fbpx

Non abbassare la guardia dai tentativi di ribaltare la storia

Anche quest'anno tentativi di annacquare l’importanza del 25 aprile

Festa della Liberazionedi Valentino Bettinelli - Ogni anno, la settimana che precede la celebrazione del 25 aprile riserva un palcoscenico particolare per tutti quelli che tentano in ogni modo di annacquarne l’importanza.

A turno, gli esponenti della destra italiana tentano di inveire contro le celebrazioni della Liberazione, contro l’ANPI e contro i partigiani, troppo spesso definiti “codardi traditori della Patria”. Anche quest’anno, nonostante la pandemia in atto, le polemiche non sono mancate; se da un lato continuano ad esprimere il loro DNA fascista le varie forze extraparlamentari quali Casapound e Forza Nuova, non va diversamente per quei gruppi, di ultra destra e sovranisti, a pieno titolo nel cosiddetto arco Costituzionale. Tante le voci chiaramente nostalgiche del ventennio: da Salvini alla Meloni, fino ad arrivare addirittura ad Alessandra Mussolini, proprio lei, la nipote del fuggiasco sotto mentite spoglie tedesche.

Tra varie interpretazioni grottesche e tentativi di becero revisionismo, spicca la perla, per così dire, del Senatore di Fratelli d’Italia, Ignazio La Russa. Non bastava oltraggiare la memoria della Resistenza Partigiana, ma l’illuminata mente del Senatore “patriota” ha partorito un’idea ancor più ardita, ovvero tentare di mischiare tutto in un calderone di nulla. Curioso come il buon La Russa abbia avanzato una proposta che avrebbe fatto sorridere se a pronuciarla fosse stato il suo storico imitatore Fiorello. Invece il Senatore ha proposto di celebrare, il 25 aprile, tutte le vittime di guerra; non pago di tale inventiva, ha pensato bene di intorbidire ulteriormente le acque, inserendo nel novero di tali caduti anche tutti i morti provocati dal Covid-19. Una mossa strategica vile e con un chiaro obiettivo di cancellare la memoria della lotta per la libertà, portata avanti dai Partigiani, contro un regime totalitario che per un ventennio ha gravato l’Italia del giogo della dittatura e della repressione del dissenso.

Speculare, inoltre, sulle migliaia di vittime causate dal Covid-19 traccia un ulteriore solco tra buonsenso e mera propaganda di stampo fascista. Ancora una volta la destra in Italia perde occasione di fare ammenda sugli errori del passato, continuando una battaglia contro i mulini a vento, per cercare di riscrivere la storia. C’è chi ha chiesto pieni poteri e chi non ha mai rinnegato la morale fascista. C’è chi prega la morte ai partigiani ancora in vita e chi vorrebbe cancellare l’ANPI.

Questo atteggiamento squadrista di una certa parte della politica italiana rafforza il bisogno di una corretta espressione dei valori della Resistenza. È necessario, oggi più che mai, portare avanti le battaglie che 75 anni fa portarono di nuovo la luce della democrazia nel nostro Paese, martoriato dal secondo conflitto mondiale e da venti anni di dittatura fascista.
È inaccettabile il tentativo di rendere vani tali sforzi da parte di chi vorrebbe una restaurazione del Regime. Oggi c’è bisogno di una unità di intenti che ci aiuti a sconfiggere ogni rigurgito fascista. Sono passati 75 anni da quel 25 aprile 1945, eppure loro sono ancora ben presenti in ogni strato sociale, con una forza in più: se per anni, infatti, erano relegati ad essere una voce fuori dal coro istituzionale, adesso hanno velleità di potere, in molte situazioni già conquistato.

La lotta va affrontata tutti insieme, con tutte le differenze che connotano le varie forze antifasciste in Italia. Per questo è utile ricordare un passaggio del compianto Presidente Sandro Pertini: “Io non sono credente, ma rispetto la fede dei credenti; io sono socialista, ma rispetto la fede politica degli altri e la discuto, polemizzo con loro, ma loro sono padroni di esprimere liberamente il pensiero. Il fascismo no, il fascismo lo combatto con altro animo: il fascismo non può essere considerato una fede politica; il fascismo è l’antitesi delle fedi politiche, il fascismo è in contrasto con le vere fedi politiche perché il fascismo opprimeva chi non la pensava come lui”.

Non sarà possibile scendere nelle piazze e celebrare la Festa della Liberazione dal nazifascismo come tutti gli anni, ma la nostra forza deve essere quella di unirci nonostante le difficoltà. L’epidemia da Covid-19 ci ha tolto la possibilità di manifestare in massa, ma non può togliere i valori che condividiamo e che rappresentano lo spirito della Carta Costituzionale.
Stiamo combattendo l’invasione del Coronavirus, ma non bisogna abbassare la guardia dai continui tentativi di ribaltamento della storia. La nostra Costituzione esprime, in tutti i suoi 139 articoli, quello che è il primo Articolo della nostra pacifica Democrazia, l’antifascismo.

Resistere, dunque, è più che mai un imperativo categorico, per dire tutti insieme che sarà andato tutto bene, dopo aver sconfitto il coronavirus e i neofascisti del terzo millennio. Perché il fiore del Partigiano sia sempre vivo e ci aiuti a cantare, come sempre, il canto della nostra Resistenza.

BELLA CIAO!!!

 

 

 

Modulo nuovo di Autocertificazione per ottemperare alle disposizioni dell'emergenza coronavirus da SCARICARE, STAMPARE e COMPILARE

{jd_file file==21}

Leggi tutto...

25 aprile ’45. Uno spartiacque nella storia d’Italia

Il miracolo della Costituzione, nonostante tutto

costituzione de nicola de gasperi 350x260di Aldo Pirone - Il 25 aprile del 1945 segna uno spartiacque positivo nella storia d’Italia. Con l’insurrezione nazionale al nord guidata dal Comitato di liberazione Alta Italia, finisce la Guerra di Liberazione e con essa l’epopea della Resistenza partigiana e popolare. Tornare a riflettere sul valore politico di quella data e sui valori in essa contenuti che furono alla base della rivoluzione democratica e antifascista, è sempre stimolante per il presente e per il futuro del nostro Paese.

Il bilancio storico. Moralmente e politicamente le forze che si schierarono nella Resistenza e nella Guerra di Liberazione nazionale furono la maggioranza. La partecipazione popolare fu la vera novità storica e, se paragonata all’altro grande evento storico nazionale, il Risorgimento¹, fu numericamente e politicamente superiore². Ciò in virtù dell'intervento politicamente intelligente e realistico, cosciente e maturo dei partiti di sinistra che proposero le forze lavoratrici e popolari come nuove classi dirigenti nazionali e anche dell’apporto non secondario delle forze popolari cattoliche. I valori che animarono la Resistenza furono senza dubbio la libertà, la giustizia sociale con la solidarietà, la democrazia.

La Repubblica. Ma quei valori sarebbero durati lo spazio di un mattino se l’Italia non fosse divenuta Repubblica ed essi non fossero stati, poi, fissati nella nostra Costituzione. Il che non fu una passeggiata. Nei due anni e otto mesi che intercorsero fra il 25 aprile ’45 e l’entrata in vigore della Carta fondamentale il primo gennaio del ’48, l’Italia fu teatro di una dura e intensa lotta politica e popolare. La prima a essere conquistata fu la Repubblica, contro una massa di forze moderate, contro un re, Umberto II, e una dinastia, i Savoia, che fino all’ultimo dimostrarono la loro fellonia. Il “re di maggio” non volle, con motivazioni capziose, riconoscere il risultato delle urne e se ne andò sbattendo la porta. A uscire diviso dal risultato elettorale fu il popolo italiano. Al nord la Repubblica aveva stravinto, ma al sud era stata la Monarchia a vincere nettamente. Sul piano nazionale i voti repubblicani erano stati 12.717.923, (54,3 %) quelli monarchici 10.719.284, (46,7%).

La divisione fra gli antifascisti. A confermare che i rapporti di forza fra moderati e progressisti non erano esaltanti per quest’ultimi, furono anche i risultati della Costituente. La Democrazia cristiana (35,21%) si affermò largamente come primo partito, seguita dal Partito socialista (20,68%) e poi dal Pci (18,93%). L’altro partito di sinistra che aveva avuto un ruolo di primo piano nella lotta partigiana, il Partito d’Azione, praticamente scomparve. A ciò bisogna poi aggiungere che a livello internazionale, dopo la Conferenza di Potsdam, aveva preso avvio un processo di divaricazione fra i “tre grandi” artefici della guerra antinazista e antifascista: Stati uniti e Gran Bretagna da una parte e Unione sovietica dall’altra. Questo processo di divisione, che in seguito sarebbe sfociato nella “guerra fredda” fra campi e blocchi politico-ideologici e militari, contrapposti, s'intrecciò intimamente, alimentandolo, con quello medesimo che si andava producendo fra le forze popolari e antifasciste in Italia. La prima iattura si ebbe a gennaio ’47 con la scissione del Partito socialista operata da un leader di primo piano come Saragat. L’acme fu raggiunto con l’estromissione dei comunisti di Togliatti e dei socialisti di Nenni dal governo operata con freddezza da De Gasperi nel maggio successivo. In quel momento l’Assemblea costituente doveva ancora definire la seconda parte della Costituzione.

Volarono i piatti. Come avviene spesso nelle famiglie che si dividono in modo traumatico, in quella antifascista la separazione fra le forze popolari avvenne in un clima crescente di accuse reciproche, recriminazioni e insulti. Da una parte, quella dei “socialcomunisti”, bastava vedere le scritte sui cartelli nelle manifestazioni e gli slogan dei manifesti contro il “governo nero” democristiano, oppure sentire le parole dei ritornelli popolari contro il trentino “Cancelliere” “Von” De Gasperi. Dall’altra, quella dei democristiani, con il sostanzioso contributo della Chiesa di Pio XII che chiamava alla crociata pro o contro Cristo, arrivavano maledizioni divine contro il Nenni “mangiapreti”, il Togliatti dal diabolico piede forcuto e i “socialcomunisti senza Dio”. L’accusa di tradimento della Patria per essere al soldo di Stalin, da una parte, o di Truman e dell’imperialismo americano, dall’altra, sovrastava lo scontro che dilagava anche negli articoli dei giornali di partito non sempre misurati. Fu solo un’anticipazione di quel che sarebbe successo di peggio nella campagna elettorale del 18 aprile del ’48. A dividersi non furono solo i vertici politici, i dirigenti a tutti i livelli, ma anche famiglie e amici.

Il miracolo della Costituzione. La Carta fondamentale della Repubblica fu approvata dall’Assemblea costituente il 22 dicembre e promulgata il 27 ed entrò in vigore l’1 gennaio del ’48. Porta la firma del comunista Umberto Terracini, presidente dell’Assemblea, del democristiano Alcide De Gasperi, Presidente del Consiglio, e del Capo dello Stato il liberale Enrico De Nicola. Il varo della Costituzione, se si guarda al processo di divaricazione fra le forze popolari antifasciste in quel biennio ’46-‘47, può apparire un miracolo. Un miracolo, soprattutto, per i contenuti del documento fondativo. Il patto antifascista fra le forze popolari, progressiste e moderate, resse a dispetto di ogni divisione che permarrà e continuerà per molti anni ancora. I legami stretti fra i partiti antifascisti nella comune lotta di Resistenza e in quella partigiana furono più forti di ogni incipiente e acuta divaricazione e contrapposizione interna e internazionale.

La Costituzione compiva e normava la rivoluzione democratica e antifascista che in poco meno di quattro anni e mezzo aveva mutato gli italiani da sudditi di una monarchia complice della dittatura fascista, in cittadini di una Repubblica costituzionale, animata e governata da partiti antifascisti e da una nuova classe politica democratica. La mutazione riguardava tutti gli italiani; in primis le donne che ebbero non solo il diritto di voto ma il quadro normativo fondamentale che ha consentito loro significative vittorie legislative nella lunga battaglia per l’emancipazione, prima, e per la liberazione femminile, poi, ancora in corso. L’assestamento di questo rivolgimento fu dominato dalle forze moderate con non pochi condizionamenti conservatori, reazionari e revanchisti rispetto alla Resistenza, particolarmente virulenti nella fase politica del centrismo e della “guerra fredda” ma in seguito via via regredienti.

Rinnovamento civile e sociale. La Carta fondamentale ebbe il profilo programmatico che le dettero le forze popolari, laiche, socialiste e cattoliche³. “Il libro da porsi accanto all'arca del patto una Costituzione che illuminerà e guiderà il popolo italiano per un lungo periodo della sua storia” come preconizzò il capo del Pci Togliatti. In essa furono fissati i valori fondativi del lavoro e il ruolo dei lavoratori, i diritti sociali e quelli civili. La Costituzione assegnò alla Repubblica il compito di garantirli attivamente, attraverso gli strumenti di trasformazione sociale scolpiti nelle sue disposizioni. Qualcuno, all’epoca, osservò che non era possibile assicurare subito a tutti i diritti sociali previsti. Gli fu risposto da Togliatti, ricorda Piero Calamandrei, con i versi di Dante: occorre fare “come quei che va di notte, / che porta il lume dietro e a sé non giova, / ma dopo sé fa le persone dotte”.

La culla fu Resistenza. La Costituzione guardava al futuro, alle nuove generazioni. Andava oltre le divisioni ideologiche fra i partiti antifascisti, segnava il terreno in cui si sarebbe svolta la lotta politica e quella sociale, a volte asperrima e non priva di scontri radicali. Raccoglieva pienamente, dandogli veste giuridica, le aspirazioni alla libertà, al rinnovamento sociale e civile, alla democrazia progrediente che erano stati la molla della Resistenza. Quella molla che, intorno ai falò e nelle baite di montagna, aveva animato le acerbe discussioni dei partigiani sul futuro dell’Italia; che aveva accompagnato la solitudine del gappista nelle città; che aveva spinto i sappisti nelle campagne ad attaccare tedeschi e fascisti, a sabotare ponti e ferrovie, a impedire le requisizioni nazifasciste di grano e bestiame ai contadini. Quella molla che aveva indotto tantissimi italiani a non collaborare con i nazifascisti, a non cedere alle torture, alle minacce, ai ricatti e al terrore nazifascista. Piero Calamandrei, qualche anno più tardi, parlando agli studenti di Milano, colse bene questo legame indissolubile fra la nostra Carta fondamentale e la Resistenza:

«Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità; andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione».

 

Note

1 - La Resistenza fu definita anche come “Secondo Risorgimento” per rimarcarne la continuità con il Risorgimento che portò all’unità dell’Italia. Si voleva così porre l'accento sul carattere nazionale della lotta di Liberazione contro il nemico tedesco.
2 - Aldo Moro nel suo discorso sul trentennale della Resistenza fatto a Bari il 21 dicembre del 1975 ebbe a rilevare: “La Resistenza fu lo scatto ribelle di un popolo oppresso, teso alla conquista della sua libertà. Ma essa non fu solo un moto patriottico-militare contro l’occupante tedesco, destinato, perciò, ad esaurirsi con la fine del conflitto mondiale. La Resistenza viene da lontano e va lontano. Affonda le sue radici nella storia del nostro Stato risorgimentale. E’ destinata a caratterizzare l’epoca della rinnovata democrazia italiana. Un dato storico è da mettere in rilievo: alla Resistenza parteciparono, spontaneamente, larghe forze popolari, e non solo urbane, ma della campagna e della montagna”.
3 - Molto proficuo fu l’incontro politico e culturale nella commissione dei 75 fra le forze di sinistra d’ispirazione socialista e quelle cattoliche della Dc rappresentate, in particolare, dal gruppo dei “professorini”: Giuseppe Dossetti, Amintore Fanfani, Giorgio La Pira, Aldo Moro.

 

 

Aldo Pirone
Associazione culturale Enrico Berliguer
Roma Via Opita Oppio 24

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

Leggi tutto...

Enzo Tortora, storia di malagiustizia

enzotortora 350 mindi Antonella Necci - Storia di un uomo onesto. Sono le 4 di mattina del 17 giugno 1983 quando i carabinieri del Reparto Operativo di Roma bussano alla stanza dove riposa Enzo Tortora all’Hotel Plaza, lo dichiarano in arresto e lo ammanettano. Tortora non riesce a spiegarsi il perché: non ha commesso illeciti e ha sempre rispettato la legge. Gli sta crollando il mondo addosso, senza che ne comprenda il motivo. Quando lo chiede ai carabinieri riceve una risposta netta: traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico.

Enzo Tortora è uno dei volti più noti della Rai. Conduce Portobello, trasmissione da lui creata che da anni tiene incollati gli italiani allo schermo, raggiungendo anche picchi da 26 milioni di telespettatori. È l’uomo del momento, più di quando aveva condotto il Festival di Sanremo nel 1959 o di quando, negli anni Sessanta, aveva trasformato La Domenica Sportiva in una trasmissione di culto. Il suo arresto scuote l’opinione pubblica, che ha sempre considerato Tortora un uomo perbene, l’anfitrione di tante serate passate davanti al televisore. Gli addetti ai lavori e i colleghi inizialmente non si sbottonano, vogliono capire i contorni della vicenda e leggere le accuse, che quando vengono comunicate, appaiano schiaccianti, impossibili da smontare. Ma non sempre le cose sono come sembrano.

Tortora è coinvolto in un’indagine che porta all’arresto di oltre 850 persone collegate alla Camorra e le accuse a carico del presentatore si basano sulle dichiarazioni di ben 19 pentiti. Tra questi spicca il nome di Pasquale Barra, ‘o animale, legato alla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo e noto per la ferocia dei suoi omicidi. In particolare viene ricordato per il metodo tremendo usato per uccidere il boss della malavita milanese Francis Turatello. Durante un agguato nel carcere di Nuoro, Barra infatti accoltella Turatello, poi gli estrae gli organi interni e ne azzanna il cuore. Sembra surreale che un uomo come Enzo Tortora possa essere associato a personaggi del genere, eppure se a parlare non è una, ma addirittura 19 persone, deve esserci un fondo di verità.

Oltre alle parole dei pregiudicati, è soltanto una la prova materiale che porta all’accusa di Tortora: l’agendina trovata nell’abitazione del camorrista Giuseppe Puca, detto ‘o Giappone. All’interno, a penna e con grafia confusa si trova un numero di telefono con sotto il nome: Tortora. Il conduttore, portato a Regina Coeli, resta in carcere sette mesi e come racconta in una delle sue lettere viene sistemato in una cella di pochi metri insieme ad altre sette persone. L’unico appiglio per non impazzire è scrivere alla sua compagna, Francesca Scopelliti. In una di queste, poco dopo l’arresto, dice: “È stato atroce, Francesca. Uno schianto che non si può dire. Ancora oggi, a sei giorni dall’arresto, chiuso in questa cella 16 bis, con altri cinque disperati, non so capacitarmi, trovare un perché. Trovo solo un muro di follia. Mi verrebbe da ridere, amore, se la cella non fosse vera, le manette autentiche, le notizie emesse sul serio. È come se mi avessero accusato di avere ucciso mia madre, e dicessero di averne le prove”. Quando scrive queste parole, Tortora non è ancora a conoscenza del caos che il suo arresto ha scatenato fuori dalla sua cella.

La Rai, per cui ha lavorato anni, è la prima a trasmettere in modo morboso le immagini di Tortora ammanettato. Il voyeurismo delle sofferenze altrui diventa lo strumento per far vendere qualche copia in più alle riviste o aumentare gli ascolti. Molti quotidiani usano il suo arresto per dire che: “Non è vero che le leggi o sono sbagliate o se sono giuste non vengono applicate, non è vero che non esistono gli intoccabili”. I rotocalchi di gossip pubblicano le foto della madre di Tortora intenta a pregare per lui in chiesa. La macchina del fango entra in azione. Si susseguono gli scoop falsi: c’è chi assicura di averlo visto spacciare anche negli studi televisivi, chi parla di riciclaggio di denaro sporco, o addirittura di un’amicizia tra Tortora e quel Francis Turatello appena ucciso da Barra. Interviene persino la madre di Turatello a smentire la notizia, ma ormai Tortora nell’immaginario collettivo è un mostro. Gira anche la voce dell’iniziazione camorristica del presentatore attraverso il taglio su un braccio. Braccio di Tortora che, ovviamente, non ha alcuna cicatrice.

Quando Tortora scopre il trattamento che gli è riservato dai media scrive alla compagna: “Non mi parlare della Rai, della stampa, del giornalismo italiano. È merda pura. A parte pochissime eccezioni mi hanno crocifisso, linciato, sono iene. Sai, non esco a fare l’ora d’aria perché i tetti sono pieni di fotoreporters”. In un’altra si sfoga: “Ho visto le foto di mia madre infamata (‘Gente’) persino nella cappella dove va a pregare per me. Sono ancora nel tunnel, sono diventato ‘il caso’, ‘il giallo’: tutto ciò che odio”. Se da un lato manda a Francesca messaggi affettuosi (“Guarda per me il mare, baciami un fiore”), viene anche fuori tutto il suo scoramento, la rabbia verso un Paese che non riesce più a riconoscere. “Questo Paese non è più il mio. Il mio compito è uno: far sapere. E non gridare solo la mia innocenza: ma battermi perché queste inciviltà procedurali, questi processi che onorano, per paradosso, il fascismo, vengano a cessare. Perché un uomo sia rispettato, sentito, prima di essere ammanettato come un animale e gettato in carcere su delazioni di pazzi criminali”.

Eppure c’è chi si ribella. Enzo Biagi scrive una lettera al Presidente della Repubblica Sandro Pertini chiedendogli di far luce sul “Caso Tortora”, sui legali che non possono leggere i verbali del loro assistito e sulla crocifissione di un uomo che non ha ancora subito un processo. Seguono a ruota le difese di Piero Angela, Indro Montanelli e Giorgio Bocca, contro la perversione di sbattere il mostro in prima pagina e con la richiesta di fare chiarezza sulla vicenda e garantire al presentatore una giustizia equa. Una difesa perentoria arriva anche da Leonardo Sciascia, che paragona il caso Tortora alle scommesse su una partita di calcio, con l’opinione pubblica divisa tra innocentisti e colpevolisti in base alle impressioni di simpatia e antipatia. Sciascia è il primo personaggio pubblico a essere convinto dell’innocenza di Tortora, ma con il passare dei mesi sono sempre di più quelli che iniziano a chiedersi: “E se non fosse colpevole?”.

Quando esce dal carcere per affrontare il processo, l’appoggio più significativo a Tortora arriva dal Partito Radicale, che decide di sostenere le sue battaglie civili e di candidarlo alle elezioni europee del 1984. Quando viene eletto al Parlamento europeo, il procuratore Diego Marmo sbotta in aula definendo Tortora un “cinico mercante di morte, diventato deputato con i voti della Camorra”. Il 17 settembre del 1985 arriva il primo grado della sentenza: le accuse dei pentiti hanno un’eco troppo grande e Tortora viene condannato a dieci anni di carcere. Subito l’opinione pubblica torna all’attacco del conduttore, accusandolo di aver scelto la carriera politica per ottenere l’immunità parlamentare. È questo il momento in cui Tortora sorprende tutti, compreso il Partito Radicale e un incredulo Marco Pannella, decidendo di dimettersi dal ruolo di europarlamentare e rinuncia all’immunità, consegnandosi agli arresti domiciliari, da innocente.

Anche in aula Tortora continua a ribadire la sua innocenza, rivolgendosi ai giudici in questo modo: “Io grido: sono innocente. Lo grido da tre anni, lo gridano le carte, lo gridano i fatti che sono emersi da questo dibattimento! Io sono innocente, spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi”. È il travaglio di un uomo che ha rinunciato alla libertà, mettendosi nelle mani della giustizia per un profondo senso etico e un rigore morale radicato nel profondo. Sa di essere innocente e vuole dimostrarlo senza scorciatoie. Nel 1986 e nel 1987 emerge la verità: Enzo Tortora viene assolto con formula piena sia in secondo grado che in Cassazione. E adesso l’opinione pubblica, dopo anni di sciacallaggio ai danni di un uomo innocente, esorcizza la colpa collettiva con una domanda diversa: “Come è potuto succedere?”.

Si scopre infatti che il nome sull’agenda del camorrista Puca non era “Tortora”, bensì “Tortona”, e il numero di telefono associato apparteneva a una sartoria. Per capire il motivo per cui Tortora è stato tirato in ballo bisogna ricostruire una storia di vendetta: quella del pregiudicato Giovanni Pandico, che ha imbastito una rete di testimonianze false per colpa di alcuni centrini da tavola. Pandico aveva infatti inviato dal carcere alla redazione di Portobello alcuni centrini, per poterli mettere all’asta durante la trasmissione. La redazione però aveva smarrito i centrini, ed era stato costretto a intervenire Tortora in persona, mandando una lettera di scuse a Pandico e rimborsandolo per i centrini andati persi. Pandico, in preda a paranoia e manie di persecuzione, non aveva accettato le scuse e aveva iniziato a inviare a Tortora lettere intimidatorie con scopo di estorsione. Tortora non conosceva le dinamiche del mondo criminale di Pandico e non poteva aspettarsi una vendetta di tale portata, con il coinvolgimento di alcuni dei principali pregiudicati di Camorra.

Il 20 febbraio del 1987 è una data importante per la storia della televisione italiana: Enzo Tortora torna a condurre il suo Portobello da uomo libero. Esordisce con un semplice “Dunque, dove eravamo rimasti?”. Il pubblico lo accoglie con una lunghissima standing ovation e il presentatore trattiene a stento la commozione. È la fine di un caso di malagiustizia trasformato in un’arena mediatica, dove gli spettatori hanno stabilito il destino di un uomo prima ancora che si pronunciasse la giustizia. I Pubblici Ministeri che hanno messo Tortora alla gogna però non hanno subìto conseguenze nel corso della loro carriera. Diego Marmo e Lucio Di Pietro si sono scusati con la famiglia soltanto a distanza di anni, pur continuando a difendere la loro condotta durante l’indagine. Lo stesso Marmo che aveva definito Tortora “un cinico mercante di morte”.

Il caso Tortora ha avuto invece effetti sull’intera macchina giudiziaria italiana. La vicenda ha portato infatti al referendum sulla responsabilità civile dei magistrati e, nel 1988, alla legge Vassalli sul “Risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati”, facendo ricadere la responsabilità direttamente sullo Stato. Queste modifiche sono avvenute proprio perché il caso Tortora – definito da Giorgio Bocca “Il più grande esempio di macelleria giudiziaria all’ingrosso del nostro Paese” – ha coinvolto mediaticamente l’intera nazione per la notorietà del presentatore, ma i casi di malagiustizia che riguardano i comuni cittadini continuano a ripetersi ancora oggi.

Un anno dopo essere stato assolto, Enzo Tortora è morto a causa di un cancro ai polmoni. Gli anni di stress, di dolore e di privazioni hanno messo a dura prova la sua psiche e il suo corpo e non si è potuto godere la libertà difesa a un costo così alto. A sopravvivergli però è stato l’onore nell’affrontare a testa alta un’ingiustizia indegna di un Paese democratico e oggi il presentatore ha in tutta Italia strade e piazze che portano il suo nome. La vergogna è invece rimasta in seno a uno Stato che non ha saputo garantire a un cittadino i propri diritti, distruggendo la sua esistenza.

 

 

 

Articoli e  news di questo giornale online direttamente sul tuo Messanger  clicca qui

aspetta che appaia tutto il testo - 6 righe

 

 

youtube logo red hd 13 Iscriviti al nostro canale Youtube di UNOeTRE.it 

 

Sottoscrivi abbonamento gratuito all'aggiornamento delle notizie di https://www.unoetre.it - Home

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

 

Sostieni UNOeTRE.it

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

 

Leggi tutto...

La bellezza, la storia e l'impegno della scuola per il futuro

La bellezzadi Paola Bucciarelli - Dall’antichità ad oggi, l’uomo si è sempre interrogato sull’idea di bello. La bellezza è una delle cifre che hanno caratterizzato tutte le società e, di conseguenza, le culture del mondo.

Potremmo costruire, anzi è stato già fatto, una storia del mondo a partire da una storia della bellezza. Potremmo, attraverso questo concetto, osservare come sia cambiato attraverso i secoli e come siano evoluti, sviluppati, i diversi popoli. Potremmo accorgerci che la bellezza non è mai stata semplicemente legata all’arte, ma anche alla natura, ai fiori, alle piante, agli animali, agli astri, al divino.
Insomma la bellezza ha da sempre mille espressioni, sta agli uomini saperle cogliere.

Gli uomini riescono a cogliere la bellezza quando è parte della loro identità. L’identità degli uomini passa per la storia che la forma e la plasma. Uno studio sempre più superficiale della storia rischia,dunque, di intaccare sempre più pericolosamente le radici del nostro Paese e della nostra cultura.

La storia, invece, ci aiuta a comprendere e a mettere in relazione cose diverse. Marginalizzandola si diventa schiavi inconsapevoli. La storia invece diventa un potente mezzo per sfuggire a quell’eterno presente che schiaccia le persone in un’attualità ossessivamente pervasiva, dove esiste solo ed esclusivamente il tempo presente, l’attimo, l’istante, si dimentica il passato e non si pensa al futuro.
L’incertezza dell’esistenza che caratterizza l’uomo contemporaneo fa si che questi si senta sciolto da ogni vincolo e legame, stando al mondo senza un progetto.
Lo studio della storia e’ quindi necessario per la comprensione delle proprie radici, dei nostri errori, delle nostre opinioni, del nostro progetto. La storia come verifica delle nostre posizioni. Pertanto, dimenticare il passato, prima ancora che portarci a prendere decisioni sbagliate e a ripetere errori passati, ci fa dimenticare noi stessi, chi siamo, qual è la nostra identità.
La storia, però, ci aiuta non solo a comprendere il presente ma allo stesso tempo a delineare la strada verso il futuro.

Oggi, insieme al passato, gli studenti ci chiedono di studiare il futuro.
Ragazze e ragazzi ci pongono domande legittime alle quali nessuno sa dare risposte certe. Questa è la sfida che attende e, sempre di più attenderà, i docenti.

I docenti per primi devono mettersi a studiare per provare a capire come si può affrontare insieme la questione dei cambiamenti climatici: con quali strumenti e consultando quali materiali, utilizzando quali saperi e con quale metodo di ricerca.
Non basta solo il ricorso alle discipline scientifiche, perché in ballo ci sono i nostri comportamenti, dunque il nostro immaginario, insieme al necessario confronto tra opinioni diverse. Dovremo dunque interrogarci sull’etica, praticare il dialogo, incrociare la filosofia.
Un’ottima occasione, dunque, per metterci in gioco davvero e discutere, con dati alla mano, se lo sviluppo sostenibile sia solo un ossimoro e cosa intenda fare chi parla di green new deal.

Nelle manifestazioni denominate “friday for future” sono apparsi cartelli che sintetizzavano in maniera sublime l’indirizzo a cui tutti dobbiamo tendere: "- EGO + ECO".
Decenni di individualismo di massa sfrenato comportano, per contrastarlo, cambiamenti profondi. Trent’anni fa Alexander Langer propose il tema della conversione ecologica, evocando una trasformazione che doveva intrecciare la necessaria riconversione energetica, agricola, urbanistica e industriale con una più profonda trasformazione delle nostre relazioni con la natura, il pianeta e l’iniqua distribuzione delle ricchezze. Nel cercare di individuare un’etica all’altezza di una sfida ecologica che sentiva ineludibile, proponeva di riprendere la morale kantiana così formulata: ciascuno di noi dovrebbe limitare il suo consumo di risorse ed energia, adeguandolo alla possibilità che i sei miliardi di abitanti del pianeta possano consumare altrettanto. Siamo arrivati a essere oltre 7,7 miliardi noi inquilini della Terra e calcolare quali cambiamenti nei consumi e nel nostro stile di vita comporterebbe il prendere sul serio quella morale potrebbe costituire un ottimo esercizio per avvicinare al nostro sentire le condizioni di vita materiali di miliardi di nostri coinquilini, comprendendo che già oggi, oltre la metà delle migrazioni forzate di intere popolazioni, sono dovute a fattori climatici e ambientali.

Per cambiare, però, abbiamo bisogno non solo di scienza e statistica, ma anche di simboli e immaginario, dunque di arte e potremmo ricordare le profetiche parole dal dottor Astrov nello zio Vania, di Anton Čecov : “Le foreste si fanno sempre più rade, i fiumi si seccano, la selvaggina si è estinta, il clima è guastato, e di giorno in giorno la terra diventa sempre più povera e più brutta. Tu mi guardi con ironia (…) ma quando passo vicino alle foreste contadine che ho salvato dal taglio fraudolento, quando sento stormire la mia giovane foresta piantata dalle mie mani, io mi accorgo che il clima è un poco anche in mio potere e che se fra mille anni l’uomo sarà felice, ne avrò un poco anch’io il merito.”

 

 

Articoli e  news di questo giornale online direttamente sul tuo Messanger  clicca qui

aspetta che appaia tutto il testo - 6 righe

 

 

youtube logo red hd 13 Iscriviti al nostro canale Youtube di UNOeTRE.it 

 

Sottoscrivi abbonamento gratuito all'aggiornamento delle notizie di https://www.unoetre.it - Home

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

 

Sostieni UNOeTRE.it

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

 

 

Leggi tutto...

La solita storia

Gruber Gualtieri 350 mindi Aldo Pirone - L’altra sera in Tv da Lilli Gruber c’era il ministro Gualtieri. Soporifero e serafico ha spiegato con pazienza le qualità della legge finanziaria in discussione e relegato a normalità fisiologica e bandierine propagandistiche i circa 1500 emendamenti annunciati dalle varie forze della stessa traballante maggioranza. Alla fine, la conversazione con la Gruber e lo scalpitante Padellarlo si è animata sugli annunci fatti da Zingaretti a conclusione della tre giorni del PD a Bologna intitolata “Tutta un’altra storia”. Ma come? – hanno detto un dipresso Lilli e Padellaro – con Venezia e l’Italia sott’acqua, con l’emergenza all’Ilva di Taranto, il segretario dem mette lo ius soli e lo ius culturae come priorità programmatica? Non si accorge così di offrire il fianco alla già scatenata propaganda di Salvini e alla sua ruota di scorta Giorgia Meloni? Gualtieri ha risposto che alla “tre giorni” bolognese non si è parlato solo di quello, ma di tante altre cose e che la gerarchizzazione delle proposte, ovvero le loro priorità, “è stata fatta da voi giornalisti”.

E’ sembrato, almeno a me, un modo diplomatico per prendere le distanze dalle conclusioni zingarettiane. Una diplomazia che non ha avuto il governatore dell’Emilia Bonaccini che, essendo duramente impegnato a conservare la Regione in orbita democratica, è stato più tranchant nel dissentire. Evidentemente anche Bonaccini aveva capito la stessa cosa di Gruber, Padellaro e tanti altri.

Che cosa evidenzia quest’ultimo episodio? Evidenzia, per quel che riguarda il PD, un paio di cose. Intanto una mancanza di capacità propagandistica desolante derivante da una lontananza dalla condizione materiale e dallo spirito regressivo che anima gli strati popolari e di lavoratori che una volta stavano naturalmente a sinistra. Il punto non è ovviamente mettere la sordina a ius soli e ius culturae ma capire come si riesce a scardinare il consenso di una parte popolare non piccola alla destra xenofoba e nazionalista in questo momento; proprio, anche, per disinnescare l’opposizione irrazionale a provvedimenti di elementare civiltà. Basterebbe avere un po’ di memoria storica per capire che la questione principale è come si aggredisce la condizione materiale di chi oggi si fa incantare dalle sirene salviniane. Ma per questo, ed è l’altra incapacità dei dem, occorrerebbero iniziativa e decisione politica.

La legge finanziaria avrebbe potuto essere l’occasione per i dem e per Leu di avere questa iniziativa che avrebbe dato un colore diverso a tutto il dibattito in corso dentro e fuori della maggioranza. Non che i provvedimenti della manovra di Bilancio siano da buttar via, per carità, ma mancano di quelle disposizioni trainanti che potevano segnare una svolta nel paese e fra le forze politiche: un aumento consistente dei salari attraverso una drastica riduzione del cuneo fiscale e provvedimenti concreti contro la precarietà del lavoro, a partire dalla riduzione delle 47 diverse forme di rapporto di lavoro che sono lo stagno fangoso dove essa si annida. Sulla prima questione. I tre miliardi messi per elevare un po’ i salari a inizio metà del prossimo anno sono, direbbe Totò, una fetecchia. Sulla seconda, non si hanno notizie di una qualche consistenza. Non è un caso se in queste settimane è andato per la maggiore, nell’opinione pubblica, il “governo delle tasse” su cui hanno maramaldeggiato Salvini, Renzi e anche Di Maio la cui confusione mentale è pari alla sua arroganza.

Obiezioni in arrivo: ma non c’erano le risorse, gli altri contraenti del governo non erano d’accordo. La prima appare inconsistente. La cifra adeguata per dare dal primo gennaio prossimo 80 euro a una platea di milioni di lavoratori sarebbe stata di 10 miliardi. Bisognava non avere paura e metterla sul piatto trovando le risorse nella direzione di una redistribuzione della ricchezza: contributo di solidarietà per i redditi più alti, rimodulazione dell’Iva per i prodotti di lusso, eliminazione di sprechi nel Bilancio, che essendo di circa 800 miliardi poteva prestarsi a qualche taglio virtuoso. Il disaccordo di Di Maio e Renzi andava sfidato subito, mettendo nel conto anche le urne anticipate. Idem sulla questione del precariato. Il dibattito e lo scontro politico con amici e nemici si sarebbe incentrato su questo invece che sulle microtasse. Si sarebbero stroncate sul nascere anche le scorrerie di Renzi che sta assumendo il vero volto del “rottamatore” nel senso di colui non che elimina rottami ma che li raccoglie con cura in tutte le direzioni del trasformismo politico e dell’immoralità.

Pare che in conseguenza delle continue diatribe e fibrillazioni interne alla maggioranza, Zingaretti stia, comprensibilmente, pensando di staccare la spina al governo nel gennaio prossimo. Ovviamente non tutti (vedi Franceschini che da buon ex dc non respira se non nella stanza dei bottoni) sarebbero d’accordo dentro il PD. Ma il punto è come ci si arriva a un eventuale show down. Se non ci si arma di proposte e iniziative sociali adeguate, sarà solo un suicidio, oppure una nuova lenta dissoluzione di fronte alla crescente marea nazionalista e fascistoide. Insomma la sinistra e il Pd si troverebbero di fronte a una fine disperata o a una disperazione senza fine. Non sarebbe la prima volta per la sinistra affondare di fronte a quest' alternativa senza vie di uscita. Non è un caso, infatti, se l’opposizione anti salviniana che si sta manifestando nelle piazze emiliane con le “sardine”, lo fa al di fuori della sinistra partitica. Per ora è la società civile progressista a essere in grado di reagire e scendere in campo contro Salvini e camerati.

Anche perché la tre giorni bolognese dei dem, a veder bene, non ha iniziato a sciogliere i nodi culturali, politici e morali che stringono questo partito a tutti i livelli fin dalla nascita, soprattutto nelle regioni e nei comuni. Di narrazioni retoriche e di buone intenzioni se ne sono già sentite abbastanza in questi anni. Riproporle, come ha fatto Cuperlo, in chiave mitteleuropea non le fa diventare più accettabili.

Purtroppo, in questo senso, non è stata “Tutta un’altra storia”, ma la solita storia.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

Articoli e  news di questo giornale online direttamente sul tuo Messanger  clicca qui

aspetta che appaia tutto il testo - 6 righe

 

 

youtube logo red hd 13 Iscriviti al nostro canale Youtube di UNOeTRE.it 

 

Sottoscrivi abbonamento gratuito all'aggiornamento delle notizie di https://www.unoetre.it - Home

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

 

Sostieni UNOeTRE.it

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

 

Leggi tutto...

Storia. La riforma del Pci e Berlinguer

Tortorella 350 mindi Daniela Preziosi da ilManifesto del 11.11.2019 - Tortorella: «La riforma del Pci doveva essere quella dell’ultimo Berlinguer»
Parla uno dei dirigenti della 'seconda mozione'. L’errore fu il referendum fra nuovisti e nostalgici. Il No voleva trasformare il partito ma l’abiura era l’altra faccia dell’esaltazione acritica. Fu sbagliato trattarci da ’sovietici’. Trent’anni di liberismo e tatticismi suicidi hanno disperso il popolo della sinistra.

«No, la crisi della sinistra di oggi è molto diversa da quella del post 89», risponde Aldo Tortorella se gli si chiede di qualche tratto comune fra lo scossone provocato dalla svolta di Occhetto e la frana dei nostri giorni. Novantatré anni, partigiano, poi direttore dell’Unità di Genova, Milano e Roma, deputato e berlingueriano «dell’alternativa», fondatore dell’Associazione per il rinnovamento della sinistra e direttore delle nuova serie di Critica Marxista, Tortorella nell’89 disse no alla svolta ma con Ingrao restò «nel gorgo» – per poi uscire con Giuseppe Chiarante al tempo della guerra alla Serbia. «All’epoca la sinistra era composta dai comunisti, dai socialisti e da altre forze minori laiche. Il Psi fu disfatto dalla questione morale. Ma nel Pci, che questo shock non l’aveva subito, ci fu una parte, sia pure composita, che manteneva una critica al capitalismo e ideali socialisti. Alcuni dogmaticamente come i “filo sovietici”. Altri criticamente come Ingrao e i cosiddetti berlingueriani. E c’era ancora una vasta parte del popolo lavoratore che guardava a sinistra. Il referendum sul nome generò fatalmente una gara e poi una scissione tra nuovisti e nostalgici. La parte critica che chiedeva un diverso mutamento fu sconfitta, anche perché aveva ragione nel voler mantenere una critica al capitalismo, ma non conosceva a fondo i suoi mutamenti. Oggi sono molti a intendere che quella critica va ripresa e che bisogna ripartire dalla ridiscussione dei fondamenti per creare una sinistra aggiornata. Ma intanto trent’anni di tatticismi suicidi e di neoliberismo hanno disperso il popolo della sinistra. Dopo la caduta del muro di Berlino e la Bolognina la sinistra, non solo italiana, si convinse che il suo compito fosse quello di essere una migliore amministratrice dello stato delle cose presenti. Chi spingeva per trasformare il Pci in un partito socialdemocratico non vedeva la crisi dei socialdemocratici. C’è stato l’errore dei vincitori e anche quelli dei vinti».

Il Pds punta alla socialdemocrazia ma poi cambierà rotta verso il Pd, un partito postideologico.
«Il Pd non è un partito post ideologico, animale che non esiste, ma con due ideologie. Quella neocentrista (sicurezza, sviluppismo, moderatismo), quella quasi socialdemocratica. Infatti, le due anime si sono, parzialmente, scisse. Ma l’ala socialdemocratica ebbe a che fare con una socialdemocrazia essa stessa già in crisi. Lo statuto dell’internazionale socialista, così come quello del partito laburista inglese, contenevano l’obiettivo finale della proprietà sociale dei mezzi di produzione. Blair costruì il nuovo Labour abolendo quell’articolo e il manifesto di Anthony Giddens non nominava neppure la parola lavoro. Schroeder proclamò la Spd come “nuovo centro” e tagliò lo stato sociale. Clinton abolì le ultime tracce della legislazione di Roosevelt per porre limiti all’arbitrio della finanza. Nel fine secolo la sinistra socialdemocratica o progressista era al governo in Italia, in tutta Europa e in America e credeva così di aver dato la giusta interpretazione dell’89. Pensò che liberalizzando e riducendo al minimo l’intervento pubblico nell’economia il mercato avrebbe provveduto per il meglio. Non vide le sofferenze create dalla globalizzazione. Non si accorse che a Seattle in prima fila c’erano i lavoratori licenziati. Fu sorpresa del sopravvenire della crisi nel 2007/8. Non capì che la globalizzazione avrebbe fatto risollevare i nazionalismi. È perciò che è avanzata la destra sciovinista, xenofoba, razzista. Solo ora la sinistra moderata si viene in parte scuotendo dal sonno neoliberista.»

Una sinistra fu rifondata. La scissione portò alla Rifondazione comunista, che non era un’operazione di conservazione ex pci, tant’è che vi si associarono altre culture critiche e anticapitaliste.
«Non c’erano le fondamenta, neanche da quella parte. Noi terzinternazionalisti ma anche gli altri eravamo una sinistra novecentesca. Alcune categorie usate erano già fuori tempo. Perciò ho ricordato che con Ingrao e con altri non negavamo la necessità della trasformazione del Pci, ma volevamo che fosse senza il taglio delle radici e che avviasse un ripensamento delle categorie cui si era ispirato il nostro movimento. L’abiura è la stessa cosa dell’esaltazione acritica, entrambe impediscono un esame delle cose giuste e di quelle sbagliate. Nei documenti della “seconda mozione” ci sono le tracce di un’ispirazione che teneva conto del pensiero comunista “eretico” a partire dalla Luxemburg. Le distinzioni sottili (ad esempio sul senso della parola “comunismo”) cui avevamo lavorato con alcuni dei compagni più innovatori, cito Cesare Luporini per tutti, caddero di fronte all’alternativa tra nuovismo e nostalgia.»

Con Gorbaciov avevate capito che il socialismo reale era irriformabile?
«Noi abbiamo sperato che ci fosse una riformabilità del sistema sovietico, Gorbaciov è stata l’ultima speranza. Forse era una speranza fallace. Ma la verità è che a Gorbaciov non fu dato il tempo per provarci. I gruppi dirigenti americani, con il consenso europeo, decisero di farlo cadere. Gorbaciov aveva attuato la distensione internazionale e proclamato la ristrutturazione economica (la perestrojka) e la trasparenza politica (la glasnost). Ma gli venne negato l’aiuto finanziario indispensabile nel collasso creato dall’inefficienza del sistema. Fu preferito Eltsin, garante di una privatizzazione selvaggia, di un liberismo primitivo e dell’ancoraggio al primato americano.»

Il Pci invece era riformabile?
«Credo che fosse trasformabile senza generare la metamorfosi nel proprio opposto. La parola d’ordine della svolta fu «sbloccare il sistema politico». Non ci si accorgeva che il sistema era marcio e si assumeva sul partito comunista la colpa di aver bloccato il sistema. Non che non ci fossero nostre responsabilità. Ma una settimana dopo il voto del ’76, quello del Pci al 34%, si riunì a Portorico il G7. Per l’Italia andò Moro, presidente del consiglio ancora in carica. Moro venne tenuto fuori dalla porta, mentre in un vertice a quattro, voluto da Helmut Schmidt, cancelliere socialdemocratico tedesco, e da Gerald Ford, presidente Usa, si stabilisce, nonostante la rottura di Berlinguer con i sovietici, che se il Pci fosse andato al governo l’Italia non avrebbe avuto più diritto ad alcuna agevolazione economica.»

Dunque il Pci era riformabile.
«Il Pci era già sulla via della riforma con l’ultimo Berlinguer, che io sostenni. Ma Berlinguer nella sua ultima fase era in minoranza. La rottura del governo detto di solidarietà nazionale fu approvata con il voto contrario della corrente riformista.Ma la maggioranza stessa era composita. Molte delle sue tentate innovazioni parevano isolare il partito, rompere la concezione della politica come capacità di alleanze. Fu uno scandalo quando andò ai cancelli Fiat in una lotta aspra e perduta. Berlinguer si era avvicinato all’ecologismo, al nuovo femminismo “della differenza”, al pacifismo, alla comprensione della trasformazione tecnologica, al bisogno di una aggiornata critica al capitalismo nuovo e alla necessità di una rifondazione etica della politica e dei partiti, a partire dal suo. Questo significava “questione morale”.»


Oggi Occhetto parla delle scissioni e delle divisioni come ‘male oscuro’ della sinistra. All’epoca si fece abbastanza per tenere unito il partito?
«Il male oscuro c’è. Ma bisogna anche cercare di guarirlo e volerlo guarire. Tra il primo e il secondo congresso, da presidente del comitato centrale – mi avevano nominato mentre ero in ospedale a causa di un malore dopo la relazione da me svolta per la minoranza – concordai con Occhetto una riunione dei capi delle tre mozioni. Nell’introduzione proposi di verificare se c’era la possibilità di una composizione, forse anche studiando forme di convivenza nuove ad esempio di tipo federativo. Appena finii per primo prese la parola Garavini, che diverrà il primo segretario di Rifondazione – per dire che era impossibile perché «il contrasto era di fondo». Mussi, per la maggioranza, disse altrettanto. La verità è che ognuno riteneva necessario correre la propria avventura. Il miracolo del Pci era stato di aver tenuto insieme riformisti e rivoluzionari, che ora non si soffrivano più. Sapevo bene delle intenzioni scissioniste della terza mozione e perciò, con Ingrao, votai contro la unificazione, che ci fu, tra noi e loro. Qualche anno dopo Garavini è uscito da Rifondazione , ha fatto una’associazione che si congiunta con l’Ars (Associazione per il rinnovamento della sinistra) fondata anche da me. E Mussi ha rifiutato l’ultima escogitazione, cioè la confluenza nel Pd, fondando la Sinistra ecologia e libertà.»

Al comitato centrale del 22 novembre 1989 tu dicesti: «Chiunque vincesse avrebbe perduto insieme agli altri».
«Con quella conduzione era chiaro l’esito. Occhetto e i nuovisti – D’Alema era il più dialogante – avevano fretta , timorosi di rimanere sotto le macerie del muro. C’era il convincimento forte che dovessimo assolutamente cancellare “la macchia”. In una sezione mi mandarono contro il fratello di Berlinguer, Giovanni, che pure era uomo pacato, ma nel suo dire pareva che io, entrato in segreteria del Pci con Enrico solo quando ogni rapporto con i sovietici era stato rotto, fossi un uomo di Mosca. Ma anche con Giovanni Berlinguer ci ritrovammo, anni dopo, in una comune posizione politica di sinistra.»

Ma la “macchia” c’era.
«C’era. Ma una cosa è riconoscere i propri errori altra cosa è la cancellazione di se stessi. Soprattutto la generazione cui appartengo aveva peccato di debolezza verso l’Urss. Ma da questa medesima generazione era venuto, con Berlinguer, a differenza degli altri partiti comunisti, il rifiuto e la rottura, sebbene tardiva. Non era giusto, mi pareva, dichiararci quasi pari a coloro che ci avevano combattuto anche aspramente, come avevano fatto i sovietici e i loro seguaci dopo lo strappo, anche finanziando la dissidenza filosovietica. Il guaio era che quella cancellazione di sé aveva come molla il governismo. Tempo prima ero andato a Reggio Emilia a fare un congresso nella sezione di una grande cooperativa, esponendo le ragioni del dissenso. Applausi, baci e abbracci, e poi al voto presi 4 voti su 400 con pranzo finale di consolazione e, credo, di affetto. Agli operai avevano spiegato che se si andava al governo sarebbe stato meglio anche per loro. Purtroppo quella cooperativa non esiste più da gran tempo.»

Il nuovo Pd fa venire qualche barlume di speranza?
«Mi chiedi se vedo qualche barlume nel mondo? Sì. In giro per i mondo c’è un’inquietudine, ci sono sollevazioni anche se di vario segno. Nessuno avrebbe pronosticato Sanders. La Warren, non socialista, dice cose nuove per la riforma del capitalismo Usa. Il movimento anti Trump mosso dalle donne è un fatto nuovo, non è elitario ed è pieno di giovani. Certo c’è da avere paura perché nasce lo spirito nazionalistico nella potenza egemone, gli Usa, che chiude le frontiere, sconfessa la globalizzazione e minaccia il mondo, ma nascono di conseguenza anche nuovi movimenti. E forse questi movimenti spingeranno a proporre alcuni valori ancora validi e alcune idee nuove “di sinistra” anche a quella parte che occupa la sinistra delle nostre aule parlamentari.»

 

 

 

Articoli e  news di questo giornale online direttamente sul tuo Messanger  clicca qui

aspetta che appaia tutto il testo - 6 righe

 

 

youtube logo red hd 13 Iscriviti al nostro canale Youtube di UNOeTRE.it 

 

Sottoscrivi abbonamento gratuito all'aggiornamento delle notizie di https://www.unoetre.it - Home

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

 

Sostieni UNOeTRE.it

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

 

Leggi tutto...

Ad Anagni si chiede rispetto per la sua storia

Anagni S.Francesco con parchimetro2 350 mindi Nello Di Giulio, “Anagni Cambia Anagni” - Quando un Sindaco assume impegni farebbe bene a rispettarli...almeno con San Francesco!

Il vecchio adagio popolare che recita: “passata la festa, gabbatu lo santu” coniuga stravaganti situazioni nelle quali c’è sempre qualcuno che si prodiga o si festeggia e qualcun altro che dimentica o che approfitta.

Ieri, anche ad Anagni è stata la giornata delle lodi a San Francesco, il santo poverello Patrono d’Italia a cui la nostra città è profondamente legata nella storia dei secoli, fino al nostro presente.

Il francescanesimo entra con forza nella chiesa di Innocenzo III e si consolida con l’altro grande pontefice anagnino Gregorio IX. Il legame di Anagni con San Francesco e Chiara d’Assisi rimane fortissimo nel tempo tanto che potrebbe oggi ben alimentare uno di quei filoni di turismo storico religioso sempre portatore di cultura e benessere economico.

Ed allora, anche in nome di questo storico legame al francescanesimo, noi di “Anagni Cambia Anagni” ci sentiamo in obbligo di tornare a dar voce ad attenti cittadini che da un anno evidenziano/denunciano come il prezioso altorilievo marmoreo di San Francesco, murato a lato dell’omonima porta, rimanga ancora nascosto da un ingombrante parchimetro di metallo riposizionato sul posto proprio lo scorso anno.

Il Sindaco Natalia, al tempo interessato con messaggi social, assunse il deciso impegno pubblico di far spostare l’ingombrante marchingegno e ridonare piena visibilità alla storica scultura marmorea posizionata in quell’angolo di Porta San Francesco sin dal lontano 1565.
Anagni realizzava in quegli anni la tanto sospirata ristrutturazione della propria cinta muraria duramente manomessa dalle soldataglie spagnole del Duca d’Alba e Vicerè di Napoli avversario della pratica politica di papa Paolo IV. Il successivo e più magnanimo pontefice, Pio IV , e l’attento governatore della città, Torquato Conti, testimoniarono il loro diretto impegno nella grande opera di ricucitura muraria con alcune lapidi e fregi in marmo tra cui, a lato della nostra porta, il prezioso altorilievo di San Francesco.

Sottostante ad esso un’altrettanta storica lapide con il motto del Torquato Conti “Fulgor mon terret Torquatus de Comitibus” parimenti nascosta tra il medesimo parchimetro ed una centralina per il metano.

Vorremmo ora poter contare che il Sindaco Natalia dia rapidamente corso al nobile impegno prontamente assunto un anno fa verso quegli attenti cittadini e la città intera.

In una visione moderna di Anagni città turistica, Porta San Francesco dovrebbe poter rappresentare un ulteriore ingresso cittadino con accesso all’antica “Civita vetere” ricca di pregiate testimonianze di natura architettonica, monumentale e religiosa.

 

 

Articoli e  news di questo giornale online direttamente sul tuo Messanger  clicca qui

aspetta che appaia tutto il testo - 6 righe

 

 

youtube logo red hd 13 Iscriviti al nostro canale Youtube di UNOeTRE.it 

 

Sottoscrivi abbonamento gratuito all'aggiornamento delle notizie di https://www.unoetre.it - Home

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

 

Sostieni UNOeTRE.it

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

 

Leggi tutto...

Rai Storia e dintorni

raistoria 350di Aldo Pirone - La politica di “sicurezza collettiva” dell’Urss. L’appeasement di Chamberlain, Alifax e Daladier con la Germania nazista; Monaco e il patto Hitler-Stalin. Alcune conseguenze.

Venerdì scorso su Rai Storia è andata in onda una trasmissione intitolata “Il patto Hitler Stalin”. Non so se sia stata una coincidenza voluta, ma la mente non poteva non riandare alla recente risoluzione dell’europarlamento che, nel quadro d' una fallace equiparazione storica fra nazismo e comunismo, dice che quel patto, siglato il 23 agosto del ’39, “ha spianato la strada allo scoppio della Seconda guerra mondiale”.

La trasmissione ha ricostruito rigorosamente il tentativo dell’Urss di Stalin, protrattosi per più anni dopo l’ascesa di Hitler in Germania, di fare un accordo con Francia e Gran Bretagna, nel solco di una politica di “sicurezza collettiva”, per sbarrare la strada in Europa alle voglie guerrafondaie nazifasciste. Una correzione di politica estera sovietica profonda, che fece uscire l’Urss dall’isolamento e dall’autoisolamento portandola ad aderire perfino alla poco efficace se non imbelle Società delle Nazioni. Un cambiamento che influenzò anche l’Internazionale comunista (Komintern) che rovesciò la sua politica passando dal “socialfascimo” alla “promozione dei fronti popolari” per difendere la “democrazia borghese” là dove era minacciata dalla marea montante del fascismo in Europa. I sovietici avevano letto il Mein kampf di Hitler e conoscevano le sue intenzioni strategiche: sterminare gli ebrei e gli slavi sulle cui terre, considerate “spazio vitale” per i tedeschi, avrebbero dovuto insediarsi i germanici. Non a caso la guerra contro l’Urss fu poi di sterminio e costò ai sovietici tra i 25 e i 26 milioni di morti.

Due furono i diplomatici sovietici incaricati di raggiungere quest'obiettivo: Ivan Maijski ambasciatore a Londra e Anatoly Litvinov ministro degli esteri sovietico. Nonostante la loro bravura non ci riuscirono. Si scontrarono con il conservatorismo britannico cui si adeguò anche la Francia dopo l’assassinio del suo ministro degli esteri Louis Barthou il 9 ottobre del 1934. Le cose peggiorarono con l’arrivo di Chamberlain a premier britannico e di lord Halifax a ministro degli esteri in sostituzione di Anthony Eden che dette le dimissioni proprio perché non condivideva la politica di appeasement con Hitler. Con lui non la condivideva Churchill che guidò la pattuglia di conservatori ribelli a quella politica di cedimenti, perorando, al contrario, l’alleanza con l’Urss di Stalin.

La puntata di Rai Storia non è arrivata al capitolo del patto di Monaco considerato il vero momento in cui Hitler verificò l’impotenza della politica anglo francese interpretandola come il permesso a proseguire la sua azione revancista e aggressiva verso est. Dopo la Cecoslovacchia fu la Polonia e con essa la guerra mondiale. Chamberlain tornò da Monaco sventolando il foglio firmato con Hitler dicendo che quel patto sciagurato significava “la pace per il nostro tempo”.

Quando quell’accordo fu discusso alla Camera dei comuni, Churchill fece un discorso memorabile. Indicò puntigliosamente tutti i fatti che costituivano “un disastro di prima grandezza che si è abbattuto sulla Gran Bretagna e la Francia […] Il sistema di alleanze in Europa centrale, cui la Francia aveva affidato la sua sicurezza è stato smantellato. E’ stata spianata la strada [a Hitler] che porta lungo il Danubio al Mar Nero, alle risorse di grano e di petrolio, la strada che arriva fino alla Turchia. […] vedrete giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, l’espropriazione di quelle regioni. Molti di quei paesi, temendo l’ascesa del potere nazista, hanno già scelto politici, ministri, governi filotedeschi, ma c’è sempre stato in Polonia, Romania, Bulgaria e Jugoslavia un vastissimo movimento popolare che guardava alle democrazie occidentali, aborriva l’idea di vedersi imporre il dominio arbitrario del sistema totalitario e sperava che gli si sarebbe opposta resistenza. Ora tutto è perduto”. Poi, rivolgendosi a Chamberlain gli disse: “Potevate scegliere fra il disonore e la guerra, avete scelto il disonore e avrete la guerra”.

Il ministro sovietico Litvinov, il 21 settembre, pochi giorni prima di Monaco, aveva dichiarato alla Società delle Nazioni che l’Urss era pronta a intervenire a difesa della Cecoslovacchia. A Monaco la Russia non fu invitata e pure i cecoslovacchi furono tenuti fuori della porta. Il tentativo di creare un fronte antinazista con Gran Bretagna e Francia si trascinò ancora per qualche mese. Poiché Hitler non era affatto placato dal sacrificio della Cecoslovacchia e che ora voleva Danzica e la Polonia, Chamberlain e Daladier cercarono, nel giugno ’39, di riallacciare i rapporti con Stalin. Ma lo fecero svogliatamente, mandando a Mosca uno sconosciuto funzionario, Strang, preferito a Eden che si era offerto e che godeva di molto più credito. Ad agosto i sovietici chiesero di portare i colloqui sul piano militare. La Gran Bretagna mandò l’ammiraglio Dax privo, però, dei poteri necessari, e la Francia il generale Doumenc che non aveva deleghe per concludere alcunché. Li fecero viaggiare per cinque giorni su un cargo mercantile con l’indicazione, per Dax da parte di Halifax, di tirare le cose per le lunghe. A quel punto Stalin prese atto che gli anglo francesi non facevano sul serio e accettò l’offerta tedesca di avviare negoziati per un patto di non aggressione. Ne approfittò per inglobare gli stati baltici e spostare più a ovest le frontiere dell’Urss a spese della Polonia che, inoltre, si era rifiutata di far passare l’Armata rossa sul suo territorio per un eventuale soccorso alla Cecoslovacchia; mentre, insieme all’Ungheria, aveva richiesto la sua libra di carne ceka al momento della dissoluzione di quello stato.

La scelta di Stalin era anche la conseguenza del fatto che in Oriente l’Armata rossa stava fronteggiando il Giappone che aveva invaso la Manciuria e premeva alle frontiere sovietiche. La sindrome dell’accerchiamento non era solo una paranoia del dittatore sovietico.

Errori e crimini di Stalin

Se il “patto” con Hitler fu considerato, anche da Stalin, uno stato di necessità, dopo Monaco e le prove di fellonia susseguenti d'inglesi e francesi, quali furono gli errori e i crimini compiuti dal dittatore sovietico in seguito? Furono diversi. Il primo fu di piegare il Komintern alle scelte statali sovietiche spiazzando i comunisti europei costretti da un giorno all’altro a non considerare più il nazifascismo come il nemico principale, rinnegando d’ambleé tutta la politica scaturita dal VII Congresso del Komintern e dei “fronti popolari”. Pochi giorni dopo il patto con Hitler, lo scoppio della guerra fu giudicato uno scontro fra “briganti imperialisti”, riecheggiando il giudizio di Lenin sulla prima guerra mondiale che era del tutto fuorviante se applicato allo scontro con i nazifascisti. Stalin non colse, l’anno dopo, il mutamento avvenuto in Gran Bretagna con l’avvento di Churchill a primo ministro e la sua determinazione a non cedere a Hitler e al sopraggiunto Mussolini anche nell’ “ora più buia” del giugno del ’40, dopo la disfatta della Francia. Tutto ciò avrebbe dovuto indurre Stalin a uscire, magari gradualmente, dall’iniziale “stato di necessità” che, invece, per lui era diventato virtù.

Inoltre, c’è da rilevare che la più grande contraddizione con la politica estera staliniana della sicurezza collettiva, consistette proprio nelle “purghe” che il dittatore georgiano aveva avviato in quegli anni in Urss, tra il ’36 e il ‘38. Quella politica criminale, oltre a indebolire fortemente il Pcus e la stessa società sovietica, si era abbattuta, decapitandolo, proprio sullo strumento militare principe: l’Armata rossa. Furono eliminati 3 marescialli su 5, 8 ammiragli su 8, i 9 decimi dei comandanti di corpo d'armata e 35.000 ufficiali su 144.300; tra cui il mitico maresciallo Tuchačevskij.

Il sospetto e la diffidenza congeniti di Stalin non salvarono l’Urss dall’aggressione hitleriana. Anzi, il dittatore fu sorpreso e fece trovare il paese dei soviet impreparato e indebolito dalle sue “purghe”. Sospetti e diffidenze staliniani, stranamente, non riguardarono Hitler. Inossidabile rimase la fede del capo comunista nel patto stretto con il furher. Sospetti e diffidenze si riversarono, invece, su chi andava informando il dittatore russo dell’imminente attacco nazista; per altro più che evidente visto l’ammassamento di truppe tedesche ai confini dell’Urss in corso da molti mesi. Ciò causò i disastri iniziali, le distruzioni, le stragi e i molti milioni di morti e prigionieri, civili e militari, subìti dall’Unione sovietica nei primi sei mesi dell’aggressione.

Poi, la guerra vittoriosa nella grande alleanza antinazista e la mano ferma con cui Stalin condusse la guerra, relegò sullo sfondo i suoi crimini ed errori; che però ci furono, comportando prezzi dolorosi e tragici che si potevano e dovevano evitare.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

Articoli e  news di questo giornale online direttamente sul tuo Messanger  clicca qui

aspetta che appaia tutto il testo - 6 righe

 

 

youtube logo red hd 13 Iscriviti al nostro canale Youtube di UNOeTRE.it 

 

Sottoscrivi abbonamento gratuito all'aggiornamento delle notizie di https://www.unoetre.it - Home

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

 

Sostieni UNOeTRE.it

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

 

 

Leggi tutto...

La mozione votata a Bruxelles è riscrittura della storia

La Battaglia di Berlino mindi Alexander Höbel - La riscrittura dei fatti e la realtà della storia. A proposito della mozione votata a Bruxelles

1. La mozione “sull’importanza della memoria” (un titolo davvero beffardo!) approvata dal Parlamento europeo coi voti di gran parte dell’emiciclo (compresi quasi tutti i rappresentanti del Pd, tra cui quel Giuliano Pisapia che come criminali comunisti contribuimmo a eleggere alla Camera nelle liste del Prc) costituisce un documento di estrema gravità, il cui significato non può essere sottovalutato. Di fatto, nell’anniversario dello scoppio della Seconda guerra mondiale, nella quale la barbarie nazifascista fu battuta anche e soprattutto grazie al contributo decisivo dell’Unione Sovietica, coi suoi circa 25 milioni di caduti e pagine epiche come la resistenza dei leningradesi a 900 giorni di assedio o la vittoria di Stalingrado, si anticipa la data di inizio del conflitto, che viene fissata al patto Molotov-Ribbentrop anziché all'aggressione tedesca contro la Polonia, il 1° settembre 1939 (solo dopo 16 giorni, l’Urss penetrò a sua volta in territorio polacco, evidentemente a scopo difensivo, ossia in reazione all’attacco hitleriano, che imponeva – può essere duro dirlo, ma è la concreta realtà storica – di non lasciare che le truppe tedesche dilagassero in tutta la Polonia giungendo ai confini dell’Urss, il che peraltro aveva costituito uno dei motivi del patto Molotov-Ribbentrop). Questa modifica della data di inizio del conflitto costituisce ovviamente un atto del tutto arbitrario, una vera e propria riscrittura della realtà di stampo orwelliano.

Ma se proprio dovessimo anticipare l’inizio della guerra a prima dell’avvio delle operazioni militari, allora perché non fissarne l'inizio alla Conferenza di Monaco del 1938 dove Gran Bretagna e Francia lasciarono mano libera a Hitler? O magari farla coincidere con l'Anschluss tedesco dell'Austria? O con l’annessione hitleriana dei Sudeti? Sarebbe penoso per i deputati euro-atlantisti dover ricordare che per diversi anni le gloriose democrazie liberali respinsero le proposte sovietiche di sicurezza collettiva (la politica del ministro degli Esteri Maksim Litvinov) , preferendo piuttosto l’appeasement con Hitler e Mussolini, nella segreta speranza che l’aggressività nazista si rivolgesse, come Hitler stesso aveva scritto nel Mein Kampf, contro l’Unione Sovietica e i “barbari popoli slavi”, da sottoporre a un regime semi-schiavistico i cui precedenti erano proprio nelle politiche coloniali di quelle stesse democrazie. Certo, sarebbe sconveniente ricordare queste cose, o magari le atomiche lanciate sul Giappone dagli Usa di Truman a guerra ormai finita, sostanzialmente solo per dare un chiaro e macabro segnale all’Unione Sovietica.

Il vergognoso documento, peraltro, non si ferma qui. Nelle considerazioni iniziali, afferma che, “sebbene i crimini del regime nazista siano stati giudicati e puniti attraverso i processi di Norimberga, vi è ancora un'urgente necessità di sensibilizzare, effettuare valutazioni morali e condurre indagini giudiziarie in relazione ai crimini dello stalinismo e di altre dittature”, e ricorda con evidente apprezzamento “che in alcuni Stati membri la legge vieta le ideologie comuniste e naziste”. Insomma, invece di contestare le gravissime misure approvate da parlamenti di Stati autoritari dell’Europa orientale (si veda il divieto di esporre simboli comunisti sancito nel 2009 nella Polonia di Kaczynski), che sull’anticomunismo e la russofobia stanno cercando di costruire loro identità iper-nazionaliste (in questi casi, a quanto pare, il “sovranismo” nazionalista piace!), il Parlamento europeo le prende a modello, approvando evidentemente la messa fuori legge di organizzazioni comuniste, già sperimentata nella Repubblica Ceca, o il divieto di presentare le liste comuniste alle elezioni, già verificatosi in Ucraina pochi mesi fa (http://www.sinistraineuropa.it/europa/ucraina-vietato-ai-comunisti-candidarsi-alle-elezioni-presidenziali/). E si giunge ad auspicare una nuova “Norimberga” che dovrebbe processare non si capisce bene chi: il cadavere di quel Ceaușescu fucilato dopo un processo-farsa? O magari quello di Erich Honecker , la cui autodifesa costituisce un documento da leggere e su cui riflettere?

Se si scorre il testo della risoluzione, la gravità dell’operazione risalta in modo evidente. Grave l'art. 14, che assieme alla Ue (e come se fossero la stessa cosa) esalta la Nato, ente notoriamente pacifico che ha portato la democrazia ovunque nel mondo. Assurdo l'art. 15, che rappresenta una specie di paternale a Putin e fa capire l'intento anche anti-russo dell'operazione. Grave ancora l'art. 17, che con evidente compiacimento "ricorda che alcuni paesi europei hanno vietato l'uso di simboli sia nazisti che comunisti", come se fossero la stessa cosa: che dovremmo aspettarci allora, il divieto della falce e martello anche in Italia? La messa al bando del simbolo del Pci?

In generale, il senso di questo squallido documento è l'equiparazione tra “comunismo” (alternato nel testo a “stalinismo”, quindi con una totale identificazione dei due termini, cosa su cui il 99% degli storici avrebbe molto da eccepire) e nazismo. Evidentemente, si vuole combattere ancora una volta una guerra preventiva non solo contro il passato (che non può certo esser riscritto da queste buffonate), ma anche contro la ripresa dell’idea di un’alternativa di sistema, che coloro i quali stanno spingendo il Pianeta alla catastrofe temono (e cercano di presentare) come il diavolo. Al tempo stesso, si “liscia il pelo” ai governi più reazionari dell’Europa orientale, probabilmente al fine di ammorbidirne le posizioni critiche verso la stessa Ue, che a quanto pare si attrezza a diventare più simile a loro, quanto meno nella lettura della storia e nei “valori condivisi”.

 

2. C’è poi un altro aspetto della risoluzione, che pure è molto grave e contrasta con le acquisizioni più recenti di gran parte della storiografia: ossia il considerare il comunismo novecentesco come un Moloch totalitario, schiacciandolo completamente sul concetto di “stalinismo” e identificandolo con esso: un procedimento su cui già Togliatti aveva riflettuto criticamente, a partire dalla celebre Intervista a Nuovi Argomenti. Nel 1964, all’apice della sua riflessione critica, il leader del Pci ribadì che a un dato momento nella vita dell’Urss si era prodotta “non soltanto una deformazione – una degenerazione, abbiamo detto noi – del potere, ma l’assenza di una qualsiasi forma di potere e di controllo democratico”. E tuttavia – aggiungeva – dalle denunce dei guasti prodotti occorreva risalire agli “errori politici” che ne furono alla base e alle “cause di questi errori”, per capire meglio e “non consentire ai nostri avversari di buttare nell’informe calderone del cosiddetto ‘stalinismo’ tutti i momenti positivi della storia del primo Stato proletario” .

Il Segretario del Pci, dunque, sottoponeva a una critica severa aspetti rilevanti della direzione staliniana, ma ovviamente rifiutava i giudizi liquidatori dell’intera esperienza sovietica, collocando la stessa politica di Stalin nel quadro dello scontro mortale che si svolse nel mondo in quegli anni, nel quale l’Urss e il movimento comunista internazionale svolsero un ruolo fondamentale nella lotta contro i fascismi, dalla guerra di Spagna alla Resistenza.

Proprio a partire dai drammi di cui era stato testimone in Unione Sovietica , peraltro, oltre che dall’esperienza spagnola e dalla svolta dei fronti popolari, e naturalmente sulla base dell’elaborazione di Gramsci, Togliatti impresse al Pci – a partire dalla “politica di Salerno” del 1944 – una impostazione nuova, che legava strettamente democrazia e socialismo, delineando quella “via italiana” fondata su “riforme di struttura” e “democrazia progressiva” che sfociò in primo luogo nella lotta per l’Assemblea costituente e nel contributo decisivo fornito dai comunisti alla stesura della Costituzione repubblicana , quindi nelle lotte per la difesa e l’ampliamento della democrazia, e che nel 1956 venne organicamente definita.

Tale linea sarà poi portata avanti dai suoi successori, da Luigi Longo a Enrico Berlinguer, che proprio sul tema della democrazia come via del socialismo, inscindibile da esso, concentrò la sua elaborazione . Vi è dunque un grande patrimonio di elaborazione e di prassi politica (che peraltro non riguarda solo l’Italia: si pensi all’esperimento di Allende in Cile, che vide alleati socialisti e comunisti e fu stroncato nel sangue dal golpe made in Usa), che non si può cancellare con una mozione e che al contrario ha ancora tanto da offrire di fronte alla crisi sistemica di un capitalismo globale sempre più distruttivo.

Il caso del Pci e della via italiana al socialismo è inoltre l’esempio più clamoroso di quanto sia scorretto e storicamente sbagliato presentare il comunismo novecentesco come un fenomeno a una sola dimensione, quella appunto “totalitaria”. È, quest’ultima, una concezione da Libro nero del comunismo, non a caso il volume maggiormente sponsorizzato e diffuso da quel Berlusconi che un tempo era il nemico giurato di tanti che hanno votato la mozione del Parlamento europeo. La storiografia più avvertita perla ormai da tempo del comunismo come fenomeno complesso ed eterogeneo, se non addirittura di “comunismi” al plurale : una interpretazione che rende giustizia alla realtà storica e che appare lontana anni luce da un documento come quello votato a Bruxelles, che rappresenta un testo sbagliato e strumentale, da respingere al mittente e contro il quale sensibilizzare tutta l’opinione pubblica democratica e antifascista. Questo vale soprattutto nel nostro paese, in cui l’attacco alla storia dei comunisti rischia di essere funzionale a nuove offensive contro la Costituzione repubblicana, mentre proprio la Carta costituzionale continua a rappresentare una formidabile leva per la trasformazione e il progresso sociale.

 

 

 

Articoli e  news di questo giornale online direttamente sul tuo Messanger  clicca qui

aspetta che appaia tutto il testo - 6 righe

 

 

youtube logo red hd 13 Iscriviti al nostro canale Youtube di UNOeTRE.it 

 

Sottoscrivi abbonamento gratuito all'aggiornamento delle notizie di https://www.unoetre.it - Home

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

 

Sostieni UNOeTRE.it

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

 

Leggi tutto...

Per il rispetto della memoria e della storia

Andy Warhol Falce e Martello 350 minAppello all'Europarlamento. Le giuste esigenze di lotta al razzismo e al fascismo non possono fondarsi su un uso distorto e persino falso della storia o sul pretendere di recidere le radici di una componente fondamentale dell’antifascismo quale è quella comunista

La risoluzione del Parlamento europeo approvata a grande maggioranza il 19 settembre scorso, su «importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa», è un atto politico e culturale sbagliato e da respingere con forza.

In primo luogo va detto che non spetta a un organismo istituzionale o politico affermare una determinata ricostruzione della storia.

Questo è un compito che va lasciato al libero confronto tre le diverse interpretazioni e opinioni, alla ricerca degli studiosi. Un uso della storia che voglia imporre una determinata visione dei principali eventi del secolo scorso per farne armi per la battaglia politica immediata non dovrebbe avere cittadinanza in una vera democrazia.

In secondo luogo, le affermazioni riguardanti la storia del Novecento presenti nella risoluzione contengono errori, forzature e visioni unilaterali che sono inaccettabili.

Vi si afferma che il “patto Molotov-Ribbentrop” del 23 agosto 1939, «ha spianato la strada allo scoppio della Seconda guerra mondiale». Si omette così qualsiasi riferimento al colpevole comportamento delle democrazie liberali di fronte alla politica espansionistica nazifascista, che data almeno dall’invasione dell’Etiopia (1935) e dalla guerra di Spagna scatenata dal generale Franco (1936), e proseguita con il “diktat di Monaco” (1938) e il conseguente smembramento della Cecoslovacchia non solo a opera della Germania, ma anche della Polonia e dell’Ungheria. E non va dimenticata la annessione dell’Austria (Anschluss) avvenuta l’11 marzo del 1938.

La storia ci insegna che l’Unione Sovietica cercò a lungo una intesa con Francia e Regno Unito in funzione antitedesca, e si decise a un accordo con la Germania (al fine di rimandare il pur inevitabile attacco nazista) solo quando fu chiaro che tale intesa era impossibile, anche per l’opposizione della classe dirigente polacca guidata dal dittatore di destra Piłsudski e alleata di Francia e Regno Unito.

Inoltre la risoluzione non fa cenno all’enorme contributo alla vittoria contro il nazifascismo, decisivo per le sorti stesse dell’Europa e dell’umanità, dato sia dall’Unione Sovietica (oltre 25 milioni di morti), sia da chi, ovunque in Europa e nel mondo, spesso guidato dagli ideali e dai simboli delle varie correnti del movimento comunista internazionale, si oppose alle truppe hitleriane e ai loro alleati. Si dimentica così che Antonio Gramsci, oggi tra gli autori più letti e studiati in tutto il mondo, morto per volontà del fascismo, era un dirigente e teorico comunista. Si riesce a nominare Auschwitz senza dire che fu l’esercito dell’Unione Sovietica a liberarne i prigionieri destinati allo sterminio.

O si dimentica volutamente che in molti paesi (tra cui la Francia e l’Italia, ma non solo) i comunisti furono la principale componente della Resistenza al nazifascismo, dando un contributo di primo piano alla sua sconfitta e alla rinascita in quei paesi di una democrazia costituzionale e alla riaffermazione delle libertà politiche, sindacali, culturali e religiose. Per non parlare del decisivo apporto che Stati e idealità comuniste diedero nel Novecento alla liberazione di interi popolo dal giogo coloniale e a volte dalla schiavitù.

Ricordare questi dati di fatto, che la mozione colpevolmente omette, non significa ignorare e tacere sugli aspetti più condannabili di ciò che generalmente si chiama “stalinismo”, sugli errori e sugli orrori che vi furono anche in quel campo.

Essi però non possono cancellare una differenza di fondo: mentre il nazifascismo, nel dare vita a una spietata dittatura e nel negare ogni spazio di democrazia, di libertà e persino di umanità, nel perseguitare fino allo sterminio proclamato e pianificato, le minoranze religiose, etniche, culturali, sessuali, cercò di realizzare i propri programmi, i regimi comunisti prima e dopo la guerra, allorquando si macchiarono di gravi e inaccettabili violazioni della democrazia e delle libertà, tradirono gli ideali, i valori e le promesse che aveva fatto.

La qual cosa deve produrre domande, riflessioni e indagini, ma – congiuntamente al contributo dato dai militanti e dall’Urss alla sconfitta del nazifascismo – non permette in alcun modo l’equiparazione di nazismo e comunismo che è al centro della risoluzione del Parlamento europeo, né l’identificazione, più volte fatta dalla mozione, di comunismo e stalinismo, vista la grande varietà di correnti ideali ed esperienze politiche a cui il primo ha dato vita.

Queste falsificazioni e omissioni non possono essere assunte come base di una «memoria condivisa» e tantomeno diventare base di un programma comune di insegnamento della storia nelle scuole, come la mozione auspica.

Non può divenire la piattaforma di una «Giornata europea di commemorazione delle vittime dei regimi totalitari», quale la mozione chiede. Né fornire la motivazione per la rimozione «di monumenti e luoghi commemorativi (parchi, piazze, strade, ecc.)» che, con la scusa della lotta a un indistinto totalitarismo, invita in realtà a cancellare limpide pagine della storia di chi contribuì col proprio sacrificio a battere il nazifascismo.

Si afferma che la mozione del Parlamento europeo contiene inevitabili compensazioni atte a far passare anche una affermazione di volontà di lotta al «ritorno al fascismo, al razzismo, alla xenofobia e ad altre forme di intolleranza».

Ma queste giuste esigenze di lotta al razzismo e al fascismo non possono fondarsi su un uso distorto e persino falso della storia o sul pretendere di recidere le radici di una componente fondamentale dell’antifascismo quale è quella comunista. I popoli d’Europa non lo devono permettere.

PRIMI FIRMATARI:
Guido Liguori
Maurizio Acerbo
Walter Baier
Maria Luisa Boccia
Luciana Castellina
Paolo Ciofi
Davide Conti
Enzo Collotti
Maria Rosa Cutrufelli
Paolo Favilli
Paolo Ferrero
Eleonora Forenza
Nicola Fratoianni
Citto Maselli
Ignazio Mazzoli
Lidia Menapace
Massimo Modonesi
Roberto Morea
Roberto Musacchio
Pasqualina Napoletano
Rosa Rinaldi
Bianca Pomeranzi
Aldo Tortorella
Per adesioni:

Se cliccando sull'indirizzo email non si apre il vostro programma di posta automaticamente, slezionate questo indirizzo e copiatelo a mano nel destinatario dell'email che volete inviare, nell'oggetto scrivete: Aderisco all'appello

 

Articoli e  news di questo giornale online direttamente sul tuo Messanger  clicca qui

aspetta che appaia tutto il testo - 6 righe

 

 

youtube logo red hd 13 Iscriviti al nostro canale Youtube di UNOeTRE.it 

 

Sottoscrivi abbonamento gratuito all'aggiornamento delle notizie di https://www.unoetre.it - Home

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

 

Sostieni UNOeTRE.it

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

 

Leggi tutto...
Sottoscrivi questo feed RSS

Privacy Policy

Privacy Policy

Sezioni

Pagine di...

Notizie locali

Strumenti

Chi siamo

Seguici