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La storia non si fa addomesticare

 Opinioni e Commenti

Sempre a proposito di ricostrizioni storiche ed esercitazioni revisionistiche

di Ivano Alteri
la boccadellaverità 360 min“I giovani non hanno bisogno di sermoni, i giovani hanno bisogno di esempi di onestà, di coerenza e di altruismo”. Questo pensiero di Sandro Pertini non è solo il monito di una grande persona, ma anche il principio di un grande politico, consapevole della funzione pedagogica esercitata dalla politica e dal discorso pubblico in generale. Ma a giudicare da quanto accade in questo nostro tempo declinante, non sembra che i giovani abbiano grandi esempi da seguire, e neanche il resto dei cittadini. Al contrario, si hanno quotidianamente numerosi e deprimenti casi di disonestà intellettuale, di cui riporto qui di seguito qualche mesto esempio.

La presente riflessione è stata suscitata dalla lettura dell’articolo di Angelino Loffredi e Lucia Fabi, su uonoetre.it (v. qui: https://www.unoetre.it/politica/commenti/item/8985-fare-storia-non-raccontare-storie.html), in cui, con comprensibile rammarico, si racconta di un’iniziativa tenutasi in questi giorni a Cassino sui Treni della Felicità, ossia quella vicenda dell’immediato dopo guerra che ha visto protagonisti migliaia di bambini cassinati rimasti orfani o comunque in stato d’indigenza, ospitati per lunghi mesi da famiglie del Centro-Nord Italia. Loffredi e Fabi conoscono bene quella storia, avendone scritto un libro, e sanno bene che quei treni e quelle ospitalità erano stati organizzati dal Partito Comunista Italiano. Ebbene, nel corso dell’iniziativa nessuno dei presenti, pur perfettamente a conoscenza degli avvenimenti, ha trovato il tempo e il modo di ricordarlo neanche una volta.

Ma ve ne sono altri, di esempi, di questa totale disonestà intellettuale, forse meno tristi ma di certo non meno deplorevoli.

Su Rai Storia si tiene quotidianamente una rubrica dal titolo “Passato e Presente” diretta da Paolo Mieli. Ebbene, Passato e Presente è una rubrica ideata da Antonio Gramsci nei suoi Quaderni del Carcere, in cui è citata decine di volte, ma nessuno ha mai sentito il bisogno di dirlo.

Sempre sulla Rai, è andata in onda per molti anni un’altra trasmissione dal titolo “La storia siamo noi”, senza che nessuno abbia avuto l’accortezza di ringraziare o citare l’autore di quel verso, Francesco De Gregori, il quale ha avuto modo di dolersene pubblicamente in occasione di un’intervista.

In politica ci sono i casi, eclatanti e reiterati da ogni parte politica, di sindaci che inaugurano opere pubbliche tutti impettiti, senza preoccuparsi di citare, tanto meno di invitare, il predecessore che ne ha avviato l’iter, anni prima di loro. E non parliamo dei politici che passano l’estate a dire che la mascherina non serve e che loro non la indossano, a fare comizi con la febbre, a farsi selfie di gruppo senza protezione, salvo poi chiedere polemicamente al governo cosa abbia fatto per evitare la seconda ondata di Covid…

Insomma, un profluvio di maleducazione, cafonaggine, disonestà intellettuale che procura profonda amarezza. E anche preoccupazione, essendo essa l’origine di ogni disonestà, e non potendo certo esservi quella della tasca senza prima quella della testa. Una sconfortante sguaiatezza pubblica che non può essere di buon esempio per le giovani generazioni e per i cittadini in generale.

Dobbiamo quindi prendere atto con sconforto che la funzione pedagogica del discorso pubblico, auspicato opportunamente ed energicamente dal compianto Presidente Pertini, è andata disperatamente perduta. Almeno per quanto concerne il buon esempio…

Frosinone 29 ottobre 2020

 

 

 

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Fare storia non raccontare storie

 STORIA e non racconti

 A proposito di “Cassino ed i treni della felicità"

di Lucia Fabi Angelino Loffredi
copertina infanziasalvata 300Con delusione abbiamo assistito, attraverso un video, a una discussione avente come tema “Cassino ed i treni della felicità" promossa dall’Associazione Cassino città della Pace. L’argomento riguardava l’ospitalità riservata ai bambini di Cassino da parte di famiglie del centro-nord Italia.

I partecipanti a questo incontro sono stati Marino Fardelli, Francesco Di Giorgio, Beatrice Moretti, Danilo Grossi i quali hanno dibattuto con Davide Ranalli, sindaco di Lugo, Andrea Follini, consigliere Città Metropolitana di Venezia e Deborah Onisto, consigliera comunale di Venezia.

Un’occasione importante dunque per approfondire il contesto del dopoguerra, conoscere le motivazioni, le speranze, i conflitti che si aprivano o quelli che si componevano. Purtroppo però, non abbiamo ascoltato niente di tutto questo, non avendo assistito a una lezione di buona storia. Peccato che il tutto si sia svolto con un metodo oggi molto in voga attraverso il quale si deformano le storie, si oscurano avvenimenti, partiti e persone. Sentiamo la necessità e l’urgenza dunque,di esprimere alcune considerazioni per contrastare tale ondata revisionistica.

Una vicenda esemplare, realizzata in quel lontano 1946, che univa nord al sud e mostrava nei fatti che un altro mondo era possibile, è stata resa piatta perché basata su aneddoti e ridotta ad una poltiglia di pessimo buonismo e di astratte buone intenzioni. Si è assistito insomma a 62 minuti di discussione dove non è emerso che quelle idee, quell’impegno, quella passione, generatrici dell’iniziativa dei Bimbi al Nord, nacquero e vennero realizzate dal PCI e soprattutto dal coraggio e dal sacrificio delle sue donne. Perché questo limite? questa volontà ad oscurare ? Faciloneria con cui è stata preparata la discussione? mancanza di conoscenza ? Forse, ma questo non può riguardare Francesco Di Giorgio, per anni funzionario del PCI che sapeva e sa del ruolo avuto dalle donne comuniste.

L’attenzione verso l’infanzia povera era nata già durante l’estate del 1945 ma riguardava i bimbi di Milano e di Torino ospitati in provincia di Reggio Emilia ma è solo con il V Congresso del PCI, tenuto a Roma alla fine del 1945, che l’impegno assume un valore nazionale. Cassino per giorni diventa centrale nel dibattito congressuale, e con l’intervento finale di Togliatti non si delinea un impegno assistenziale e caritatevole ma una più ampia battaglia politica di concreta unità e solidarietà fra nord e sud. Esiste inoltre un altro aspetto ignorato completamente durante la discussione, che agitò i clericali di Cassino e li spinse ad una campagna terroristica (la leggenda dei bambini mangiati dai comunisti nacque a Cassino) per non far partire i bimbi: la solidarietà nelle famiglie e in prospettiva il superamento degli orfanatrofi; la solidarietà valore che soppiantava la carità. Pur tuttavia nel Nord Italia ci fu un’attenzione e una disponibilità dei cattolici in particolare da parte di alcuni Vescovi.

Partirono da 33 paesi della provincia di Frosinone 3.450 bambini ospitati in 55 comuni del centro nord. Si trattò di una eccezionale, corale manifestazione d’impegno protrattasi per nove mesi. Si è trattato di un risultato corale e diffuso in tutto il territorio nazionale e il ruolo di Maddalena Rossi è stato importante ma non decisivo perché impegnata a Cassino solo per due mesi, nelle partenze di tre scaglioni su sette e successivamente chiamata dal partito comunista a partecipare alla campagna elettorale nel Veneto.

Inoltre abbiamo ascoltato che le ultime iniziative organizzate a Cassino attorno al tema siano nuove, uniche e che recuperano anni di oblio.
Certo nel corso degli anni si poteva scrivere, approfondire, far conoscere di più ma non si può accettare di rendere invisibili anche coloro che con i loro studi e con le loro iniziative, hanno ricordato l’esperienza di cui stiamo raccontando.

Pertanto rileviamo che:
già nel lontano 1973, durante una Festa dell’Unità a Ceccano, venne allestita una mostra fotografica riguardate i bambini che partirono quel 16 febbraio 1946;
 - il libro Cari bambini vi aspettiamo con gioia scritto da Angiola Minella, Nadia Spano, Ferdinando Terranova, uscito nel 1980;
 - il libro Mal’aria di Costantino Iadecola del 1998;
 - le pubblicazioni di Eugenio Beranger;
 - i dibattiti in questo secolo fra Franco Assante, Peppino Gentile;
 - il commovente incontro tenuto a Ceccano il 16 febbraio del 2006 organizzato dalla sezione del PdCI fra gli amministratori di Conselice( Ravenna ) e tanti ex bambini ospitati nel paese, in occasione dei sessanta anni dalla partenza del primo treno;
il libro di Guido Vettese Dopoguerra a Cassino nel 2007.
 - Il 2010 vede la pubblicazione di I treni della felicità di Giovanni Rinaldi,un titolo efficace e suggestivo, sempre scopiazzato e riproposto.
 - La memoria del Futuro 2019 edito dalla Regione Lazio e dalla Comunità Europea.

Ci scusiamo se abbiamo dimenticato qualche autore o qualche iniziativa ma a noi preme ricordare che nella nostra realtà pur fra tante difficoltà non c’è mai stato il deserto narrativo.

Nel 2011 Lucia Fabi e Angelino Loffredi pubblicano, edito dal comune di Ceccano, il libro l’infanzia salvata/ nord sud un cuore solo. E a disposizione di chiunque attraverso questo collegamento https://www.loffredi.it/infanzia-salvata.html

Non lo commentiamo per motivi di opportunità personale, ci teniamo ad evidenziare solo che fra tante notizie riportate rappresenta il riconoscimento delle persone semplici e generose che rischiavano di essere dimenticate e che invece con puntiglio abbiamo voluto ricordare. E’ un libro attorno al quale anche a Cassino ripetutamente abbiamo discusso.

Concludiamo ricordando Tullio Pietrobono, segretario del Comitato, la persona che ha conservato i documenti e le fotografie dai quali tutti abbiamo attinto. Vogliamo inoltre ringraziare Ermisio Mazzocchi che tale documentazione insieme a quella presente nel vecchio archivio del PCI ha raccolto, catalogato, salvato e consegnato all’Archivio di Stato di Frosinone, evitando così che tale eccezionale esperienza venisse dimenticata.

Ceccano 28 ottobre 2020

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Storia ad usum delphini

Il declino della sinistra è tutto opera loro degli autodichiarati eredi del PCI, ma esso nulla c'entra

Paolo Mieli 350 mindi Aldo Pirone - Lunedì scorso sul “Corriere della sera” Paolo Mieli ha dato prova del suo spessore di storico. L’argomento era l’incapacità del PD “di costruire alleanze in grado di durare nel tempo”, ma “abilissimo nel dar vita ad alchimie parlamentari (anche all'indomani di brucianti sconfitte elettorali)”.

Su quest'abilità ci sarebbe moltissimo da obiettare, ma non è questo il punto. Il punto è che Mieli attribuisce questa incapacità a una tara ereditaria: “Difetto che il Pds prima, Ds e Pd poi hanno ereditato dal Pci”. Che lui spiega così: “Il Partito comunista italiano, consapevole di questa propria carenza che lo faceva diverso da tutti gli altri partiti socialisti europei, si è sempre sottratto all'impegno di edificare uno schieramento alternativo idoneo a sfidare gli avversari sul terreno della competizione elettorale. Il partito della falce e martello optava in genere per grandi alleanze e grandi compromessi (giustificati, volta per volta, da una qualche emergenza) così da essere dispensato dal doversi cimentare in quel genere d'impresa”.

L’osservazione critica calata nel contesto storico-politico nazionale e internazionale, da cui totalmente prescinde, nel quale operò il Pci è una vera e propria falsificazione storica. Non si era, allora, solo in un’altra epoca ma in un altro mondo. Ciò vale per i comunisti italiani ma varrebbe anche per tutti gli altri partiti democratici scaturiti dalla Resistenza e dalla Guerra di Liberazione nazionale se fossero loro ad essere sotto osservazione.

La critica di Mieli è puerile, per due ragioni, essenzialmente. La prima è che il Pci propugnava, nell’ambito dei princìpi, dei precetti e dei valori della Costituzione, una trasformazione sociale talmente profonda che aveva bisogno di alleanze sociali e politiche assai larghe per essere conseguita. Il famoso 51% in parlamento non sembrava adeguato alla bisogna. Di qui la proposta belingueriana nel 1973 di “un nuovo grande compromesso storico” rivolto alla Dc ma anche agli altri partiti antifascisti della sinistra laica; di qui la prospettazione di una seconda tappa della “rivoluzione democratica e antifascista” che avrebbe dovuto realizzare il dettato costituzionale rimasto incompiuto.

La seconda è che quelle alleanze erano più che mai necessarie anche per superare la conventio ad excludendum dall’area di governo, vigente per ragioni di collocazione internazionale dell’Italia nel blocco occidentale ai tempi della divisione dell’Europa e del mondo (Cile docet) in sfere d’influenza contrapposte. Per questa condizione nazionale, anche se non solo per questo, la capacità coalizzatrice della Dc fu più efficace, ma, alla lunga, anche occlusiva di una “democrazia scorrevole” ambita da Moro. Certo, a metà degli anni ’70, anche la situazione emergenziale del Paese, crisi economica (inflazione a due cifre) e terrorismo rosso e nero dilagante, furono gli agganci concreti di cui il Pci si fece forza per riproporre pressantemente quella strategia di ampie alleanze, ma essi s’inserivano in una visione trasformatrice ben più forte, radicata in un’analisi storica e politica non superficiale della società italiana.

Si può e si deve discutere in sede storica se quell’impostazione comunista fosse giusta o meno, se ne possono e devono discutere tutti i passaggi applicativi, ma non si può prescindere, come fa Mieli, dalle sue motivazioni e immiserirle riportandole a un piano puramente e pavidamente elettoralistico. Tanto più che per i comunisti italiani le sfide elettorali a tutti i livelli, insieme all’iniziativa politica e alle lotte sociali e culturali cui venivano a intrecciarsi, erano verifica costante della bontà e dell’incisività dell’azione politica che, nonostante fosse fuori dalla stanza dei bottoni ministeriali, conseguì risultati notevoli nei primi decenni repubblicani.

Altro che pavidità! Inoltre, va aggiunto, non come argomento secondario, che quell’impostazione fu sconfitta dallo scatenarsi non solo delle resistenze conservatrici e reazionarie nella società, ma, risolutivamente, dalle trame antidemocratiche interne e internazionali (servizi segreti pidduisti in Italia, e stranieri) che con il rapimento e l’uccisione di Moro arrivarono ad attuare un vero e proprio colpo di stato tramite le eterodirette BR. Senza contare lo stillicidio delle stragi fasciste e del terrorismo rosso e nero. La lotta contro i comunisti e la democrazia negli “anni di piombo” fu cosa orrenda e sanguinosa, lastricata di morti innocenti.

Nella visione dei comunisti il concetto di alternativa era incentrato soprattutto sui contenuti politici e sociali. Tanto più profondi e impegnativi essi erano e tanto più largo doveva essere lo schieramento politico e sociale progressista che li perseguiva. Tutto cio, poi, non sarebbe bastato senza le lotte sociali e politiche guidate dai comunisti e dai socialisti. Esse non furono una passeggiata. Basterebbe ricordare il sangue versato nelle lotte dei lavoratori negli anni ’50 e ’60, nell’occupazione delle terre incolte nel Meridione come nella difesa delle fabbriche dalla smobilitazione. Poi, negli anni ’70, le lotte per il lavoro, per la casa, per la sanità, per i trasporti per i servizi sociali in genere, per i diritti civili. Prescindere da tutto ciò per ridurre una storia grande drammatica a un discorsetto elettorale e di alleanze fra partiti è cosa riprovevole, cui si unisce il disgusto quando, come fa Mieli, si vogliono ricondurre le insufficienze politiche del Pd al Pci.

I successori del Pci (Pds, Ds, Pd) sono nati, come ci hanno tenuto a dire i diretti interessati (Occhetto, D’Alema, Veltroni, Fassino e tantissimi altri e altre), nella discontinuità. Il declino della sinistra di cui sono stati attori è tutto opera loro. Mieli che all’epoca aiutò l’operazione e salutò la discontinuità come una liberazione, dovrebbe ricordarselo e assumersi anche qualche responsabilità ancorché esterna. Non guasterebbe. Invece, chiama in ballo il Pci! Per degli storici seri la cosa è di una comicità senza pari.

Per degli storici, non per Mieli. Almeno in questo caso.

 

 

 

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1897. Storia di un Riscatto

Lorenzo Rossomandi. 1897 Storia di un Riscatto

1897 STORIA DI UN RISCATTO Lorenzo Rossomandi 350 minRecensione di Rossana Germani*

Un libro?
Un romanzo?
Un romanzo storico?
Un romanzo storico con una vena passionale?
Un romanzo sul riscatto e sull’emancipazione femminile?

È un po’ di tutto.

È un romanzo storico scritto con dedizione, con una ricerca di fonti difficili da reperire e cucite, rilegate e ricamate insieme grazie ad una vena poetica che solo chi ha una spiccata sensibilità d’animo riesce a far fondere.

L’autore è Lorenzo Rossomandi ed è un uomo che non pensa solo al suo orticello. Ha un senso del vivere in comunità che lo porta ad interessarsi dei fatti e dei problemi apparentemente altrui.

Nel suo paese adottivo, Quarrata, nelle colline toscane del Montalbano, vede riaffiorare un problema legato al vecchio ospedale Caselli che fu un’isola felice per molti anziani del posto e decide di attivarsi per non lasciarlo privatizzare e decadere. Poi si informa, fa ricerche, chiede, prende appunti e comincia a scrivere. Scrive, mette insieme pezzi di storia, di storie, di vicende, arricchisce il tutto con un po’ di fantasia che di certo non gli manca e poi…poi chiude tutto in un cassetto.

Un giorno, però, apre quel cassetto perché pensa che quella storia debba essere portata a conoscenza, debba essere ricordata e vissuta con la lettura per capire, per far capire che si cresce insieme nella società. Se cresce il benessere anche degli ultimi, cresce il benessere collettivo. Fa riflettere sul fatto che i diritti acquisiti debbano essere sempre tenuti sotto osservazione: bisogna sempre vigilare, vigilare, vigilare affinché non ci vengano piano piano sfilati da sotto il naso senza che ce ne accorgiamo. E ci invoglia ad opporci alle cose sbagliate:

«Vorrei che Martina potesse rappresentare ciò che ogni italiano di oggi dovrebbe essere. Una persona che con forza ed energia si opponga alle errate consuetudini che rovinano il nostro vivere quotidiano, e che con forza, caparbietà e profondo senso civico decida di cambiare le cose. Con forza, caparbietà e profondo senso civico decida di cambiare le cose».

E così Lorenzo, dopo aver conosciuto quasi per caso Cristina Galardini che gestisce con il compagno Bruno De Stephanis una piccola casa editrice, si fa coraggio e apre quel cassetto. Propone il suo libro che piace subito e subito viene pubblicato.LorenzoRossomandi 390 min

Più di 120 anni fa un ricco imprenditore fa un lascito al comune di Tizzana (odierna Quarrata) di ben 50.000 lire oltre ad un appezzamento di terreno per far realizzare un ospedale destinato agli anziani bisognosi del paese in modo da far vivere loro, serenamente e dignitosamente, l’ultimo percorso di vita.
Nel libro l’autore racconta tutta la vicenda arricchendola di un intreccio di amori e passioni e legandola alla situazione delle donne di quel tempo.

Le donne…
Quante ne hanno passato e subito le donne da sempre! Fin dalle epoche più remote le donne sono state considerate come degli oggetti e ritornando al libro, l’autore ci descrive bene la condizione della donna in quel periodo: un cavallo valeva quasi più di lei. Lavoravano senza riposo e senza alcuna considerazione e rispetto da parte degli uomini, dei propri mariti e dei propri padri.

L’autore, attento ai problemi delle donne, riporta, nel suo “1897 Storia di un riscatto”, la storia vera del riscatto, appunto, di quelle donne che, grazie alla contessa Gabriella Rasponi Spalletti, acquistano una dignità e un rispetto prima loro negato.
La contessa, moglie di un senatore di Roma, appena poteva evadere dalla capitale, andava a passare un po’ di tempo lì, a Quarrata, nelle colline toscane, vicino a Vinci, e, grazie all’incontro con una bambina – dagli occhi della quale l’autore decide di farci conosce la realtà delle donne del posto – si adopera coinvolgendo anche due preti per realizzare una scuola di Filet a Módano in cui lavoreranno quelle donne, creando un modello sociale mai avuto in precedenza.
La contessa ha poi continuato la sua missione di vita nella Capitale con varie associazioni per l’emancipazione femminile e creando nel 1903 il Consiglio Nazionale delle Donne Italiane.GabriellaRasponiSpalletti 350 min

Ecco, con questo suo primo libro Lorenzo Rossomandi, autore emergente che farà sicuramente parlare di sé, contribuisce a formare una visione della vita più ampia, aperta ai cambiamenti incidendo l’anima di chi legge.
Letto senza interruzioni e riletto a distanza di pochi giorni per apprezzare e cogliere meglio i particolari che normalmente nella prima lettura sfuggono, soprattutto se si ha fretta di arrivare alla fine, è un libro a cui io do un valore aggiunto perché scritto da un uomo. È un libro che mette le ali soprattutto se chi legge è donna e sente vicini i problemi delle donne che, purtroppo, ancora oggi non sono di poco conto. Ho sempre pensato, e credo di non sbagliarmi, che siamo ciò che facciamo, ciò che riceviamo, siamo il risultato delle esperienze che viviamo, delle conoscenze che abbiamo acquisito, delle interazioni, delle vicende che ci accadono, delle emozioni e delle moltitudini di vite che riusciamo ad assimilare in noi e a vivere grazie ai libri che leggiamo.

Un ringraziamento doveroso alla casa editrice Temperatura che, anche se forse non è molto conosciuta, sta dando spazio a scrittori che meritano un successo di tutto rispetto.

Nella speranza di leggere presto un suo nuovo libro, ringrazio Lorenzo Rossomandi per la sua particolare attenzione ai problemi delle donne e, in generale, delle persone più deboli.

 

Pubblicato su Ciessemagazine il 20 giugno 2020
*Rossana Germani fa parte della redazione di CiesseMagazine e per essa cura anche la rubrica di cultura, libri e poesia.

 

"1897. Storia di un riscatto" di Lorenzo Rossomandi. Temperatura Edizioni. Costo: Cartaceo euro 15,00
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Martelli dimentica soprattutto la storia degli anni '70

Già sulla nascita del fascismo commette un errore storico

Claudio Martelli Bettino Craxi 390 mindi Ermisio Mazzocchi - Claudio Martelli non mi ha convinto e non condivido alcune affermazioni fatte da lui in occasioni del convegno "Crisi della politica" svoltosi a Veroli mercoledì 22 luglio.

Sostenere che il fascismo, costituito subito dopo la prima guerra mondiale, sarebbe sorto per responsabilità dei socialisti massimalisti Gramsci, Bordiga, Mussolini, è un errore storico e accomuna personaggi che hanno avuto storie e fatto scelte diverse.
Gli avvenimenti che portarono al potere il fascismo ebbero tutt'altra origine.

Alcuni partiti, tra i quali il PSI, fecero un'analisi errata di quanto avveniva negli anni successivi alla Prima guerra mondiale.
Quegli eventi richiederebbero una più profonda trattazione benché già abbondantemente esaminati nella storiografia, in particolare da De Felice, Martelli, Spriano e da altri autorevoli studiosi, che molti farebbero bene a studiare.
Qui basta dire che proprio sulla prospettiva del movimento operaio vi fu la rottura al Congresso di Livorno nel 1921 tra le diverse aree del PSI, tra cui quella guidata da Gramsci, che in seguito fondò il PCd'Italia.

Per comprendere questi avvenimenti si deve tenere conto che l'ala sinistra del PSI si era consolidata in una struttura che poteva essere considerata di fatto già un partito.
La frazione comunista si era costituita a Milano il 15 ottobre con la pubblicazione di un manifesto-programma che si poneva in contrasto sia con i riformisti che con i massimalisti.
Il documento era stato sottoscritto da Bordiga, Gramsci, Misiano e Terracini.
Le due principali anime della componente comunista erano il gruppo torinese legato al periodico Ordine Nuovo guidato da Gramsci e quello legato al settimanale Il Soviet di Napoli, guidato da Bordiga.
In quanto a Mussolini egli era stato già espulso dal PSI dal 1914 perché sostenitore dell'intervento in guerra e successivamente fondò il Partito nazionale fascista nel 1921. Nulla, pertanto, ebbe a che vedere con il PSI post-guerra.

Come si può constatare le affermazioni di Martelli sono prive di fondamento storico.
Stupisce ancora di più la sua ricostruzione politica degli anni successivi alla costituzione del centro-sinistra, quando il PSI elesse come segretario Craxi.
Nel suo intervento Martelli afferma che il progresso di quegli anni fu merito dei partiti di governo DC-PSI-PSDI-PRI-PLI, dimenticando di citare il PCI che ebbe un ruolo fondamentale nella ricostruzione del Paese e nella conquista dei diritti dei lavoratori e di quelli sociali.
Gli anni '70, come anche quelli precedenti - basti pensare alla riforma della scuola media unificata (1963), alla costituzione dell'Enel (1962) - furono forieri di significative conquiste sociali, Statuto dei lavoratori, legge sul divorzio, legge sull'aborto, Servizio sanitario nazionale (1978), cui contribuì in modo determinante il PCI, proteso sempre a ricostruire un'alleanza della sinistra.

Martelli non fa nessun riferimento a questo periodo storico del paese e al ruolo del PCI, condividendo il pensiero politico di oggi, che vuole cancellare il PCI, da cui hanno tratto vita in questi ultimi anni gran parte dei partiti e la cultura di sinistra, dalla storia del Paese.
Non riconoscendo queste origini e rimuovendole dalla memoria storica si commette oggi un errore con conseguenze dannose, perché si priva la politica di riferimenti essenziali che fanno parte della tradizione culturale del nostro Paese.
Senza di essi e senza un loro riconoscimento non sarebbe possibile concepire l'esistenza di quei partiti che si richiamano ai valori cattolici, comunisti e laici.

E tutto questo lo si deve a uomini come Gramsci e Don Sturzo, certo lontani nel tempo, ma attuali per il loro pensiero culturale - politico, a Nenni, a Saragat, a Spadolini, per giungere a Berlinguer e a Moro.
Oggi abbiamo bisogno - si dovrebbe dire a Martelli - di rinsaldare sempre più i contenuti di una politica che deve superare la crisi di identità dei suoi partiti. Quella crisi ebbe un inizio ben preciso quando si giunse al dissolvimento dei partiti di governo a causa di tangentopoli, che investì inesorabilmente la DC e il PSI.

Il PCI uscì immune da quella tempesta e fece altre ben note scelte.
Quelle ferite non sono ancora sanate.
Si potrà ridare vigore a quei valori di solidarietà, di giustizia sociale e ai diritti solo se ci sarà la definizione di una chiara identità dei partiti e il riconoscimento delle proprie origini senza le quali essi appaiono figli di ignoti.
I partiti della sinistra dovranno perseguire questa via e conseguire tale obiettivo.

Martelli non può ignorare che quella identità non può non passare per tutta la storia della sinistra e che dovrà tenere conto di quelle forze come il PD, da lui mai citato, che oggi sono gli eredi di quella storia.
Pertanto è importante che lo stesso PD non disconosca le proprie origini e rinneghi quei principi e quegli ideali per i quali uomini come Gramsci e Moro hanno combattuto e perso la vita.

24 luglio 2020 Ermisio Mazzocchi

 

 

 

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Storia del caso "Certosa di Trisulti"

Il pasticciaccio della Certosa di Trisulti

stopBannon 390 mindi Paola Rolletta - La Certosa di Trisulti, un presidio monastico di 800 anni, incastonato nei Monti Ernici in Ciociaria, è diventato oggetto di inchieste giornalistiche, denunce, interrogazioni parlamentari e banchi di tribunale da quando i monaci cistercensi l’hanno abbandonata. Patrimonio monumentale di proprietà demaniale dal 1879, la Certosa, insieme ad altri beni dello Stato, è stata messa a bando dal Ministero dei Beni e delle attività culturali e del Turismo (Mibact) per essere data in concessione.

La Certosa di Trisulti fu donata ai cistercensi di Casamari nel 1947 e qui fu istituito un centro di spiritualità e di diffusione della tradizione erboristica monastica. All’inizio del processo, erano rimasti solo quattro monaci, anziani e malati, il cui destino era quello di tornare al loro convento d’origine e la Certosa sarebbe tornata sotto la protezione dello Stato. Il languore soffocante dei grandi ordini religiosi medievali sta lasciando un vuoto che è molto difficile da colmare nel patrimonio monumentale sacro e reso di proprietà pubblica.

Per evitare la decadenza e non avere la capacità economica di garantire il mantenimento di questo patrimonio (per lo più consegnato agli ordini religiosi), la concessione dei beni è stata la possibile strategia trovata dallo Stato.

Infatti, con il decreto del 6.10.2015, il Mibact ha disposto la concessione in uso a privati di beni immobiliari del demanio culturale. Le concessioni sono riservate alle associazioni e fondazioni, di cui al libro I del codice civile, dotate di personalità giuridica ed in possesso dei seguenti requisiti:

a) previsione, per legge o per statuto, dello svolgimento di attività di tutela, di promozione, di valorizzazione o di conoscenza dei beni culturali e paesaggistici;

b) documentata esperienza almeno quinquennale nel settore della collaborazione per la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale;

c) documentata esperienza nella gestione, nell’ultimo quinquennio antecedente la pubblicazione dell’avviso pubblico, di almeno un immobile culturale, pubblico o privato, con attestazione della soprintendenza territorialmente competente di adeguata manutenzione e apertura alla pubblica fruizione.

L’aggiudicazione in concessione è disposta secondo il criterio dell’offerta economica più vantaggiosa, tenuto conto del progetto di restauro indicante le misure e gli interventi che il proponente si obbliga a realizzare, il preventivo delle spese etc.. Il tutto in base ad un piano economico-finanziario, asseverato da primario istituto creditizio, che dimostri la sostenibilità economico-finanziaria della gestione. Vanno altresì specificati dal proponente, il prezzo dell’eventuale biglietto di ingresso e l’ammontare del canone proposto, rispetto a quello, indicato dal Ministero, costituente la base d’asta.

L’IRREMOVIBILE ABATE

“I monaci erano anziani e erano stati richiamati a Casamari”, ci racconta l’ex Segretario generale del Mibact, Antonia Pasqua Recchia. “Ricevevo continue lettere perché volevano lasciare la Certosa. Li ho pregati di resistere almeno un altro anno per fare in modo di trovare le risorse umane e finanziarie per il recupero e la valorizzazione. Ma l’abate di Casamari, dom Eugenio Romagnuolo, è stato irremovibile”.

La Certosa soffriva di degrado. Anche il bosso dello splendido giardino all’italiana con le palme, a ricordare i punti cardinali della Gerusalemme celeste che prese il posto dell’hortus conclusus originario, si era ammalato. Numerosi cittadini si erano fatti portavoce dell’urgenza di intervento ministeriale, ma senza risposta. Così come rimase senza risposta l’interrogazione parlamentare di Nazzareno Pilozzi (Gruppo Misto) di luglio 2014 che chiedeva al ministro Dario Franceschini di intervenire urgentemente perché la struttura rischiava di subire danni irreparabili. “L’intero complesso nonostante la carenza di politiche volte a sviluppare i flussi turistici ospita annualmente 100.000 turisti da tutto il mondo. La grandiosità del complesso meriterebbe una valorizzazione pianificata e professionale, in concerto con le istituzioni locali”.

ALL’INCANTO, VINCE CHI BARA

Il Mibact, a guida Dario Franceschini, risponde alle istanze includendo la Certosa di Trisulti in un bando pubblico lanciato nell’ottobre del 2016: base d’asta 14 mila euro. I tempi strettissimi per l’invio del progetto spaventano le associazioni locali interessate alle sorti della Certosa. Rispondono solo due associazioni: la Dignitatis Humanae Institute che offre 100 mila euro, e l’Accademia Nazionale delle Arti di Petroro, che, però, non invia la documentazione sollecitata dal Mibact poiché il suo presidente, Massimiliano Muzzi, viene arrestato per frode fiscale nel maggio del 2018.

Il Mibact aveva formato una commissione multidisciplinare per la raccolta e l’analisi della documentazione. La DHI vince la gara proponendo un progetto di restauro per 1,9 milioni di euro distribuiti in 19 anni (100 mila euro l’anno), mantenendo la struttura aperta al pubblico con un biglietto di ingresso da 3 euro. Il piano economico finanziario prevede un costo complessivo di gestione di 403 mila euro all’anno (di questi 100 mila per il canone versato allo Stato e 100 mila per i lavori di restauro) a fronte di un ricavo variabile tra i 425 mila e i 575 mila euro.

A ben vedere, dopo l’approvazione della graduatoria, che vedeva la DHI aggiudicataria della concessione – intervenuta con decreto del 16 giugno del 2017 – il Ministero richiedeva alla DHI la documentazione a comprova dei requisiti dichiarati in fase di partecipazione. Ma qualcuno al Mibact si è “distratto” e non ha controllato la veridicità della documentazione.

Durante il lavoro della commissione, già erano note le critiche contro la DHI che già nel 2015 aveva tentato di “accaparrarsi” la Certosa usando influenze politiche e vaticane. Infatti, la DHI annovera tra i suoi sostenitori/fondatori vari cardinali (tutti appartenenti alla frangia anti papa Bergoglio) come il cardinal Renato Martino e il cardinale Raymond Burke. Tra i membri del board, personaggi politici come Rocco Buttiglione e Luca Volonté, e la foto di Steve Bannon nel website della DHI a sigillare il patto con tutti i membri del board, fra cui anche l’abate di Casamari, dom Eugenio Romagnuolo.

CONTRATTI, VERBALI E DISTRAZIONI

Il 14 febbraio 2018, il Polo Museale del Lazio firma il contratto di concessione per 19 anni con un canone annuo di 100 mila euro con la DHI, con l’impegno di finalizzare com il verbale di consegna entro 30 giorni. Continuano le critiche di numerosi esponenti della società civile che non capiscono come si possa dare in concessione la Certosa ad un’associazione senza i requisiti necessari e addirittura dichiaratamente anti papa Francesco. La DHI, anche senza la finalizzazione del contratto, comincia da subito a fare cassa vendendo i biglietti per la visita a 5 euro, quasi il dopo rispetto alla cifra (3 euro) inserita nel progetto.

Numerose inchieste giornalistiche hanno denunciato fin da subito le incongruenze e la falsità della documentazione presentata dalla DHI. Oltre ad un piano finanziario molto modesto, l’asseverazione bancaria dell’agenzia di Gibilterra della Jyrske Bank, non garantisce neanche l’adeguata capacità finanziaria della DHI. Soprattutto, la mancanza della personalità giuridica e l’altro requisito principe del bando: aver gestito per un quinquennio prima del bando un bene pubblico o privato, aperto al pubblico e di competenza della Sovrintendenza dei Beni Culturali. Al sollecito inviato dalla commissione, la DHI ha presentato il contratto di gestione, a firma dell’abate di Casamari, del piccolo museo di Civita di Collepardo. Ma quel museo non è mai esistito! L’abate di Casamari, dom Eugenio Romagnuolo, aveva ricoperto il ruolo di vicepresidente della DHI, per poi essere membro del board dell’associazione fondamentalista cattolica.

I legami della DHI con la frangia anti papa Francesco; le notizie su finanziamenti occulti della DHI; e soprattutto la presenza di Steve Bannon – l’ex stratega del presidente americano Donald Trump – con i suoi piani eversivi, hanno fatto marciare, il 29 dicembre 2018, migliaia di cittadini e hanno spinto deputati, tra i quali Nicola Fratoianni di LeU, a fare un’interrogazione parlamentare. Ma il Polo Museale del Lazio il 29 di gennaio del 2019 firma il verbale di consegna del bene monumentale della Certosa di Trisulti alla DHI. Tecnicamente, escono definitivamente i monaci cistercensi di Casamari e entra ufficialmente la DHI (che in realtà già faceva affari dentro la Certosa e il Mibact non poteva non saperlo).

LA BIZZARRA NOMINA IN BIBLIOTECA

Il complesso monumentale di Trisulti contempla anche una biblioteca statale con oltre 35.000 libri fra cui preziossimi incunaboli. La biblioteca statale non rientra nella concessione, vi lavorano funzionari del Mibact. Curiosamente, appena dopo la firma del verbale di consegna, il Ministero nomina quale conservatore della Biblioteca statale l’abate di Casamari, dom Eugenio Romagnuolo, membro della DHI, alla quale aveva dato in concessione la Certosa. Quest’ultimo nomina come direttore don Alberto Coratti, sempre dell’abbazia di Casamari. Dopo la morte di Romagnuolo, ad aprile 2020, Coratti ricopre entrambe le cariche.

MARCIA SU TRISULTI

Comunità Solidali, un gruppo di associazioni locali, lancia una petizione per la raccolta di firme contro la concessione alla DHI e le consegna al ministro Alberto Bonisoli (M5s), il quale dichiara la volontà del suo dicastero di vigilare sulla destinazione della Certosa di Trisulti. Il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, esprime contrarietà all’insediamento nel complesso di Collepardo di qualsivoglia Accademia o Scuola di formazione sovranista benedetta dal guru americano Steve Bannon.

A questo punto, la Procura regionale della Corte dei Conti del Lazio apre un fascicolo d’indagine per accertare se vi sia stato un danno erariale, oltre che d’immagine, per lo Stato italiano. Anche la Procura della Repubblica di Frosinone dà avvio alle indagini.

Il ministro Bonisoli, dopo aver sentito il parere dell’Avvocatura dello Stato annuncia, il 31 maggio 2019, l’avvio della procedura dell’annullamento della concessione in autotutela poiché la DHI non aveva i requisiti richiesti dal bando. E annuncia anche un’ispezione interna al Ministero.

Il 16 ottobre il ministro Dario Franceschini, tornato al Mibact, finalizza il procedimento con il decreto che annulla la concessione alla DHI che ricorre al Tar di Latina. Intanto continua il degrado della Certosa: crolla il tetto della Foresteria, infiltrazioni ovunque e volano le tegole degli altri edifici del complesso. La concessione prevede i lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria del bene, ma la DHI non ha mai speso un centesimo. Il Polo esegue i lavori di riparazione dei tetti e finalizza, nel 2020, i lavori di restauro della Sala del Capitolo, con i denari raccolti tra la cittadinanza con l’Art Bonus (101 mila euro) e un finanziamento della Regione Lazio (100 mila euro), nel 2016.

CHI HA PAURA DI TRISULTI?

Nel frattempo, all’inizio di dicembre la DHI riceve anche un’ordinanza di sfratto per mancato pagamento del canone. Il Tar di Latina, nell’udienza di metà dicembre 2019, dà la sospensiva. Il Mibact ricorre al Consiglio di Stato, il quale rimanda alla decisione del Tar. La DHI rimane alla Certosa anche durante l’emergenza sanitaria. Nel frattempo, dodici associazioni del territorio decidono di intervenire ad opponendum nel procedimento ma, a maggio 2020, il Tar le esclude e pronuncia una sentenza a favore della DHI – che nel frattempo ha pagato in extremis il canone del 2019 – poiché il Mibact, secondo il Tar, è intervenuto a seguito di una resipiscenza giudicata tardiva e immotivata.

E mentre il Mibact decide di ricorrere al Consiglio di Stato, Benjamin Harnwell, il presidente della DHI, riceve l’avviso di fine indagini preliminari: la Procura della Repubblica di Roma lo accusa di falso e turbativa d’asta.

La Certosa di Trisulti è diventata un simbolo e merita un’operazione verità, da attuarsi al più presto. Non tanto per esprimere giudizi o censire i “buoni” e i “cattivi”, quanto piuttosto per chiarire la politica culturale del nostro bellissimo Paese.

 

Certosa di Trisulti

Fotografie di Paola Rolletta
 
 Pubblicato su http://www.emergenzacultura.org

 

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Ceccano. La biblioteca: sua storia e futuro base di confronto?

Interrogativi nel groviglio del centrosinistra di Ceccano

InaugurazBiblioteca 1981 370 mindi Angelino Loffredi - In questo ultimo periodo vedo, il già sindaco Maurizio Cerroni, impegnato, attraverso il sito unoetre.it, a ricostruire gli anni del suo impegno amministrativo. Finora ha pubblicato 5 articoli riguardanti attività, clima politico e realizzazioni avvenute.

Il lavoro che sta disegnando rende giustizia non solo a chi con lui partecipò a quelle realizzazioni ma è anche utile alle nuove generazioni per conoscere un periodo che rischia di essere dimenticato.

Cerroni ha riservato il suo ultimo intervento alla penosa condizione in cui da tempo si trova la Biblioteca comunale, riportando anche momenti salienti legati alla sua realizzazione. Ha fatto bene, e ritengo giusto partecipare e sostenere con spirito critico questo impegno, ricordando che ebbi l’onore di inaugurarla l’8 dicembre 1981, alla presenza di un folto numero di cittadini, e accompagnata da altre iniziative ( Mostra del Ferro Battuto allestita dal maestro D’Ambrosi e concerto del maestro De Santis). Per completare le attenzioni riservate alla stessa mi permetto inoltre, di invitare, per far conoscere difficoltà, impegni e progetti, alla lettura di un articolo da me scritto alcuni anni più tardi, collegandosi a https://www.loffredi.it/biblioteca-comunale.html
L’articolo di Maurizio Cerroni non ha sollecitato solo la memoria di molti ma, involontariamente, ha messo di fronte anche il presente con la sua straripante confusione politica, non solo cittadina.

Una settimana fa anche Valentino Bettinelli ha scritto sulla incredibile condizione in cui versa la Biblioteca, e già nel mese di ottobre 2019 , aveva posto all’attenzione dei Ceccanesi l’amara questione, rilevando situazioni ed esternando considerazioni simili a quelle espresse ora da Cerroni. Conoscendo le idee di ambedue, sono sicuro che se allargassero il discorso sull’utilizzo degl’immobili comunali, della loro messa a sistema e sulla predisposizione di una piattaforma culturale, le loro posizioni potrebbero essere coincidenti.

Allora la domanda che mi pongo è: perché anche quando si pensa alla stessa maniera ci si ignora e si marcia divisi?
Ostinatamente seguito a pensare, e credo di non essere il solo, che non debbono essere le rivalità e ambizioni personali ma le idee ed i programmi a costituire la centralità dell’agire politico e lo strumento attraverso il quale si stabiliscono accordi politici ed alleanze elettorali fra formazioni politiche appartenenti alla stessa area.

Perché allora ignorarsi e non invece confrontarsi liberamente alla luce del sole?

Ceccano 11 giugno 2020

 

 

 

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Anita Tarquini e la storia di 3 donne durante Covid 19

Stiamo uscendo dall’emergenza sanitaria. ma cosa lascia alle nostre attività lavorative?

donne COVID 19 390 minLa Segretaria territoriale Uil Anita Tarquini ha raccolto le testimonianze di tre donne in carriera ciociare
Stiamo uscendo dall’emergenza Coronavirus, che cosa lascia nelle nostre realtà lavorative? Abbiamo intervistato la Segretaria Territoriale della UIL Frosinone Anita Tarquini che ha raccolto le sensazioni e stati d'animo di tre delle donne in carriera oggetto dell’inchiesta fatta a gennaio, tre storie diverse ma difficoltà simili per Tiziana, Tamara e Maria Rita durante l’emergenza sanitaria.

“Le prospettive sono terribili, il futuro tutt’altro che roseo, almeno ad oggi”. Parla così Tiziana del suo negozio di vendita di computer e assistenza informatica, rimasta aperta anche durante il lockdown come il codice Ateco imponeva: “Sarebbe stato meglio rimanere chiusi perché non abbiamo visto alcun cliente in queste settimane, il fatturato è stato pari a zero, ed essendo stati aperti, non rientriamo nelle categorie che fanno parte di quelle per le quali lo Stato ha previsto degli aiuti”.

Dunque oltre al danno, dunque, la beffa che si è fatta ancor più pensate per altri aspetti: “A soffrire più di ogni altro è stato mioUilFrosinone 350 min figlio che ho dovuto blindare a casa, con una baby sitter visto che anche mio marito è stato costretto a lavorare. Per tutelarlo abbiamo dormito in stanze separate, una sofferenza ulteriore per lui e per tutti noi”. Dal punto di vista economico si prevedono tempi duri: “Fatturato nullo a fronte di bollette e altre spese che sono arrivate puntualmente. Ad oggi ho ricevuto solo i 600 euro che non sono sufficienti neanche a pagare un mese di affitto. Neanche il bonus baby sitter è stato saldato. Abbiamo fatto assistenza in remoto che in termini economici non ha portato nulla. Per noi poi, adesso, parte un periodo, quello estivo che usualmente è poco producente e porterà ad un altro calo del fatturato. L’unica strada – conclude Tiziana – è quella di stringere i denti e sperare”.

Tamara è nel campo della vendita del caffè, un’attività che stava spiccando il volo prima dell’onda Covid-19 e l’inevitabile stop: “Le criticità – racconta – sono state diverse: macchine del caffè rimaste ferme negli uffici, chiusura per dieci giorni, durante le settimane di picco. Abbiamo sofferto un po' non potendo servire neanche la nostra clientela consolidata. Ovviamente ci sono state delle perdite anche se non irreparabili. Ho tenuto mia sorella a casa assorbendo l’intero turno giornaliero. Tutto sommato possiamo dire di aver retto bene l’urto e ora speriamo di poter riprendere l’attività in pieno. Siamo pronti ad approdare sul web – sottolinea Tamara – e ampliare il nostro bacino d’utenza oltre i confini regionali e perché no anche nazionali”.

Maria Rita, ispettore Forestale per enti internazionali ed italiani che si occupano di rilasciare certificazioni specifiche per aziende del settore legno, vive in Lombardia, regione a rischio: “Ricominciare a lavorare girando per le varie aziende (del settore legno e carta) in cui effettuo i miei controlli – spiega – è stato un po’ problematico. Ho ripreso il 4 maggio ma sia io che i referenti delle ditte con cui interagisco durante i miei audit, abbiamo convenuto quanto sia paradossale e decisamente un po’ “complicata” la situazione, considerando che, portando obbligatoriamente le mascherine, non è possibile neanche vedersi in viso e le sue espressioni, aspetto fondamentale nel mio lavoro. C’è un senso di prudenza diffuso, ovunque saponi igienizzanti per le mani, guanti in dotazione, regolamenti per il “COVID” affissi nelle aziende, riunioni effettuate con pochi presenti e tutti a distanza, saluti da lontano fatti con un cenno del capo e c’è anche, fra tutti, il pensiero comune di un “chissà se tutto andrà bene e quando?”.

 

 

 

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Non abbassare la guardia dai tentativi di ribaltare la storia

Anche quest'anno tentativi di annacquare l’importanza del 25 aprile

Festa della Liberazionedi Valentino Bettinelli - Ogni anno, la settimana che precede la celebrazione del 25 aprile riserva un palcoscenico particolare per tutti quelli che tentano in ogni modo di annacquarne l’importanza.

A turno, gli esponenti della destra italiana tentano di inveire contro le celebrazioni della Liberazione, contro l’ANPI e contro i partigiani, troppo spesso definiti “codardi traditori della Patria”. Anche quest’anno, nonostante la pandemia in atto, le polemiche non sono mancate; se da un lato continuano ad esprimere il loro DNA fascista le varie forze extraparlamentari quali Casapound e Forza Nuova, non va diversamente per quei gruppi, di ultra destra e sovranisti, a pieno titolo nel cosiddetto arco Costituzionale. Tante le voci chiaramente nostalgiche del ventennio: da Salvini alla Meloni, fino ad arrivare addirittura ad Alessandra Mussolini, proprio lei, la nipote del fuggiasco sotto mentite spoglie tedesche.

Tra varie interpretazioni grottesche e tentativi di becero revisionismo, spicca la perla, per così dire, del Senatore di Fratelli d’Italia, Ignazio La Russa. Non bastava oltraggiare la memoria della Resistenza Partigiana, ma l’illuminata mente del Senatore “patriota” ha partorito un’idea ancor più ardita, ovvero tentare di mischiare tutto in un calderone di nulla. Curioso come il buon La Russa abbia avanzato una proposta che avrebbe fatto sorridere se a pronuciarla fosse stato il suo storico imitatore Fiorello. Invece il Senatore ha proposto di celebrare, il 25 aprile, tutte le vittime di guerra; non pago di tale inventiva, ha pensato bene di intorbidire ulteriormente le acque, inserendo nel novero di tali caduti anche tutti i morti provocati dal Covid-19. Una mossa strategica vile e con un chiaro obiettivo di cancellare la memoria della lotta per la libertà, portata avanti dai Partigiani, contro un regime totalitario che per un ventennio ha gravato l’Italia del giogo della dittatura e della repressione del dissenso.

Speculare, inoltre, sulle migliaia di vittime causate dal Covid-19 traccia un ulteriore solco tra buonsenso e mera propaganda di stampo fascista. Ancora una volta la destra in Italia perde occasione di fare ammenda sugli errori del passato, continuando una battaglia contro i mulini a vento, per cercare di riscrivere la storia. C’è chi ha chiesto pieni poteri e chi non ha mai rinnegato la morale fascista. C’è chi prega la morte ai partigiani ancora in vita e chi vorrebbe cancellare l’ANPI.

Questo atteggiamento squadrista di una certa parte della politica italiana rafforza il bisogno di una corretta espressione dei valori della Resistenza. È necessario, oggi più che mai, portare avanti le battaglie che 75 anni fa portarono di nuovo la luce della democrazia nel nostro Paese, martoriato dal secondo conflitto mondiale e da venti anni di dittatura fascista.
È inaccettabile il tentativo di rendere vani tali sforzi da parte di chi vorrebbe una restaurazione del Regime. Oggi c’è bisogno di una unità di intenti che ci aiuti a sconfiggere ogni rigurgito fascista. Sono passati 75 anni da quel 25 aprile 1945, eppure loro sono ancora ben presenti in ogni strato sociale, con una forza in più: se per anni, infatti, erano relegati ad essere una voce fuori dal coro istituzionale, adesso hanno velleità di potere, in molte situazioni già conquistato.

La lotta va affrontata tutti insieme, con tutte le differenze che connotano le varie forze antifasciste in Italia. Per questo è utile ricordare un passaggio del compianto Presidente Sandro Pertini: “Io non sono credente, ma rispetto la fede dei credenti; io sono socialista, ma rispetto la fede politica degli altri e la discuto, polemizzo con loro, ma loro sono padroni di esprimere liberamente il pensiero. Il fascismo no, il fascismo lo combatto con altro animo: il fascismo non può essere considerato una fede politica; il fascismo è l’antitesi delle fedi politiche, il fascismo è in contrasto con le vere fedi politiche perché il fascismo opprimeva chi non la pensava come lui”.

Non sarà possibile scendere nelle piazze e celebrare la Festa della Liberazione dal nazifascismo come tutti gli anni, ma la nostra forza deve essere quella di unirci nonostante le difficoltà. L’epidemia da Covid-19 ci ha tolto la possibilità di manifestare in massa, ma non può togliere i valori che condividiamo e che rappresentano lo spirito della Carta Costituzionale.
Stiamo combattendo l’invasione del Coronavirus, ma non bisogna abbassare la guardia dai continui tentativi di ribaltamento della storia. La nostra Costituzione esprime, in tutti i suoi 139 articoli, quello che è il primo Articolo della nostra pacifica Democrazia, l’antifascismo.

Resistere, dunque, è più che mai un imperativo categorico, per dire tutti insieme che sarà andato tutto bene, dopo aver sconfitto il coronavirus e i neofascisti del terzo millennio. Perché il fiore del Partigiano sia sempre vivo e ci aiuti a cantare, come sempre, il canto della nostra Resistenza.

BELLA CIAO!!!

 

 

 

Modulo nuovo di Autocertificazione per ottemperare alle disposizioni dell'emergenza coronavirus da SCARICARE, STAMPARE e COMPILARE

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25 aprile ’45. Uno spartiacque nella storia d’Italia

Il miracolo della Costituzione, nonostante tutto

costituzione de nicola de gasperi 350x260di Aldo Pirone - Il 25 aprile del 1945 segna uno spartiacque positivo nella storia d’Italia. Con l’insurrezione nazionale al nord guidata dal Comitato di liberazione Alta Italia, finisce la Guerra di Liberazione e con essa l’epopea della Resistenza partigiana e popolare. Tornare a riflettere sul valore politico di quella data e sui valori in essa contenuti che furono alla base della rivoluzione democratica e antifascista, è sempre stimolante per il presente e per il futuro del nostro Paese.

Il bilancio storico. Moralmente e politicamente le forze che si schierarono nella Resistenza e nella Guerra di Liberazione nazionale furono la maggioranza. La partecipazione popolare fu la vera novità storica e, se paragonata all’altro grande evento storico nazionale, il Risorgimento¹, fu numericamente e politicamente superiore². Ciò in virtù dell'intervento politicamente intelligente e realistico, cosciente e maturo dei partiti di sinistra che proposero le forze lavoratrici e popolari come nuove classi dirigenti nazionali e anche dell’apporto non secondario delle forze popolari cattoliche. I valori che animarono la Resistenza furono senza dubbio la libertà, la giustizia sociale con la solidarietà, la democrazia.

La Repubblica. Ma quei valori sarebbero durati lo spazio di un mattino se l’Italia non fosse divenuta Repubblica ed essi non fossero stati, poi, fissati nella nostra Costituzione. Il che non fu una passeggiata. Nei due anni e otto mesi che intercorsero fra il 25 aprile ’45 e l’entrata in vigore della Carta fondamentale il primo gennaio del ’48, l’Italia fu teatro di una dura e intensa lotta politica e popolare. La prima a essere conquistata fu la Repubblica, contro una massa di forze moderate, contro un re, Umberto II, e una dinastia, i Savoia, che fino all’ultimo dimostrarono la loro fellonia. Il “re di maggio” non volle, con motivazioni capziose, riconoscere il risultato delle urne e se ne andò sbattendo la porta. A uscire diviso dal risultato elettorale fu il popolo italiano. Al nord la Repubblica aveva stravinto, ma al sud era stata la Monarchia a vincere nettamente. Sul piano nazionale i voti repubblicani erano stati 12.717.923, (54,3 %) quelli monarchici 10.719.284, (46,7%).

La divisione fra gli antifascisti. A confermare che i rapporti di forza fra moderati e progressisti non erano esaltanti per quest’ultimi, furono anche i risultati della Costituente. La Democrazia cristiana (35,21%) si affermò largamente come primo partito, seguita dal Partito socialista (20,68%) e poi dal Pci (18,93%). L’altro partito di sinistra che aveva avuto un ruolo di primo piano nella lotta partigiana, il Partito d’Azione, praticamente scomparve. A ciò bisogna poi aggiungere che a livello internazionale, dopo la Conferenza di Potsdam, aveva preso avvio un processo di divaricazione fra i “tre grandi” artefici della guerra antinazista e antifascista: Stati uniti e Gran Bretagna da una parte e Unione sovietica dall’altra. Questo processo di divisione, che in seguito sarebbe sfociato nella “guerra fredda” fra campi e blocchi politico-ideologici e militari, contrapposti, s'intrecciò intimamente, alimentandolo, con quello medesimo che si andava producendo fra le forze popolari e antifasciste in Italia. La prima iattura si ebbe a gennaio ’47 con la scissione del Partito socialista operata da un leader di primo piano come Saragat. L’acme fu raggiunto con l’estromissione dei comunisti di Togliatti e dei socialisti di Nenni dal governo operata con freddezza da De Gasperi nel maggio successivo. In quel momento l’Assemblea costituente doveva ancora definire la seconda parte della Costituzione.

Volarono i piatti. Come avviene spesso nelle famiglie che si dividono in modo traumatico, in quella antifascista la separazione fra le forze popolari avvenne in un clima crescente di accuse reciproche, recriminazioni e insulti. Da una parte, quella dei “socialcomunisti”, bastava vedere le scritte sui cartelli nelle manifestazioni e gli slogan dei manifesti contro il “governo nero” democristiano, oppure sentire le parole dei ritornelli popolari contro il trentino “Cancelliere” “Von” De Gasperi. Dall’altra, quella dei democristiani, con il sostanzioso contributo della Chiesa di Pio XII che chiamava alla crociata pro o contro Cristo, arrivavano maledizioni divine contro il Nenni “mangiapreti”, il Togliatti dal diabolico piede forcuto e i “socialcomunisti senza Dio”. L’accusa di tradimento della Patria per essere al soldo di Stalin, da una parte, o di Truman e dell’imperialismo americano, dall’altra, sovrastava lo scontro che dilagava anche negli articoli dei giornali di partito non sempre misurati. Fu solo un’anticipazione di quel che sarebbe successo di peggio nella campagna elettorale del 18 aprile del ’48. A dividersi non furono solo i vertici politici, i dirigenti a tutti i livelli, ma anche famiglie e amici.

Il miracolo della Costituzione. La Carta fondamentale della Repubblica fu approvata dall’Assemblea costituente il 22 dicembre e promulgata il 27 ed entrò in vigore l’1 gennaio del ’48. Porta la firma del comunista Umberto Terracini, presidente dell’Assemblea, del democristiano Alcide De Gasperi, Presidente del Consiglio, e del Capo dello Stato il liberale Enrico De Nicola. Il varo della Costituzione, se si guarda al processo di divaricazione fra le forze popolari antifasciste in quel biennio ’46-‘47, può apparire un miracolo. Un miracolo, soprattutto, per i contenuti del documento fondativo. Il patto antifascista fra le forze popolari, progressiste e moderate, resse a dispetto di ogni divisione che permarrà e continuerà per molti anni ancora. I legami stretti fra i partiti antifascisti nella comune lotta di Resistenza e in quella partigiana furono più forti di ogni incipiente e acuta divaricazione e contrapposizione interna e internazionale.

La Costituzione compiva e normava la rivoluzione democratica e antifascista che in poco meno di quattro anni e mezzo aveva mutato gli italiani da sudditi di una monarchia complice della dittatura fascista, in cittadini di una Repubblica costituzionale, animata e governata da partiti antifascisti e da una nuova classe politica democratica. La mutazione riguardava tutti gli italiani; in primis le donne che ebbero non solo il diritto di voto ma il quadro normativo fondamentale che ha consentito loro significative vittorie legislative nella lunga battaglia per l’emancipazione, prima, e per la liberazione femminile, poi, ancora in corso. L’assestamento di questo rivolgimento fu dominato dalle forze moderate con non pochi condizionamenti conservatori, reazionari e revanchisti rispetto alla Resistenza, particolarmente virulenti nella fase politica del centrismo e della “guerra fredda” ma in seguito via via regredienti.

Rinnovamento civile e sociale. La Carta fondamentale ebbe il profilo programmatico che le dettero le forze popolari, laiche, socialiste e cattoliche³. “Il libro da porsi accanto all'arca del patto una Costituzione che illuminerà e guiderà il popolo italiano per un lungo periodo della sua storia” come preconizzò il capo del Pci Togliatti. In essa furono fissati i valori fondativi del lavoro e il ruolo dei lavoratori, i diritti sociali e quelli civili. La Costituzione assegnò alla Repubblica il compito di garantirli attivamente, attraverso gli strumenti di trasformazione sociale scolpiti nelle sue disposizioni. Qualcuno, all’epoca, osservò che non era possibile assicurare subito a tutti i diritti sociali previsti. Gli fu risposto da Togliatti, ricorda Piero Calamandrei, con i versi di Dante: occorre fare “come quei che va di notte, / che porta il lume dietro e a sé non giova, / ma dopo sé fa le persone dotte”.

La culla fu Resistenza. La Costituzione guardava al futuro, alle nuove generazioni. Andava oltre le divisioni ideologiche fra i partiti antifascisti, segnava il terreno in cui si sarebbe svolta la lotta politica e quella sociale, a volte asperrima e non priva di scontri radicali. Raccoglieva pienamente, dandogli veste giuridica, le aspirazioni alla libertà, al rinnovamento sociale e civile, alla democrazia progrediente che erano stati la molla della Resistenza. Quella molla che, intorno ai falò e nelle baite di montagna, aveva animato le acerbe discussioni dei partigiani sul futuro dell’Italia; che aveva accompagnato la solitudine del gappista nelle città; che aveva spinto i sappisti nelle campagne ad attaccare tedeschi e fascisti, a sabotare ponti e ferrovie, a impedire le requisizioni nazifasciste di grano e bestiame ai contadini. Quella molla che aveva indotto tantissimi italiani a non collaborare con i nazifascisti, a non cedere alle torture, alle minacce, ai ricatti e al terrore nazifascista. Piero Calamandrei, qualche anno più tardi, parlando agli studenti di Milano, colse bene questo legame indissolubile fra la nostra Carta fondamentale e la Resistenza:

«Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità; andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione».

 

Note

1 - La Resistenza fu definita anche come “Secondo Risorgimento” per rimarcarne la continuità con il Risorgimento che portò all’unità dell’Italia. Si voleva così porre l'accento sul carattere nazionale della lotta di Liberazione contro il nemico tedesco.
2 - Aldo Moro nel suo discorso sul trentennale della Resistenza fatto a Bari il 21 dicembre del 1975 ebbe a rilevare: “La Resistenza fu lo scatto ribelle di un popolo oppresso, teso alla conquista della sua libertà. Ma essa non fu solo un moto patriottico-militare contro l’occupante tedesco, destinato, perciò, ad esaurirsi con la fine del conflitto mondiale. La Resistenza viene da lontano e va lontano. Affonda le sue radici nella storia del nostro Stato risorgimentale. E’ destinata a caratterizzare l’epoca della rinnovata democrazia italiana. Un dato storico è da mettere in rilievo: alla Resistenza parteciparono, spontaneamente, larghe forze popolari, e non solo urbane, ma della campagna e della montagna”.
3 - Molto proficuo fu l’incontro politico e culturale nella commissione dei 75 fra le forze di sinistra d’ispirazione socialista e quelle cattoliche della Dc rappresentate, in particolare, dal gruppo dei “professorini”: Giuseppe Dossetti, Amintore Fanfani, Giorgio La Pira, Aldo Moro.

 

 

Aldo Pirone
Associazione culturale Enrico Berliguer
Roma Via Opita Oppio 24

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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