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Enzo Tortora, storia di malagiustizia

enzotortora 350 mindi Antonella Necci - Storia di un uomo onesto. Sono le 4 di mattina del 17 giugno 1983 quando i carabinieri del Reparto Operativo di Roma bussano alla stanza dove riposa Enzo Tortora all’Hotel Plaza, lo dichiarano in arresto e lo ammanettano. Tortora non riesce a spiegarsi il perché: non ha commesso illeciti e ha sempre rispettato la legge. Gli sta crollando il mondo addosso, senza che ne comprenda il motivo. Quando lo chiede ai carabinieri riceve una risposta netta: traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico.

Enzo Tortora è uno dei volti più noti della Rai. Conduce Portobello, trasmissione da lui creata che da anni tiene incollati gli italiani allo schermo, raggiungendo anche picchi da 26 milioni di telespettatori. È l’uomo del momento, più di quando aveva condotto il Festival di Sanremo nel 1959 o di quando, negli anni Sessanta, aveva trasformato La Domenica Sportiva in una trasmissione di culto. Il suo arresto scuote l’opinione pubblica, che ha sempre considerato Tortora un uomo perbene, l’anfitrione di tante serate passate davanti al televisore. Gli addetti ai lavori e i colleghi inizialmente non si sbottonano, vogliono capire i contorni della vicenda e leggere le accuse, che quando vengono comunicate, appaiano schiaccianti, impossibili da smontare. Ma non sempre le cose sono come sembrano.

Tortora è coinvolto in un’indagine che porta all’arresto di oltre 850 persone collegate alla Camorra e le accuse a carico del presentatore si basano sulle dichiarazioni di ben 19 pentiti. Tra questi spicca il nome di Pasquale Barra, ‘o animale, legato alla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo e noto per la ferocia dei suoi omicidi. In particolare viene ricordato per il metodo tremendo usato per uccidere il boss della malavita milanese Francis Turatello. Durante un agguato nel carcere di Nuoro, Barra infatti accoltella Turatello, poi gli estrae gli organi interni e ne azzanna il cuore. Sembra surreale che un uomo come Enzo Tortora possa essere associato a personaggi del genere, eppure se a parlare non è una, ma addirittura 19 persone, deve esserci un fondo di verità.

Oltre alle parole dei pregiudicati, è soltanto una la prova materiale che porta all’accusa di Tortora: l’agendina trovata nell’abitazione del camorrista Giuseppe Puca, detto ‘o Giappone. All’interno, a penna e con grafia confusa si trova un numero di telefono con sotto il nome: Tortora. Il conduttore, portato a Regina Coeli, resta in carcere sette mesi e come racconta in una delle sue lettere viene sistemato in una cella di pochi metri insieme ad altre sette persone. L’unico appiglio per non impazzire è scrivere alla sua compagna, Francesca Scopelliti. In una di queste, poco dopo l’arresto, dice: “È stato atroce, Francesca. Uno schianto che non si può dire. Ancora oggi, a sei giorni dall’arresto, chiuso in questa cella 16 bis, con altri cinque disperati, non so capacitarmi, trovare un perché. Trovo solo un muro di follia. Mi verrebbe da ridere, amore, se la cella non fosse vera, le manette autentiche, le notizie emesse sul serio. È come se mi avessero accusato di avere ucciso mia madre, e dicessero di averne le prove”. Quando scrive queste parole, Tortora non è ancora a conoscenza del caos che il suo arresto ha scatenato fuori dalla sua cella.

La Rai, per cui ha lavorato anni, è la prima a trasmettere in modo morboso le immagini di Tortora ammanettato. Il voyeurismo delle sofferenze altrui diventa lo strumento per far vendere qualche copia in più alle riviste o aumentare gli ascolti. Molti quotidiani usano il suo arresto per dire che: “Non è vero che le leggi o sono sbagliate o se sono giuste non vengono applicate, non è vero che non esistono gli intoccabili”. I rotocalchi di gossip pubblicano le foto della madre di Tortora intenta a pregare per lui in chiesa. La macchina del fango entra in azione. Si susseguono gli scoop falsi: c’è chi assicura di averlo visto spacciare anche negli studi televisivi, chi parla di riciclaggio di denaro sporco, o addirittura di un’amicizia tra Tortora e quel Francis Turatello appena ucciso da Barra. Interviene persino la madre di Turatello a smentire la notizia, ma ormai Tortora nell’immaginario collettivo è un mostro. Gira anche la voce dell’iniziazione camorristica del presentatore attraverso il taglio su un braccio. Braccio di Tortora che, ovviamente, non ha alcuna cicatrice.

Quando Tortora scopre il trattamento che gli è riservato dai media scrive alla compagna: “Non mi parlare della Rai, della stampa, del giornalismo italiano. È merda pura. A parte pochissime eccezioni mi hanno crocifisso, linciato, sono iene. Sai, non esco a fare l’ora d’aria perché i tetti sono pieni di fotoreporters”. In un’altra si sfoga: “Ho visto le foto di mia madre infamata (‘Gente’) persino nella cappella dove va a pregare per me. Sono ancora nel tunnel, sono diventato ‘il caso’, ‘il giallo’: tutto ciò che odio”. Se da un lato manda a Francesca messaggi affettuosi (“Guarda per me il mare, baciami un fiore”), viene anche fuori tutto il suo scoramento, la rabbia verso un Paese che non riesce più a riconoscere. “Questo Paese non è più il mio. Il mio compito è uno: far sapere. E non gridare solo la mia innocenza: ma battermi perché queste inciviltà procedurali, questi processi che onorano, per paradosso, il fascismo, vengano a cessare. Perché un uomo sia rispettato, sentito, prima di essere ammanettato come un animale e gettato in carcere su delazioni di pazzi criminali”.

Eppure c’è chi si ribella. Enzo Biagi scrive una lettera al Presidente della Repubblica Sandro Pertini chiedendogli di far luce sul “Caso Tortora”, sui legali che non possono leggere i verbali del loro assistito e sulla crocifissione di un uomo che non ha ancora subito un processo. Seguono a ruota le difese di Piero Angela, Indro Montanelli e Giorgio Bocca, contro la perversione di sbattere il mostro in prima pagina e con la richiesta di fare chiarezza sulla vicenda e garantire al presentatore una giustizia equa. Una difesa perentoria arriva anche da Leonardo Sciascia, che paragona il caso Tortora alle scommesse su una partita di calcio, con l’opinione pubblica divisa tra innocentisti e colpevolisti in base alle impressioni di simpatia e antipatia. Sciascia è il primo personaggio pubblico a essere convinto dell’innocenza di Tortora, ma con il passare dei mesi sono sempre di più quelli che iniziano a chiedersi: “E se non fosse colpevole?”.

Quando esce dal carcere per affrontare il processo, l’appoggio più significativo a Tortora arriva dal Partito Radicale, che decide di sostenere le sue battaglie civili e di candidarlo alle elezioni europee del 1984. Quando viene eletto al Parlamento europeo, il procuratore Diego Marmo sbotta in aula definendo Tortora un “cinico mercante di morte, diventato deputato con i voti della Camorra”. Il 17 settembre del 1985 arriva il primo grado della sentenza: le accuse dei pentiti hanno un’eco troppo grande e Tortora viene condannato a dieci anni di carcere. Subito l’opinione pubblica torna all’attacco del conduttore, accusandolo di aver scelto la carriera politica per ottenere l’immunità parlamentare. È questo il momento in cui Tortora sorprende tutti, compreso il Partito Radicale e un incredulo Marco Pannella, decidendo di dimettersi dal ruolo di europarlamentare e rinuncia all’immunità, consegnandosi agli arresti domiciliari, da innocente.

Anche in aula Tortora continua a ribadire la sua innocenza, rivolgendosi ai giudici in questo modo: “Io grido: sono innocente. Lo grido da tre anni, lo gridano le carte, lo gridano i fatti che sono emersi da questo dibattimento! Io sono innocente, spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi”. È il travaglio di un uomo che ha rinunciato alla libertà, mettendosi nelle mani della giustizia per un profondo senso etico e un rigore morale radicato nel profondo. Sa di essere innocente e vuole dimostrarlo senza scorciatoie. Nel 1986 e nel 1987 emerge la verità: Enzo Tortora viene assolto con formula piena sia in secondo grado che in Cassazione. E adesso l’opinione pubblica, dopo anni di sciacallaggio ai danni di un uomo innocente, esorcizza la colpa collettiva con una domanda diversa: “Come è potuto succedere?”.

Si scopre infatti che il nome sull’agenda del camorrista Puca non era “Tortora”, bensì “Tortona”, e il numero di telefono associato apparteneva a una sartoria. Per capire il motivo per cui Tortora è stato tirato in ballo bisogna ricostruire una storia di vendetta: quella del pregiudicato Giovanni Pandico, che ha imbastito una rete di testimonianze false per colpa di alcuni centrini da tavola. Pandico aveva infatti inviato dal carcere alla redazione di Portobello alcuni centrini, per poterli mettere all’asta durante la trasmissione. La redazione però aveva smarrito i centrini, ed era stato costretto a intervenire Tortora in persona, mandando una lettera di scuse a Pandico e rimborsandolo per i centrini andati persi. Pandico, in preda a paranoia e manie di persecuzione, non aveva accettato le scuse e aveva iniziato a inviare a Tortora lettere intimidatorie con scopo di estorsione. Tortora non conosceva le dinamiche del mondo criminale di Pandico e non poteva aspettarsi una vendetta di tale portata, con il coinvolgimento di alcuni dei principali pregiudicati di Camorra.

Il 20 febbraio del 1987 è una data importante per la storia della televisione italiana: Enzo Tortora torna a condurre il suo Portobello da uomo libero. Esordisce con un semplice “Dunque, dove eravamo rimasti?”. Il pubblico lo accoglie con una lunghissima standing ovation e il presentatore trattiene a stento la commozione. È la fine di un caso di malagiustizia trasformato in un’arena mediatica, dove gli spettatori hanno stabilito il destino di un uomo prima ancora che si pronunciasse la giustizia. I Pubblici Ministeri che hanno messo Tortora alla gogna però non hanno subìto conseguenze nel corso della loro carriera. Diego Marmo e Lucio Di Pietro si sono scusati con la famiglia soltanto a distanza di anni, pur continuando a difendere la loro condotta durante l’indagine. Lo stesso Marmo che aveva definito Tortora “un cinico mercante di morte”.

Il caso Tortora ha avuto invece effetti sull’intera macchina giudiziaria italiana. La vicenda ha portato infatti al referendum sulla responsabilità civile dei magistrati e, nel 1988, alla legge Vassalli sul “Risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati”, facendo ricadere la responsabilità direttamente sullo Stato. Queste modifiche sono avvenute proprio perché il caso Tortora – definito da Giorgio Bocca “Il più grande esempio di macelleria giudiziaria all’ingrosso del nostro Paese” – ha coinvolto mediaticamente l’intera nazione per la notorietà del presentatore, ma i casi di malagiustizia che riguardano i comuni cittadini continuano a ripetersi ancora oggi.

Un anno dopo essere stato assolto, Enzo Tortora è morto a causa di un cancro ai polmoni. Gli anni di stress, di dolore e di privazioni hanno messo a dura prova la sua psiche e il suo corpo e non si è potuto godere la libertà difesa a un costo così alto. A sopravvivergli però è stato l’onore nell’affrontare a testa alta un’ingiustizia indegna di un Paese democratico e oggi il presentatore ha in tutta Italia strade e piazze che portano il suo nome. La vergogna è invece rimasta in seno a uno Stato che non ha saputo garantire a un cittadino i propri diritti, distruggendo la sua esistenza.

 

 

 

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La bellezza, la storia e l'impegno della scuola per il futuro

La bellezzadi Paola Bucciarelli - Dall’antichità ad oggi, l’uomo si è sempre interrogato sull’idea di bello. La bellezza è una delle cifre che hanno caratterizzato tutte le società e, di conseguenza, le culture del mondo.

Potremmo costruire, anzi è stato già fatto, una storia del mondo a partire da una storia della bellezza. Potremmo, attraverso questo concetto, osservare come sia cambiato attraverso i secoli e come siano evoluti, sviluppati, i diversi popoli. Potremmo accorgerci che la bellezza non è mai stata semplicemente legata all’arte, ma anche alla natura, ai fiori, alle piante, agli animali, agli astri, al divino.
Insomma la bellezza ha da sempre mille espressioni, sta agli uomini saperle cogliere.

Gli uomini riescono a cogliere la bellezza quando è parte della loro identità. L’identità degli uomini passa per la storia che la forma e la plasma. Uno studio sempre più superficiale della storia rischia,dunque, di intaccare sempre più pericolosamente le radici del nostro Paese e della nostra cultura.

La storia, invece, ci aiuta a comprendere e a mettere in relazione cose diverse. Marginalizzandola si diventa schiavi inconsapevoli. La storia invece diventa un potente mezzo per sfuggire a quell’eterno presente che schiaccia le persone in un’attualità ossessivamente pervasiva, dove esiste solo ed esclusivamente il tempo presente, l’attimo, l’istante, si dimentica il passato e non si pensa al futuro.
L’incertezza dell’esistenza che caratterizza l’uomo contemporaneo fa si che questi si senta sciolto da ogni vincolo e legame, stando al mondo senza un progetto.
Lo studio della storia e’ quindi necessario per la comprensione delle proprie radici, dei nostri errori, delle nostre opinioni, del nostro progetto. La storia come verifica delle nostre posizioni. Pertanto, dimenticare il passato, prima ancora che portarci a prendere decisioni sbagliate e a ripetere errori passati, ci fa dimenticare noi stessi, chi siamo, qual è la nostra identità.
La storia, però, ci aiuta non solo a comprendere il presente ma allo stesso tempo a delineare la strada verso il futuro.

Oggi, insieme al passato, gli studenti ci chiedono di studiare il futuro.
Ragazze e ragazzi ci pongono domande legittime alle quali nessuno sa dare risposte certe. Questa è la sfida che attende e, sempre di più attenderà, i docenti.

I docenti per primi devono mettersi a studiare per provare a capire come si può affrontare insieme la questione dei cambiamenti climatici: con quali strumenti e consultando quali materiali, utilizzando quali saperi e con quale metodo di ricerca.
Non basta solo il ricorso alle discipline scientifiche, perché in ballo ci sono i nostri comportamenti, dunque il nostro immaginario, insieme al necessario confronto tra opinioni diverse. Dovremo dunque interrogarci sull’etica, praticare il dialogo, incrociare la filosofia.
Un’ottima occasione, dunque, per metterci in gioco davvero e discutere, con dati alla mano, se lo sviluppo sostenibile sia solo un ossimoro e cosa intenda fare chi parla di green new deal.

Nelle manifestazioni denominate “friday for future” sono apparsi cartelli che sintetizzavano in maniera sublime l’indirizzo a cui tutti dobbiamo tendere: "- EGO + ECO".
Decenni di individualismo di massa sfrenato comportano, per contrastarlo, cambiamenti profondi. Trent’anni fa Alexander Langer propose il tema della conversione ecologica, evocando una trasformazione che doveva intrecciare la necessaria riconversione energetica, agricola, urbanistica e industriale con una più profonda trasformazione delle nostre relazioni con la natura, il pianeta e l’iniqua distribuzione delle ricchezze. Nel cercare di individuare un’etica all’altezza di una sfida ecologica che sentiva ineludibile, proponeva di riprendere la morale kantiana così formulata: ciascuno di noi dovrebbe limitare il suo consumo di risorse ed energia, adeguandolo alla possibilità che i sei miliardi di abitanti del pianeta possano consumare altrettanto. Siamo arrivati a essere oltre 7,7 miliardi noi inquilini della Terra e calcolare quali cambiamenti nei consumi e nel nostro stile di vita comporterebbe il prendere sul serio quella morale potrebbe costituire un ottimo esercizio per avvicinare al nostro sentire le condizioni di vita materiali di miliardi di nostri coinquilini, comprendendo che già oggi, oltre la metà delle migrazioni forzate di intere popolazioni, sono dovute a fattori climatici e ambientali.

Per cambiare, però, abbiamo bisogno non solo di scienza e statistica, ma anche di simboli e immaginario, dunque di arte e potremmo ricordare le profetiche parole dal dottor Astrov nello zio Vania, di Anton Čecov : “Le foreste si fanno sempre più rade, i fiumi si seccano, la selvaggina si è estinta, il clima è guastato, e di giorno in giorno la terra diventa sempre più povera e più brutta. Tu mi guardi con ironia (…) ma quando passo vicino alle foreste contadine che ho salvato dal taglio fraudolento, quando sento stormire la mia giovane foresta piantata dalle mie mani, io mi accorgo che il clima è un poco anche in mio potere e che se fra mille anni l’uomo sarà felice, ne avrò un poco anch’io il merito.”

 

 

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La solita storia

Gruber Gualtieri 350 mindi Aldo Pirone - L’altra sera in Tv da Lilli Gruber c’era il ministro Gualtieri. Soporifero e serafico ha spiegato con pazienza le qualità della legge finanziaria in discussione e relegato a normalità fisiologica e bandierine propagandistiche i circa 1500 emendamenti annunciati dalle varie forze della stessa traballante maggioranza. Alla fine, la conversazione con la Gruber e lo scalpitante Padellarlo si è animata sugli annunci fatti da Zingaretti a conclusione della tre giorni del PD a Bologna intitolata “Tutta un’altra storia”. Ma come? – hanno detto un dipresso Lilli e Padellaro – con Venezia e l’Italia sott’acqua, con l’emergenza all’Ilva di Taranto, il segretario dem mette lo ius soli e lo ius culturae come priorità programmatica? Non si accorge così di offrire il fianco alla già scatenata propaganda di Salvini e alla sua ruota di scorta Giorgia Meloni? Gualtieri ha risposto che alla “tre giorni” bolognese non si è parlato solo di quello, ma di tante altre cose e che la gerarchizzazione delle proposte, ovvero le loro priorità, “è stata fatta da voi giornalisti”.

E’ sembrato, almeno a me, un modo diplomatico per prendere le distanze dalle conclusioni zingarettiane. Una diplomazia che non ha avuto il governatore dell’Emilia Bonaccini che, essendo duramente impegnato a conservare la Regione in orbita democratica, è stato più tranchant nel dissentire. Evidentemente anche Bonaccini aveva capito la stessa cosa di Gruber, Padellaro e tanti altri.

Che cosa evidenzia quest’ultimo episodio? Evidenzia, per quel che riguarda il PD, un paio di cose. Intanto una mancanza di capacità propagandistica desolante derivante da una lontananza dalla condizione materiale e dallo spirito regressivo che anima gli strati popolari e di lavoratori che una volta stavano naturalmente a sinistra. Il punto non è ovviamente mettere la sordina a ius soli e ius culturae ma capire come si riesce a scardinare il consenso di una parte popolare non piccola alla destra xenofoba e nazionalista in questo momento; proprio, anche, per disinnescare l’opposizione irrazionale a provvedimenti di elementare civiltà. Basterebbe avere un po’ di memoria storica per capire che la questione principale è come si aggredisce la condizione materiale di chi oggi si fa incantare dalle sirene salviniane. Ma per questo, ed è l’altra incapacità dei dem, occorrerebbero iniziativa e decisione politica.

La legge finanziaria avrebbe potuto essere l’occasione per i dem e per Leu di avere questa iniziativa che avrebbe dato un colore diverso a tutto il dibattito in corso dentro e fuori della maggioranza. Non che i provvedimenti della manovra di Bilancio siano da buttar via, per carità, ma mancano di quelle disposizioni trainanti che potevano segnare una svolta nel paese e fra le forze politiche: un aumento consistente dei salari attraverso una drastica riduzione del cuneo fiscale e provvedimenti concreti contro la precarietà del lavoro, a partire dalla riduzione delle 47 diverse forme di rapporto di lavoro che sono lo stagno fangoso dove essa si annida. Sulla prima questione. I tre miliardi messi per elevare un po’ i salari a inizio metà del prossimo anno sono, direbbe Totò, una fetecchia. Sulla seconda, non si hanno notizie di una qualche consistenza. Non è un caso se in queste settimane è andato per la maggiore, nell’opinione pubblica, il “governo delle tasse” su cui hanno maramaldeggiato Salvini, Renzi e anche Di Maio la cui confusione mentale è pari alla sua arroganza.

Obiezioni in arrivo: ma non c’erano le risorse, gli altri contraenti del governo non erano d’accordo. La prima appare inconsistente. La cifra adeguata per dare dal primo gennaio prossimo 80 euro a una platea di milioni di lavoratori sarebbe stata di 10 miliardi. Bisognava non avere paura e metterla sul piatto trovando le risorse nella direzione di una redistribuzione della ricchezza: contributo di solidarietà per i redditi più alti, rimodulazione dell’Iva per i prodotti di lusso, eliminazione di sprechi nel Bilancio, che essendo di circa 800 miliardi poteva prestarsi a qualche taglio virtuoso. Il disaccordo di Di Maio e Renzi andava sfidato subito, mettendo nel conto anche le urne anticipate. Idem sulla questione del precariato. Il dibattito e lo scontro politico con amici e nemici si sarebbe incentrato su questo invece che sulle microtasse. Si sarebbero stroncate sul nascere anche le scorrerie di Renzi che sta assumendo il vero volto del “rottamatore” nel senso di colui non che elimina rottami ma che li raccoglie con cura in tutte le direzioni del trasformismo politico e dell’immoralità.

Pare che in conseguenza delle continue diatribe e fibrillazioni interne alla maggioranza, Zingaretti stia, comprensibilmente, pensando di staccare la spina al governo nel gennaio prossimo. Ovviamente non tutti (vedi Franceschini che da buon ex dc non respira se non nella stanza dei bottoni) sarebbero d’accordo dentro il PD. Ma il punto è come ci si arriva a un eventuale show down. Se non ci si arma di proposte e iniziative sociali adeguate, sarà solo un suicidio, oppure una nuova lenta dissoluzione di fronte alla crescente marea nazionalista e fascistoide. Insomma la sinistra e il Pd si troverebbero di fronte a una fine disperata o a una disperazione senza fine. Non sarebbe la prima volta per la sinistra affondare di fronte a quest' alternativa senza vie di uscita. Non è un caso, infatti, se l’opposizione anti salviniana che si sta manifestando nelle piazze emiliane con le “sardine”, lo fa al di fuori della sinistra partitica. Per ora è la società civile progressista a essere in grado di reagire e scendere in campo contro Salvini e camerati.

Anche perché la tre giorni bolognese dei dem, a veder bene, non ha iniziato a sciogliere i nodi culturali, politici e morali che stringono questo partito a tutti i livelli fin dalla nascita, soprattutto nelle regioni e nei comuni. Di narrazioni retoriche e di buone intenzioni se ne sono già sentite abbastanza in questi anni. Riproporle, come ha fatto Cuperlo, in chiave mitteleuropea non le fa diventare più accettabili.

Purtroppo, in questo senso, non è stata “Tutta un’altra storia”, ma la solita storia.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

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Storia. La riforma del Pci e Berlinguer

Tortorella 350 mindi Daniela Preziosi da ilManifesto del 11.11.2019 - Tortorella: «La riforma del Pci doveva essere quella dell’ultimo Berlinguer»
Parla uno dei dirigenti della 'seconda mozione'. L’errore fu il referendum fra nuovisti e nostalgici. Il No voleva trasformare il partito ma l’abiura era l’altra faccia dell’esaltazione acritica. Fu sbagliato trattarci da ’sovietici’. Trent’anni di liberismo e tatticismi suicidi hanno disperso il popolo della sinistra.

«No, la crisi della sinistra di oggi è molto diversa da quella del post 89», risponde Aldo Tortorella se gli si chiede di qualche tratto comune fra lo scossone provocato dalla svolta di Occhetto e la frana dei nostri giorni. Novantatré anni, partigiano, poi direttore dell’Unità di Genova, Milano e Roma, deputato e berlingueriano «dell’alternativa», fondatore dell’Associazione per il rinnovamento della sinistra e direttore delle nuova serie di Critica Marxista, Tortorella nell’89 disse no alla svolta ma con Ingrao restò «nel gorgo» – per poi uscire con Giuseppe Chiarante al tempo della guerra alla Serbia. «All’epoca la sinistra era composta dai comunisti, dai socialisti e da altre forze minori laiche. Il Psi fu disfatto dalla questione morale. Ma nel Pci, che questo shock non l’aveva subito, ci fu una parte, sia pure composita, che manteneva una critica al capitalismo e ideali socialisti. Alcuni dogmaticamente come i “filo sovietici”. Altri criticamente come Ingrao e i cosiddetti berlingueriani. E c’era ancora una vasta parte del popolo lavoratore che guardava a sinistra. Il referendum sul nome generò fatalmente una gara e poi una scissione tra nuovisti e nostalgici. La parte critica che chiedeva un diverso mutamento fu sconfitta, anche perché aveva ragione nel voler mantenere una critica al capitalismo, ma non conosceva a fondo i suoi mutamenti. Oggi sono molti a intendere che quella critica va ripresa e che bisogna ripartire dalla ridiscussione dei fondamenti per creare una sinistra aggiornata. Ma intanto trent’anni di tatticismi suicidi e di neoliberismo hanno disperso il popolo della sinistra. Dopo la caduta del muro di Berlino e la Bolognina la sinistra, non solo italiana, si convinse che il suo compito fosse quello di essere una migliore amministratrice dello stato delle cose presenti. Chi spingeva per trasformare il Pci in un partito socialdemocratico non vedeva la crisi dei socialdemocratici. C’è stato l’errore dei vincitori e anche quelli dei vinti».

Il Pds punta alla socialdemocrazia ma poi cambierà rotta verso il Pd, un partito postideologico.
«Il Pd non è un partito post ideologico, animale che non esiste, ma con due ideologie. Quella neocentrista (sicurezza, sviluppismo, moderatismo), quella quasi socialdemocratica. Infatti, le due anime si sono, parzialmente, scisse. Ma l’ala socialdemocratica ebbe a che fare con una socialdemocrazia essa stessa già in crisi. Lo statuto dell’internazionale socialista, così come quello del partito laburista inglese, contenevano l’obiettivo finale della proprietà sociale dei mezzi di produzione. Blair costruì il nuovo Labour abolendo quell’articolo e il manifesto di Anthony Giddens non nominava neppure la parola lavoro. Schroeder proclamò la Spd come “nuovo centro” e tagliò lo stato sociale. Clinton abolì le ultime tracce della legislazione di Roosevelt per porre limiti all’arbitrio della finanza. Nel fine secolo la sinistra socialdemocratica o progressista era al governo in Italia, in tutta Europa e in America e credeva così di aver dato la giusta interpretazione dell’89. Pensò che liberalizzando e riducendo al minimo l’intervento pubblico nell’economia il mercato avrebbe provveduto per il meglio. Non vide le sofferenze create dalla globalizzazione. Non si accorse che a Seattle in prima fila c’erano i lavoratori licenziati. Fu sorpresa del sopravvenire della crisi nel 2007/8. Non capì che la globalizzazione avrebbe fatto risollevare i nazionalismi. È perciò che è avanzata la destra sciovinista, xenofoba, razzista. Solo ora la sinistra moderata si viene in parte scuotendo dal sonno neoliberista.»

Una sinistra fu rifondata. La scissione portò alla Rifondazione comunista, che non era un’operazione di conservazione ex pci, tant’è che vi si associarono altre culture critiche e anticapitaliste.
«Non c’erano le fondamenta, neanche da quella parte. Noi terzinternazionalisti ma anche gli altri eravamo una sinistra novecentesca. Alcune categorie usate erano già fuori tempo. Perciò ho ricordato che con Ingrao e con altri non negavamo la necessità della trasformazione del Pci, ma volevamo che fosse senza il taglio delle radici e che avviasse un ripensamento delle categorie cui si era ispirato il nostro movimento. L’abiura è la stessa cosa dell’esaltazione acritica, entrambe impediscono un esame delle cose giuste e di quelle sbagliate. Nei documenti della “seconda mozione” ci sono le tracce di un’ispirazione che teneva conto del pensiero comunista “eretico” a partire dalla Luxemburg. Le distinzioni sottili (ad esempio sul senso della parola “comunismo”) cui avevamo lavorato con alcuni dei compagni più innovatori, cito Cesare Luporini per tutti, caddero di fronte all’alternativa tra nuovismo e nostalgia.»

Con Gorbaciov avevate capito che il socialismo reale era irriformabile?
«Noi abbiamo sperato che ci fosse una riformabilità del sistema sovietico, Gorbaciov è stata l’ultima speranza. Forse era una speranza fallace. Ma la verità è che a Gorbaciov non fu dato il tempo per provarci. I gruppi dirigenti americani, con il consenso europeo, decisero di farlo cadere. Gorbaciov aveva attuato la distensione internazionale e proclamato la ristrutturazione economica (la perestrojka) e la trasparenza politica (la glasnost). Ma gli venne negato l’aiuto finanziario indispensabile nel collasso creato dall’inefficienza del sistema. Fu preferito Eltsin, garante di una privatizzazione selvaggia, di un liberismo primitivo e dell’ancoraggio al primato americano.»

Il Pci invece era riformabile?
«Credo che fosse trasformabile senza generare la metamorfosi nel proprio opposto. La parola d’ordine della svolta fu «sbloccare il sistema politico». Non ci si accorgeva che il sistema era marcio e si assumeva sul partito comunista la colpa di aver bloccato il sistema. Non che non ci fossero nostre responsabilità. Ma una settimana dopo il voto del ’76, quello del Pci al 34%, si riunì a Portorico il G7. Per l’Italia andò Moro, presidente del consiglio ancora in carica. Moro venne tenuto fuori dalla porta, mentre in un vertice a quattro, voluto da Helmut Schmidt, cancelliere socialdemocratico tedesco, e da Gerald Ford, presidente Usa, si stabilisce, nonostante la rottura di Berlinguer con i sovietici, che se il Pci fosse andato al governo l’Italia non avrebbe avuto più diritto ad alcuna agevolazione economica.»

Dunque il Pci era riformabile.
«Il Pci era già sulla via della riforma con l’ultimo Berlinguer, che io sostenni. Ma Berlinguer nella sua ultima fase era in minoranza. La rottura del governo detto di solidarietà nazionale fu approvata con il voto contrario della corrente riformista.Ma la maggioranza stessa era composita. Molte delle sue tentate innovazioni parevano isolare il partito, rompere la concezione della politica come capacità di alleanze. Fu uno scandalo quando andò ai cancelli Fiat in una lotta aspra e perduta. Berlinguer si era avvicinato all’ecologismo, al nuovo femminismo “della differenza”, al pacifismo, alla comprensione della trasformazione tecnologica, al bisogno di una aggiornata critica al capitalismo nuovo e alla necessità di una rifondazione etica della politica e dei partiti, a partire dal suo. Questo significava “questione morale”.»


Oggi Occhetto parla delle scissioni e delle divisioni come ‘male oscuro’ della sinistra. All’epoca si fece abbastanza per tenere unito il partito?
«Il male oscuro c’è. Ma bisogna anche cercare di guarirlo e volerlo guarire. Tra il primo e il secondo congresso, da presidente del comitato centrale – mi avevano nominato mentre ero in ospedale a causa di un malore dopo la relazione da me svolta per la minoranza – concordai con Occhetto una riunione dei capi delle tre mozioni. Nell’introduzione proposi di verificare se c’era la possibilità di una composizione, forse anche studiando forme di convivenza nuove ad esempio di tipo federativo. Appena finii per primo prese la parola Garavini, che diverrà il primo segretario di Rifondazione – per dire che era impossibile perché «il contrasto era di fondo». Mussi, per la maggioranza, disse altrettanto. La verità è che ognuno riteneva necessario correre la propria avventura. Il miracolo del Pci era stato di aver tenuto insieme riformisti e rivoluzionari, che ora non si soffrivano più. Sapevo bene delle intenzioni scissioniste della terza mozione e perciò, con Ingrao, votai contro la unificazione, che ci fu, tra noi e loro. Qualche anno dopo Garavini è uscito da Rifondazione , ha fatto una’associazione che si congiunta con l’Ars (Associazione per il rinnovamento della sinistra) fondata anche da me. E Mussi ha rifiutato l’ultima escogitazione, cioè la confluenza nel Pd, fondando la Sinistra ecologia e libertà.»

Al comitato centrale del 22 novembre 1989 tu dicesti: «Chiunque vincesse avrebbe perduto insieme agli altri».
«Con quella conduzione era chiaro l’esito. Occhetto e i nuovisti – D’Alema era il più dialogante – avevano fretta , timorosi di rimanere sotto le macerie del muro. C’era il convincimento forte che dovessimo assolutamente cancellare “la macchia”. In una sezione mi mandarono contro il fratello di Berlinguer, Giovanni, che pure era uomo pacato, ma nel suo dire pareva che io, entrato in segreteria del Pci con Enrico solo quando ogni rapporto con i sovietici era stato rotto, fossi un uomo di Mosca. Ma anche con Giovanni Berlinguer ci ritrovammo, anni dopo, in una comune posizione politica di sinistra.»

Ma la “macchia” c’era.
«C’era. Ma una cosa è riconoscere i propri errori altra cosa è la cancellazione di se stessi. Soprattutto la generazione cui appartengo aveva peccato di debolezza verso l’Urss. Ma da questa medesima generazione era venuto, con Berlinguer, a differenza degli altri partiti comunisti, il rifiuto e la rottura, sebbene tardiva. Non era giusto, mi pareva, dichiararci quasi pari a coloro che ci avevano combattuto anche aspramente, come avevano fatto i sovietici e i loro seguaci dopo lo strappo, anche finanziando la dissidenza filosovietica. Il guaio era che quella cancellazione di sé aveva come molla il governismo. Tempo prima ero andato a Reggio Emilia a fare un congresso nella sezione di una grande cooperativa, esponendo le ragioni del dissenso. Applausi, baci e abbracci, e poi al voto presi 4 voti su 400 con pranzo finale di consolazione e, credo, di affetto. Agli operai avevano spiegato che se si andava al governo sarebbe stato meglio anche per loro. Purtroppo quella cooperativa non esiste più da gran tempo.»

Il nuovo Pd fa venire qualche barlume di speranza?
«Mi chiedi se vedo qualche barlume nel mondo? Sì. In giro per i mondo c’è un’inquietudine, ci sono sollevazioni anche se di vario segno. Nessuno avrebbe pronosticato Sanders. La Warren, non socialista, dice cose nuove per la riforma del capitalismo Usa. Il movimento anti Trump mosso dalle donne è un fatto nuovo, non è elitario ed è pieno di giovani. Certo c’è da avere paura perché nasce lo spirito nazionalistico nella potenza egemone, gli Usa, che chiude le frontiere, sconfessa la globalizzazione e minaccia il mondo, ma nascono di conseguenza anche nuovi movimenti. E forse questi movimenti spingeranno a proporre alcuni valori ancora validi e alcune idee nuove “di sinistra” anche a quella parte che occupa la sinistra delle nostre aule parlamentari.»

 

 

 

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Ad Anagni si chiede rispetto per la sua storia

Anagni S.Francesco con parchimetro2 350 mindi Nello Di Giulio, “Anagni Cambia Anagni” - Quando un Sindaco assume impegni farebbe bene a rispettarli...almeno con San Francesco!

Il vecchio adagio popolare che recita: “passata la festa, gabbatu lo santu” coniuga stravaganti situazioni nelle quali c’è sempre qualcuno che si prodiga o si festeggia e qualcun altro che dimentica o che approfitta.

Ieri, anche ad Anagni è stata la giornata delle lodi a San Francesco, il santo poverello Patrono d’Italia a cui la nostra città è profondamente legata nella storia dei secoli, fino al nostro presente.

Il francescanesimo entra con forza nella chiesa di Innocenzo III e si consolida con l’altro grande pontefice anagnino Gregorio IX. Il legame di Anagni con San Francesco e Chiara d’Assisi rimane fortissimo nel tempo tanto che potrebbe oggi ben alimentare uno di quei filoni di turismo storico religioso sempre portatore di cultura e benessere economico.

Ed allora, anche in nome di questo storico legame al francescanesimo, noi di “Anagni Cambia Anagni” ci sentiamo in obbligo di tornare a dar voce ad attenti cittadini che da un anno evidenziano/denunciano come il prezioso altorilievo marmoreo di San Francesco, murato a lato dell’omonima porta, rimanga ancora nascosto da un ingombrante parchimetro di metallo riposizionato sul posto proprio lo scorso anno.

Il Sindaco Natalia, al tempo interessato con messaggi social, assunse il deciso impegno pubblico di far spostare l’ingombrante marchingegno e ridonare piena visibilità alla storica scultura marmorea posizionata in quell’angolo di Porta San Francesco sin dal lontano 1565.
Anagni realizzava in quegli anni la tanto sospirata ristrutturazione della propria cinta muraria duramente manomessa dalle soldataglie spagnole del Duca d’Alba e Vicerè di Napoli avversario della pratica politica di papa Paolo IV. Il successivo e più magnanimo pontefice, Pio IV , e l’attento governatore della città, Torquato Conti, testimoniarono il loro diretto impegno nella grande opera di ricucitura muraria con alcune lapidi e fregi in marmo tra cui, a lato della nostra porta, il prezioso altorilievo di San Francesco.

Sottostante ad esso un’altrettanta storica lapide con il motto del Torquato Conti “Fulgor mon terret Torquatus de Comitibus” parimenti nascosta tra il medesimo parchimetro ed una centralina per il metano.

Vorremmo ora poter contare che il Sindaco Natalia dia rapidamente corso al nobile impegno prontamente assunto un anno fa verso quegli attenti cittadini e la città intera.

In una visione moderna di Anagni città turistica, Porta San Francesco dovrebbe poter rappresentare un ulteriore ingresso cittadino con accesso all’antica “Civita vetere” ricca di pregiate testimonianze di natura architettonica, monumentale e religiosa.

 

 

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Rai Storia e dintorni

raistoria 350di Aldo Pirone - La politica di “sicurezza collettiva” dell’Urss. L’appeasement di Chamberlain, Alifax e Daladier con la Germania nazista; Monaco e il patto Hitler-Stalin. Alcune conseguenze.

Venerdì scorso su Rai Storia è andata in onda una trasmissione intitolata “Il patto Hitler Stalin”. Non so se sia stata una coincidenza voluta, ma la mente non poteva non riandare alla recente risoluzione dell’europarlamento che, nel quadro d' una fallace equiparazione storica fra nazismo e comunismo, dice che quel patto, siglato il 23 agosto del ’39, “ha spianato la strada allo scoppio della Seconda guerra mondiale”.

La trasmissione ha ricostruito rigorosamente il tentativo dell’Urss di Stalin, protrattosi per più anni dopo l’ascesa di Hitler in Germania, di fare un accordo con Francia e Gran Bretagna, nel solco di una politica di “sicurezza collettiva”, per sbarrare la strada in Europa alle voglie guerrafondaie nazifasciste. Una correzione di politica estera sovietica profonda, che fece uscire l’Urss dall’isolamento e dall’autoisolamento portandola ad aderire perfino alla poco efficace se non imbelle Società delle Nazioni. Un cambiamento che influenzò anche l’Internazionale comunista (Komintern) che rovesciò la sua politica passando dal “socialfascimo” alla “promozione dei fronti popolari” per difendere la “democrazia borghese” là dove era minacciata dalla marea montante del fascismo in Europa. I sovietici avevano letto il Mein kampf di Hitler e conoscevano le sue intenzioni strategiche: sterminare gli ebrei e gli slavi sulle cui terre, considerate “spazio vitale” per i tedeschi, avrebbero dovuto insediarsi i germanici. Non a caso la guerra contro l’Urss fu poi di sterminio e costò ai sovietici tra i 25 e i 26 milioni di morti.

Due furono i diplomatici sovietici incaricati di raggiungere quest'obiettivo: Ivan Maijski ambasciatore a Londra e Anatoly Litvinov ministro degli esteri sovietico. Nonostante la loro bravura non ci riuscirono. Si scontrarono con il conservatorismo britannico cui si adeguò anche la Francia dopo l’assassinio del suo ministro degli esteri Louis Barthou il 9 ottobre del 1934. Le cose peggiorarono con l’arrivo di Chamberlain a premier britannico e di lord Halifax a ministro degli esteri in sostituzione di Anthony Eden che dette le dimissioni proprio perché non condivideva la politica di appeasement con Hitler. Con lui non la condivideva Churchill che guidò la pattuglia di conservatori ribelli a quella politica di cedimenti, perorando, al contrario, l’alleanza con l’Urss di Stalin.

La puntata di Rai Storia non è arrivata al capitolo del patto di Monaco considerato il vero momento in cui Hitler verificò l’impotenza della politica anglo francese interpretandola come il permesso a proseguire la sua azione revancista e aggressiva verso est. Dopo la Cecoslovacchia fu la Polonia e con essa la guerra mondiale. Chamberlain tornò da Monaco sventolando il foglio firmato con Hitler dicendo che quel patto sciagurato significava “la pace per il nostro tempo”.

Quando quell’accordo fu discusso alla Camera dei comuni, Churchill fece un discorso memorabile. Indicò puntigliosamente tutti i fatti che costituivano “un disastro di prima grandezza che si è abbattuto sulla Gran Bretagna e la Francia […] Il sistema di alleanze in Europa centrale, cui la Francia aveva affidato la sua sicurezza è stato smantellato. E’ stata spianata la strada [a Hitler] che porta lungo il Danubio al Mar Nero, alle risorse di grano e di petrolio, la strada che arriva fino alla Turchia. […] vedrete giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, l’espropriazione di quelle regioni. Molti di quei paesi, temendo l’ascesa del potere nazista, hanno già scelto politici, ministri, governi filotedeschi, ma c’è sempre stato in Polonia, Romania, Bulgaria e Jugoslavia un vastissimo movimento popolare che guardava alle democrazie occidentali, aborriva l’idea di vedersi imporre il dominio arbitrario del sistema totalitario e sperava che gli si sarebbe opposta resistenza. Ora tutto è perduto”. Poi, rivolgendosi a Chamberlain gli disse: “Potevate scegliere fra il disonore e la guerra, avete scelto il disonore e avrete la guerra”.

Il ministro sovietico Litvinov, il 21 settembre, pochi giorni prima di Monaco, aveva dichiarato alla Società delle Nazioni che l’Urss era pronta a intervenire a difesa della Cecoslovacchia. A Monaco la Russia non fu invitata e pure i cecoslovacchi furono tenuti fuori della porta. Il tentativo di creare un fronte antinazista con Gran Bretagna e Francia si trascinò ancora per qualche mese. Poiché Hitler non era affatto placato dal sacrificio della Cecoslovacchia e che ora voleva Danzica e la Polonia, Chamberlain e Daladier cercarono, nel giugno ’39, di riallacciare i rapporti con Stalin. Ma lo fecero svogliatamente, mandando a Mosca uno sconosciuto funzionario, Strang, preferito a Eden che si era offerto e che godeva di molto più credito. Ad agosto i sovietici chiesero di portare i colloqui sul piano militare. La Gran Bretagna mandò l’ammiraglio Dax privo, però, dei poteri necessari, e la Francia il generale Doumenc che non aveva deleghe per concludere alcunché. Li fecero viaggiare per cinque giorni su un cargo mercantile con l’indicazione, per Dax da parte di Halifax, di tirare le cose per le lunghe. A quel punto Stalin prese atto che gli anglo francesi non facevano sul serio e accettò l’offerta tedesca di avviare negoziati per un patto di non aggressione. Ne approfittò per inglobare gli stati baltici e spostare più a ovest le frontiere dell’Urss a spese della Polonia che, inoltre, si era rifiutata di far passare l’Armata rossa sul suo territorio per un eventuale soccorso alla Cecoslovacchia; mentre, insieme all’Ungheria, aveva richiesto la sua libra di carne ceka al momento della dissoluzione di quello stato.

La scelta di Stalin era anche la conseguenza del fatto che in Oriente l’Armata rossa stava fronteggiando il Giappone che aveva invaso la Manciuria e premeva alle frontiere sovietiche. La sindrome dell’accerchiamento non era solo una paranoia del dittatore sovietico.

Errori e crimini di Stalin

Se il “patto” con Hitler fu considerato, anche da Stalin, uno stato di necessità, dopo Monaco e le prove di fellonia susseguenti d'inglesi e francesi, quali furono gli errori e i crimini compiuti dal dittatore sovietico in seguito? Furono diversi. Il primo fu di piegare il Komintern alle scelte statali sovietiche spiazzando i comunisti europei costretti da un giorno all’altro a non considerare più il nazifascismo come il nemico principale, rinnegando d’ambleé tutta la politica scaturita dal VII Congresso del Komintern e dei “fronti popolari”. Pochi giorni dopo il patto con Hitler, lo scoppio della guerra fu giudicato uno scontro fra “briganti imperialisti”, riecheggiando il giudizio di Lenin sulla prima guerra mondiale che era del tutto fuorviante se applicato allo scontro con i nazifascisti. Stalin non colse, l’anno dopo, il mutamento avvenuto in Gran Bretagna con l’avvento di Churchill a primo ministro e la sua determinazione a non cedere a Hitler e al sopraggiunto Mussolini anche nell’ “ora più buia” del giugno del ’40, dopo la disfatta della Francia. Tutto ciò avrebbe dovuto indurre Stalin a uscire, magari gradualmente, dall’iniziale “stato di necessità” che, invece, per lui era diventato virtù.

Inoltre, c’è da rilevare che la più grande contraddizione con la politica estera staliniana della sicurezza collettiva, consistette proprio nelle “purghe” che il dittatore georgiano aveva avviato in quegli anni in Urss, tra il ’36 e il ‘38. Quella politica criminale, oltre a indebolire fortemente il Pcus e la stessa società sovietica, si era abbattuta, decapitandolo, proprio sullo strumento militare principe: l’Armata rossa. Furono eliminati 3 marescialli su 5, 8 ammiragli su 8, i 9 decimi dei comandanti di corpo d'armata e 35.000 ufficiali su 144.300; tra cui il mitico maresciallo Tuchačevskij.

Il sospetto e la diffidenza congeniti di Stalin non salvarono l’Urss dall’aggressione hitleriana. Anzi, il dittatore fu sorpreso e fece trovare il paese dei soviet impreparato e indebolito dalle sue “purghe”. Sospetti e diffidenze staliniani, stranamente, non riguardarono Hitler. Inossidabile rimase la fede del capo comunista nel patto stretto con il furher. Sospetti e diffidenze si riversarono, invece, su chi andava informando il dittatore russo dell’imminente attacco nazista; per altro più che evidente visto l’ammassamento di truppe tedesche ai confini dell’Urss in corso da molti mesi. Ciò causò i disastri iniziali, le distruzioni, le stragi e i molti milioni di morti e prigionieri, civili e militari, subìti dall’Unione sovietica nei primi sei mesi dell’aggressione.

Poi, la guerra vittoriosa nella grande alleanza antinazista e la mano ferma con cui Stalin condusse la guerra, relegò sullo sfondo i suoi crimini ed errori; che però ci furono, comportando prezzi dolorosi e tragici che si potevano e dovevano evitare.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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La mozione votata a Bruxelles è riscrittura della storia

La Battaglia di Berlino mindi Alexander Höbel - La riscrittura dei fatti e la realtà della storia. A proposito della mozione votata a Bruxelles

1. La mozione “sull’importanza della memoria” (un titolo davvero beffardo!) approvata dal Parlamento europeo coi voti di gran parte dell’emiciclo (compresi quasi tutti i rappresentanti del Pd, tra cui quel Giuliano Pisapia che come criminali comunisti contribuimmo a eleggere alla Camera nelle liste del Prc) costituisce un documento di estrema gravità, il cui significato non può essere sottovalutato. Di fatto, nell’anniversario dello scoppio della Seconda guerra mondiale, nella quale la barbarie nazifascista fu battuta anche e soprattutto grazie al contributo decisivo dell’Unione Sovietica, coi suoi circa 25 milioni di caduti e pagine epiche come la resistenza dei leningradesi a 900 giorni di assedio o la vittoria di Stalingrado, si anticipa la data di inizio del conflitto, che viene fissata al patto Molotov-Ribbentrop anziché all'aggressione tedesca contro la Polonia, il 1° settembre 1939 (solo dopo 16 giorni, l’Urss penetrò a sua volta in territorio polacco, evidentemente a scopo difensivo, ossia in reazione all’attacco hitleriano, che imponeva – può essere duro dirlo, ma è la concreta realtà storica – di non lasciare che le truppe tedesche dilagassero in tutta la Polonia giungendo ai confini dell’Urss, il che peraltro aveva costituito uno dei motivi del patto Molotov-Ribbentrop). Questa modifica della data di inizio del conflitto costituisce ovviamente un atto del tutto arbitrario, una vera e propria riscrittura della realtà di stampo orwelliano.

Ma se proprio dovessimo anticipare l’inizio della guerra a prima dell’avvio delle operazioni militari, allora perché non fissarne l'inizio alla Conferenza di Monaco del 1938 dove Gran Bretagna e Francia lasciarono mano libera a Hitler? O magari farla coincidere con l'Anschluss tedesco dell'Austria? O con l’annessione hitleriana dei Sudeti? Sarebbe penoso per i deputati euro-atlantisti dover ricordare che per diversi anni le gloriose democrazie liberali respinsero le proposte sovietiche di sicurezza collettiva (la politica del ministro degli Esteri Maksim Litvinov) , preferendo piuttosto l’appeasement con Hitler e Mussolini, nella segreta speranza che l’aggressività nazista si rivolgesse, come Hitler stesso aveva scritto nel Mein Kampf, contro l’Unione Sovietica e i “barbari popoli slavi”, da sottoporre a un regime semi-schiavistico i cui precedenti erano proprio nelle politiche coloniali di quelle stesse democrazie. Certo, sarebbe sconveniente ricordare queste cose, o magari le atomiche lanciate sul Giappone dagli Usa di Truman a guerra ormai finita, sostanzialmente solo per dare un chiaro e macabro segnale all’Unione Sovietica.

Il vergognoso documento, peraltro, non si ferma qui. Nelle considerazioni iniziali, afferma che, “sebbene i crimini del regime nazista siano stati giudicati e puniti attraverso i processi di Norimberga, vi è ancora un'urgente necessità di sensibilizzare, effettuare valutazioni morali e condurre indagini giudiziarie in relazione ai crimini dello stalinismo e di altre dittature”, e ricorda con evidente apprezzamento “che in alcuni Stati membri la legge vieta le ideologie comuniste e naziste”. Insomma, invece di contestare le gravissime misure approvate da parlamenti di Stati autoritari dell’Europa orientale (si veda il divieto di esporre simboli comunisti sancito nel 2009 nella Polonia di Kaczynski), che sull’anticomunismo e la russofobia stanno cercando di costruire loro identità iper-nazionaliste (in questi casi, a quanto pare, il “sovranismo” nazionalista piace!), il Parlamento europeo le prende a modello, approvando evidentemente la messa fuori legge di organizzazioni comuniste, già sperimentata nella Repubblica Ceca, o il divieto di presentare le liste comuniste alle elezioni, già verificatosi in Ucraina pochi mesi fa (http://www.sinistraineuropa.it/europa/ucraina-vietato-ai-comunisti-candidarsi-alle-elezioni-presidenziali/). E si giunge ad auspicare una nuova “Norimberga” che dovrebbe processare non si capisce bene chi: il cadavere di quel Ceaușescu fucilato dopo un processo-farsa? O magari quello di Erich Honecker , la cui autodifesa costituisce un documento da leggere e su cui riflettere?

Se si scorre il testo della risoluzione, la gravità dell’operazione risalta in modo evidente. Grave l'art. 14, che assieme alla Ue (e come se fossero la stessa cosa) esalta la Nato, ente notoriamente pacifico che ha portato la democrazia ovunque nel mondo. Assurdo l'art. 15, che rappresenta una specie di paternale a Putin e fa capire l'intento anche anti-russo dell'operazione. Grave ancora l'art. 17, che con evidente compiacimento "ricorda che alcuni paesi europei hanno vietato l'uso di simboli sia nazisti che comunisti", come se fossero la stessa cosa: che dovremmo aspettarci allora, il divieto della falce e martello anche in Italia? La messa al bando del simbolo del Pci?

In generale, il senso di questo squallido documento è l'equiparazione tra “comunismo” (alternato nel testo a “stalinismo”, quindi con una totale identificazione dei due termini, cosa su cui il 99% degli storici avrebbe molto da eccepire) e nazismo. Evidentemente, si vuole combattere ancora una volta una guerra preventiva non solo contro il passato (che non può certo esser riscritto da queste buffonate), ma anche contro la ripresa dell’idea di un’alternativa di sistema, che coloro i quali stanno spingendo il Pianeta alla catastrofe temono (e cercano di presentare) come il diavolo. Al tempo stesso, si “liscia il pelo” ai governi più reazionari dell’Europa orientale, probabilmente al fine di ammorbidirne le posizioni critiche verso la stessa Ue, che a quanto pare si attrezza a diventare più simile a loro, quanto meno nella lettura della storia e nei “valori condivisi”.

 

2. C’è poi un altro aspetto della risoluzione, che pure è molto grave e contrasta con le acquisizioni più recenti di gran parte della storiografia: ossia il considerare il comunismo novecentesco come un Moloch totalitario, schiacciandolo completamente sul concetto di “stalinismo” e identificandolo con esso: un procedimento su cui già Togliatti aveva riflettuto criticamente, a partire dalla celebre Intervista a Nuovi Argomenti. Nel 1964, all’apice della sua riflessione critica, il leader del Pci ribadì che a un dato momento nella vita dell’Urss si era prodotta “non soltanto una deformazione – una degenerazione, abbiamo detto noi – del potere, ma l’assenza di una qualsiasi forma di potere e di controllo democratico”. E tuttavia – aggiungeva – dalle denunce dei guasti prodotti occorreva risalire agli “errori politici” che ne furono alla base e alle “cause di questi errori”, per capire meglio e “non consentire ai nostri avversari di buttare nell’informe calderone del cosiddetto ‘stalinismo’ tutti i momenti positivi della storia del primo Stato proletario” .

Il Segretario del Pci, dunque, sottoponeva a una critica severa aspetti rilevanti della direzione staliniana, ma ovviamente rifiutava i giudizi liquidatori dell’intera esperienza sovietica, collocando la stessa politica di Stalin nel quadro dello scontro mortale che si svolse nel mondo in quegli anni, nel quale l’Urss e il movimento comunista internazionale svolsero un ruolo fondamentale nella lotta contro i fascismi, dalla guerra di Spagna alla Resistenza.

Proprio a partire dai drammi di cui era stato testimone in Unione Sovietica , peraltro, oltre che dall’esperienza spagnola e dalla svolta dei fronti popolari, e naturalmente sulla base dell’elaborazione di Gramsci, Togliatti impresse al Pci – a partire dalla “politica di Salerno” del 1944 – una impostazione nuova, che legava strettamente democrazia e socialismo, delineando quella “via italiana” fondata su “riforme di struttura” e “democrazia progressiva” che sfociò in primo luogo nella lotta per l’Assemblea costituente e nel contributo decisivo fornito dai comunisti alla stesura della Costituzione repubblicana , quindi nelle lotte per la difesa e l’ampliamento della democrazia, e che nel 1956 venne organicamente definita.

Tale linea sarà poi portata avanti dai suoi successori, da Luigi Longo a Enrico Berlinguer, che proprio sul tema della democrazia come via del socialismo, inscindibile da esso, concentrò la sua elaborazione . Vi è dunque un grande patrimonio di elaborazione e di prassi politica (che peraltro non riguarda solo l’Italia: si pensi all’esperimento di Allende in Cile, che vide alleati socialisti e comunisti e fu stroncato nel sangue dal golpe made in Usa), che non si può cancellare con una mozione e che al contrario ha ancora tanto da offrire di fronte alla crisi sistemica di un capitalismo globale sempre più distruttivo.

Il caso del Pci e della via italiana al socialismo è inoltre l’esempio più clamoroso di quanto sia scorretto e storicamente sbagliato presentare il comunismo novecentesco come un fenomeno a una sola dimensione, quella appunto “totalitaria”. È, quest’ultima, una concezione da Libro nero del comunismo, non a caso il volume maggiormente sponsorizzato e diffuso da quel Berlusconi che un tempo era il nemico giurato di tanti che hanno votato la mozione del Parlamento europeo. La storiografia più avvertita perla ormai da tempo del comunismo come fenomeno complesso ed eterogeneo, se non addirittura di “comunismi” al plurale : una interpretazione che rende giustizia alla realtà storica e che appare lontana anni luce da un documento come quello votato a Bruxelles, che rappresenta un testo sbagliato e strumentale, da respingere al mittente e contro il quale sensibilizzare tutta l’opinione pubblica democratica e antifascista. Questo vale soprattutto nel nostro paese, in cui l’attacco alla storia dei comunisti rischia di essere funzionale a nuove offensive contro la Costituzione repubblicana, mentre proprio la Carta costituzionale continua a rappresentare una formidabile leva per la trasformazione e il progresso sociale.

 

 

 

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Per il rispetto della memoria e della storia

Andy Warhol Falce e Martello 350 minAppello all'Europarlamento. Le giuste esigenze di lotta al razzismo e al fascismo non possono fondarsi su un uso distorto e persino falso della storia o sul pretendere di recidere le radici di una componente fondamentale dell’antifascismo quale è quella comunista

La risoluzione del Parlamento europeo approvata a grande maggioranza il 19 settembre scorso, su «importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa», è un atto politico e culturale sbagliato e da respingere con forza.

In primo luogo va detto che non spetta a un organismo istituzionale o politico affermare una determinata ricostruzione della storia.

Questo è un compito che va lasciato al libero confronto tre le diverse interpretazioni e opinioni, alla ricerca degli studiosi. Un uso della storia che voglia imporre una determinata visione dei principali eventi del secolo scorso per farne armi per la battaglia politica immediata non dovrebbe avere cittadinanza in una vera democrazia.

In secondo luogo, le affermazioni riguardanti la storia del Novecento presenti nella risoluzione contengono errori, forzature e visioni unilaterali che sono inaccettabili.

Vi si afferma che il “patto Molotov-Ribbentrop” del 23 agosto 1939, «ha spianato la strada allo scoppio della Seconda guerra mondiale». Si omette così qualsiasi riferimento al colpevole comportamento delle democrazie liberali di fronte alla politica espansionistica nazifascista, che data almeno dall’invasione dell’Etiopia (1935) e dalla guerra di Spagna scatenata dal generale Franco (1936), e proseguita con il “diktat di Monaco” (1938) e il conseguente smembramento della Cecoslovacchia non solo a opera della Germania, ma anche della Polonia e dell’Ungheria. E non va dimenticata la annessione dell’Austria (Anschluss) avvenuta l’11 marzo del 1938.

La storia ci insegna che l’Unione Sovietica cercò a lungo una intesa con Francia e Regno Unito in funzione antitedesca, e si decise a un accordo con la Germania (al fine di rimandare il pur inevitabile attacco nazista) solo quando fu chiaro che tale intesa era impossibile, anche per l’opposizione della classe dirigente polacca guidata dal dittatore di destra Piłsudski e alleata di Francia e Regno Unito.

Inoltre la risoluzione non fa cenno all’enorme contributo alla vittoria contro il nazifascismo, decisivo per le sorti stesse dell’Europa e dell’umanità, dato sia dall’Unione Sovietica (oltre 25 milioni di morti), sia da chi, ovunque in Europa e nel mondo, spesso guidato dagli ideali e dai simboli delle varie correnti del movimento comunista internazionale, si oppose alle truppe hitleriane e ai loro alleati. Si dimentica così che Antonio Gramsci, oggi tra gli autori più letti e studiati in tutto il mondo, morto per volontà del fascismo, era un dirigente e teorico comunista. Si riesce a nominare Auschwitz senza dire che fu l’esercito dell’Unione Sovietica a liberarne i prigionieri destinati allo sterminio.

O si dimentica volutamente che in molti paesi (tra cui la Francia e l’Italia, ma non solo) i comunisti furono la principale componente della Resistenza al nazifascismo, dando un contributo di primo piano alla sua sconfitta e alla rinascita in quei paesi di una democrazia costituzionale e alla riaffermazione delle libertà politiche, sindacali, culturali e religiose. Per non parlare del decisivo apporto che Stati e idealità comuniste diedero nel Novecento alla liberazione di interi popolo dal giogo coloniale e a volte dalla schiavitù.

Ricordare questi dati di fatto, che la mozione colpevolmente omette, non significa ignorare e tacere sugli aspetti più condannabili di ciò che generalmente si chiama “stalinismo”, sugli errori e sugli orrori che vi furono anche in quel campo.

Essi però non possono cancellare una differenza di fondo: mentre il nazifascismo, nel dare vita a una spietata dittatura e nel negare ogni spazio di democrazia, di libertà e persino di umanità, nel perseguitare fino allo sterminio proclamato e pianificato, le minoranze religiose, etniche, culturali, sessuali, cercò di realizzare i propri programmi, i regimi comunisti prima e dopo la guerra, allorquando si macchiarono di gravi e inaccettabili violazioni della democrazia e delle libertà, tradirono gli ideali, i valori e le promesse che aveva fatto.

La qual cosa deve produrre domande, riflessioni e indagini, ma – congiuntamente al contributo dato dai militanti e dall’Urss alla sconfitta del nazifascismo – non permette in alcun modo l’equiparazione di nazismo e comunismo che è al centro della risoluzione del Parlamento europeo, né l’identificazione, più volte fatta dalla mozione, di comunismo e stalinismo, vista la grande varietà di correnti ideali ed esperienze politiche a cui il primo ha dato vita.

Queste falsificazioni e omissioni non possono essere assunte come base di una «memoria condivisa» e tantomeno diventare base di un programma comune di insegnamento della storia nelle scuole, come la mozione auspica.

Non può divenire la piattaforma di una «Giornata europea di commemorazione delle vittime dei regimi totalitari», quale la mozione chiede. Né fornire la motivazione per la rimozione «di monumenti e luoghi commemorativi (parchi, piazze, strade, ecc.)» che, con la scusa della lotta a un indistinto totalitarismo, invita in realtà a cancellare limpide pagine della storia di chi contribuì col proprio sacrificio a battere il nazifascismo.

Si afferma che la mozione del Parlamento europeo contiene inevitabili compensazioni atte a far passare anche una affermazione di volontà di lotta al «ritorno al fascismo, al razzismo, alla xenofobia e ad altre forme di intolleranza».

Ma queste giuste esigenze di lotta al razzismo e al fascismo non possono fondarsi su un uso distorto e persino falso della storia o sul pretendere di recidere le radici di una componente fondamentale dell’antifascismo quale è quella comunista. I popoli d’Europa non lo devono permettere.

PRIMI FIRMATARI:
Guido Liguori
Maurizio Acerbo
Walter Baier
Maria Luisa Boccia
Luciana Castellina
Paolo Ciofi
Davide Conti
Enzo Collotti
Maria Rosa Cutrufelli
Paolo Favilli
Paolo Ferrero
Eleonora Forenza
Nicola Fratoianni
Citto Maselli
Ignazio Mazzoli
Lidia Menapace
Massimo Modonesi
Roberto Morea
Roberto Musacchio
Pasqualina Napoletano
Rosa Rinaldi
Bianca Pomeranzi
Aldo Tortorella
Per adesioni:

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Un'assurda triste storia

FrancaProiettiPanzini 350 mindi Antonella Necci - Doveva essere un giorno di festa, di vittoria (esattamente un anno fa). Quella casa tanto attesa era finalmente arrivata. Ma per Franca Proietti Panzini, 83enne invalida, l’incontro all’ufficio Erp del dipartimento comunale non è andato come sperato. “Solo piani alti e senza ascensore, avrei dovuto rimanere bloccata li dentro senza poter nemmeno uscire - dice Franca -. Quindi ho dovuto accettare per Quartaccio ma temo di finire peggio di Bastogi”.

Per chi a questo punto della storia pensa che Franca sia di "troppe pretese", dovrebbe ripercorrere la sua assurda vicenda, come raccontato da Roma Today esattamente un anno fa. Casa di proprietà espropriata per fare delle opere pubbliche con la promessa di un alloggio popolare, due anni al residence di Val Cannuta, 24 a Bastogi. Da situazione provvisoria a definitiva, con questo diritto che diventa negato.

Fino alla risposta assurda pervenuta dagli uffici del dipartimento a febbraio 2019: “La casa le è già stata assegnata”. Ma dove? E quando, visto che Franca è sempre rimasta nelle sue quattro mura di Bastogi? “Abbiamo scritto a tutti, perfino alla sindaca Raggi per denunciare l’accaduto - racconta la nipote di Franca, Catia -. Tanto che, miracolosamente, dopo un paio di mesi ci rispondono dicendo che le erano stati assegnati 44 punti. Abbiamo rivendicato i diritti di mia zia, dall’esproprio al fatto che è anziana ed invalida, ed è stata reinserita. Fino ad oggi, la convocazione”. Buchi, errori e comunicazioni fuori dal normale che in questi anni hanno portato la famiglia di Franca a sbattere i pugni contro il tavolo più volte. Ed a produrre una fitta documentazione, tanta che la cartellina fa fatica a contenerla.

“Tra venti giorni mi daranno le chiavi e andrò a vederla accompagnata da un paio di funzionari comunali - spiega Franca -. Se la casa non è disastrata, l’accetterei. Sono stanca, vorrei finalmente riposare”. Ma il timore di ritrovarsi a 83 anni a rivivere il calvario già vissuto, sembra prevalere. Come la rabbia della figlia Ida: “Il comune dovrebbe quantomeno tenere in considerazione la storia pregressa delle famiglie, oltre alle loro esigenze fisiche. Mia madre è invalida, anziana. Possibile che in tutta Roma, dopo 26 anni, non le si poteva garantire un’opzione migliore?”.

 

 

 

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"Questi i sogni che non fanno svegliare..."

ceccano ottavia 350 minSi svolgerà domenica 15 Settembre alle ore 18 presso il castello dei Conti di Ceccano la presentazione del libro "Questi i sogni che non fanno svegliare. Storia di un impiegato, l’Opera rock di Cristiano De André" di Ottavia Pojaghi Bettoni e Alfredo Franchini e promosso dalle associazioni culturali Il centro del fiume e Indiegesta.

A cinquant’anni dal Sessantotto, Cristiano De André ha riscritto la musica di storia di un impiegato, tramutando lo storico album di Fabrizio in un’opera rock. Un modo per riproporre, con un vesti­to nuovo, l’attualità del messaggio poetico e sociale di quel disco. Nel libro di Alfredo Franchini e Ottavia Pojaghi Bettoni, Cristiano spiega che cosa lo ha spinto a rivestire di nuovi suoni le canzoni che sono presen­tate nei concerti con proiezioni e ambientazioni di palco in modo da riportarci nel clima degli anni Settanta quando, alla sera, i giovani anda­vano a dormire sapendo che si sarebbero svegliati nel futuro e avrebbero partecipato al cambiamento del mondo. Ma lo scopo è anche quello di trovare nelle parole di quelle nove canzoni dell’album i punti di contatto con la realtà attuale. Le musiche originali furono scritte da Fabrizio De André con l’ausilio di un giovane Nicola Piovani, “scoperto” solo un anno prima da De André che lo aveva chiamato per gli arragiamenti e la direzione dell’orchestra di non al denaro, non all’amore né al cielo. E se in quel caso erano stati scelti dei suoni country o classici, in storia di un impiegato si sente l’influenza della musica “progressive”, caratteristica degli anni Settanta. Da qui l’esigenza da parte di Cristiano, musicista tra i migliori polistrumentisti d’Europa, di dare a quelle canzo­ni un abito nuovo. Ed è un suono elettronico che è stato calibrato sui momenti psicologici del protagonista della storia.

Saranno presenti anche gli Affa Affa Brothers by Tandem.

L'evento è patrocinato dal comune di Ceccano.

 

 

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