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La storia esige rispetto e approfondimento

DONNE Storie e Futuro

Certa faciloneria va oltre il dilettantismo per approdare, anche non volendo, alla distorsione e al revisionismo.

di Fiorenza Taricone
Donne e lavoro ingiustizie e ritardìculturaledellasocietà min"Fare storia e non raccontare storie" hanno titolato recentemente Angelino Loffredi e Lucia Fabi un articolo su UNOeTRE.it a proposito dei treni della felicità che partivano da Cassino, mettendo in guardia da una certa faciloneria che va oltre il dilettantismo per approdare, magari non volendo, alla distorsione e al revisionismo.

Per altri versi, ma comunque collegato, è il mio intervento sulla cosiddetta questione femminile, un settore di studi e di approfondimento talmente vasto da esigere anni di studio e il soppesare ogni parola quando a essa ci si riferisce, nel passato e nel presente. Una lotta, quella di una diversa formazione a tutti i livelli scolastici e nelle Università, ancora lontana dall’essersi conclusa e della quale sono stata e sono protagonista diretta. La cultura è stata una delle armi più formidabili ed elitarie per conservare il potere, ad escludendum naturalmente, perché chi più sa, manipola facilmente e chi meno sa, raccoglie le briciole di quanto viene lasciato passare. Qualunque nome di donna racchiude ieri e oggi un mondo di cui sappiamo ancora poco e dunque va trattato senza presunzione di sapere, anzi informandosi sui tentativi di svecchiamento che testardamente sono stati fatti in Italia. Seguendo la pratica femminista del partire da sé e dell’insegnamento dell’antifascista Gaetano Salvemini, per cui non si può essere imparziali, ma solo intellettualmente onesti, rappresentando ciascuno una parzialità che va dichiarata, parto dalle mie esperienze, che valgono non in quanto mie, ma come tessere di un mosaico. Il tentativo di modernizzare la cultura rendendola finalmente democratica e duale, con gl’insegnamenti relativi alle relazioni fra i generi, segnano il passo, e rappresentando un problema anche politico, viene facile la domanda cui prodest, a chi giova? Non alle e ai giovani naturalmente.

La sottoscritta ha fatto parte, con alcune Colleghe di Atenei italiani negli anni Novanta, del Cisdoss (Centro Interuniversitario per gli studi sulle donne nella storia e nella società), frutto di una Convenzione fra l’Università di Cassino e Sapienza, per un progetto d’istituzionalizzazione di discipline di genere. Il progetto era nato dopo il risultato di un censimento fatto sugli studi di genere nei paesi della Cee, la cosiddetta banca dati Grace, nel quadro del programma d’azione della Comunità europea per le pari opportunità nel campo dell’istruzione già dagli anni Settanta. Per l’Italia, dopo un primo censimento nel 1989, si era proceduto a un definitivo aggiornamento nel 1993. Degli oltre 400 questionari spediti a Rettori e Presidi di Facoltà, e alle studiose, meno della metà era stato rispedito. Per l’Italia, nell’ottobre del 1993 una copia della banca Dati Grace era stata affidata al Cisdoss per l’aggiornamento.

Il Centro sottolineava che continuare a ignorare l’esistenza di questi nuovi settori di ricerca significava aumentare la distanza fra l’Università e le culture emergenti della società, farne un luogo di trasmissione di nozioni obsolete, invece che il centro istituzionale della trasmissione di nuovi saperi. La richiesta di inserire allora nelle Facoltà di Lettere la Storia dell’istruzione femminile e la Storia dell’associazionismo femminile fu respinta dal Consiglio Universitario Nazionale, (Cun, Prot. 583 del 5 aprile 1989). Nulla era seguito poi al Piano nazionale triennale elaborato dal Comitato nazionale per le pari opportunità del Ministero della Pubblica Istruzione(1993-1995), per le pari opportunità nel sistema scolastico e l’aggiornamento dei Docenti. In qualche Università erano nate Cattedre specifiche di Storia delle donne, in altre l’insegnamento di Pensiero politico e questione femminile, come in quella dove insegno; sulla reale comprensione della portata culturale di parte dei Colleghi e Colleghe avrei molto da dire, ma mi riservo di farlo in altra sede. Sotto l’ombrello della Storia Contemporanea poi vari insegnamenti sono stati attivati, nella veste di contratti, affidamenti, libere docenze, ma da qui a parlare d’istituzionalizzazione come presa in carico da parte delle istituzioni di un ammodernamento dei saperi, ce ne corre. Il misto di misoginia e spartizione delle risorse, unito alla conflittualità delle stesse studiose ha fatto il resto. La penuria di donne nei posti di potere delle Università non le mette certo in condizioni di farsi valere, piuttosto di cercare accomodamenti onorevoli. Questo non vale naturalmente solo per i cosiddetti studi di genere, ma ad esempio per gli studi sulla nascita della Comunità Europea. Un percorso politico dell’idea d’Europa, con buona pace del Manifesto di Ventotene, nei libri di testo delle scuole superiori e in molti curricula universitari, manca. Ogni anno, all’inizio dei corsi, da molto tempo, mi chiedo quindi come, quando e perché, tranne per uno sforzo di aggiornamento personale costante, uomini e donne, ragazze e ragazzi dovrebbero essere al corrente di queste tematiche, che pure sono nel cuore della modernità. E arrivo sempre alla stessa conclusione: si ledono diritti democratici alla conoscenza e si rendono i giovani meno robusti nella consapevolezza di una cittadinanza europea costruita sui pilastri delle pari opportunità, non discriminazione, equality gender.

Su come viene raccolto il bisogno di storia, la politica istituzionale e governativa ha una sua precisa responsabilità. I programmi delle scuole superiori anziché prevedere una maggiore didattica per comprendere finalmente la contemporaneità, si sono in realtà contratti; disattenzione pericolosa perché notoriamente il pubblico più giovane diserta la televisione, e quindi non s’interessa generalmente ai programmi dedicati alla storia; per l’Università, si è già detto, ma vale la pena aggiungere che i risparmi derivanti dalla discutibile riforma universitaria legge n. 240/2010, nota come riforma Gelmini, (sulla quale ho espresso in varie sedi le mie contrarietà), incrementando la ricerca e l’innovazione, non si sono visti; si è vista invece la scomparsa di alcuni dottorati in studi di genere, meno accademicamente competitivi. Questo ha voluto dire penuria di fondi per la ricerca e impossibilità di dare un futuro accademico a tante giovani capaci. Il bisogno di studiare il passato, anche prossimo, è quindi legato, neanche a dirlo, a fondi strutturali specifici; se la storia come tutti noi, è politica, la politica per la storia non ha fatto altro che darla per spacciata, a favore dell’eterno presente del web. Pur volendo prendere per buona l’idea che il revisionismo sia inconsapevole, l’ignoranza in materia ha giocato un ruolo fondamentale.

Tutti o quasi sembrano essere d’accordo che la lotta agli stereotipi si combatte con la cultura, ma dagli anni Novanta, neidonne manifestazione liberazione della violenza min decenni che seguono il cosiddetto femminismo diffuso degli anni Ottanta è evidente una contrapposizione fra i progressi della condizione femminile e la persistenza degli stereotipi; la batuta d’arresto deriva anche e soprattutto da una mancata alfabetizzazione di genere in tutti i livelli d’istruzione e da una classe politica oscillante nei suoi propositi. Chi racconta e dibatte con agli studenti la storia degli ultimi venti anni, che li metterebbe in condizione di capire meglio l’oggi? Se, come è vero, la pandemia si combatte con la conoscenza, perché per costruire il futuro la conoscenza di ciò che è appena passato non sarebbe utile? I progressi sono lenti come i movimenti delle tartarughe: solo nel 1990, venti anni fa, lo stesso periodo di durata dello sciagurato regime fascista, per la prima volta nel contratto di lavoro dei metalmeccanici è stato introdotto il concetto di molestie sessuali. Viene modificato l’art. 18, quello che regolava in modo asessuato i rapporti nelle aziende; le molestie sono considerate una violazione del diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, oltre che un abuso di potere quando sono praticare da un superiore, ma per le grandi aziende restano un tabù. Il concetto di molestie, che si affaccia grazie all’azione di sensibilizzazione europea tramite i Codici di condotta e una Guida pratica per combatterle da parte della Commissione delle Comunità europee, è quasi contemporaneo alla legge sulle Azioni positive del 1991, n.125; le donne italiane sono diventate molto più preparate rispetto al decennio precedente; nelle Università c’è già stato il sorpasso, le laureate sono state il 50,02% dei laureati. Per l’Istat, le donne titolari d’impresa erano circa un milione, poco meno di un quarto del totale, e governavano complessivamente 3 milioni di dipendenti di cui 1,2 milioni uomini. Claudia Matta, entrata giovanissima nell’azienda del padre, la Carrara e Matta, è stata la prima donna a far parte della commissione confederale della Confindustria e Ada Grecchi diventa vice Direttrice generale dell’Enel; Per tentare di svecchiare la cultura, ha presieduto la Commissione ad hoc dell’ente ed è stata anche vice presidente della Commissione Parità presso la Presidenza del Consiglio.

I passi che si fanno per modificare l’immaginario collettivo sono seriamente messi a rischio dal successo delle televisioni commerciali e dei siti sul web espressamente dedicati alla pornografia, un vero stupro dell’immagine femminile. Nel ’91, lo Sportello Immagine della Commissione nazionale Parità invita a segnalare l’uso gratuito e offensivo della donna nella comunicazione, e sui tavoli si riversano centinaia di lettere, pagine strappate dai giornali e cassette registrate dalle tv; appare chiaro già da allora quello che sarà evidente nel video documentario Il corpo delle donne nato da un’idea non solo di una donna, Lorella Zanardo, ma anche di un uomo Marco Malfi Chindemi. Il corpo femminile appare quasi sempre mostrato a pezzi nelle trasmissioni delle Tv pubbliche e private, in prima serata. Spesso ho mostrato a lezione e nei Master il documentario, chiaro e doloroso anche nell’immagine finale: ganci di macelleria dove sono appesi quarti di carne, tranne un sedere femminile dove una mano maschile, mentre la ruota gira, appone un marchio.

La politica si mostra disattenta alle modifiche del rapporto fra i generi e colpito al cuore dalla corruzione; il ’92 è l’anno d’inizio di Tangentopoli, che però vede pochi casi di corruzione femminile; nello stesso anno Giovanni Falcone viene ucciso assieme alla scorta; la moglie, Francesca Morvillo, giudice minorile del Tribunale di Palermo, aveva accettato una vita blindata e perfino la reclusione volontaria nell’Asinara per il maxi processo di Palermo. Ma le donne in Parlamento, XI legislatura, sono diminuite, solo 82 su 955; si prevedono quote per uomini e donne con l’introduzione del sistema maggioritario, ma non tutte sono d’accordo; lo slogan era: le donne non sono panda. Nel 1992 il tasso di maternità delle italiane inizia a essere il più basso d’Europa, segno evidente di scarsa attenzione verso le politiche di conciliazione e la Chiesa, tranne rari casi, condanna la limitazione delle nascite, e l’aborto perfino per le donne stuprate in Bosnia. Il sociale sopravanza il politico: nove coppie omosessuali celebrano per finta a Milano il matrimonio, un’ostetrica modenese diventa mamma a 61 anni, arrivano le prime aspiranti donne soldato; la leva volontaria per entrambi arriverà nel 2000; il Sinodo anglicano stabilisce che dal ’94 le donne possono diventare vescovi.

Nel ’94 Forza Italia, Alleanza nazionale, Lega Nord conquistano la maggioranza, e lanciano in politica le donne, con strategie mediatiche di grande impatto, ma le elette sono solo il 14% in Forza Italia e Lega, il 5% in Alleanza nazionale. Nelle professioni qualificate, frutto di studio e competenze, le donne ottengono qualche risultato: nell’Associazione Nazionale Magistrati Elena Paciotti diventa la prima donna Presidente, fino al ‘99, quando diventa europarlamentare per i DS. Nei posti di rilievo, sarà la prima volta di Letizia Moratti, come Presidente Rai, di Rosa Russo Jervolino come segretaria del Partito Popolare, e di Emma Bonino come Commissario europeo per i diritti umani. Ma nel ’95, la Corte Costituzionale abroga come incostituzionale la norma antidiscriminazione che prevede che nessun sesso possa superare i due terzi nelle liste elettorali; continuano a crescere gli stupri, come molti altri maltrattamenti, ad opera dei cosiddetti insospettabili del ceto medio-alto. Nel maggio, 67 parlamentari di ogni colore politico convocano una conferenza stampa per annunciare di aver messo a punto una proposta di legge sulla violenza sessuale, relatrice Alessandra Mussolini, che sarà a settembre approvata dalla Camera, con il n.66, dopo 20 anni dalle prime raccolte di firme grazie ai movimenti femministi; gli stupratori possono però usufruire del patteggiamento e non arrivare al processo. L’élite femminile rimane sempre un’élite: Fernanda Contri ha un seggio alla Corte Costituzionale, Emma Marcegaglia è eletta Presidente dei giovani industriali. Nel ‘95, trova attuazione la legge n.215 del 1992, sulle Azioni positive per l’imprenditoria femminile, ma la disoccupazione femminile è al 60% soprattutto al Sud, percentuale che oggi non possiamo certo dire migliorata.

Nel 1998, il Cnel fornisce per la prima volta una mappa del “potere femminile”: in Parlamento siede solo il 10% di donne, nelle aziende private con più di 500 dipendenti, le dirigenti sono il 3%, in quelle medie non arrivano al 5. In campo giornalistico, tra tutti i direttori di quotidiani, c’è una sola donna, Sandra Bonsanti, al Tirreno. Un’oasi è il Ministero dei Beni Culturali, dove le dirigenti sono più della metà, ma la caratteristica della super manager è quella di aver rinunciato alla vita familiare, le donne con grado di dirigente più del 30% non ha figli. Nel ‘96 le donne continuano ad arretrare, proprio nel 50° del voto alle donne, perché non c’è nessuna legge sul riequilibrio della rappresentanza. Inoltre, esaminando la presenza nelle reti televisive, è concentrata soprattutto nelle tribune politiche, le meno seguite perché più noiose e assenti dai talk show e telegiornali, più appetibili. Continuano gli attacchi alla legge sull’aborto, che la Chiesa definisce omicidio, in base alla tesi che ogni essere umano ha la capacità giuridica fin dal momento del concepimento, riaprendo di fatto un dissidio fra fede e scienza, soprattutto in relazione alla bioetica. Sempre più coppie ricorrono alle tecniche riproduttive, (cosiddette TRA Tecniche di riproduzione assistita), in Internet sono in vendita ovuli e semi di ragazzi e ragazze. I tentativi di arrivare a una legge che consenta la fecondazione eterologa, quella che è stata approvata di recente, sono inutili. Il fronte cattolico vieta la fecondazione eterologa, cioè fatta con seme diverso da quello del marito, esclude le donne non sposate e stabilisce l’adottabilità degli embrioni. Ancora nel 2004, la Legge 19 febbraio 2004, n. 40“Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”, suscita proteste e dibattiti e induce molte coppie e singoli a recarsi all’estero per avere un figlio. Ma se oggi assistiamo al cimitero dei feti e al nome e cognome di una donna sbattuta sui media, che passi abbiamo fatto? Il 1996 viene ahimé ricordato anche per la tristemente famosa sentenza dei jeans da parte della Cassazione, che proscioglie l’istruttore di una scuola guida di Potenza accusato di stupro da un’allieva perché la ragazza non avrebbe potuto togliere i jeans molto aderenti senza essere stata consenziente.

Il governo D’Alema nel 1998 è definito rosa per il numero di presenze femminili mai raggiunto in Italia, sei Ministre, con dieci sottosegretarie. Nasce anche il Comitato Emma Bonino for President. In questi anni si discute del velo e delle mutilazioni femminili, praticate in 28 paesi. E’ approvata la legge n.269 contro lo sfruttamento sessuale dei minori attraverso la pornografia, con pene severe che però non colpiscono in modo sufficiente le forme più domestiche di pedofilia. Entra lentamente la consapevolezza che la famiglia sia luogo di violenze, abusi e sopraffazioni. Con la legge n.448, si prevede un assegno di maternità per le cittadine italiane residenti non lavoratrici, mentre quella n.476 prevede anche per i genitori adottivi il congedo per maternità. Ma è tutta la famiglia che cambia volto: per l’Istat ci sono 265.000 libere unioni, 385.000 famiglie ricostruite, 667.000 mono genitoriali per la grande maggioranza donne, separate, divorziate, o nubili. Sono le nuove famiglie, pari al 16,6 % delle famiglie italiane, ma non esiste una politica sociale per le madri sole, né nuove leggi per tutelare le unioni di fatto.

Nel 1999 vede la luce l’Euro, ma le donne elette alle elezioni europee del 13 giugno arretrano dal 12 all’11%, fanalino di coda dell’Europa. Il numero delle italiane che lavorano aumenta. Su 100 nuovi occupati, 85 sono state donne e aumentano anche nelle professioni maschili: le ingegnere sono raddoppiate, anche se sono meno del 5% del totale. Nella professione medica il 30% della categoria è femminilizzato, ma l’Europa ammonisce l’Italia per l’enorme disparità fra i sessi; per le casalinghe è approvata una polizza anti infortuni. Nel 2001 il Decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151 “Testo Unico delle disposizioni legislative, in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, raccoglie tutta la materia. Vengono sistematizzate le norme vigenti sulla salute della lavoratrice, sui congedi di maternità, paternità e parentali, sui riposi e permessi, sull’assistenza ai figli malati, sul lavoro stagionale e temporaneo, a domicilio e domestico, le norme di cui usufruiscono le lavoratrici autonome e le libere professioniste. Nel 2003, la Legge costituzionale n. 1 chiamata “Modifica dell’art. 51 della Costituzione” modifica l’art. 51 della Costituzione «Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizione di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge») con l’aggiunta: «A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità fra donne e uomini. L’anno successivo con la legge n. 90, “Norme in materia di elezioni dei membri del Parlamento europeo e altre disposizioni inerenti ad elezioni da svolgersi nell’anno 2004”, l’art. 3 prescrive che le liste circoscrizionali, aventi un medesimo contrassegno, debbano essere formate in modo che nessuno dei due sessi possa essere rappresentato in misura superiore ai due terzi dei candidati. Negli anni più recenti, le contraddizioni della condizione femminile, si acuiscono nell’occupazione e nei rapporti affettivi. La legge del 17 ottobre 2007, n. 188 contro le dimissioni in bianco, viene abrogata a pochi mesi dalla sua entrata in vigore dall’art.39, comma 10, lettera E del DL 25 giugno 2008, n. 112, convertito con modificazione dalla legge 6 agosto 2008, n. 133 (Governo Berlusconi). Il cosiddetto femminicidio diventa ormai un reato quotidiano, e il neo-femminismo che nella sua vulgata più superficiale era stato accusato di comportamenti aggressivi e offensivi verso il sesso maschile, si trova a dover fronteggiare l’inverso: i fenomeni di violenza domestica, di tentati omicidi, e di omicidi-suicidi sempre più frequentemente. Nel 2009, la legge del 23 aprile 2009, n. 38, “Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori” tenta di arginare un fenomeno le cui radici sono però profondamente culturali, che rivela anche come la rimozione degli stereotipi sessuali sia stata superficiale.

A livello molto più elitario, la legge 12 luglio 2011, n. 120 “Modifiche al testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, di cui al Decreto Legislativo 24 febbraio 1998, n. 58 concernente la parità di accesso agli organi di amministrazione e di controllo delle società quotate in mercati regolamentati”, conosciuta come la legge Golfo-Mosca dal nome delle sue proponenti, cambia pagina nella presenza femminile delle società quotate in Borsa. Dopo più di settant’anni dal primo ingresso di una donna, (solo nel 2007 era stata superata la soglia del 5%): si è oltrepassato il 17% (dati di Paola Profeta, Università Bocconi). La legge provoca un trend positivo tuttora in atto; il dato positivo della legge è stato anche quello di avviare una riflessione sullo stesso ruolo dei Cda, sulle competenze. Si valutano i curricula delle donne come quelli degli uomini, e anche se non lo fanno tutti, il dibattito si è messo in moto. Gli studi, d’altronde, sono ormai unanimi nel dire che esiste una relazione positiva tra presenza femminile ai vertici e risultati aziendali. Il vero punto debole resta il lavoro femminile, allora, come ora, continua ad avere nel Sud tassi di occupazione bassissimi, mentre a partire dal 2000 in Europa si è ridotto il gap tra uomini e donne come partecipazione al lavoro, in particolare nel sud Europa e soprattutto in Spagna (dati PwC-Women in Work Index). Eppure Goldman Sachs, insieme a altri economisti, aveva calcolato che la parità di genere avrebbe portato un aumento del Pil in Italia del 22%.

 

 

 

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Anche l'ANPI contro l'oscuramento dei protagonisti della "Storia"

Difendiamo la verità dei fatti storici

A proposito di correttezza storica e onestà intellettuale come dice Alteri

anpi BANDIERA 350 260 minCari tutti e tutte,

Riceviamo da Loffredi la segnalazione che vi inoltriamo, in merito alle iniziative recentemente svoltesi a Cassino sui treni della solidarietà del 1945.

Come avrete avuto modo di seguire, sono state realizzate diverse iniziative di divulgazione, ma con metodi e contenuti che Loffredi (e non da solo) ritiene poco rispettosi della verità storica, lacunosi e in grado di far sorgere dubbi su ipotetici scopi secondari di organizzatori e partecipanti.

L'ANPI naturalmente crede fino in fondo alla buona fede ed al rischio concreto per gli uomini di sbagliare; tuttavia rimarca ancora una volta come essa sia sistematicamente esclusa da questi eventi.

Non sappiamo se ciò si debba a disattenzione - per quanto grave e non scusabile - o a volontà, né se, nel secondo caso, la volontà sia dovuta ad antipatia (politica, s'intende!) o a timore delle nostre argomentazioni. E poco ci interessa, per la verità. Ciò che invece ci preoccupa è un certo modo disinvolto e superficiale di affrontare argomenti così delicati e complessi, pur se a volte con le migliori intenzioni. E ci preoccupa perché questi benedetti argomenti sono ciò che manca ad una sana coscienza democratica, che non a caso va via via indebolendosi.

Ma ancora una volta ci sostiene l'osservazione della situazione reale: in un mondo in cui chiunque sentenzia perfino su argomenti scientifici passando dal palcoscenico o dalla cucina ai dibattiti di virologia, è anche da capire che si può essere ottimi ragionieri e decidere quale sia la verità utile e chi debba elargirla.

Coraggio, ne vedremo ancora.

Con paziente fraternità

Giovanni Morsillo


Il link all'articolo che ha lanciato l'ultimo allarme https://www.unoetre.it/politica/commenti/item/8985-fare-storia-non-raccontare-storie.html

 

 

 

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La storia non si fa addomesticare

 Opinioni e Commenti

Sempre a proposito di ricostrizioni storiche ed esercitazioni revisionistiche

di Ivano Alteri
la boccadellaverità 360 min“I giovani non hanno bisogno di sermoni, i giovani hanno bisogno di esempi di onestà, di coerenza e di altruismo”. Questo pensiero di Sandro Pertini non è solo il monito di una grande persona, ma anche il principio di un grande politico, consapevole della funzione pedagogica esercitata dalla politica e dal discorso pubblico in generale. Ma a giudicare da quanto accade in questo nostro tempo declinante, non sembra che i giovani abbiano grandi esempi da seguire, e neanche il resto dei cittadini. Al contrario, si hanno quotidianamente numerosi e deprimenti casi di disonestà intellettuale, di cui riporto qui di seguito qualche mesto esempio.

La presente riflessione è stata suscitata dalla lettura dell’articolo di Angelino Loffredi e Lucia Fabi, su uonoetre.it (v. qui: https://www.unoetre.it/politica/commenti/item/8985-fare-storia-non-raccontare-storie.html), in cui, con comprensibile rammarico, si racconta di un’iniziativa tenutasi in questi giorni a Cassino sui Treni della Felicità, ossia quella vicenda dell’immediato dopo guerra che ha visto protagonisti migliaia di bambini cassinati rimasti orfani o comunque in stato d’indigenza, ospitati per lunghi mesi da famiglie del Centro-Nord Italia. Loffredi e Fabi conoscono bene quella storia, avendone scritto un libro, e sanno bene che quei treni e quelle ospitalità erano stati organizzati dal Partito Comunista Italiano. Ebbene, nel corso dell’iniziativa nessuno dei presenti, pur perfettamente a conoscenza degli avvenimenti, ha trovato il tempo e il modo di ricordarlo neanche una volta.

Ma ve ne sono altri, di esempi, di questa totale disonestà intellettuale, forse meno tristi ma di certo non meno deplorevoli.

Su Rai Storia si tiene quotidianamente una rubrica dal titolo “Passato e Presente” diretta da Paolo Mieli. Ebbene, Passato e Presente è una rubrica ideata da Antonio Gramsci nei suoi Quaderni del Carcere, in cui è citata decine di volte, ma nessuno ha mai sentito il bisogno di dirlo.

Sempre sulla Rai, è andata in onda per molti anni un’altra trasmissione dal titolo “La storia siamo noi”, senza che nessuno abbia avuto l’accortezza di ringraziare o citare l’autore di quel verso, Francesco De Gregori, il quale ha avuto modo di dolersene pubblicamente in occasione di un’intervista.

In politica ci sono i casi, eclatanti e reiterati da ogni parte politica, di sindaci che inaugurano opere pubbliche tutti impettiti, senza preoccuparsi di citare, tanto meno di invitare, il predecessore che ne ha avviato l’iter, anni prima di loro. E non parliamo dei politici che passano l’estate a dire che la mascherina non serve e che loro non la indossano, a fare comizi con la febbre, a farsi selfie di gruppo senza protezione, salvo poi chiedere polemicamente al governo cosa abbia fatto per evitare la seconda ondata di Covid…

Insomma, un profluvio di maleducazione, cafonaggine, disonestà intellettuale che procura profonda amarezza. E anche preoccupazione, essendo essa l’origine di ogni disonestà, e non potendo certo esservi quella della tasca senza prima quella della testa. Una sconfortante sguaiatezza pubblica che non può essere di buon esempio per le giovani generazioni e per i cittadini in generale.

Dobbiamo quindi prendere atto con sconforto che la funzione pedagogica del discorso pubblico, auspicato opportunamente ed energicamente dal compianto Presidente Pertini, è andata disperatamente perduta. Almeno per quanto concerne il buon esempio…

Frosinone 29 ottobre 2020

 

 

 

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Fare storia non raccontare storie

 STORIA e non racconti

 A proposito di “Cassino ed i treni della felicità"

di Lucia Fabi Angelino Loffredi
copertina infanziasalvata 300Con delusione abbiamo assistito, attraverso un video, a una discussione avente come tema “Cassino ed i treni della felicità" promossa dall’Associazione Cassino città della Pace. L’argomento riguardava l’ospitalità riservata ai bambini di Cassino da parte di famiglie del centro-nord Italia.

I partecipanti a questo incontro sono stati Marino Fardelli, Francesco Di Giorgio, Beatrice Moretti, Danilo Grossi i quali hanno dibattuto con Davide Ranalli, sindaco di Lugo, Andrea Follini, consigliere Città Metropolitana di Venezia e Deborah Onisto, consigliera comunale di Venezia.

Un’occasione importante dunque per approfondire il contesto del dopoguerra, conoscere le motivazioni, le speranze, i conflitti che si aprivano o quelli che si componevano. Purtroppo però, non abbiamo ascoltato niente di tutto questo, non avendo assistito a una lezione di buona storia. Peccato che il tutto si sia svolto con un metodo oggi molto in voga attraverso il quale si deformano le storie, si oscurano avvenimenti, partiti e persone. Sentiamo la necessità e l’urgenza dunque,di esprimere alcune considerazioni per contrastare tale ondata revisionistica.

Una vicenda esemplare, realizzata in quel lontano 1946, che univa nord al sud e mostrava nei fatti che un altro mondo era possibile, è stata resa piatta perché basata su aneddoti e ridotta ad una poltiglia di pessimo buonismo e di astratte buone intenzioni. Si è assistito insomma a 62 minuti di discussione dove non è emerso che quelle idee, quell’impegno, quella passione, generatrici dell’iniziativa dei Bimbi al Nord, nacquero e vennero realizzate dal PCI e soprattutto dal coraggio e dal sacrificio delle sue donne. Perché questo limite? questa volontà ad oscurare ? Faciloneria con cui è stata preparata la discussione? mancanza di conoscenza ? Forse, ma questo non può riguardare Francesco Di Giorgio, per anni funzionario del PCI che sapeva e sa del ruolo avuto dalle donne comuniste.

L’attenzione verso l’infanzia povera era nata già durante l’estate del 1945 ma riguardava i bimbi di Milano e di Torino ospitati in provincia di Reggio Emilia ma è solo con il V Congresso del PCI, tenuto a Roma alla fine del 1945, che l’impegno assume un valore nazionale. Cassino per giorni diventa centrale nel dibattito congressuale, e con l’intervento finale di Togliatti non si delinea un impegno assistenziale e caritatevole ma una più ampia battaglia politica di concreta unità e solidarietà fra nord e sud. Esiste inoltre un altro aspetto ignorato completamente durante la discussione, che agitò i clericali di Cassino e li spinse ad una campagna terroristica (la leggenda dei bambini mangiati dai comunisti nacque a Cassino) per non far partire i bimbi: la solidarietà nelle famiglie e in prospettiva il superamento degli orfanatrofi; la solidarietà valore che soppiantava la carità. Pur tuttavia nel Nord Italia ci fu un’attenzione e una disponibilità dei cattolici in particolare da parte di alcuni Vescovi.

Partirono da 33 paesi della provincia di Frosinone 3.450 bambini ospitati in 55 comuni del centro nord. Si trattò di una eccezionale, corale manifestazione d’impegno protrattasi per nove mesi. Si è trattato di un risultato corale e diffuso in tutto il territorio nazionale e il ruolo di Maddalena Rossi è stato importante ma non decisivo perché impegnata a Cassino solo per due mesi, nelle partenze di tre scaglioni su sette e successivamente chiamata dal partito comunista a partecipare alla campagna elettorale nel Veneto.

Inoltre abbiamo ascoltato che le ultime iniziative organizzate a Cassino attorno al tema siano nuove, uniche e che recuperano anni di oblio.
Certo nel corso degli anni si poteva scrivere, approfondire, far conoscere di più ma non si può accettare di rendere invisibili anche coloro che con i loro studi e con le loro iniziative, hanno ricordato l’esperienza di cui stiamo raccontando.

Pertanto rileviamo che:
già nel lontano 1973, durante una Festa dell’Unità a Ceccano, venne allestita una mostra fotografica riguardate i bambini che partirono quel 16 febbraio 1946;
 - il libro Cari bambini vi aspettiamo con gioia scritto da Angiola Minella, Nadia Spano, Ferdinando Terranova, uscito nel 1980;
 - il libro Mal’aria di Costantino Iadecola del 1998;
 - le pubblicazioni di Eugenio Beranger;
 - i dibattiti in questo secolo fra Franco Assante, Peppino Gentile;
 - il commovente incontro tenuto a Ceccano il 16 febbraio del 2006 organizzato dalla sezione del PdCI fra gli amministratori di Conselice( Ravenna ) e tanti ex bambini ospitati nel paese, in occasione dei sessanta anni dalla partenza del primo treno;
il libro di Guido Vettese Dopoguerra a Cassino nel 2007.
 - Il 2010 vede la pubblicazione di I treni della felicità di Giovanni Rinaldi,un titolo efficace e suggestivo, sempre scopiazzato e riproposto.
 - La memoria del Futuro 2019 edito dalla Regione Lazio e dalla Comunità Europea.

Ci scusiamo se abbiamo dimenticato qualche autore o qualche iniziativa ma a noi preme ricordare che nella nostra realtà pur fra tante difficoltà non c’è mai stato il deserto narrativo.

Nel 2011 Lucia Fabi e Angelino Loffredi pubblicano, edito dal comune di Ceccano, il libro l’infanzia salvata/ nord sud un cuore solo. E a disposizione di chiunque attraverso questo collegamento https://www.loffredi.it/infanzia-salvata.html

Non lo commentiamo per motivi di opportunità personale, ci teniamo ad evidenziare solo che fra tante notizie riportate rappresenta il riconoscimento delle persone semplici e generose che rischiavano di essere dimenticate e che invece con puntiglio abbiamo voluto ricordare. E’ un libro attorno al quale anche a Cassino ripetutamente abbiamo discusso.

Concludiamo ricordando Tullio Pietrobono, segretario del Comitato, la persona che ha conservato i documenti e le fotografie dai quali tutti abbiamo attinto. Vogliamo inoltre ringraziare Ermisio Mazzocchi che tale documentazione insieme a quella presente nel vecchio archivio del PCI ha raccolto, catalogato, salvato e consegnato all’Archivio di Stato di Frosinone, evitando così che tale eccezionale esperienza venisse dimenticata.

Ceccano 28 ottobre 2020

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Storia ad usum delphini

Il declino della sinistra è tutto opera loro degli autodichiarati eredi del PCI, ma esso nulla c'entra

Paolo Mieli 350 mindi Aldo Pirone - Lunedì scorso sul “Corriere della sera” Paolo Mieli ha dato prova del suo spessore di storico. L’argomento era l’incapacità del PD “di costruire alleanze in grado di durare nel tempo”, ma “abilissimo nel dar vita ad alchimie parlamentari (anche all'indomani di brucianti sconfitte elettorali)”.

Su quest'abilità ci sarebbe moltissimo da obiettare, ma non è questo il punto. Il punto è che Mieli attribuisce questa incapacità a una tara ereditaria: “Difetto che il Pds prima, Ds e Pd poi hanno ereditato dal Pci”. Che lui spiega così: “Il Partito comunista italiano, consapevole di questa propria carenza che lo faceva diverso da tutti gli altri partiti socialisti europei, si è sempre sottratto all'impegno di edificare uno schieramento alternativo idoneo a sfidare gli avversari sul terreno della competizione elettorale. Il partito della falce e martello optava in genere per grandi alleanze e grandi compromessi (giustificati, volta per volta, da una qualche emergenza) così da essere dispensato dal doversi cimentare in quel genere d'impresa”.

L’osservazione critica calata nel contesto storico-politico nazionale e internazionale, da cui totalmente prescinde, nel quale operò il Pci è una vera e propria falsificazione storica. Non si era, allora, solo in un’altra epoca ma in un altro mondo. Ciò vale per i comunisti italiani ma varrebbe anche per tutti gli altri partiti democratici scaturiti dalla Resistenza e dalla Guerra di Liberazione nazionale se fossero loro ad essere sotto osservazione.

La critica di Mieli è puerile, per due ragioni, essenzialmente. La prima è che il Pci propugnava, nell’ambito dei princìpi, dei precetti e dei valori della Costituzione, una trasformazione sociale talmente profonda che aveva bisogno di alleanze sociali e politiche assai larghe per essere conseguita. Il famoso 51% in parlamento non sembrava adeguato alla bisogna. Di qui la proposta belingueriana nel 1973 di “un nuovo grande compromesso storico” rivolto alla Dc ma anche agli altri partiti antifascisti della sinistra laica; di qui la prospettazione di una seconda tappa della “rivoluzione democratica e antifascista” che avrebbe dovuto realizzare il dettato costituzionale rimasto incompiuto.

La seconda è che quelle alleanze erano più che mai necessarie anche per superare la conventio ad excludendum dall’area di governo, vigente per ragioni di collocazione internazionale dell’Italia nel blocco occidentale ai tempi della divisione dell’Europa e del mondo (Cile docet) in sfere d’influenza contrapposte. Per questa condizione nazionale, anche se non solo per questo, la capacità coalizzatrice della Dc fu più efficace, ma, alla lunga, anche occlusiva di una “democrazia scorrevole” ambita da Moro. Certo, a metà degli anni ’70, anche la situazione emergenziale del Paese, crisi economica (inflazione a due cifre) e terrorismo rosso e nero dilagante, furono gli agganci concreti di cui il Pci si fece forza per riproporre pressantemente quella strategia di ampie alleanze, ma essi s’inserivano in una visione trasformatrice ben più forte, radicata in un’analisi storica e politica non superficiale della società italiana.

Si può e si deve discutere in sede storica se quell’impostazione comunista fosse giusta o meno, se ne possono e devono discutere tutti i passaggi applicativi, ma non si può prescindere, come fa Mieli, dalle sue motivazioni e immiserirle riportandole a un piano puramente e pavidamente elettoralistico. Tanto più che per i comunisti italiani le sfide elettorali a tutti i livelli, insieme all’iniziativa politica e alle lotte sociali e culturali cui venivano a intrecciarsi, erano verifica costante della bontà e dell’incisività dell’azione politica che, nonostante fosse fuori dalla stanza dei bottoni ministeriali, conseguì risultati notevoli nei primi decenni repubblicani.

Altro che pavidità! Inoltre, va aggiunto, non come argomento secondario, che quell’impostazione fu sconfitta dallo scatenarsi non solo delle resistenze conservatrici e reazionarie nella società, ma, risolutivamente, dalle trame antidemocratiche interne e internazionali (servizi segreti pidduisti in Italia, e stranieri) che con il rapimento e l’uccisione di Moro arrivarono ad attuare un vero e proprio colpo di stato tramite le eterodirette BR. Senza contare lo stillicidio delle stragi fasciste e del terrorismo rosso e nero. La lotta contro i comunisti e la democrazia negli “anni di piombo” fu cosa orrenda e sanguinosa, lastricata di morti innocenti.

Nella visione dei comunisti il concetto di alternativa era incentrato soprattutto sui contenuti politici e sociali. Tanto più profondi e impegnativi essi erano e tanto più largo doveva essere lo schieramento politico e sociale progressista che li perseguiva. Tutto cio, poi, non sarebbe bastato senza le lotte sociali e politiche guidate dai comunisti e dai socialisti. Esse non furono una passeggiata. Basterebbe ricordare il sangue versato nelle lotte dei lavoratori negli anni ’50 e ’60, nell’occupazione delle terre incolte nel Meridione come nella difesa delle fabbriche dalla smobilitazione. Poi, negli anni ’70, le lotte per il lavoro, per la casa, per la sanità, per i trasporti per i servizi sociali in genere, per i diritti civili. Prescindere da tutto ciò per ridurre una storia grande drammatica a un discorsetto elettorale e di alleanze fra partiti è cosa riprovevole, cui si unisce il disgusto quando, come fa Mieli, si vogliono ricondurre le insufficienze politiche del Pd al Pci.

I successori del Pci (Pds, Ds, Pd) sono nati, come ci hanno tenuto a dire i diretti interessati (Occhetto, D’Alema, Veltroni, Fassino e tantissimi altri e altre), nella discontinuità. Il declino della sinistra di cui sono stati attori è tutto opera loro. Mieli che all’epoca aiutò l’operazione e salutò la discontinuità come una liberazione, dovrebbe ricordarselo e assumersi anche qualche responsabilità ancorché esterna. Non guasterebbe. Invece, chiama in ballo il Pci! Per degli storici seri la cosa è di una comicità senza pari.

Per degli storici, non per Mieli. Almeno in questo caso.

 

 

 

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1897. Storia di un Riscatto

Lorenzo Rossomandi. 1897 Storia di un Riscatto

1897 STORIA DI UN RISCATTO Lorenzo Rossomandi 350 minRecensione di Rossana Germani*

Un libro?
Un romanzo?
Un romanzo storico?
Un romanzo storico con una vena passionale?
Un romanzo sul riscatto e sull’emancipazione femminile?

È un po’ di tutto.

È un romanzo storico scritto con dedizione, con una ricerca di fonti difficili da reperire e cucite, rilegate e ricamate insieme grazie ad una vena poetica che solo chi ha una spiccata sensibilità d’animo riesce a far fondere.

L’autore è Lorenzo Rossomandi ed è un uomo che non pensa solo al suo orticello. Ha un senso del vivere in comunità che lo porta ad interessarsi dei fatti e dei problemi apparentemente altrui.

Nel suo paese adottivo, Quarrata, nelle colline toscane del Montalbano, vede riaffiorare un problema legato al vecchio ospedale Caselli che fu un’isola felice per molti anziani del posto e decide di attivarsi per non lasciarlo privatizzare e decadere. Poi si informa, fa ricerche, chiede, prende appunti e comincia a scrivere. Scrive, mette insieme pezzi di storia, di storie, di vicende, arricchisce il tutto con un po’ di fantasia che di certo non gli manca e poi…poi chiude tutto in un cassetto.

Un giorno, però, apre quel cassetto perché pensa che quella storia debba essere portata a conoscenza, debba essere ricordata e vissuta con la lettura per capire, per far capire che si cresce insieme nella società. Se cresce il benessere anche degli ultimi, cresce il benessere collettivo. Fa riflettere sul fatto che i diritti acquisiti debbano essere sempre tenuti sotto osservazione: bisogna sempre vigilare, vigilare, vigilare affinché non ci vengano piano piano sfilati da sotto il naso senza che ce ne accorgiamo. E ci invoglia ad opporci alle cose sbagliate:

«Vorrei che Martina potesse rappresentare ciò che ogni italiano di oggi dovrebbe essere. Una persona che con forza ed energia si opponga alle errate consuetudini che rovinano il nostro vivere quotidiano, e che con forza, caparbietà e profondo senso civico decida di cambiare le cose. Con forza, caparbietà e profondo senso civico decida di cambiare le cose».

E così Lorenzo, dopo aver conosciuto quasi per caso Cristina Galardini che gestisce con il compagno Bruno De Stephanis una piccola casa editrice, si fa coraggio e apre quel cassetto. Propone il suo libro che piace subito e subito viene pubblicato.LorenzoRossomandi 390 min

Più di 120 anni fa un ricco imprenditore fa un lascito al comune di Tizzana (odierna Quarrata) di ben 50.000 lire oltre ad un appezzamento di terreno per far realizzare un ospedale destinato agli anziani bisognosi del paese in modo da far vivere loro, serenamente e dignitosamente, l’ultimo percorso di vita.
Nel libro l’autore racconta tutta la vicenda arricchendola di un intreccio di amori e passioni e legandola alla situazione delle donne di quel tempo.

Le donne…
Quante ne hanno passato e subito le donne da sempre! Fin dalle epoche più remote le donne sono state considerate come degli oggetti e ritornando al libro, l’autore ci descrive bene la condizione della donna in quel periodo: un cavallo valeva quasi più di lei. Lavoravano senza riposo e senza alcuna considerazione e rispetto da parte degli uomini, dei propri mariti e dei propri padri.

L’autore, attento ai problemi delle donne, riporta, nel suo “1897 Storia di un riscatto”, la storia vera del riscatto, appunto, di quelle donne che, grazie alla contessa Gabriella Rasponi Spalletti, acquistano una dignità e un rispetto prima loro negato.
La contessa, moglie di un senatore di Roma, appena poteva evadere dalla capitale, andava a passare un po’ di tempo lì, a Quarrata, nelle colline toscane, vicino a Vinci, e, grazie all’incontro con una bambina – dagli occhi della quale l’autore decide di farci conosce la realtà delle donne del posto – si adopera coinvolgendo anche due preti per realizzare una scuola di Filet a Módano in cui lavoreranno quelle donne, creando un modello sociale mai avuto in precedenza.
La contessa ha poi continuato la sua missione di vita nella Capitale con varie associazioni per l’emancipazione femminile e creando nel 1903 il Consiglio Nazionale delle Donne Italiane.GabriellaRasponiSpalletti 350 min

Ecco, con questo suo primo libro Lorenzo Rossomandi, autore emergente che farà sicuramente parlare di sé, contribuisce a formare una visione della vita più ampia, aperta ai cambiamenti incidendo l’anima di chi legge.
Letto senza interruzioni e riletto a distanza di pochi giorni per apprezzare e cogliere meglio i particolari che normalmente nella prima lettura sfuggono, soprattutto se si ha fretta di arrivare alla fine, è un libro a cui io do un valore aggiunto perché scritto da un uomo. È un libro che mette le ali soprattutto se chi legge è donna e sente vicini i problemi delle donne che, purtroppo, ancora oggi non sono di poco conto. Ho sempre pensato, e credo di non sbagliarmi, che siamo ciò che facciamo, ciò che riceviamo, siamo il risultato delle esperienze che viviamo, delle conoscenze che abbiamo acquisito, delle interazioni, delle vicende che ci accadono, delle emozioni e delle moltitudini di vite che riusciamo ad assimilare in noi e a vivere grazie ai libri che leggiamo.

Un ringraziamento doveroso alla casa editrice Temperatura che, anche se forse non è molto conosciuta, sta dando spazio a scrittori che meritano un successo di tutto rispetto.

Nella speranza di leggere presto un suo nuovo libro, ringrazio Lorenzo Rossomandi per la sua particolare attenzione ai problemi delle donne e, in generale, delle persone più deboli.

 

Pubblicato su Ciessemagazine il 20 giugno 2020
*Rossana Germani fa parte della redazione di CiesseMagazine e per essa cura anche la rubrica di cultura, libri e poesia.

 

"1897. Storia di un riscatto" di Lorenzo Rossomandi. Temperatura Edizioni. Costo: Cartaceo euro 15,00
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Martelli dimentica soprattutto la storia degli anni '70

Già sulla nascita del fascismo commette un errore storico

Claudio Martelli Bettino Craxi 390 mindi Ermisio Mazzocchi - Claudio Martelli non mi ha convinto e non condivido alcune affermazioni fatte da lui in occasioni del convegno "Crisi della politica" svoltosi a Veroli mercoledì 22 luglio.

Sostenere che il fascismo, costituito subito dopo la prima guerra mondiale, sarebbe sorto per responsabilità dei socialisti massimalisti Gramsci, Bordiga, Mussolini, è un errore storico e accomuna personaggi che hanno avuto storie e fatto scelte diverse.
Gli avvenimenti che portarono al potere il fascismo ebbero tutt'altra origine.

Alcuni partiti, tra i quali il PSI, fecero un'analisi errata di quanto avveniva negli anni successivi alla Prima guerra mondiale.
Quegli eventi richiederebbero una più profonda trattazione benché già abbondantemente esaminati nella storiografia, in particolare da De Felice, Martelli, Spriano e da altri autorevoli studiosi, che molti farebbero bene a studiare.
Qui basta dire che proprio sulla prospettiva del movimento operaio vi fu la rottura al Congresso di Livorno nel 1921 tra le diverse aree del PSI, tra cui quella guidata da Gramsci, che in seguito fondò il PCd'Italia.

Per comprendere questi avvenimenti si deve tenere conto che l'ala sinistra del PSI si era consolidata in una struttura che poteva essere considerata di fatto già un partito.
La frazione comunista si era costituita a Milano il 15 ottobre con la pubblicazione di un manifesto-programma che si poneva in contrasto sia con i riformisti che con i massimalisti.
Il documento era stato sottoscritto da Bordiga, Gramsci, Misiano e Terracini.
Le due principali anime della componente comunista erano il gruppo torinese legato al periodico Ordine Nuovo guidato da Gramsci e quello legato al settimanale Il Soviet di Napoli, guidato da Bordiga.
In quanto a Mussolini egli era stato già espulso dal PSI dal 1914 perché sostenitore dell'intervento in guerra e successivamente fondò il Partito nazionale fascista nel 1921. Nulla, pertanto, ebbe a che vedere con il PSI post-guerra.

Come si può constatare le affermazioni di Martelli sono prive di fondamento storico.
Stupisce ancora di più la sua ricostruzione politica degli anni successivi alla costituzione del centro-sinistra, quando il PSI elesse come segretario Craxi.
Nel suo intervento Martelli afferma che il progresso di quegli anni fu merito dei partiti di governo DC-PSI-PSDI-PRI-PLI, dimenticando di citare il PCI che ebbe un ruolo fondamentale nella ricostruzione del Paese e nella conquista dei diritti dei lavoratori e di quelli sociali.
Gli anni '70, come anche quelli precedenti - basti pensare alla riforma della scuola media unificata (1963), alla costituzione dell'Enel (1962) - furono forieri di significative conquiste sociali, Statuto dei lavoratori, legge sul divorzio, legge sull'aborto, Servizio sanitario nazionale (1978), cui contribuì in modo determinante il PCI, proteso sempre a ricostruire un'alleanza della sinistra.

Martelli non fa nessun riferimento a questo periodo storico del paese e al ruolo del PCI, condividendo il pensiero politico di oggi, che vuole cancellare il PCI, da cui hanno tratto vita in questi ultimi anni gran parte dei partiti e la cultura di sinistra, dalla storia del Paese.
Non riconoscendo queste origini e rimuovendole dalla memoria storica si commette oggi un errore con conseguenze dannose, perché si priva la politica di riferimenti essenziali che fanno parte della tradizione culturale del nostro Paese.
Senza di essi e senza un loro riconoscimento non sarebbe possibile concepire l'esistenza di quei partiti che si richiamano ai valori cattolici, comunisti e laici.

E tutto questo lo si deve a uomini come Gramsci e Don Sturzo, certo lontani nel tempo, ma attuali per il loro pensiero culturale - politico, a Nenni, a Saragat, a Spadolini, per giungere a Berlinguer e a Moro.
Oggi abbiamo bisogno - si dovrebbe dire a Martelli - di rinsaldare sempre più i contenuti di una politica che deve superare la crisi di identità dei suoi partiti. Quella crisi ebbe un inizio ben preciso quando si giunse al dissolvimento dei partiti di governo a causa di tangentopoli, che investì inesorabilmente la DC e il PSI.

Il PCI uscì immune da quella tempesta e fece altre ben note scelte.
Quelle ferite non sono ancora sanate.
Si potrà ridare vigore a quei valori di solidarietà, di giustizia sociale e ai diritti solo se ci sarà la definizione di una chiara identità dei partiti e il riconoscimento delle proprie origini senza le quali essi appaiono figli di ignoti.
I partiti della sinistra dovranno perseguire questa via e conseguire tale obiettivo.

Martelli non può ignorare che quella identità non può non passare per tutta la storia della sinistra e che dovrà tenere conto di quelle forze come il PD, da lui mai citato, che oggi sono gli eredi di quella storia.
Pertanto è importante che lo stesso PD non disconosca le proprie origini e rinneghi quei principi e quegli ideali per i quali uomini come Gramsci e Moro hanno combattuto e perso la vita.

24 luglio 2020 Ermisio Mazzocchi

 

 

 

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Storia del caso "Certosa di Trisulti"

Il pasticciaccio della Certosa di Trisulti

stopBannon 390 mindi Paola Rolletta - La Certosa di Trisulti, un presidio monastico di 800 anni, incastonato nei Monti Ernici in Ciociaria, è diventato oggetto di inchieste giornalistiche, denunce, interrogazioni parlamentari e banchi di tribunale da quando i monaci cistercensi l’hanno abbandonata. Patrimonio monumentale di proprietà demaniale dal 1879, la Certosa, insieme ad altri beni dello Stato, è stata messa a bando dal Ministero dei Beni e delle attività culturali e del Turismo (Mibact) per essere data in concessione.

La Certosa di Trisulti fu donata ai cistercensi di Casamari nel 1947 e qui fu istituito un centro di spiritualità e di diffusione della tradizione erboristica monastica. All’inizio del processo, erano rimasti solo quattro monaci, anziani e malati, il cui destino era quello di tornare al loro convento d’origine e la Certosa sarebbe tornata sotto la protezione dello Stato. Il languore soffocante dei grandi ordini religiosi medievali sta lasciando un vuoto che è molto difficile da colmare nel patrimonio monumentale sacro e reso di proprietà pubblica.

Per evitare la decadenza e non avere la capacità economica di garantire il mantenimento di questo patrimonio (per lo più consegnato agli ordini religiosi), la concessione dei beni è stata la possibile strategia trovata dallo Stato.

Infatti, con il decreto del 6.10.2015, il Mibact ha disposto la concessione in uso a privati di beni immobiliari del demanio culturale. Le concessioni sono riservate alle associazioni e fondazioni, di cui al libro I del codice civile, dotate di personalità giuridica ed in possesso dei seguenti requisiti:

a) previsione, per legge o per statuto, dello svolgimento di attività di tutela, di promozione, di valorizzazione o di conoscenza dei beni culturali e paesaggistici;

b) documentata esperienza almeno quinquennale nel settore della collaborazione per la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale;

c) documentata esperienza nella gestione, nell’ultimo quinquennio antecedente la pubblicazione dell’avviso pubblico, di almeno un immobile culturale, pubblico o privato, con attestazione della soprintendenza territorialmente competente di adeguata manutenzione e apertura alla pubblica fruizione.

L’aggiudicazione in concessione è disposta secondo il criterio dell’offerta economica più vantaggiosa, tenuto conto del progetto di restauro indicante le misure e gli interventi che il proponente si obbliga a realizzare, il preventivo delle spese etc.. Il tutto in base ad un piano economico-finanziario, asseverato da primario istituto creditizio, che dimostri la sostenibilità economico-finanziaria della gestione. Vanno altresì specificati dal proponente, il prezzo dell’eventuale biglietto di ingresso e l’ammontare del canone proposto, rispetto a quello, indicato dal Ministero, costituente la base d’asta.

L’IRREMOVIBILE ABATE

“I monaci erano anziani e erano stati richiamati a Casamari”, ci racconta l’ex Segretario generale del Mibact, Antonia Pasqua Recchia. “Ricevevo continue lettere perché volevano lasciare la Certosa. Li ho pregati di resistere almeno un altro anno per fare in modo di trovare le risorse umane e finanziarie per il recupero e la valorizzazione. Ma l’abate di Casamari, dom Eugenio Romagnuolo, è stato irremovibile”.

La Certosa soffriva di degrado. Anche il bosso dello splendido giardino all’italiana con le palme, a ricordare i punti cardinali della Gerusalemme celeste che prese il posto dell’hortus conclusus originario, si era ammalato. Numerosi cittadini si erano fatti portavoce dell’urgenza di intervento ministeriale, ma senza risposta. Così come rimase senza risposta l’interrogazione parlamentare di Nazzareno Pilozzi (Gruppo Misto) di luglio 2014 che chiedeva al ministro Dario Franceschini di intervenire urgentemente perché la struttura rischiava di subire danni irreparabili. “L’intero complesso nonostante la carenza di politiche volte a sviluppare i flussi turistici ospita annualmente 100.000 turisti da tutto il mondo. La grandiosità del complesso meriterebbe una valorizzazione pianificata e professionale, in concerto con le istituzioni locali”.

ALL’INCANTO, VINCE CHI BARA

Il Mibact, a guida Dario Franceschini, risponde alle istanze includendo la Certosa di Trisulti in un bando pubblico lanciato nell’ottobre del 2016: base d’asta 14 mila euro. I tempi strettissimi per l’invio del progetto spaventano le associazioni locali interessate alle sorti della Certosa. Rispondono solo due associazioni: la Dignitatis Humanae Institute che offre 100 mila euro, e l’Accademia Nazionale delle Arti di Petroro, che, però, non invia la documentazione sollecitata dal Mibact poiché il suo presidente, Massimiliano Muzzi, viene arrestato per frode fiscale nel maggio del 2018.

Il Mibact aveva formato una commissione multidisciplinare per la raccolta e l’analisi della documentazione. La DHI vince la gara proponendo un progetto di restauro per 1,9 milioni di euro distribuiti in 19 anni (100 mila euro l’anno), mantenendo la struttura aperta al pubblico con un biglietto di ingresso da 3 euro. Il piano economico finanziario prevede un costo complessivo di gestione di 403 mila euro all’anno (di questi 100 mila per il canone versato allo Stato e 100 mila per i lavori di restauro) a fronte di un ricavo variabile tra i 425 mila e i 575 mila euro.

A ben vedere, dopo l’approvazione della graduatoria, che vedeva la DHI aggiudicataria della concessione – intervenuta con decreto del 16 giugno del 2017 – il Ministero richiedeva alla DHI la documentazione a comprova dei requisiti dichiarati in fase di partecipazione. Ma qualcuno al Mibact si è “distratto” e non ha controllato la veridicità della documentazione.

Durante il lavoro della commissione, già erano note le critiche contro la DHI che già nel 2015 aveva tentato di “accaparrarsi” la Certosa usando influenze politiche e vaticane. Infatti, la DHI annovera tra i suoi sostenitori/fondatori vari cardinali (tutti appartenenti alla frangia anti papa Bergoglio) come il cardinal Renato Martino e il cardinale Raymond Burke. Tra i membri del board, personaggi politici come Rocco Buttiglione e Luca Volonté, e la foto di Steve Bannon nel website della DHI a sigillare il patto con tutti i membri del board, fra cui anche l’abate di Casamari, dom Eugenio Romagnuolo.

CONTRATTI, VERBALI E DISTRAZIONI

Il 14 febbraio 2018, il Polo Museale del Lazio firma il contratto di concessione per 19 anni con un canone annuo di 100 mila euro con la DHI, con l’impegno di finalizzare com il verbale di consegna entro 30 giorni. Continuano le critiche di numerosi esponenti della società civile che non capiscono come si possa dare in concessione la Certosa ad un’associazione senza i requisiti necessari e addirittura dichiaratamente anti papa Francesco. La DHI, anche senza la finalizzazione del contratto, comincia da subito a fare cassa vendendo i biglietti per la visita a 5 euro, quasi il dopo rispetto alla cifra (3 euro) inserita nel progetto.

Numerose inchieste giornalistiche hanno denunciato fin da subito le incongruenze e la falsità della documentazione presentata dalla DHI. Oltre ad un piano finanziario molto modesto, l’asseverazione bancaria dell’agenzia di Gibilterra della Jyrske Bank, non garantisce neanche l’adeguata capacità finanziaria della DHI. Soprattutto, la mancanza della personalità giuridica e l’altro requisito principe del bando: aver gestito per un quinquennio prima del bando un bene pubblico o privato, aperto al pubblico e di competenza della Sovrintendenza dei Beni Culturali. Al sollecito inviato dalla commissione, la DHI ha presentato il contratto di gestione, a firma dell’abate di Casamari, del piccolo museo di Civita di Collepardo. Ma quel museo non è mai esistito! L’abate di Casamari, dom Eugenio Romagnuolo, aveva ricoperto il ruolo di vicepresidente della DHI, per poi essere membro del board dell’associazione fondamentalista cattolica.

I legami della DHI con la frangia anti papa Francesco; le notizie su finanziamenti occulti della DHI; e soprattutto la presenza di Steve Bannon – l’ex stratega del presidente americano Donald Trump – con i suoi piani eversivi, hanno fatto marciare, il 29 dicembre 2018, migliaia di cittadini e hanno spinto deputati, tra i quali Nicola Fratoianni di LeU, a fare un’interrogazione parlamentare. Ma il Polo Museale del Lazio il 29 di gennaio del 2019 firma il verbale di consegna del bene monumentale della Certosa di Trisulti alla DHI. Tecnicamente, escono definitivamente i monaci cistercensi di Casamari e entra ufficialmente la DHI (che in realtà già faceva affari dentro la Certosa e il Mibact non poteva non saperlo).

LA BIZZARRA NOMINA IN BIBLIOTECA

Il complesso monumentale di Trisulti contempla anche una biblioteca statale con oltre 35.000 libri fra cui preziossimi incunaboli. La biblioteca statale non rientra nella concessione, vi lavorano funzionari del Mibact. Curiosamente, appena dopo la firma del verbale di consegna, il Ministero nomina quale conservatore della Biblioteca statale l’abate di Casamari, dom Eugenio Romagnuolo, membro della DHI, alla quale aveva dato in concessione la Certosa. Quest’ultimo nomina come direttore don Alberto Coratti, sempre dell’abbazia di Casamari. Dopo la morte di Romagnuolo, ad aprile 2020, Coratti ricopre entrambe le cariche.

MARCIA SU TRISULTI

Comunità Solidali, un gruppo di associazioni locali, lancia una petizione per la raccolta di firme contro la concessione alla DHI e le consegna al ministro Alberto Bonisoli (M5s), il quale dichiara la volontà del suo dicastero di vigilare sulla destinazione della Certosa di Trisulti. Il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, esprime contrarietà all’insediamento nel complesso di Collepardo di qualsivoglia Accademia o Scuola di formazione sovranista benedetta dal guru americano Steve Bannon.

A questo punto, la Procura regionale della Corte dei Conti del Lazio apre un fascicolo d’indagine per accertare se vi sia stato un danno erariale, oltre che d’immagine, per lo Stato italiano. Anche la Procura della Repubblica di Frosinone dà avvio alle indagini.

Il ministro Bonisoli, dopo aver sentito il parere dell’Avvocatura dello Stato annuncia, il 31 maggio 2019, l’avvio della procedura dell’annullamento della concessione in autotutela poiché la DHI non aveva i requisiti richiesti dal bando. E annuncia anche un’ispezione interna al Ministero.

Il 16 ottobre il ministro Dario Franceschini, tornato al Mibact, finalizza il procedimento con il decreto che annulla la concessione alla DHI che ricorre al Tar di Latina. Intanto continua il degrado della Certosa: crolla il tetto della Foresteria, infiltrazioni ovunque e volano le tegole degli altri edifici del complesso. La concessione prevede i lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria del bene, ma la DHI non ha mai speso un centesimo. Il Polo esegue i lavori di riparazione dei tetti e finalizza, nel 2020, i lavori di restauro della Sala del Capitolo, con i denari raccolti tra la cittadinanza con l’Art Bonus (101 mila euro) e un finanziamento della Regione Lazio (100 mila euro), nel 2016.

CHI HA PAURA DI TRISULTI?

Nel frattempo, all’inizio di dicembre la DHI riceve anche un’ordinanza di sfratto per mancato pagamento del canone. Il Tar di Latina, nell’udienza di metà dicembre 2019, dà la sospensiva. Il Mibact ricorre al Consiglio di Stato, il quale rimanda alla decisione del Tar. La DHI rimane alla Certosa anche durante l’emergenza sanitaria. Nel frattempo, dodici associazioni del territorio decidono di intervenire ad opponendum nel procedimento ma, a maggio 2020, il Tar le esclude e pronuncia una sentenza a favore della DHI – che nel frattempo ha pagato in extremis il canone del 2019 – poiché il Mibact, secondo il Tar, è intervenuto a seguito di una resipiscenza giudicata tardiva e immotivata.

E mentre il Mibact decide di ricorrere al Consiglio di Stato, Benjamin Harnwell, il presidente della DHI, riceve l’avviso di fine indagini preliminari: la Procura della Repubblica di Roma lo accusa di falso e turbativa d’asta.

La Certosa di Trisulti è diventata un simbolo e merita un’operazione verità, da attuarsi al più presto. Non tanto per esprimere giudizi o censire i “buoni” e i “cattivi”, quanto piuttosto per chiarire la politica culturale del nostro bellissimo Paese.

 

Certosa di Trisulti

Fotografie di Paola Rolletta
 
 Pubblicato su http://www.emergenzacultura.org

 

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Ceccano. La biblioteca: sua storia e futuro base di confronto?

Interrogativi nel groviglio del centrosinistra di Ceccano

InaugurazBiblioteca 1981 370 mindi Angelino Loffredi - In questo ultimo periodo vedo, il già sindaco Maurizio Cerroni, impegnato, attraverso il sito unoetre.it, a ricostruire gli anni del suo impegno amministrativo. Finora ha pubblicato 5 articoli riguardanti attività, clima politico e realizzazioni avvenute.

Il lavoro che sta disegnando rende giustizia non solo a chi con lui partecipò a quelle realizzazioni ma è anche utile alle nuove generazioni per conoscere un periodo che rischia di essere dimenticato.

Cerroni ha riservato il suo ultimo intervento alla penosa condizione in cui da tempo si trova la Biblioteca comunale, riportando anche momenti salienti legati alla sua realizzazione. Ha fatto bene, e ritengo giusto partecipare e sostenere con spirito critico questo impegno, ricordando che ebbi l’onore di inaugurarla l’8 dicembre 1981, alla presenza di un folto numero di cittadini, e accompagnata da altre iniziative ( Mostra del Ferro Battuto allestita dal maestro D’Ambrosi e concerto del maestro De Santis). Per completare le attenzioni riservate alla stessa mi permetto inoltre, di invitare, per far conoscere difficoltà, impegni e progetti, alla lettura di un articolo da me scritto alcuni anni più tardi, collegandosi a https://www.loffredi.it/biblioteca-comunale.html
L’articolo di Maurizio Cerroni non ha sollecitato solo la memoria di molti ma, involontariamente, ha messo di fronte anche il presente con la sua straripante confusione politica, non solo cittadina.

Una settimana fa anche Valentino Bettinelli ha scritto sulla incredibile condizione in cui versa la Biblioteca, e già nel mese di ottobre 2019 , aveva posto all’attenzione dei Ceccanesi l’amara questione, rilevando situazioni ed esternando considerazioni simili a quelle espresse ora da Cerroni. Conoscendo le idee di ambedue, sono sicuro che se allargassero il discorso sull’utilizzo degl’immobili comunali, della loro messa a sistema e sulla predisposizione di una piattaforma culturale, le loro posizioni potrebbero essere coincidenti.

Allora la domanda che mi pongo è: perché anche quando si pensa alla stessa maniera ci si ignora e si marcia divisi?
Ostinatamente seguito a pensare, e credo di non essere il solo, che non debbono essere le rivalità e ambizioni personali ma le idee ed i programmi a costituire la centralità dell’agire politico e lo strumento attraverso il quale si stabiliscono accordi politici ed alleanze elettorali fra formazioni politiche appartenenti alla stessa area.

Perché allora ignorarsi e non invece confrontarsi liberamente alla luce del sole?

Ceccano 11 giugno 2020

 

 

 

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Anita Tarquini e la storia di 3 donne durante Covid 19

Stiamo uscendo dall’emergenza sanitaria. ma cosa lascia alle nostre attività lavorative?

donne COVID 19 390 minLa Segretaria territoriale Uil Anita Tarquini ha raccolto le testimonianze di tre donne in carriera ciociare
Stiamo uscendo dall’emergenza Coronavirus, che cosa lascia nelle nostre realtà lavorative? Abbiamo intervistato la Segretaria Territoriale della UIL Frosinone Anita Tarquini che ha raccolto le sensazioni e stati d'animo di tre delle donne in carriera oggetto dell’inchiesta fatta a gennaio, tre storie diverse ma difficoltà simili per Tiziana, Tamara e Maria Rita durante l’emergenza sanitaria.

“Le prospettive sono terribili, il futuro tutt’altro che roseo, almeno ad oggi”. Parla così Tiziana del suo negozio di vendita di computer e assistenza informatica, rimasta aperta anche durante il lockdown come il codice Ateco imponeva: “Sarebbe stato meglio rimanere chiusi perché non abbiamo visto alcun cliente in queste settimane, il fatturato è stato pari a zero, ed essendo stati aperti, non rientriamo nelle categorie che fanno parte di quelle per le quali lo Stato ha previsto degli aiuti”.

Dunque oltre al danno, dunque, la beffa che si è fatta ancor più pensate per altri aspetti: “A soffrire più di ogni altro è stato mioUilFrosinone 350 min figlio che ho dovuto blindare a casa, con una baby sitter visto che anche mio marito è stato costretto a lavorare. Per tutelarlo abbiamo dormito in stanze separate, una sofferenza ulteriore per lui e per tutti noi”. Dal punto di vista economico si prevedono tempi duri: “Fatturato nullo a fronte di bollette e altre spese che sono arrivate puntualmente. Ad oggi ho ricevuto solo i 600 euro che non sono sufficienti neanche a pagare un mese di affitto. Neanche il bonus baby sitter è stato saldato. Abbiamo fatto assistenza in remoto che in termini economici non ha portato nulla. Per noi poi, adesso, parte un periodo, quello estivo che usualmente è poco producente e porterà ad un altro calo del fatturato. L’unica strada – conclude Tiziana – è quella di stringere i denti e sperare”.

Tamara è nel campo della vendita del caffè, un’attività che stava spiccando il volo prima dell’onda Covid-19 e l’inevitabile stop: “Le criticità – racconta – sono state diverse: macchine del caffè rimaste ferme negli uffici, chiusura per dieci giorni, durante le settimane di picco. Abbiamo sofferto un po' non potendo servire neanche la nostra clientela consolidata. Ovviamente ci sono state delle perdite anche se non irreparabili. Ho tenuto mia sorella a casa assorbendo l’intero turno giornaliero. Tutto sommato possiamo dire di aver retto bene l’urto e ora speriamo di poter riprendere l’attività in pieno. Siamo pronti ad approdare sul web – sottolinea Tamara – e ampliare il nostro bacino d’utenza oltre i confini regionali e perché no anche nazionali”.

Maria Rita, ispettore Forestale per enti internazionali ed italiani che si occupano di rilasciare certificazioni specifiche per aziende del settore legno, vive in Lombardia, regione a rischio: “Ricominciare a lavorare girando per le varie aziende (del settore legno e carta) in cui effettuo i miei controlli – spiega – è stato un po’ problematico. Ho ripreso il 4 maggio ma sia io che i referenti delle ditte con cui interagisco durante i miei audit, abbiamo convenuto quanto sia paradossale e decisamente un po’ “complicata” la situazione, considerando che, portando obbligatoriamente le mascherine, non è possibile neanche vedersi in viso e le sue espressioni, aspetto fondamentale nel mio lavoro. C’è un senso di prudenza diffuso, ovunque saponi igienizzanti per le mani, guanti in dotazione, regolamenti per il “COVID” affissi nelle aziende, riunioni effettuate con pochi presenti e tutti a distanza, saluti da lontano fatti con un cenno del capo e c’è anche, fra tutti, il pensiero comune di un “chissà se tutto andrà bene e quando?”.

 

 

 

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