si combatte con la cultura, ma dagli anni Novanta, neidonne manifestazione liberazione della violenza min decenni che seguono il cosiddetto femminismo diffuso degli anni Ottanta è evidente una contrapposizione fra i progressi della condizione femminile e la persistenza degli stereotipi; la batuta d’arresto deriva anche e soprattutto da una mancata alfabetizzazione di genere in tutti i livelli d’istruzione e da una classe politica oscillante nei suoi propositi. Chi racconta e dibatte con agli studenti la storia degli ultimi venti anni, che li metterebbe in condizione di capire meglio l’oggi? Se, come è vero, la pandemia si combatte con la conoscenza, perché per costruire il futuro la conoscenza di ciò che è appena passato non sarebbe utile? I progressi sono lenti come i movimenti delle tartarughe: solo nel 1990, venti anni fa, lo stesso periodo di durata dello sciagurato regime fascista, per la prima volta nel contratto di lavoro dei metalmeccanici è stato introdotto il concetto di molestie sessuali. Viene modificato l’art. 18, quello che regolava in modo asessuato i rapporti nelle aziende; le molestie sono considerate una violazione del diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, oltre che un abuso di potere quando sono praticare da un superiore, ma per le grandi aziende restano un tabù. Il concetto di molestie, che si affaccia grazie all’azione di sensibilizzazione europea tramite i Codici di condotta e una Guida pratica per combatterle da parte della Commissione delle Comunità europee, è quasi contemporaneo alla legge sulle Azioni positive del 1991, n.125; le donne italiane sono diventate molto più preparate rispetto al decennio precedente; nelle Università c’è già stato il sorpasso, le laureate sono state il 50,02% dei laureati. Per l’Istat, le donne titolari d’impresa erano circa un milione, poco meno di un quarto del totale, e governavano complessivamente 3 milioni di dipendenti di cui 1,2 milioni uomini. Claudia Matta, entrata giovanissima nell’azienda del padre, la Carrara e Matta, è stata la prima donna a far parte della commissione confederale della Confindustria e Ada Grecchi diventa vice Direttrice generale dell’Enel; Per tentare di svecchiare la cultura, ha presieduto la Commissione ad hoc dell’ente ed è stata anche vice presidente della Commissione Parità presso la Presidenza del Consiglio.

I passi che si fanno per modificare l’immaginario collettivo sono seriamente messi a rischio dal successo delle televisioni commerciali e dei siti sul web espressamente dedicati alla pornografia, un vero stupro dell’immagine femminile. Nel ’91, lo Sportello Immagine della Commissione nazionale Parità invita a segnalare l’uso gratuito e offensivo della donna nella comunicazione, e sui tavoli si riversano centinaia di lettere, pagine strappate dai giornali e cassette registrate dalle tv; appare chiaro già da allora quello che sarà evidente nel video documentario Il corpo delle donne nato da un’idea non solo di una donna, Lorella Zanardo, ma anche di un uomo Marco Malfi Chindemi. Il corpo femminile appare quasi sempre mostrato a pezzi nelle trasmissioni delle Tv pubbliche e private, in prima serata. Spesso ho mostrato a lezione e nei Master il documentario, chiaro e doloroso anche nell’immagine finale: ganci di macelleria dove sono appesi quarti di carne, tranne un sedere femminile dove una mano maschile, mentre la ruota gira, appone un marchio.

La politica si mostra disattenta alle modifiche del rapporto fra i generi e colpito al cuore dalla corruzione; il ’92 è l’anno d’inizio di Tangentopoli, che però vede pochi casi di corruzione femminile; nello stesso anno Giovanni Falcone viene ucciso assieme alla scorta; la moglie, Francesca Morvillo, giudice minorile del Tribunale di Palermo, aveva accettato una vita blindata e perfino la reclusione volontaria nell’Asinara per il maxi processo di Palermo. Ma le donne in Parlamento, XI legislatura, sono diminuite, solo 82 su 955; si prevedono quote per uomini e donne con l’introduzione del sistema maggioritario, ma non tutte sono d’accordo; lo slogan era: le donne non sono panda. Nel 1992 il tasso di maternità delle italiane inizia a essere il più basso d’Europa, segno evidente di scarsa attenzione verso le politiche di conciliazione e la Chiesa, tranne rari casi, condanna la limitazione delle nascite, e l’aborto perfino per le donne stuprate in Bosnia. Il sociale sopravanza il politico: nove coppie omosessuali celebrano per finta a Milano il matrimonio, un’ostetrica modenese diventa mamma a 61 anni, arrivano le prime aspiranti donne soldato; la leva volontaria per entrambi arriverà nel 2000; il Sinodo anglicano stabilisce che dal ’94 le donne possono diventare vescovi.

Nel ’94 Forza Italia, Alleanza nazionale, Lega Nord conquistano la maggioranza, e lanciano in politica le donne, con strategie mediatiche di grande impatto, ma le elette sono solo il 14% in Forza Italia e Lega, il 5% in Alleanza nazionale. Nelle professioni qualificate, frutto di studio e competenze, le donne ottengono qualche risultato: nell’Associazione Nazionale Magistrati Elena Paciotti diventa la prima donna Presidente, fino al ‘99, quando diventa europarlamentare per i DS. Nei posti di rilievo, sarà la prima volta di Letizia Moratti, come Presidente Rai, di Rosa Russo Jervolino come segretaria del Partito Popolare, e di Emma Bonino come Commissario europeo per i diritti umani. Ma nel ’95, la Corte Costituzionale abroga come incostituzionale la norma antidiscriminazione che prevede che nessun sesso possa superare i due terzi nelle liste elettorali; continuano a crescere gli stupri, come molti altri maltrattamenti, ad opera dei cosiddetti insospettabili del ceto medio-alto. Nel maggio, 67 parlamentari di ogni colore politico convocano una conferenza stampa per annunciare di aver messo a punto una proposta di legge sulla violenza sessuale, relatrice Alessandra Mussolini, che sarà a settembre approvata dalla Camera, con il n.66, dopo 20 anni dalle prime raccolte di firme grazie ai movimenti femministi; gli stupratori possono però usufruire del patteggiamento e non arrivare al processo. L’élite femminile rimane sempre un’élite: Fernanda Contri ha un seggio alla Corte Costituzionale, Emma Marcegaglia è eletta Presidente dei giovani industriali. Nel ‘95, trova attuazione la legge n.215 del 1992, sulle Azioni positive per l’imprenditoria femminile, ma la disoccupazione femminile è al 60% soprattutto al Sud, percentuale che oggi non possiamo certo dire migliorata.

Nel 1998, il Cnel fornisce per la prima volta una mappa del “potere femminile”: in Parlamento siede solo il 10% di donne, nelle aziende private con più di 500 dipendenti, le dirigenti sono il 3%, in quelle medie non arrivano al 5. In campo giornalistico, tra tutti i direttori di quotidiani, c’è una sola donna, Sandra Bonsanti, al Tirreno. Un’oasi è il Ministero dei Beni Culturali, dove le dirigenti sono più della metà, ma la caratteristica della super manager è quella di aver rinunciato alla vita familiare, le donne con grado di dirigente più del 30% non ha figli. Nel ‘96 le donne continuano ad arretrare, proprio nel 50° del voto alle donne, perché non c’è nessuna legge sul riequilibrio della rappresentanza. Inoltre, esaminando la presenza nelle reti televisive, è concentrata soprattutto nelle tribune politiche, le meno seguite perché più noiose e assenti dai talk show e telegiornali, più appetibili. Continuano gli attacchi alla legge sull’aborto, che la Chiesa definisce omicidio, in base alla tesi che ogni essere umano ha la capacità giuridica fin dal momento del concepimento, riaprendo di fatto un dissidio fra fede e scienza, soprattutto in relazione alla bioetica. Sempre più coppie ricorrono alle tecniche riproduttive, (cosiddette TRA Tecniche di riproduzione assistita), in Internet sono in vendita ovuli e semi di ragazzi e ragazze. I tentativi di arrivare a una legge che consenta la fecondazione eterologa, quella che è stata approvata di recente, sono inutili. Il fronte cattolico vieta la fecondazione eterologa, cioè fatta con seme diverso da quello del marito, esclude le donne non sposate e stabilisce l’adottabilità degli embrioni. Ancora nel 2004, la Legge 19 febbraio 2004, n. 40“Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”, suscita proteste e dibattiti e induce molte coppie e singoli a recarsi all’estero per avere un figlio. Ma se oggi assistiamo al cimitero dei feti e al nome e cognome di una donna sbattuta sui media, che passi abbiamo fatto? Il 1996 viene ahimé ricordato anche per la tristemente famosa sentenza dei jeans da parte della Cassazione, che proscioglie l’istruttore di una scuola guida di Potenza accusato di stupro da un’allieva perché la ragazza non avrebbe potuto togliere i jeans molto aderenti senza essere stata consenziente.

Il governo D’Alema nel 1998 è definito rosa per il numero di presenze femminili mai raggiunto in Italia, sei Ministre, con dieci sottosegretarie. Nasce anche il Comitato Emma Bonino for President. In questi anni si discute del velo e delle mutilazioni femminili, praticate in 28 paesi. E’ approvata la legge n.269 contro lo sfruttamento sessuale dei minori attraverso la pornografia, con pene severe che però non colpiscono in modo sufficiente le forme più domestiche di pedofilia. Entra lentamente la consapevolezza che la famiglia sia luogo di violenze, abusi e sopraffazioni. Con la legge n.448, si prevede un assegno di maternità per le cittadine italiane residenti non lavoratrici, mentre quella n.476 prevede anche per i genitori adottivi il congedo per maternità. Ma è tutta la famiglia che cambia volto: per l’Istat ci sono 265.000 libere unioni, 385.000 famiglie ricostruite, 667.000 mono genitoriali per la grande maggioranza donne, separate, divorziate, o nubili. Sono le nuove famiglie, pari al 16,6 % delle famiglie italiane, ma non esiste una politica sociale per le madri sole, né nuove leggi per tutelare le unioni di fatto.

Nel 1999 vede la luce l’Euro, ma le donne elette alle elezioni europee del 13 giugno arretrano dal 12 all’11%, fanalino di coda dell’Europa. Il numero delle italiane che lavorano aumenta. Su 100 nuovi occupati, 85 sono state donne e aumentano anche nelle professioni maschili: le ingegnere sono raddoppiate, anche se sono meno del 5% del totale. Nella professione medica il 30% della categoria è femminilizzato, ma l’Europa ammonisce l’Italia per l’enorme disparità fra i sessi; per le casalinghe è approvata una polizza anti infortuni. Nel 2001 il Decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151 “Testo Unico delle disposizioni legislative, in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, raccoglie tutta la materia. Vengono sistematizzate le norme vigenti sulla salute della lavoratrice, sui congedi di maternità, paternità e parentali, sui riposi e permessi, sull’assistenza ai figli malati, sul lavoro stagionale e temporaneo, a domicilio e domestico, le norme di cui usufruiscono le lavoratrici autonome e le libere professioniste. Nel 2003, la Legge costituzionale n. 1 chiamata “Modifica dell’art. 51 della Costituzione” modifica l’art. 51 della Costituzione «Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizione di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge») con l’aggiunta: «A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità fra donne e uomini. L’anno successivo con la legge n. 90, “Norme in materia di elezioni dei membri del Parlamento europeo e altre disposizioni inerenti ad elezioni da svolgersi nell’anno 2004”, l’art. 3 prescrive che le liste circoscrizionali, aventi un medesimo contrassegno, debbano essere formate in modo che nessuno dei due sessi possa essere rappresentato in misura superiore ai due terzi dei candidati. Negli anni più recenti, le contraddizioni della condizione femminile, si acuiscono nell’occupazione e nei rapporti affettivi. La legge del 17 ottobre 2007, n. 188 contro le dimissioni in bianco, viene abrogata a pochi mesi dalla sua entrata in vigore dall’art.39, comma 10, lettera E del DL 25 giugno 2008, n. 112, convertito con modificazione dalla legge 6 agosto 2008, n. 133 (Governo Berlusconi). Il cosiddetto femminicidio diventa ormai un reato quotidiano, e il neo-femminismo che nella sua vulgata più superficiale era stato accusato di comportamenti aggressivi e offensivi verso il sesso maschile, si trova a dover fronteggiare l’inverso: i fenomeni di violenza domestica, di tentati omicidi, e di omicidi-suicidi sempre più frequentemente. Nel 2009, la legge del 23 aprile 2009, n. 38, “Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori” tenta di arginare un fenomeno le cui radici sono però profondamente culturali, che rivela anche come la rimozione degli stereotipi sessuali sia stata superficiale.

A livello molto più elitario, la legge 12 luglio 2011, n. 120 “Modifiche al testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, di cui al Decreto Legislativo 24 febbraio 1998, n. 58 concernente la parità di accesso agli organi di amministrazione e di controllo delle società quotate in mercati regolamentati”, conosciuta come la legge Golfo-Mosca dal nome delle sue proponenti, cambia pagina nella presenza femminile delle società quotate in Borsa. Dopo più di settant’anni dal primo ingresso di una donna, (solo nel 2007 era stata superata la soglia del 5%): si è oltrepassato il 17% (dati di Paola Profeta, Università Bocconi). La legge provoca un trend positivo tuttora in atto; il dato positivo della legge è stato anche quello di avviare una riflessione sullo stesso ruolo dei Cda, sulle competenze. Si valutano i curricula delle donne come quelli degli uomini, e anche se non lo fanno tutti, il dibattito si è messo in moto. Gli studi, d’altronde, sono ormai unanimi nel dire che esiste una relazione positiva tra presenza femminile ai vertici e risultati aziendali. Il vero punto debole resta il lavoro femminile, allora, come ora, continua ad avere nel Sud tassi di occupazione bassissimi, mentre a partire dal 2000 in Europa si è ridotto il gap tra uomini e donne come partecipazione al lavoro, in particolare nel sud Europa e soprattutto in Spagna (dati PwC-Women in Work Index). Eppure Goldman Sachs, insieme a altri economisti, aveva calcolato che la parità di genere avrebbe portato un aumento del Pil in Italia del 22%.

 

 

 

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